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martedì 9 dicembre 2025

Le buone parole, da sole, non bastano

L’Occidente e il sostegno all’Ucraina 

  I Paesi aderenti Nato, all’Ucraina attaccata dalla Russia, dicono parole di sostegno ma frequentemente non mostrano solidarietà effettiva. «Trump ha trasformato il sostegno agli ucraini in un grande affare per le industrie americane: “Non regaliamo più niente, chi vuole le nostre armi ce le deve comprare”». 

  Nel luglio scorso, Rutte -segretario generale della NATO-, d’intesa con il leader della Casa Bianca, ha istituito il Purl (Prioritised Ukraine Requirements List). Si tratta di un fondo alimentato dai soci Nato per acquistare ordigni made in Usa, da girare poi all’Ucraina. Finora hanno aderito 16 Paesi, per un ammontare di 4 miliardi di dollari di contributi. L’obiettivo è toccare i 5 miliardi entro l’anno e aggiungerne altri 12 nel 2026. Il segretario generale Nato fa osservare che «solo una manciata di Paesi non si è ancora attivata».  Tra questi c’è l’Italia

  In un primo momento il governo italiano, su impulso soprattutto del ministro della Difesa, Guido Crosetto, si era impegnato a versare per il Purl circa 140 milioni di dollari. Ma l’operazione si è bloccata. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, appena giunto a Bruxelles, ha spiegato: «È prematuro parlarne ora. Intanto abbiamo autorizzato il nostro dodicesimo pacchetto di aiuti, poi si vedrà per il successivo come muoverci. Valuteremo, parleremo, vedremo che cosa sarà conveniente per l’Ucraina. Speriamo che non servano più armi nei prossimi mesi. Se si arriva al cessate il fuoco, bisognerà fare altro». Però … «Il ragionamento di Tajani non convince gli alleati: un conto è attingere agli arsenali nazionali, come ha fatto l’Italia con i “pacchetti” già approvati; altro è mettere a disposizione liquidità per comprare dispositivi più sofisticati, come i missili Patriot per esempio. Nelle ultime settimane i partner avevano un po’ allentato la pressione, pensando che Meloni avrebbe dato il via libera al versamento dopo le elezioni regionali. Ora, però, cresce l’insofferenza, come per altro ha dovuto ammettere pubblicamente lo stesso Rutte con queste parole: “Capisco che gli alleati del Nord e altri come i Paesi Bassi, il Canada o la Germania dicano: “Ehi ragazzi, qui bisogna distribuire equamente gli oneri”».  Il nostro Paese, dall’inizio della guerra russa, ha dato all’Ucraina in armi un paio di miliardi scarsi: si tratta di 28 euro pro capite di aiuti militari, contro ad esempio i 1.526 euro pro capite della Danimarca.


I numeri dicono: I Paesi Bassi hanno già stanziato 500 milioni, così come il Canada. La Germania tocca i 750 milioni. Danimarca, Svezia, Finlandia hanno unito le forze, versando in totale oltre 300 milioni di dollari. La Norvegia, oltre a partecipare alla colletta con il blocco del Nord, ieri ha messo sul piatto altri 500 milioni di dollari. Mancano all’appello il Regno Unito, che preferisce rifornire direttamente l’Ucraina, e la Francia, contraria a dirottare risorse europee verso le industrie d’oltreoceano. Altri Paesi, a lungo riluttanti, come Spagna e Belgio hanno ufficialmente promesso 100 milioni di dollari ciascuno. Il Portogallo, 50 milioni. La Meloni in questi giorni ha garantito, entro fine mese, un ulteriore sostegno.

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