| La cronica mancanza di crescita economica italiana è legata a problemi strutturali irrisolti. Tra questi spiccano l'eccessivo debito pubblico, la produttività stagnante, la burocrazia tentacolare e un forte calo demografico. Le stime confermano l'Italia come fanalino di coda in Europa |
In Italia gli occupati sono troppo pochi e la loro produttività è troppo bassa. Sottolinea l’Istat che il mercato del lavoro fa fatica a valorizzare il capitale umano, soprattutto quello giovanile e femminile. Un difetto paradossale, visto che una maggiore partecipazione lavorativa di giovani e donne è, insieme alla ripresa della natalità, una delle soluzioni più ovvie alle sfide di sostenibilità.
Fra le cause del quadro che emerge c’è la scarsità di competenze, soprattutto tecnico-scientifiche: bassi livelli di istruzione e poca formazione dei (giovani) lavoratori. Qualche dato può aiutare a cogliere la gravità dei problemi.
La disoccupazione giovanile, seppure in lieve diminuzione, è tra le più elevate d’Europa. Il 15% dei giovani (15-29) non ha un lavoro, né segue percorsi scolastici o formativi. Nella fascia 20-24 anni, quella cruciale per l’inserimento lavorativo, la quota di Neet sale a uno su cinque, il più alto nella Ue.
Tra i 25-29enni, la quota di Neet fra le donne raggiunge il 23,9% (uomini: 14%). La percentuale sale al 29% nella fascia 30-34, contro il 12,5% degli uomini. Il tasso di occupazione femminile (20-64) è pari al 58%, tredici punti in meno della media Ue.
Senza correttivi, l’effetto congiunto del calo demografico e dei bassi tassi di occupazione porterebbe a una contrazione del Pil pari al 18,3% entro il 2050.
L’aumento di occupazione giovanile ridurrebbe la perdita di Pil al 13,9%. L’incremento di donne occupate la farebbe scendere al 5,9%. Con un piccolo aumento dei saldi migratori netti (incluso il rientro dei cervelli) guadagneremmo altri 3,5 punti. Invece del 18,3%, il Pil diminuirebbe «solo» del 2,4% da oggi al 2050.
Fra i tanti divari rispetto agli altri Paesi, c’è anche quello che riguarda i livelli di istruzione. Da noi la quota di occupati con laurea è 26%, rispetto a una media Ue di 39%. Se entro il 2050 arrivassimo anche noi al 39%, il Pil potrebbe crescere di 3 punti. Se poi arrivassimo al 48%, i punti sarebbero 5: i lavoratori più qualificati sono più produttivi. Così, invece di una contrazione, nel 2050 avremmo un Pil più elevato di quasi 3 punti.
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