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martedì 15 marzo 2022

Perchè c'é la guerra in Ucraina?

RASSEGNA 

dal Corriere

Le motivazioni della guerra in un articolo del

Corriere della Sera

 Le motivazioni: dalla Russia del Nono secolo alla rivoluzione della Dignità dell’Euromaidan nel 2014, dall’annessione della Crimea alla rivolta del Donbass, dal crollo dell’Unione Sovietica alla Nato.

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Dopo aver accumulato per mesi uomini e mezzi al confine, all’alba del 24 febbraio l’esercito russo di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina entrando dalla Bielorussia a nord, dalla Russia a est e dalla Crimea a sud.

Tre giorni prima, il 21 febbraio, il presidente russo aveva riconosciuto le repubbliche separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk, e aveva inviato l’esercito nella regione del sudest, dove la guerra andava avanti a bassa intensità dal 2014 e 
aveva già causato circa 14 mila morti da entrambe le parti.

Ufficialmente, Putin aveva parlato di «missione di pace» per proteggere la popolazione russofona dalle «violenze» degli ucraini, tre giorni dopo, però, è diventato evidente — se mai ce ne fosse stato bisogno — che quella di Mosca non era una missione «per il mantenimento della pace», come sosteneva il presidente russo, ma una vera guerra d’aggressione.

Per capire da cosa nasce la guerra in Ucraina, bisogna tornare indietro di quasi nove anni.

Da cosa nasce la guerra?

Fra novembre 2013 e febbraio 2014, in Ucraina ci furono grandi manifestazioni filoeuropee — note come la rivoluzione della Dignità, o Euromaidan — dopo la sospensione dell’accordo di libero scambio tra Ucraina e Ue che l’allora presidente filorusso Viktor Yanukovich non voleva firmare. A febbraio, dopo mesi di proteste, il popolo ucraino votò l’impeachment del presidente, che non aveva firmato il Trattato di associazione con l’Ue, instaurando un governo ad interim filoeuropeo guidato da Oleksandr Turcinov e non riconosciuto da Mosca. A maggio sarebbe poi stato eletto il quinto presidente ucraino Petro Poroshenko, rimasto in carica fino al 2019 quando vinse le elezioni Volodymyr Zelensky, anche lui vicino all’occidente.

Gli scontri della rivoluzione filoeuropea di Maidan provocarono in tutto circa 130 morti fra manifestanti e agenti di polizia, con l’apice toccato il 2 maggio a Odessa: quel giorno, i manifestanti anti-Maidan filorussi furono attaccati dai nazionalisti filoeuropei, dai neonazisti e dall’estrema destra. Si rifugiarono nella Casa dei sindacati di Odessa, che fu data alle fiamme: nel rogo morirono circa 48 persone, una tragedia a cui Putin ha fatto accenno nel discorso pronunciato il 22 febbraio, due giorni prima dell’invasione, durante il quale disse di «conoscere il nome dei responsabili mai puniti», e promise che avrebbe fatto di tutto per assicurarli alla giustizia.

Cosa c’entrano i nazisti?

A loro, in particolare, si riferiva quando — la notte dell’invasione — ha parlato di «denazificare l’Ucraina»: nel 2014 il Settore di destra, i Patrioti dell’Ucraina, i Battaglioni di difesa territoriale e la Brigata d’Azov erano sempre in prima linea con in testa elmetti tedeschi della seconda guerra mondiale con tanto di svastica e simboli delle SS. «Sono i degni eredi delle bande del 1941 e 1943», hanno ripetuto per mesi a Mosca per costruire il pretesto dell’invasione, riferendosi all’arrivo delle truppe naziste che sfondarono le linee sovietiche il 22 giugno del 1941 e riaccesero il nazionalismo ucraino.

A fianco dei tedeschi nacquero le formazioni «partigiane» di Stepan Bandera, eroe nazionale accusato di collaborazionismo con i tedeschi, e della sua Armata Ucraina d’Insurrezione, poi venne creata una vera e propria divisione SS, la 14° Waffen SS Galicia che aveva una bandiera gialla e blu diventata poi quella nazionale ucraina. Anche quello dei nazisti è però un pretesto usato da Putin: Svoboda, la formazione che riunisce tutta l’estrema destra, ha 15 mila iscritti (su 44 milioni di abitanti) e alle ultime elezioni ha preso poco più del 2%. Il partito di Zelensky ha ottenuto il 43% dei voti.

Cosa è successo nel Donbass e in Crimea nel 2014?

