Tre dottori della Chiesa
nella Commedia dantesca |
Ad Alberto Magno, “dottore universale”, Dante dedica nel Paradiso, una terzina (X, 97-99), collocandolo, come “frate e maestro”, alla destra di Tommaso d’Aquino. Un più ampio spazio e’ dedicato a Bonaventura di Bagnoregio, “dottore serafico”, che propose le cure temporali (“la sinistra cura”) a quelle spirituali (XII 28-145). Amplissimo e’ lo spazio riservato a Tommaso, “ dottore angelico” (X 82-148; XI 1-139; XIII 31-142), dalle cui opere Dante trasse costante materia di riflessione. Nel Purgatorio ( XX 69), inoltre, Dante accetta la voce secondo cui Tommaso sia stato fatto avvelenare da Carlo d’Angio’.
Brevi considerazioni su/di San Tommaso. Per raggiungere il bene l’uomo ha bisogno di principi trascendenti la natura umana (virtu’ infuse= la fede, la speranza, la carità) che possono essergli solamente concesse dall’alto. Queste virtù sovrannaturali non puntano a svalutare le “virtù naturali”. Per San Tommaso la coscienza naturale dell’uomo deve sempre “agire conformemente a ragione”. Egli interpreta la teologia e la filosofia, distinte, ma razionalmente connesse, due ordini di conoscenze tra loro “ordinati”, ma “indipendenti”. In altri termini San Tommaso, nella sostanza, accettò il “sistema” dell’etica aristotelica, frutto della civiltà classica, estranea al messaggio cristiano, e però vi vide conferma di un ordine provvidenziale.
San Tommaso (e con lui tanti altri suoi contemporanei) individuò nella Politica di Aristotele l’esempio di una analisi della società umana, quale “fatto naturale”, condotta con criteri filosofici, e comunque diversa dalla concezione dello Stato e dei poteri politici di cui alla De civitate Dei di Sant’Agostino. San Tommaso ebbe a dover scrivere che la “scienza politica” possiede un carattere del tutto umano ed empirico, fondato sull’imitazione della natura e su propri valori e canoni specifici e non poteva essere condizionata dalla visione escatologica, in auge lungo i secoli medievali.
San Tommaso accettò nella sostanza la nuova concezione della realtà etico-politica e la concepì come prodotto dell’ordine naturale, secondo i suoi comportamenti specifici. Affermò che “la scienza politica” era “architettonica” rispetto alle altre discipline pratiche, perché poneva le condizioni pratiche/essenziali per lo svolgimento della vita “secondo ragione” e, in ultima analisi, per l’esercizio del “sapere”. Su questi presupposti ritenne che si dovessero riconoscere e rispettare tutte le autorità legittime, escluse soltanto quelle fondate su intendimenti “tirannici” e che mirano a violare la razionalità dell’uomo.
(Segue)
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