| La società della stanchezza di Byung-Chul Han è un saggio filosofico che analizza il passaggio dalla società disciplinare (basata sul "dovere") a quella della prestazione (basata sul "potere"), dove l'individuo diventa carnefice di se stesso. L'ossessione per il rendimento e l'iperattività portano a esaurimento (burnout) e depressione. Byung-Chul Han sostiene che la violenza nelle società moderne non è più caratterizzata dalla paura dell'Altro, ma da positività illimitate e auto-sfruttanti che non riconoscono limiti umani. Il libro descrive l'uomo contemporaneo come un "Prometeo stanco", divorato non da un'aquila esterna, ma dalla propria necessità di performance. |
I suoi libri dallo stile incisivo l’hanno resa una dei pensatori contemporanei più influenti del mondo occidentale. La sua biografia è fuori dal comune: ha studiato metallurgia a Seul, dove è nata nel 1959; si trasferisce in Germania per proseguire gli studi in filosofia e teologia, fino a ottenere il dottorato con una tesi su Martin Heidegger. Tiene corsi e seminari di Filosofia e Teoria della Cultura alla Universität der Künste di Berlino.
In particolare affronta tematiche sul neoliberismo, sulla digitalizzazione e sull’eccesso di informazione. I suoi libri, da La società della stanchezza (Nottetempo, 2012) a Contro la società dell’angoscia (Einaudi Stile libero, 2025), puntano a recuperare l’autenticità umana all’interno del mondo della tecnologia e della struttura socio-economica come sviluppatasi in Occidente. Ciò che ci ha incuriosito è il suo interesse per Simone Weil, una figura dalla religiosità inattuale, in quanto eroica. L’autrice coreana ne dà di contro la lettura di carattere universale. A cominciare dal declino dell’attenzione: Dio richiede attenzione, anche «la preghiera è attenzione». Senza attenzione si perde il rapporto con Dio. Scompare quel legame e chiude la via di accesso al trascendente. Essa fa dire a Friedrich Nietzsche «Dio è morto», ma «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò».
Per l’autrice coreana il declino dell’attenzione, dell’interesse di noi uomini, è micidiale, pervade il nostro presente e altera la vita quotidiana. L’eccesso di informazione che riceviamo da ogni dove cancella con l’ossessiva ricerca dell’attualità, proprio come perdiamo la concentrazione nel lavoro o nello studio a causa di una notifica sullo smartphone o per sbirciare le ultime notizie sul pc. E’ pure vero, come è stato calcolato, che dopo c’è bisogno di una ventina di minuti per ritrovare la concentrazione, dopo quella sia pur breve interruzione. E, però, l’attenzione frammentata e interrotta provoca un’impressione di inconcludenza e di vuoto, aumentando di conseguenza l’incertezza.
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