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sabato 23 maggio 2020

Non dimenticare. La difficile transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica

Giovanni Falcone
Paolo Borsellino

I due giudici di Palermo che hanno condotto il primo maxi processo (1987) contro la mafia e le più importanti indagini sulla "cupola", vengono uccisi dalla mafia nel 1992. Falcone a Capaci il 23 maggio 1992, sull'autostrada per Palermo insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta, Borsellino a Palermo con i quattro agenti della scorta  il 19 luglio dello stesso anno.
Il loro assassinio turbò profondamente l'opinione pubblica.
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Il 23 maggio 1992 in Sicilia, sull'autostrada che da Punta Raisi conduce a Palermo, all'altezza dell'uscita per Capaci una carica di oltre cinquecento chili di tritolo esplode investendo il corteo di tre auto che velocemente transitavano. La prima e la seconda vettura erano guidate dalla scorta di poliziotti, mentre la terza era guidata dal giudice Giovanni Falcone che aveva -seduta accanto- la giovane moglie Francesca Morvillo.
I tre uomini della scorta che occupavano la prima vettura restarono uccisi di colpo, il conducente della seconda  auto restò gravemente ferito, il giudice Falcone e la moglie muoiono poco dopo  il trasporto in ospedale.

Perchè ?
Apparve subito chiaro che l'attentato è stato la risposta della mafia al maxiprocesso, voluto e condotto da Falcone, che aveva reciso i vertici e le ramificazioni dell'organizzazione criminale.

L'avere ucciso l'uomo più protetto del Paese, per la mafia, ha voluto significare un modo per riaffermare la propria presenza e potenza in Sicilia, e non solamente qui.

Falcone da qualche tempo lavorava a Roma, al Ministero della Giustizia, dove lo aveva chiamato l'allora ministro Claudio Martelli, socialista.

Gianni Barbaceto, scrittore e giornalista, così descrive il lavoro romano di Falcone nel Ministero guidato da Martelli:
Claudio Martelli lo aveva incontrato per la prima volta cinque anni prima, nel 1987.  Così egli ha più volte raccontato: “Il Psi mi aveva chiesto di fare il capolista del partito a Palermo. Ero andato in Sicilia e avevo chiesto al nostro segretario regionale, Nino Buttitta: ‘Si può incontrare Falcone?’. 
Mi ha ricevuto nel suo blindatissimo ufficio a Palazzo di giustizia. Gli ho chiesto: ma come è possibile che un contadino come Totò Riina sia il capo della mafia? Lui mi ha risposto facendomi per cinque ore una lezione su Cosa Nostra, perché è così che la chiamavano Tommaso Buscetta e gli altri mafiosi. Mi spiega che è la mafia che comanda sulla politica, che non esiste il ‘terzo livello’, un’idea ridicola, una specie di Spectre che sarebbe in grado di usare la mafia”. 
Il secondo incontro è del febbraio 1991. “Io divento ministro della Giustizia e devo scegliere il direttore degli Affari penali, il collaboratore più vicino al ministro.
Il nome di Falcone lo ha fatto, a me come a Cossiga, il professore di Bologna Giuseppe Di Federico. Io gli ho chiesto: ‘Ma sarà disponibile? Se poi rifiuta?’. E Di Federico dice: ‘Tu chiamalo’, facendomi capire che avrebbe accettato. Infatti voleva scappare da Palermo. Era stato isolato e denigrato. Attaccato dalla sinistra. Bocciato dal Csm. Il sindaco Leoluca Orlando lo accusava di tenere nel cassetto le prove contro i mandanti politici dei delitti eccellenti, quelli di Carlo Alberto dalla Chiesa, Pio La Torre, Piersanti Mattarella. 
Michele Santoro lo aveva processato per questo in diretta tv. Falcone era un uomo serio, non un fanatico. Non aveva il fuoco nella mente, si atteneva ai fatti, alle prove. Mi diceva: ‘Io non mando avvisi di garanzia come coltellate nella schiena’. E ancora: ‘Il rinvio a giudizio si chiede quando c’è almeno una ragionevole speranza di ottenere dal giudice una condanna. Altrimenti è amorale’. Aveva esperienza internazionale, aveva lavorato con l’Fbi. Ed era un garantista. Per questo abbiamo lavorato bene insieme”.

Martelli si intesta il merito di aver rinnovato, con Falcone, il modo di contrastare la criminalità organizzata: “Se è organizzata, anche il contrasto deve organizzarsi: con la Superprocura, la Direzione nazionale antimafia che ha unito i magistrati che fanno le indagini; con la Dia, che ha unito le forze di polizia antimafia; con la legge antiracket; con le norme per preservare le prove, dilatando le possibilità di cristallizzarle nell’incidente probatorio”. 
Materie infuocate tutte infuocate. “Hanno scatenato polemiche feroci. La Superprocura – Piero Luigi Vigna era d’accordo, Francesco Saverio Borrelli era contrario – era un’idea che ho ripreso da Leo Valiani. La sinistra e una parte dei magistrati dicevano che era un modo per sottoporre il pm al controllo della politica. Ma Falcone era per la separazione delle carriere tra magistrati d’accusa e giudici. Andreotti? Non si è mai impegnato attivamente, ma non ha mai ostacolato le nostre proposte. Credo che avesse ormai deciso di tagliare certi legami siciliani”.
La svolta storica avviene il 30 gennaio 1992: la Cassazione conferma le centinaia di condanne del maxiprocesso istruito negli anni Ottanta da Falcone. “Sono stato io”, dice Martelli, “ad andare da Antonio Brancaccio, primo presidente della Cassazione, suggerendo l’opportunità di non assegnare i processi di mafia sempre alla prima sezione, sotto l’influenza di Corrado Carnevale. Non ho fatto nomi, ma Brancaccio ha agito. È stata una scelta del ministro, non di Falcone, che era abilissimo nelle indagini, ma ingenuo in politica. ....".

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