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martedì 14 aprile 2020

Cosa significa essere albanesi. Una lunga cronistoria

Dalla rivista Limes stralciamo alcuni testi

Precisazione: I testi "Su cosa significa essere albanesi. .." 
risalgono ad oltre un ventennio fa.

Da ciò si vede che nelle regioni frontaliere, dove l’identità nazionale è incessantemente messa a confronto con quella della nazione vicina da una serie di esperienze vissute, l’associazione storica funziona solo al livello dei grandi miti fondatori della nazione (gli illirici, Skënderbe). La storia vissuta, che prende spesso la forma di una storia di famiglia (i protagonisti sono un nonno, un padre, uno zio), è costantemente utilizzata per mantenere le differenze o ristabilire un equilibrio da una parte e dall’altra della frontiera. 
L’identità nazionale assume pertanto un orientamento locale piuttosto pronunciato, come se la nazione dovesse essere costruita e conservata nei suoi limiti. Questa osservazione è in linea con le conclusioni dei lavori inerenti ad altre frontiere in rapporto all’identità nazionale [7]: l’identità nazionale non è soltanto costruita e imposta dal centro verso la periferia, ma, nella situazione locale, è spesso commisurata anzitutto alla frontiera. 
In Albania, gli elementi di identità nazionale elaborati localmente (migrazioni, prossimità della Grecia) non sono sempre ripresi a livello nazionale, ma sarebbe interessante, su un piano più generale, considerare l’identità nazionale albanese dal punto di vista delle sue frontiere.

Se si considerano i comportamenti e i discorsi locali in materia di identità nazionale, si nota uno scarto tra «nazione colta», la cui costruzione è iniziata nel XIX secolo ed è stata proseguita dal partito comunista tra il 1944 e il 1991, e «nazione vissuta», continuamente negoziata e reinterpretata dalla popolazione, in particolare nelle regioni frontaliere. 
Insegnata e trasmessa dalla scuola, dalla classe politica e dai media, la «nazione colta» ha sofferto e soffre ancora per la disintegrazione dello Stato derivante dalla caduta del regime comunista, per il discredito della classe politica emergente in democrazia e per la mancanza di fiducia nella stampa e nella televisione, accusate di essere asservite all’uno o all’altro partito politico e di difendere i loro interessi anziché quelli della nazione. Ancorata nella storia locale e costruita in modo meno rigido, la «nazione vissuta», al contrario, attraversa i vortici della storia regionale e offre alla popolazione un quadro permanente nel quale stabilire gli elementi dell’identità nazionale. La lingua, segno dell’identità nazionale nella versione colta, diventa segno di «cultura» nella nazione vissuta (vedi riquadro); la religione, che nella versione colta è definita solo negativamente («musulmano o cristiano, un albanese è anzitutto un albanese», «la religione degli albanesi è l’albanità») funziona invece in modo assai più complesso a livello locale: da un lato, l’islam è rivendicato come mezzo per distinguersi dai vicini cristiani, greci e slavi; dall’altro, il cristianesimo appare come la prova dell’autoctonia e lo strumento per una certa apertura sull’Occidente moderno. Le associazioni storiche, che danno un senso alla storia della nazione e ne giustificano l’esistenza e le caratteristiche, ricorrono, infine, tanto alla storia locale e familiare, così com’è vissuta e trasmessa dalla memoria collettiva delle comunità locali, quanto – se non di più – alle grandi figure della storia colta.

Che significa essere albanese? 
Prima di tutto, forse, non sapere ciò che essere albanese significhi, né in che modo l’appartenenza nazionale possa avere una valenza positiva, dato che l’immaginario che se ne riceve, sia dall’estero che dall’interno dello Stato, non ha nulla di glorioso. Significa anche definirsi in primo luogo in base alle categorie della società locale – famiglia, religione, relazioni di vicinato e successo professionale – e, in misura minore, in base a caratteristiche o ad avvenimenti nazionali, spesso sprovvisti di contenuto concreto. L’aspetto esagerato e ridicolo di alcune affermazioni di carattere nazionale (sull’alfabeto, sull’estensione geografica dell’Albania, sull’antichità della nazione albanese) nasconde spesso l’incertezza su ciò che significa essere albanese. Un certo numero di albanesi, senza arrivare al punto di rimettere in discussione l’esistenza di una nazione albanese, esprime d’altronde dubbi circa il valore stesso di tale nazione e circa la sua capacità di rimanere salda, come se si trattasse di un edificio malsicuro. «Il problema degli albanesi come nazione», afferma una di queste persone, «è che a loro manca un uomo di Stato nazionale, come il de Gaulle dei francesi o l’Atatürk dei turchi».

La preminenza del locale sul nazionale nella definizione dell’identità collettiva non è che il risultato della lettura di un certo numero di osservazioni; lo affermano, più o meno, gli stessi albanesi, che spesso lamentano di «non essere abbastanza nazionalisti»: tra tutti gli uomini politici che hanno agito per l’indipendenza dell’Albania a partire dal XIX secolo, nessuno ha incarnato la nazione nel suo insieme e tutti quelli attivi dal dopoguerra ad oggi sono accusati di aver pensato più a se stessi che alla nazione.

In un villaggio dell’Albania meridionale, un gruppo di muratori, tutti musulmani, originari di una città vicina, stava restaurando la chiesa ortodossa. 
Uno di es­si ci ha spiegato di essere nato nel 1967, l’anno in cui il regime comunista mise al bando la religione, e di essere stato educato senza averne mai sentito parlare. Quando abbiamo visitato l’interno della chiesa, invaso dalle impalcature, ci ha detto che tutto era da rifare. «Dopo la messa al bando, la chiesa è stata trasformata in un magazzino per le patate; le icone erano antiche e molto belle, ma sono state distrutte, il sistema le ha “divorate”. 
Qui, il popolo e la nazione sono fatti per distruggere. I greci, i turchi, gli italiani, i tedeschi sono venuti in Albania e hanno costruito un mucchio di cose: strade, chiese, moschee, porti, caserme. Gli albanesi, invece, non hanno fatto che distruggere. Quale altra nazione al mondo non fa che distruggere, senza mai costruire niente?». 
Eravamo allora nell’agosto del 1996; qualche mese più tardi, durante l’inverno 1996-’97, gli albanesi avrebbero confermato questa constatazione, mettendo in atto una grande campagna di distruzione nazionale.

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