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lunedì 25 maggio 2026

L’Italia fanalino di coda in Europa

La cronica mancanza di crescita
economica italiana è legata a
problemi strutturali irrisolti
.
Tra questi spiccano l'eccessivo debito
pubblico, la produttività stagnante,
la burocrazia tentacolare e un forte
calo demografico. Le stime confermano
l'Italia come fanalino di coda in Europa

Un paese che non cresce
Il Rapporto Istat recente non lascia presagire nulla di buono per il nostro Paese. Traccia un quadro preoccupante sul nostro domani: Il calo della natalità causerà una consistente diminuzione della popolazione totale. La maggiore contrazione riguarderà la popolazione in condizione lavorativa, mentre aumenterà la popolazione con più di 65 anni. Il significato immediato e’ che meno gente in condizione di lavorare dovrà mantenere più anziani (pensiamo ai costi per sanità e pensioni). Nel complesso, l’Italia avrà meno abitanti, ma anche un Pil (totale e pro capite) contratto. 

In Italia gli occupati sono troppo pochi e la loro produttività è troppo bassa. Sottolinea l’Istat che il mercato del lavoro fa fatica a valorizzare il capitale umano, soprattutto quello giovanile e femminile. Un difetto paradossale, visto che una maggiore partecipazione lavorativa di giovani e donne è, insieme alla ripresa della natalità, una delle soluzioni più ovvie alle sfide di sostenibilità. 

Fra le cause del quadro che emerge c’è la scarsità di competenze, soprattutto tecnico-scientifiche: bassi livelli di istruzione e poca formazione dei (giovani) lavoratori. Qualche dato può aiutare a cogliere la gravità dei problemi. 

La disoccupazione giovanile, seppure in lieve diminuzione, è tra le più elevate d’Europa. Il 15% dei giovani (15-29) non ha un lavoro, né segue percorsi scolastici o formativi. Nella fascia 20-24 anni, quella cruciale per l’inserimento lavorativo, la quota di Neet sale a uno su cinque, il più alto nella Ue. 

Tra i 25-29enni, la quota di Neet fra le donne raggiunge il 23,9% (uomini: 14%). La percentuale sale al 29% nella fascia 30-34, contro il 12,5% degli uomini. Il tasso di occupazione femminile (20-64) è pari al 58%, tredici punti in meno della media Ue. 

Senza correttivi, l’effetto congiunto del calo demografico e dei bassi tassi di occupazione porterebbe a una contrazione del Pil pari al 18,3% entro il 2050.

L’aumento di occupazione giovanile ridurrebbe la perdita di Pil al 13,9%. L’incremento di donne occupate la farebbe scendere al 5,9%. Con un piccolo aumento dei saldi migratori netti (incluso il rientro dei cervelli) guadagneremmo altri 3,5 punti. Invece del 18,3%, il Pil diminuirebbe «solo» del 2,4% da oggi al 2050. 

Fra i tanti divari rispetto agli altri Paesi, c’è anche quello che riguarda i livelli di istruzione. Da noi la quota di occupati con laurea è 26%, rispetto a una media Ue di 39%. Se entro il 2050 arrivassimo anche noi al 39%, il Pil potrebbe crescere di 3 punti. Se poi arrivassimo al 48%, i punti sarebbero 5: i lavoratori più qualificati sono più produttivi. Così, invece di una contrazione, nel 2050 avremmo un Pil più elevato di quasi 3 punti. 


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