| Il Cinquecento è un secolo fondamentale per la storia degli Arbëreshë in Sicilia, segnando il consolidamento della loro presenza nell'isola dopo i primi arrivi tardo-quattrocenteschi. Fuggendo dall'avanzata ottomana nei Balcani (in particolare dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderbeg nel 1468), diverse ondate di profughi albanesi e greci si stabilirono in Sicilia tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo, con un'intensificazione tra il 1500 e il 1534. I profughi cristiani abbandonarono l'Albania e il Peloponneso per sfuggire alle persecuzioni religiose e alle guerre condotte dall'Impero Ottomano. Perché vennero in Sicilia, Calabria e altri territori del Meridione italiano? A causa della lunga crisi demografica della Sicilia, i nobili locali e la Corona aragonese-spagnola accolsero questi gruppi. Agli albanesi venne concesso di ripopolare feudi abbandonati o scarsamente coltivati, trasformando zone interne in centri agricoli attivi. |
In quale realtà sociale arrivarono gli arbereshe?
L’inizio della modernità si apre nell’area mediterranea in un permanente confronto guerreggiato con la Sicilia spagnola minacciata dall’espansionismo ottomano. Su quel periodo storico, va evidenziato, gli archivi italiani, compresi quelli palermitani, sono fra i più ricchi di documentazione forse dell’intera Europa. Chi scrive trascorse i primi due anni del pensionamento vivendo intere giornate all’interno delle varie istituzioni culturali palermitane raccogliendo materiale storico (si intende in fotocopia) sull’Isola, mai verosimilmente completamente e approfonditamente successivamente studiato.
Proveremo una iniziale sistemazione di quegli spunti culturali capitatici con quelle carte riportando sulle pagine del blog alcuni sistemi di vita -appunto- di quell’alba della Modernità, che per noi contessioti, significa oltre che scoperta dell’America anche arrivo degli arbereshe sui territori dei Cardona, qui in Sicilia, e conseguente avvio della fondazione del nostro centro abitato. E’ probabile che non saremo sempre sufficientemente lineari e metodici, però contiamo di introdurre una visione culturale aderente al vivere di cinque/sei secoli fa.
Secondo più storici gli archivi siciliani sono fra le fonti più ricche dell’età medievale e moderna. Pare che le comunità locali (i comuni) che in Sicilia nel cinquecento venivano denominati “stati” furono fra i primi ad usare la scrittura per registrare le memorie delle loro decisioni (=verbalizzare), utili anche per accumulare informazioni necessarie per il funzionamento della loro amministrazione. Fu nell’alba del Cinquecento che, attraverso la struttura amministrativa locale, iniziano i periodici censimenti della popolazione, l’istituzione dei primi catasti sugli immobili e l’istituzione dei libri contabili feudali, nonché le verbalizzazioni delle strutture amministrative baronali, di cui erano parte la gran parte dei centri abitati di natura contadina.
Il Mondo italiano nel Cinquecento
Quale era il profilo sociale del meridione italiano e della Sicilia all’alba della modernità? Il feudalesimo strutturale continuava ad essere realtà caratterizzante. Non esisteva di fatto nell’Isola una presenza del ceto borghese che sapesse individuare gli elementi di novità sociale che pure qua e là andava germogliando nel mondo letterario e pure commerciale. Le scarse presenze borghesi avevano forti difficoltà ad accedere alla proprietà della terra, riserva esclusiva e comunque prioritaria dell’aristocrazia, che in più contesti del territorio dell’Isola era di origine spagnola, e pure riserva della chiesa. Aristocrazia e Chiesa avevano la fonte di sussistenza dai censi, dai luoghi di monte (=titoli del debito pubblico che finanziavano i singoli Stati della penisola) e dai censi (=prestazione in natura o in denaro dovuta dai contadini).
In quell’alba della Modernità tutte le fasce popolari erano condannate a vivere alla giornata, nel disordine del contesto sociale. Gli stessi Stati e loro strutture periferiche mostravano la loro sussistenza nel disordine, quasi sempre al limite del fallimento e nella resistenza passiva dei sudditi che nella struttura statuale vedevano tutto, tranne che un tutore del bene pubblico. Questa mancanza di fiducia delle masse alimentava resistenze al processo di riscossione del dovuto alle casse pubbliche. Più storici sottolineano l’attitudine a temporeggiare di tutti coloro che avendo l’incarico di riscuotere “donativi”, “tasse” e “gabelle” trattenevano per lungo tempo i ricavati piuttosto che rimetterli nelle casse statuali. Ed intanto dovendo lo Stato comunque funzionare e pagare i suoi servitori, militari etc. accadeva che esso si faceva prestare dai suoi servitori, che già avevano riscosso i tributi dalla gente, il denaro. Nel valutare un simile sistema statuale alcuni pensano che il tutto sarebbe da ironizzare, ma quella realtà di irregolarità e di disordine istituzionale non era tipicità del meridione italiano, era una quasi regola -un poco in tutt’Europa- nel funzionamento dell’amministrazione finanziaria.
Certo non mancavano denunce, minacce di ritirare l’incarico e le sanzioni (mai portate sino all’esecuzione) in capo agli incaricati infedeli E’ che ogni vice-re o governatore spagnolo si adoperava con le verifiche e con le sanzioni ma, queste, andavano quasi sempre vanificate. I compromessi fra strutture regie/statuali e incaricati della periferie infatti alla fine arrivavano a conclusione, segno che le connivenze fra autorità statuale e strutture periferiche (che prima o dopo germoglieranno in Sicilia in quella struttura denominata Mafia) ha radici piuttosto lontane nel tempo.
(Segue)
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