Alle rivolte dell’Euromaidan del 2014, Vladimir Putin rispose annettendo la Crimea, nel sud, e incoraggiando la rivolta nel Donbass, nel sudest: entrambe le regioni sono a maggioranza russofona. In Crimea, penisola donata a Kiev nel 1954 dal leader ucraino dell’Urss Nikita Krusciov, inviò 20 mila militari russi con il pretesto di difendere la popolazione russofona, e ne dichiarò poi l’annessione. In Donbass sostenne i separatisti filorussi, che si scontrano con l’esercito ucraino e presero il controllo di parti del territorio, dichiarando l’indipendenza della Repubblica popolare di Lugansk e della Repubblica popolare di Donetsk, le due regioni separatiste riconosciute dal presidente russo il 21 febbraio 2022. Nel 2015, Mosca e Kiev firmarono a Minsk un cessate il fuoco: gli accordi di Minsk 2 prevedevano elezioni nelle regioni separatiste e il ritiro delle forze filo russe, ma il protocollo non è mai stato del tutto implementato: non solo dalla Russia, ma anche dall’Ucraina.

Quali sono le ragioni storiche del conflitto?

Le ragioni del conflitto, però, non risalgono solo al 2013/14, ma hanno radici storiche più profonde. Il presidente russo ritiene infatti che il suo Paese abbia un «diritto storico» sull’Ucraina, che faceva parte dell’Unione Sovietica fino al collasso del 1991. Lo ha anche scritto apertamente in un lungo articolo pubblicato lo scorso anno, in cui definisce Russia e Ucraina «una nazione unica» perché entrambe «discendono» dalla «Rus di Kiev», un insieme di tribù vichinghe svedesi, slave, baltiche e finniche che nel Nono secolo creò un’entità monarchica che comprendeva parte dell’attuale territorio ucraino, bielorusso e russo: l’identità russa, la sua cultura e il suo popolo nacquero allora, in territorio ucraino. Il crollo dell’Unione Sovietica, inoltre, ha lasciato profonde cicatrici in parte del popolo russo: lo stesso Putin lo aveva definito «la più grande catastrofe geopolitica» e l’Ucraina era stata la perdita più dolorosa. Nel discorso pronunciato 48 ore prima di ordinare l’invasione, infatti, Putin ha accusato i leader bolscevichi di aver strappato pezzi di territorio all’Unione Sovietica per formare l’Ucraina.

Cosa c’entra la Nato?

C’è poi una motivazione geopolitica. Da quanto è tornata indipendente nel 1991, l’Ucraina si è progressivamente avvicinata all’Unione europea e alla Nato, allontanandosi contemporaneamente dalla sfera d’influenza di Mosca. Per entrare nell’Ue e nella Nato erano però necessarie riforme militari, politiche ed economiche, per sradicare la corruzione e rendere il Paese più democratico. Anche per questo, lo scorso anno, Kiev ha approvato una legge che proibisce a 13 oligarchi di possedere dei media per influenzare la politica, colpendo direttamente l’amico di Putin Viktor Medvedchuck, uno degli uomini più ricchi del mondo, arrestato a maggio 2021 per alto tradimento e ancora ai domiciliari. Oltre alla sua attività di petroliere, Medvechuck è il leader del principale partito filorusso d’Ucraina, Piattaforma dell’Opposizione, ed è proprietario di un impero televisivo attraverso il quale diffondeva la propaganda di Mosca e influenzava la politica ucraina.


Perché Putin ha cominciato a inviare le truppe al confine ucraino?

Poco dopo il suo arresto, Putin ha cominciato a inviare truppe al confine: per il leader del Cremlino la legge contro gli oligarchi rappresentava un passo decisivo nel processo di avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente e alla Nato. Già dal 2008 — in seguito al summit di Bucarest e prima dell’arrivo del governo filoeuropeo non riconosciuto da Putin — Kiev stava lavorando per entrare nell’Alleanza atlantica, che non può però accettare nuovi membri già coinvolti in conflitti. Per essere ammessa, inoltre, l’Ucraina aveva bisogno di continuare il suo processo di riforme e di combattere la corruzione che dominava nel Paese: un ingresso nell’Alleanza atlantica era dunque altamente improbabile. «La possibilità che l’Ucraina si unisca alla Nato in tempi brevi è molto remota», aveva chiarito il presidente americano Joe Biden.

Cosa chiedeva Putin per evitare la guerra?

Nel corso dei lunghi negoziati diplomatici che hanno preceduto l’invasione, Vladimir Putin chiedeva però una rassicurazione scritta, che la Nato non voleva e non poteva concedere perché ne avrebbe violato il trattato, in particolare l’articolo 10. Solo il 6% dei confini russi toccano Paesi della Nato, ma l’Ucraina — il cui nome vuol dire proprio frontiera — condivide con la Russia una frontiera lunga 2.200 chilometri. Alla base delle richieste di Putin c’era quindi una paura di accerchiamento ma, impedendole di entrare nella Nato, il Cremlino voleva soprattutto mantenere la sua sfera d’influenza nell’area: il presidente russo pretendeva infatti che la Nato rinunciasse alle sue attività nell’Est Europa, tornando alla situazione del 1997. Da allora l’Alleanza atlantica ha avuto cinque fasi di espansione verso Est, e sono diventati membri 14 Paesi che facevano parte del blocco Sovietico. Se accettasse la richiesta di Putin, la Nato dovrebbe ritirare le proprie truppe dalla Polonia e dalle tre repubbliche baltiche, oltre che i propri missili da Polonia e Romania.

