Il secolo delle rivoluzioni sociali
Il Novecento è il secolo di rivoluzioni (il socialismo massimalista o bolscevico che diventa comunismo in Russia) e di reazioni di maggiore virulenza (il fascismo e il nazismo, ma non solo essi: si pensi al più recente Cile di Pinochet). Ed è il secolo delle guerre mondiali: violenza ispirata a ideali nazionalistici piuttosto che a progetti di riscatto sociale. Si intrecciano e si mescolano i moventi di chi ha fretta di cambiare il mondo: chi pensando solo al proprio paese, chi proiettando in campo internazionale la visione di una civiltà di uomini eguali e liberi. Nell'uno e nell'altro caso si sublima una politica di potenza (URSS e Germania, nonché Italia). La quale naturalmente non è estranea ai grandi stati democratici dell'Ovest (USA, Inghilterra, Francia). Sono questi ultimi a lungo termine a risulcare i vincitori di un secolo che ha cominciato dagli estremi, dagli estremismi, e che si conclude col trionfo dell'ideologia della centralità: cioè il moderatismo che non ha fretta di cambiare le cose che pur lentamente cambia e che usa la violenza solo quando essa è la risposta necessaria a una situazione in cui serve far sentire i rapporti di forza a chi si illudesse che l'eguaglianza sociale, essendo logica, deve essere anche reale. Alla fine del Novecento nessuno crede più alla rivoluzione sociale e si fatica a credere nel socialismo, almeno come ideologia da cui partire verso una nuova civiltà. Non si parla quasi più del proletariato, la classe delegata dall'Ottocento a succedere alla borghesia; anzi non circola quasi più la teoria del classismo, della storia come lotta di dassi. Naturalmente ci sono ricchi più ricchi di prima e poveri più poveri che nell'Ottocento: a cominciare dagli Stati Uniti, il cui modello di vita non ha, quasi, rivali nel mondo. Tranne la Cina, che è ancora lontana.
Le dittature di partito e personali non sono finite: quella della Corea del Nord è grottesca, cioè insieme ridicola e tragica. Muore come farsa esilarante e straziante quel comunismo che è stato anche una tragedia ma che ha generato e nutrito per decenni legittime aspirazioni all'uguaglianza di popoli di ogni continente. Nelle quali esigenze durante l'ultimo quarto di secolo si è alleato col cattolicesimo più fedele all'eredità (soprattutto nel Sudamerica ma non solo li) di un cristianesimo tornato dopo Giovanni XXIII dalla parte del popolo. Alla fine del Novecento gode migliore salute la Chiesa cattolica, anche se il materialismo - quello che però Marx definiva "volgare" trionfa nella coscienza e nei comportamenti di ogni popolo della Terra. Se fosse lecito scherzare coi santi, dovremmo concludere che la divinità in cui tutti credono è il danaro. Il male che imperversa in tutto il mondo è invece la corruzione, di cui soffrono sia le dittature che le democrazie.
Sono stati coltivati nel Novecento grandi progetti e sono state compiute memorabili imprese per la storia dello sviluppo umano. Solo chi ha perso la memoria di cos'era l'Italia nell'Ottocento e persino alla metà del Novecento può dire che nulla è cambiato. Le masse di oggi sono incolte ma quelle di ieri erano analfabete; quelle di oggi mangiano male, ma i contadini di ieri pativano la fame. Hanno fatto molto il socialismo e la democrazia in questi ultimi cento anni. E la sconfitta dei grandi ideali è di quelle che comunque ingigantiscono un'epoca. Il Novecento è un grande secolo anche per le esigenze che ha generato.
Il Novecento è però anche il secolo della bomba atomica che uccise in poche ore centinaia di migliaia di esseri umani, dei lager, delle megalopoli infernali, delle quotidiane stragi per incidenti stradali, della criminalità organizzata più potente degli stati, delle innumerevoli guerre locali - per cui non c'è giorno senza guerra in questo mezzo secolo di pace -, della disintegrazione di grandi nazioni in un pulviscolo di minuscoli stati che erano regioni. Si è decomposta ai confini l'URSS; si è divisa in due nazioni autonome la piccola Cecoslovacchia; la lugoslavia di Tito non ha retto alla tendenza all'autonomia delle regioni adriatiche, che ora sono nazioni indipendenti intente a farsi a pezzi. Su scala mondiale il fenomeno più vistoso è quello dell'Africa uscita dalla fine degli imperi coloniali: si sono sbriciolati, in difesa di identità tribali e religiose, i pochi immensi territori che una volta politicamente (e oggi lo fanno ancora economicamente e culturalmente) dipendevano dalla Francia, dal Belgio e dall'Inghilterra. Assai meno dall'ltalia, che ha pagato un prezzo molto più alto dei vantaggi dalla conquista dell'Etiopia. Lenin aveva attribuito all'Italia colonialista imperialismo da perzenti. Di sicuro il nostro popolo non si è arricchito così. Italiani, brava Gente.
Così: (Walter Pedulla’, Il diagramma del Novecento, Milano 2004).
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