La guerra carneficina
La guerra era cominciata il 24 maggio del 1915. Sembrerà incredibile ma per quella guerra che gli italiani combatterono contro l’Austria furono chiamati alle armi quasi sei milioni di italiani. Fra quelli ci fu il mio nonno paterno, di cui porto nome e cognome. Era sposato e già padre di cinque figli e però, per motivi che egli nei suoi racconti non mancava di riferire a noi nipoti, fu incluso nell’elenco dei reclutabili. Le classi mobilitate per quella guerra andavano dai nati nel 1874 ai nati nel 1900, ossia da chi possedeva quarant’anni a chi ne possedeva appena diciassette.
Durante quei tre anni e mezzo di guerra i morti italiani furono 650mila (di cui 100mila da prigionieri). Mai tanti abitanti nella storia precedente dell’Italia unita erano stati coinvolti tutti insieme, in un compito comune e drammatico, ed al quale era messa in gioco, secondo la parola d’ordine ufficiale, la sopravvivenza nazionale.
Gli elenchi dei caduti comparvero ben presto nella più vasta campagna monumentale che mai si fosse conosciuta, nome per nome, comune per comune, meticolosi e inesorabili, erano e restano ancora ai nostri giorni la prova che all’impresa e all’ecatombe a cui tutti avevano preso parte, dal Gottardo a Lampedusa e tutte le comunità avevano pagato un prezzo. A Contessa E. il numeroso elenco dei caduti del luogo e’ riportato sulle lapidi esposte sul prospetto della Chiesa delle Anime Sante, in piazza.
Sul fronte interno, migliaia di operai furono militarizzati per ragioni di ordine pubblico e per assicurare la produzione nei settori vitali dell’economia di guerra. La guerra non poteva rinunciare a nessuna energia materiale, morale e immaginaria, e aveva bisogno di tutti, senza distinzioni di professione, di genere, di età. Quel rimescolamento, a dire di più scrittori, rese gli italiani più simili tra loro e più vicini agli altri europei. Contadini meridionali, contessioti che non erano mai stati nemmeno a Palermo e contessioti che già erano stati a New Orleans ed erano rientrati, si ritrovarono tra le montagne del Trentino. Contadini analfabeti e pastori fecero conoscenza della tecnologia e dell’organizzazione incarnate nelle artiglierie, nei lavori del genio militare. Da semianalfabeti dovettero imparare a interpretare le informazioni essenziali utili alla loro salvezza. Abituati per lo più ad esprimersi in dialetto, e quelli di Contessa in arbereshe, per intendersi dovettero elaborare tutti una specie di lingua comune: l’italiano popolare.

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