Il filo conduttore è che viviamo nel mondo del personalismo e della personalizzazione di ogni argomento, di ogni vicenda. Cerchiamo sempre una faccia o una storia alle quali aggrappare le nostre indignazioni e le nostre emozioni. Di fatto nessun essere umano è una “isola”, e non lo sono le popolazioni disperse di Gaza e della Palestina. E però ci dimentichiamo spesso, di quella responsabilità, che riassume il concetto dello stare insieme, riunire anziché disperdere, di essere composti tutti dei medesimi sentimenti.
Nel flusso continuo dei social, siamo trasportati da messaggi di segno contrario e di forza impari. Nella vita reale, seguiamo altre sirene, magari esibendo un vacuo orgoglio all’insegna del «io non faccio parte del branco», concetto che confonde l’individualismo con l’individualità, come se non fosse lapalissiano che ognuno ha i suoi talenti e tutti siamo diversi, uguali solo davanti a qualcuno che sta più in alto di noi, lo diceva già San Paolo rivolgendosi ai Corinzi.
Quando venne dichiarato il lockdown, e sembrava che il mondo stesse per finire, siamo stati quasi obbligati a sentirci comunità, a fare gruppo adottando certi comportamenti, sposando certe scelte, e intanto cercavamo gli altri, confinati in casa come tutti noi, scintille di umanità, di sollievo e di solidarietà. Siamo stati quasi obbligati ad avere fiducia in noi stessi, non come singole persone, ma come società. L’essenza di essere comunità, realtà’ sociale e’ sapere che esiste la vicinanza, la sensazione che là fuori ci sia qualcuno che ci pensa, che piange e prega per te. In qualche modo, un palestinese, un residente della Striscia di Gaza, la cui casa è stata distrutta, magari senza saperlo, si affida a una comunità e in cuor suo spera di non essere un singolo frammento abbandonato a sé stesso, ma parte di un tutto che non si dimentica di se.
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