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domenica 12 aprile 2020

Cosa significa essere albanesi. Una lunga cronistoria

Dalla rivista Limes stralciamo alcuni testi


Quanto si dice dei villaggi di Kastoria è, anzitutto, un mezzo per parlare del passato e di opporre una situazione precedente, giudicata migliore, a quella attuale, per molti aspetti insoddisfacente. Si tratta, dunque, di una situazione storica che, come nel caso degli illirici, permette di dare un senso alla storia e di presentare la situazione attuale come una ingiusta regressione. Le persone che abbandonarono i villaggi di Kastoria possono così sostenere che «i villaggi albanesi in Grecia erano ricchi e sviluppati» e raccontare quanto fossero poveri e privi di tutto i greci che vi arrivarono nel 1924 e come abbiano potuto cavarsela soltanto con l’aiuto e l’accoglienza offerti dagli albanesi. In questo modo, prospettano un’immagine rovesciata della situazione attuale, presentando gli albanesi come i passati benefattori dei loro benefattori attuali.


In secondo luogo, rievocare il contatto tra greci e albanesi nei villaggi di Kastoria è l’occasione per definire ciascuno dei due gruppi in rapporto all’altro e per tracciare la frontiera che li separa. Tra gli albanesi si racconta anche come i greci venuti dall’Asia minore non sapessero fare il pane e conoscessero soltanto la pita e come fosse difficile la comunicazione tra i due gruppi, che parlavano lingue differenti. Se si pensa al lungo periodo – dal 1944 al 1991 – durante il quale la frontiera è stata invalicabile e i contatti tra i due paesi impossibili, si ha l’impressione che il confine tra i due Stati sia stato troppo chiuso e troppo irreale, che abbia separato le sole unità politiche e che l’evocazione dei villaggi albanesi di Kastoria permetta oggi di spostare questo confine su un piano più umano, facendone non più soltanto una frontiera politica, ma la frontiera tra due identità collettive, consentendo così di dare un senso e un contenuto a ciascuna delle due comunità nazionali. Poiché parlare della frontiera e di ciò che esisteva al di là di essa era proibito e passibile di carcere durante il comunismo, l’attuale rievocazione dei villaggi di Kastoria appare come un mezzo per riprendere contatto con l’altra parte, reintegrando la regione frontaliera in una storia al tempo stesso nazionale e locale.

La gente che «rivendica» i villaggi di Kastoria aspira non tanto a ottenere un cambiamento – molto improbabile – della frontiera politica, quanto a rompere il suo isolamento e a sentirsi implicata in una identità collettiva che la riavvicini al tempo stesso alla sua comunità nazionale e alla Grecia, senza la quale sa di non essere niente. In questo senso, i villaggi di Kastoria formano quella che può dirsi, distorcendo la formula di Benedict Anderson [6], una «minoranza immaginaria»: non si tratta propriamente di una minoranza, ma esistono persone interessate a creare e a mantenere la finzione di una minoranza in una strategia di identità collettiva.

Paesaggio con frontiera

Fino al 1991, la frontiera con la Grecia è stata ermeticamente chiusa dalla parte albanese e i soli racconti che vi si riferiscono riguardano il dispositivo di sorveglianza e i tentativi di fuga verso la Grecia. Per il resto, l’altro lato della frontiera era il dominio dell’ignoto. Con l’apertura, la frontiera è tornata ad essere un luogo di transito e di contatto tra i due paesi, facendo di nuovo parte del paesaggio locale. I passaggi, tuttavia, sono limitati a causa delle restrizioni imposte dalla Grecia e sono per la maggior parte illegali, sia che si tratti di immigrazione clandestina che di contrabbando. Ciò non toglie che la frontiera costituisca nei discorsi locali il supporto di una concezione del tempo e dello spazio nazionale dei due paesi, mediante la quale si afferma ancora la preminenza del locale.

