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domenica 24 maggio 2026

24 maggio

La guerra carneficina

 La guerra era cominciata il 24 maggio del 1915. Sembrerà incredibile ma per quella guerra che gli italiani combatterono contro l’Austria furono chiamati alle armi quasi sei milioni di italiani. Fra quelli ci fu il mio nonno paterno, di cui porto nome e cognome. Era sposato e già padre di cinque figli e però, per motivi che egli nei suoi racconti non mancava di riferire a noi nipoti, fu incluso nell’elenco dei reclutabili. Le classi mobilitate per quella guerra andavano dai nati nel 1874 ai nati nel 1900, ossia da chi possedeva quarant’anni a chi ne possedeva appena diciassette.

In quella prima guerra mondiale, a
ritrovarsi a combattere nella
 battaglia della Bainsizza (agosto
1917) correndo
il grave rischio di perdere la vita, ci fu il 
nonno paterno di chi scrive queste righe,
Domenico Clesi, di cui porto
nome e cognome.
Quella battaglia comportò 
enormi perdite da parte italiana,
 con 40.000 morti, 108.000 feriti
e 18.000 prigionieri per l'Italia

Nei ricorrenti racconti a
noi nipoti, di quella battaglia,
il nonno ammetteva sempre
di essere stato fortunato, di
esserne uscito vivo. Diceva
che si trattò di una carneficina
avvenuta fra sottovalutazioni
e carenze dei comandi italiani.
Il 29 agosto Cadorna decise di
arrestare 
l’offensiva, che ormai
si era inaridita. I combattimenti,
molto sanguinosi, proseguirono
anche ai  primi di settembre, ma
si trattava di un’attività di logorio,
che non spostava
 gli equilibri. Alla fine
circa 400
dei 600 battaglioni italiani
impiegati  avevano perso da
metà ai due terzi dei
loro effettivi
 Il comando italiano
aveva trascurato le difficoltà
logistiche  dell’offensiva: la
Bainsizza è infatti
un altopiano impervio, povero di
strade, per cui dopo il primo slancio
divenne assai
faticoso, in mancanza di efficienti
vie di comunicazione, alimentare
lo sforzo dei reparti in prima linea
con rifornimenti  adeguati.












Durante quei tre anni e mezzo di guerra i morti italiani furono 650mila (di cui 100mila da prigionieri). Mai tanti abitanti nella storia precedente dell’Italia unita erano stati coinvolti tutti insieme, in un compito comune e drammatico,  ed al quale era messa in gioco, secondo la parola d’ordine ufficiale, la sopravvivenza nazionale.

  Gli elenchi dei caduti comparvero ben presto nella più vasta campagna monumentale che mai si fosse conosciuta, nome per nome, comune per comune, meticolosi e inesorabili, erano e restano ancora ai nostri giorni la prova che all’impresa e all’ecatombe a cui tutti avevano preso parte, dal Gottardo a Lampedusa e tutte le comunità avevano pagato un prezzo. A Contessa E. il numeroso elenco dei caduti del luogo e’ riportato sulle lapidi esposte sul prospetto della Chiesa delle Anime Sante, in piazza. 

  Sul fronte interno, migliaia di operai furono militarizzati per ragioni di ordine pubblico e per assicurare la produzione nei settori vitali dell’economia di guerra. La guerra non poteva rinunciare a nessuna energia materiale, morale e immaginaria, e aveva bisogno di tutti, senza distinzioni di professione, di genere, di età. Quel rimescolamento, a dire di più scrittori, rese gli italiani più simili tra loro e più vicini agli altri europei. Contadini meridionali, contessioti che non erano mai stati nemmeno a Palermo e contessioti che già erano stati a New Orleans ed erano rientrati, si ritrovarono tra le montagne del Trentino. Contadini analfabeti e pastori fecero conoscenza della tecnologia e dell’organizzazione incarnate nelle artiglierie, nei lavori del genio militare. Da semianalfabeti dovettero imparare a interpretare le informazioni essenziali utili alla loro salvezza. Abituati per lo più ad esprimersi in dialetto, e quelli di Contessa in arbereshe, per intendersi dovettero elaborare tutti una specie di lingua comune: l’italiano popolare.

    

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