Per qualche tempo ci proponiamo di ricordare ai tanti italiani che mostrano di aver dimenticato la vicenda storica della politica di certa estrema destra (quella fascista), eventi e contesti del ventennio. Eventi e contesti vissuti dai nostri genitori e/o dai nostri nonni, che per volontà da essi non voluta si ritrovarono sotto un regime autoritario e persino arruolati (e in tanti finiti prigionieri nei campi nazisti nel corso della seconda fase della guerra mondiale 1939-1945.
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| La marcia su Roma fu una manifestazione armata ed eversiva organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF) il 28 ottobre 1922. L'evento, ideato come un vero e proprio colpo di Stato, costrinse il re Vittorio Emanuele III ad affidare a Benito Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo, segnando la fine dello Stato liberale e l'inizio del regime fascista in Italia. Nel primo dopoguerra l'Italia sprofondò in una profonda instabilità politica ed economica. Il movimento fascista crebbe rapidamente sfruttando il malcontento popolare e imponendosi attraverso le violenze squadriste. Nel corso del congresso fascista di Napoli del 24 ottobre 1922, Mussolini ruppe gli indugi dichiarando: "O ci danno il governo o lo prendiamo calando a Roma”. Mentre circa 25.000 camicie nere convergevano mal armate e disorganizzate verso le porte di Roma partendo da varie località (come Santa Marinella, Tivoli e Civitavecchia) e coordinandosi dal quartier generale di Perugia, Mussolini scelse prudentemente di rimanere a Milano in attesa degli sviluppi politici. |
Pioggia. Poco cibo, tende insufficienti e sostanzialmente munite da armi inadeguate all’iniziativa a cui erano state chiamate. Quelle “truppe fasciste” concentrate a nord di Roma per l’attacco alla capitale erano stanche, bagnate e persino affamate quando, nel pomeriggio del 29 ottobre 1922, qualcuno comincia a diffondere la notizia che Benito Mussolini è stato nominato capo del governo.
I primi arrivati attendevano dal pomeriggio del giorno precedente l'attacco alla capitale. Nei giorni successivi, gruppi di uomini si sono aggiunti nell’area circostante la capitale: Tivoli, Monterotondo, Santa Marinella, Foligno, Valmontone e Civitavecchia, le squadre sono state fermate dagli stessi ordini fascisti, senza che dell'attacco si arrivi neppure a programmare l'inizio.
Continuano invece gli assalti per rubare armi, che non sono ancora in quantità sufficiente: gli squadristi riuniti a Foligno, per lo più toscani - come del resto la maggior parte di coloro che sono partiti per marciare su Roma -, sono inviati a Spoleto dal quadrumvirato per assaltare il deposito militare della città. Ci riusciranno senza che il comandante e le truppe di guardia abbiano almeno provato, o fatto finta, a difenderlo.
Nei luoghi di concentramento: gli squadristi erano stati chiamati per un'azione definita eroica e invece stavano lì a sostare alle porte di Roma, costretti ad un'attesa inoperosa e, ai loro occhi, immotivata. Qualcuno contravviene agli ordini. Il 29 ottobre un gruppo tenta l'occupazione di un forte a Monte Mario: l'esercito lo blocca e lo obbliga a tornare indietro.
Quando poi, il pomeriggio dello stesso giorno, comincia a circolare la voce che Mussolini è stato incaricato di formare il nuovo governo, gli squadristi pensano che l'ordine di entrare nella capitale arriverà immediatamente.
Non fu cosi. Le squadre rimangono ai confini della capitale, aspettando l'arrivo di Mussolini che, si diffonde la voce, parte in treno da Milano.
Tra quel 29 e 30 Ottobre erano state attivate delle colonne fasciste organizzate dai generali Gustavo Fara, Sante Ceccherini ed Emilio De Bono: più o meno 16.000 uomini. Ma il permesso di entrare nella capitale e occuparla arriva a partire dalle 13.30 del 30 ottobre. La disposizione di occupare la capitale è trasformato in invito a entrarvi: arrivano nella capitale in treno e, addirittura, per ordine espresso del sovrano e del nuovo presidente del Consiglio. Vengono alloggiate e nutrite in caserme e scuole. Un quadro completamente diverso rispetto a quello prospettato dal comando fascista, ma anche rispetto a quello che gli squadristi avevano immaginato.
I fascisti entrano a Roma, ma non l'hanno conquistata e l'alone eroico della loro impresa ha sostanzialmente perso smalto. Una volta entrati nella capitale, Roma, in quei giorni continua a respingerli più di qualsiasi altra città.
Gli antifascisti, in città e nella penisola, non si sono rassegnati a lasciare occupare le aree dove sono in maggioranza e che, in qualche modo, controllano. Nella zona di San Lorenzo non si arrendono agli squadristi che invadono il loro quartiere, come non si arrendono gli abitanti della Prenestina, della Nomentana e quelli di Borgo Pio e della zona della via Trionfale: i fascisti cercano di occupare spazi che sono loro ostili, e i loro antagonisti continuano a rispondere.
L'attacco squadrista a Roma è pesantissimo: violenze nei quartieri popolari, olio di ricino agli avversari, case di deputati antifascisti distrutte, bastonature e poi incendi e distruzioni di sedi di partito, di giornali, di case del popolo. I fascisti decidono di attaccare tutti i potenziali oppositori: ma Roma è una delle poche città d'Italia dove l'opposizione antifascista non cede il campo senza combattere.
(Segue)
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