Gli abitanti delle regioni frontaliere distinguono così in primo luogo due tipi di emigranti, a seconda che siano originari di queste regioni oppure del resto dell’Albania. La denominazione di «rifugiati» (refugjat), a quanto sembra, è riservata alla seconda categoria, mentre per gli emigranti del luogo ci si contenta di dire che «sono in Grecia», o che «lavorano in Grecia». La distinzione tra i due tipi è facilmente osservabile. Nei villaggi frontalieri che servono da punti di partenza verso la Grecia, le due categorie non si mescolano: i «rifugiati» si tengono in disparte dalla popolazione locale, dormono nei boschi o nei campi, frequentano pochissimo i caffè e i negozi. Come la maggior parte della gente proveniente da fuori, i «rifugiati» sono considerati una minaccia e una fonte di insicurezza dalla popolazione locale. Gli abitanti dei villaggi spiegano che chiudono le porte a catenaccio e le donne confessano che evitano di camminare da sole per le strade. «È vero che al tempo del comunismo non c’era denaro né da mangiare», racconta una donna, quando un gruppo di «rifugiati» passa davanti a casa sua, «ma c’era la tranquillità e la sicurezza. Allora facevo spesso da sola la strada per andare dai miei genitori e oggi non posso più farlo. Prima, non avevamo paura per la nostra casa; oggi, passano per la via persone che non si conoscono e ci chiediamo chi sono». Nei villaggi per i quali transitano molti «rifugiati» le madri minacciano i loro figli dicendo: «Stai buono, altrimenti i rifugiati ti porteranno in Grecia». I «rifugiati», in realtà provocano pochi problemi nella regione e quando lo fanno è perché litigano tra loro, raramente con gli abitanti del posto.

La distinzione tra emigranti locali e gente di fuori assume il suo senso quando si mette in relazione con la concezione dello spazio nazionale. Visti dal Sud, tutti i «rifugiati» vengono dal Nord e sono dei «montanari» (malok). Nell’immaginario locale, la gente del Nord ha una cattiva fama, fatta di povertà, violenza e arretratezza. La gente del Sud, al contrario, è fiera della sua cultura (kulturë), un insieme di sviluppo e buona educazione. 
Che la maggior parte dei «rifugiati» siano effettivamente poveri tende a ribadire tale rappresentazione negativa. Le due categorie di emigranti si contrappongono anche per quanto riguarda il loro comportamento in Grecia. «I rifugiati provenienti da Korçë e da Argirocastro», spiega un albanese, «si integrano più facilmente e sono lavoratori migliori di quelli del Nord, che cercano soltanto il denaro facile». Si afferma che quelli del Nord pensano soltanto ad arricchirsi il più rapidamente possibile, ma senza affaticarsi a lavorare. Sono, dunque, portati al furto e all’imbroglio, in particolare se gli si propone un lavoro che non gradiscono. Quelli del Sud, al contrario, si presentano come persone affidabili, pronte a lavorare duramente. Essi dicono di esser troppo fieri per non rispettare i greci che gli danno un lavoro. Pretendono anche, sempre a causa della loro fierezza, di andare in Grecia solo come estrema risorsa, preferendo restare a casa propria e lavorare in Albania. «La gente del Sud ha amor proprio e fierezza», dice un albanese, «e non vuole abbassarsi al di sotto della sua condizione: un ingegnere non lavora come operaio, neppure se non trova altro lavoro… Quelli del Sud vogliono lavorare per se stessi, occuparsi dei propri affari, e per questo, sebbene la Grecia sia vicina, pochissimi sono andati dall’altra parte della frontiera». 
Si sostiene, invece, che quelli del Nord sono così poveri che non possono fare altrimenti che andare in Grecia. «È anche vero», afferma lo stesso albanese, «che nel Sud una persona dispone di quattro o cinque dynym di terra (un dynym equivale a mille metri quadrati), mentre al Nord c’è un solo dynym per cinque persone. È per questo che tutti i rifugiati che vediamo passare vengono dal Nord».

I «rifugiati» del Nord attraversano la frontiera in gruppi di dieci-venti persone, con una guida del luogo; quelli delle regioni frontaliere, invece, l’attraversano in gruppi che raramente comprendono più di cinque persone e possono contare sulla loro personale conoscenza del terreno e sui loro contatti con l’altro lato del confine, nei villaggi greci. A seguito dei contatti avuti sin dall’apertura delle frontiere essi godono di rapporti privilegiati con la popolazione greca e anche con l’esercito e la polizia. «C’è una strada tra Vërnik e Smërdesh (Kristalopigi, in Grecia) che è sorvegliata dall’esercito greco», dice un consigliere comunale di Vërnik. «Ma la gente di Vërnik conosce i soldati e può passare. I soldati sanno che si tratta di persone per bene, che vanno a lavorare. Non portano i sacchi bianchi sulle spalle con le provviste per il viaggio, tipici dei rifugiati». I negozianti delle città frontaliere offrono grandi quantità di questi sacchi, usati abitualmente come contenitori per la farina o i fagioli. Nel confrontarsi con la gente del Nord, quella del Sud ricorre facil­mente a questa familiarità con la frontiera. A tal punto che, prima delle elezioni parlamentari del maggio 1996, un cristiano abitante in un villaggio frontaliero, Niko, considerando i rapporti esistenti ormai tra la sua regione e la Grecia ha detto: «Alle prossime elezioni, tutta la regione voterà per il Partito dei diritti dell’uomo (collegato all’organizzazione greca Omonia, favorevole all’unione dell’Epiro settentrionale alla Grecia) perché è il più vicino alla Grecia e la gente vuole avere buone relazioni con questo paese per poterci lavorare. Berisha, però, non vuol stabilire buoni rapporti con la Grecia. Il fatto di votare per un partito che chiede l’unione di Korçë e Argirocastro alla Grecia non ci imbarazza: tra un po’ di tempo, qui tutti parleranno il greco – sono tutti andati in Grecia – smetteranno di essere albanesi e se ne infischieranno. Preferiranno che la frontiera cambi per vivere come greci, piuttosto che sopravvivere come albanesi». Nessun albanese chiede apertamente l’unione con la Grecia. Il ricordo dell’erezione della frontiera greco-albanese è ancora troppo presente perché i confini possano essere rimessi in discussione. E tuttavia Niko ha ragione quando sostiene che gli albanesi preferirebbero vivere come greci: molti di loro, in realtà, sono pronti a diventare greci non appena se ne presenti l’occasione, vale a dire quando, regolarizzando la loro posizione, possono vivere e lavorare in Grecia in modo permanente.

