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mercoledì 20 maggio 2026

La nuova realtà dell’Europa


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L'ex Premier italiano ed ex
Presidente della BCE ha lanciato
un duro monito sul futuro
geopolitico ed economico del
continente.


Relazione del prof. Mario Draghi

  «Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo soli», dice Mario Draghi. O meglio, «siamo soli insieme». Senza i suoi principali alleati, America in testa. Soprattutto, l’Europa a questo nuovo mondo «sta rispondendo dentro un sistema che non è mai stato concepito per sfide di questa portata».
Per questo, dice Draghi, le decisioni che l’Europa deve prendere «non possono più essere contenute dentro il quadro istituzionale che abbiamo ereditato». Non funzionerebbe. Per lui, la risposta sta in un forte cambiamento, nel coraggio e in quel che lui personalmente chiama «federalismo pragmatico».

  Draghi dice che il quadro mondiale è completamente cambiato. «Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista». «Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo. Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, senza riguardo per le regole che un tempo gli Stati Uniti difendevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate».
  «Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque». E ancora: «L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato». Ma è molto critico anche con Pechino. «Né la Cina offre un’ancora alternativa. Sta generando eccedenze industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia».

 «Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente — dice Draghi — per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del ventesimo secolo, gli europei decisero che nessuno Stato membro avrebbe dominato gli altri». Agenzie indipendenti, processi vincolati da regole e mercati, accordi tra governi venivano avvolti «in strati di procedura che ne eliminavano la carica politica». Volontariamente. I risultati di quel sistema, dice Draghi, furono straordinari: la pace; il mercato unico; l’euro; la libertà di muoversi. «Ci ha permesso di realizzare qualcosa di storicamente raro: integrazione senza subordinazione». Finché non ha funzionato più.

Il sistema europeo poggiava su due assunti. Il primo: «Che l’Europa avesse costruito un’economia veramente aperta, nella quale lo Stato non aveva bisogno di dirigere la crescita». Il secondo: «Che l’Europa non avrebbe mai più dovuto confrontarsi con le domande più dure del potere e della sicurezza, perché altri avrebbero risposto per noi».
 Ma il fatto è che «entrambi gli assunti si sono ora rivelati vuoti». Emerge il Draghi più politico: «C’è un’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata autorizzata a compiere. Ma abbiamo negato a quei mercati la scala continentale di cui avevano bisogno per riuscire». Draghi crede che molte delle soluzioni attuali, come stringere accordi economici internazionali, siano un cerotto: aiutano ma non risolvono il vero problema — un messaggio sul quale ai tedeschi e a Merz devono essere fischiate le orecchie. «Questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico».

Draghi individua tre grosse vulnerabilità dell’Europa.


1. Dipendenza dalla domanda esterna. «Le imprese europee hanno cercato crescita fuori dall’Europa, perché il mercato interno non era abbastanza integrato e dinamico».

2. Dipendenze strategiche (incluso il GNL americano).

3. Il ritardo tecnologico, soprattutto nell’IA. «È forse la vulnerabilità che considera più grave — dice Draghi —. L’Europa sta perdendo terreno rispetto a Usa e Cina nelle tecnologie decisive del prossimo decennio».

Passa alle proposte. Alcune note dal suo rapporto: completare davvero il mercato unico; una politica industriale («Se gli Stati membri europei tentano una politica industriale su larga scala dentro l’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Spenderanno in modo inefficiente, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e imporranno costi gli uni agli altri»).
Fa una lunga digressione sulla necessità della difesa europea e dell’autonomia strategica. E qui c’è anche un messaggio per i sovranisti: «Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difendersi da sola».
Federalismo pragmatico. 
Infine parla di due idee che gli stanno a cuore. Il suo «federalismo pragmatico»: per Draghi, l’Europa a 27 spesso non riesce a decidere, perché tutto viene diluito da procedure e compromessi. Le soluzioni sono varie, tra queste «permettere ai Paesi che vogliono avanzare di farlo», ma anche «creare cooperazioni concrete», che diano risultati visibili, creando consenso nella popolazione. E serve soprattutto «più capacità di decisione politica». Le istituzioni attuali non bastano più, l’Europa deve mettere «la sostanza prima del processo». Insomma, serve coraggio, che per Draghi gli stessi cittadini vogliono e richiedono.
Serve prendere decisioni: «Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che deve essere costruito dal basso». Cioè democraticamente.
 Il Professore ha finito. 

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