Mosca accusava poi la Nato di riempire l’Ucraina di armi e gli Stati Uniti di fomentare le tensioni con i filorussi nel Donbass. Per questo Putin, parlando dopo l’incontro con Macron del 7 febbraio, uno dei tanti colloqui diplomatici che hanno provato a scongiurare la guerra, aveva per la prima volta citato anche il suo arsenale atomico. «Lo capite o no che se l’Ucraina entra nella Nato e tenta di riprendersi la Crimea con mezzi militari, i Paesi europei saranno automaticamente trascinati in una guerra con la Russia?», aveva detto. «Ovviamente i potenziali militari di Russia e Nato sono imparagonabili, e lo sappiamo. Sappiamo però anche che la Russia è uno dei Paesi dotati di armamenti nucleari, e che per alcune componenti supera il livello di diversi Paesi. Non ci saranno vincitori. Voi europei sareste trascinati in una guerra contro la vostra volontà».

Perché gli Stati Uniti e l’Ue si interessano all’Ucraina?

Dall’altra parte, gli Stati Uniti puntano di certo a limitare l’influenza di Putin nell’Europa dell’Est, ma vogliono anche difendere il principio per cui ogni Paese ha il diritto di scegliersi il proprio destino e le proprie alleanze: non solo per l’Ucraina, ma per tutti i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia e che negli anni Novanta sono passati con la Nato. All’inizio del 2021, l’amministrazione americana pensava di poter «stabilizzare» le relazioni con il Cremlino, offrendo collaborazione sul terrorismo e un piano graduale di disarmo, invece si è ritrovata costretta, suo malgrado, a dover gestire uno scontro con Mosca che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda.

L’Unione europea ha invece un rapporto molto stretto con Kiev e con Mosca per ragioni geografiche, ma soprattutto economiche. Nel 2020 l’Ue è stata il partner commerciale più importante della Russia. L’interscambio ammontava a 257 miliardi di euro: l’Unione ha importato beni per 158 miliardi di euro e ne ha esportati per 99. Nel 2021, il volume di affari tra imprese italiane e russe aveva raggiunto i 20 miliardi di euro: le esportazioni italiane valevano 7 miliardi, quelle di Mosca 12,6, soprattutto per gas e materie prime. L’Europa riceve infatti l’80% del gas russo, il 37% del quale passa dall’Ucraina: dal gas di Putin dipendono in particolare la Germania, per il 55%, e l’Italia, per il 40%. L’invasione dell’Ucraina ha già portato Berlino a sospendere l’approvazione del gasdotto Nord Stream 2, che dalla Russia doveva portare il gas in Germania attraverso il Baltico, ma non è ancora stata imposta la sanzione più dura, lo stop alla fornitura di gas dalla Russia: l’Europa ne dipende per il 40% e sarebbe impossibile trovare fonti alternative in tempi rapidi.

Russia e Ucraina — considerata da sempre il granaio di Mosca — rappresentano poi circa un quinto del commercio mondiale di mais: il conflitto può quindi avere conseguenze su tutta la catena alimentare globale. Per evitare una controffensiva militare, l’occidente ha scelto una guerra finanziaria: le sanzioni imposte a più riprese da Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito — finiti di conseguenza nella lista nera di Putin— colpiscono ora tutti i commerci con la Russia e le attività finanziarie di Mosca, e hanno portato fra le altre cose al crollo del rublo. C’è poi anche un fattore politico che lega l’Europa al conflitto: oltre alla Nato, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede che l’Ucraina venga ammessa nell’Unione europea, una possibilità che Putin non esclude, ma che deve essere approvata dagli Stati membri.

«C’è una ragione fondamentale per cui gli Stati Uniti e il resto del mondo democratico dovrebbero sostenere l’Ucraina nella sua battaglia contro la Russia di Putin», aveva scritto lo storico Francis Fukuyama su American Purpose, prima dell’invasione. «L’Ucraina è una vera democrazia liberale, anche se in difficoltà. La popolazione è libera, in un modo in cui i russi non lo sono. Possono protestare, criticare, mobilizzarsi e votare. Per questo Putin vuole invadere l’Ucraina: la vede come una parte integrante della Russia, ma soprattutto ne teme la democrazia che può proporre un modello ideologico alternativo per il popolo russo».

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