L’emigrazione in particolare e la traversata della frontiera in generale sono soltanto un viaggio nello spazio; ma, dal punto di vista albanese, sono anche un viaggio nel tempo, nel quale l’Albania rappresenta il passato e la Grecia il futuro. Si presume che gli emigranti riportino a casa loro una parte di questo futuro, sotto forma di oggetti moderni (televisioni, indumenti) e di nuovi comportamenti, cioè, secondo le concezioni locali, di «cultura». In questo senso, l’emigrazione non è soltanto una risposta alla mancanza di denaro, ma è anche una risposta alla mancanza di modernità.

In rapporto a questa ricerca di cultura, alla mente degli albanesi – sia che facciano parte degli emigranti o di coloro che restano in Albania – si presentano due associazioni di carattere storico.La prima collega, in forma di ripetizione, il periodo attuale di emigrazione a quello precedente la seconda guerra mondiale, quando numerosi albanesi, soprattutto delle regioni sudorientali, partivano per gli Stati Uniti o per l’Australia. Questo periodo è sempre presente nella memoria collettiva come un’epoca di progresso e di innovazione. Bisogna notare che questa emigrazione è soprattutto considerata come un fenomeno cristiano e può essere ritenuta una delle cause della superiorità culturale che i musulmani riconoscono ai cristiani. Oggi, invece, l’emigrazione in Grecia riguarda più i musulmani che i cristiani, i quali preferiscono emigrare verso le città albanesi piuttosto che all’estero. Dal punto di vista musulmano, il periodo attuale di emigrazione è dunque visto come una rivincita sui cristiani: i contatti con l’Occidente e con la sua civiltà non sono più privilegio dei cristiani; anche i musulmani hanno un accesso alla modernità. Dal punto di vista cristiano, viceversa, gli emigranti musulmani sono dei traditori – il che fa parte della loro immagine tradizionale – che abbandonano il loro paese e la loro religione in un momento di crisi.


La seconda associazione storica si riallaccia al periodo della seconda guerra mondiale. Molti abitanti dei villaggi albanesi ricordano che allora i villaggi greci situati dall’altra parte del confine erano poverissimi e privi di tutto e perciò i loro abitanti erano spinti a recarsi nei villaggi albanesi più prosperi a cercarvi lavoro o pane. Nel 1991 e nel 1992, quando gli albanesi hanno cominciato ad attraversare la frontiera in cerca di indumenti, di cibo e di lavoro, alcuni – a quanto si dice – sono stati accolti da famiglie greche che si ricordavano della loro situazione durante la guerra. «Nel 1940», spiega un albanese, «la Grecia era poverissima e i contadini greci venivano in cerca di pane in Albania. Erano bene accolti. Non parlavano albanese, ma impararono qualche parola. Sapevano dire “pane”. Un giorno, una madre venne con il suo bambino; quando ritornò la volta successiva era sola. La gente le chiese dov’era suo figlio e rispose che era morto di fame. Così, quando la frontiera è stata aperta, i primi rifugiati sono stati in alcuni casi accolti dalle famiglie che la loro famiglia aveva aiutato. Le persone non erano più le stesse, ma ci si ricordava dei nomi». «Durante la seconda guerra mondiale», racconta un poliziotto, «i greci venivano a lavorare in Albania, anche quelli delle zone interne, lontane dal confine. Mio padre, che possedeva 27 ettari di terra, accoglieva i greci, gli dava lavoro. Oggi, maltrattando gli albanesi che vanno a lavorare in Grecia, i greci dimenticano che i loro genitori sono andati a lavorare in Germania e i loro nonni in Albania e che è in questo modo che se la sono cavata».





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