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martedì 19 maggio 2026

Integrare gli italiani di seconda generazione

 Il fatto di Modena

L’attentatore di Modena non era un terrorista islamico, uno dei tanti di cui si sente abbiano messo in atto azioni  in Europa. E’ un giovane italiano nato a Seriate ed è pure laureato in economia.  Ci dicono le autorità che e’ «affetto da turbe psichiche», nel linguaggio della gente comune un pazzo. Tuttavia questo ci tranquillizza fino a un certo punto. Perché scene come quelle di Modena non si erano mai viste in Italia. Perché molte volte, non soltanto di fronte al Bataclan o agli attentati di Londra e Bruxelles, ma anche di fronte agli attacchi indiscriminati del «lupo solitario» lanciato con un veicolo contro la folla — come la strage del 14 luglio a Nizza, dove l’attentatore era su un camion, o gli attacchi contro i mercatini di Natale in Germania — abbiamo pensato: qui da noi non succede e non potrebbe succedere. Invece è successo, oltretutto non in un luogo di disagio ma in una città accogliente come Modena, su una strada che è uno dei simboli dell’identità italiana come la via Emilia. 

  Che fare allora? Mantenere i nervi saldi. Lavorare per integrare gli italiani di seconda generazione. La verità è che l’osmosi tra l’Africa, continente immenso, giovane e in crescita, e l’Europa, continente piccolo, vecchio e in declino, ci sarà. L’importante è governare bene l’integrazione dei nuovi italiani, di cui il nostro Paese ha bisogno. La vicenda di Modena ci insegna che filtrare gli ingressi non basta, serve ciò che ad oggi manca: l’opera di integrazione che allievi le difficoltà di integrazione..


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