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sabato 30 novembre 2019

500 anni e li dimostra. Quando la politica siciliana dipendeva dai baroni e sorse Kuntissa (3)

La legge del 12 dicembre 1816 introdusse nell’ormai Regno delle Due Sicilie (governato dai Borboni) l’uniformità nei comportamenti amministrativi su tutti i territori dell'isola attraverso 
-la modernizzazione dall’alto (paternalistico, viene da dire) dell’impianto istituzionale, fondato non più sui privilegi della nobiltà come avremo modo di cogliere nella fase istituzionale -nel 1520- dell’Università di Kuntissa ad opera dei Cardona, 
-e il predominio assegnato ad una ancora ristretta classe di possidenti e di professionisti, chiamati ad amministrare localmente sui territori con probità e onestà in modo imparziale.  

La dinastia borbonica era finalmente riuscita a liberarsi -dopo decenni di sforzi vani impressi nel solco della vivace cultura illuminista napoletana di cui si era circondata la corte dalla seconda metà del Settecento- dai condizionamenti che le giurisdizioni baronali avevano imposto per secoli alla Monarchia.
Finalmente la sovranità regia fu praticamente in grado di imporsi sulla pluralità degli ordinamenti e dei diritti, dei luoghi e dei ceti, che avevano caratterizzato lo Stato in Sicilia in tutti i secoli dell’età moderna (dal XV secolo).
La riforma più rilevante (sotto l’aspetto che sta guidando la ricerca/esplorazione del Blog) fu la centralizzazione e la verticalizzazione dalla nuova organizzazione giudiziaria. 
Il diritto unico da applicare su tutta la Sicilia da quel 1816 sarebbe stato quello dello Stato borbonico e non più quello localistico dei Cardona a Kuntissa, o dei Cardona a Burgio.
Nel 1919 furono varati i codici valevoli sull’intero Stato borbonico, che ormai si estendeva dal napoletano fino al trapanese. Nel 1918 era pure stata istituita in Sicilia la Gran Corte dei conti che rappresentò uno dei cardini attorno a cui ruotò il riassetto delle amministrazioni locali (i Municipi) fino allora espressione dei baroni.

Abbiamo voluto soffermarci sui pochi dati di crescita della società isolana per evidenziare che la nascita della nuova realtà di riscatto dalle signorie feudali e dal baronaggio degli individui (privi di diritti), entro cui è sorta la comunità istituzionalizzata di Kuntissa nel 1520, si è incamminata ad una lenta modernizzazione solamente in epoca successiva alla Rivoluzione francese, dopo le campagne napoleoniche e dopo la permanenza inglese in Sicilia e via via allo svilupparsi dei moti liberali e patriottici dell'Ottocento. Un lungo cammino da quel 1520, che comunque significò una conquista per gli eredi degli esuli albanesi sfuggiti ai turchi, che si ritrovarono immessi in un mondo feudale completamente sconosciuto nel loro già Impero Romano d’Oriente; privi di sicurezze sulle diverse modalità e garanzie di vita dinnanzi al potere assoluto goduto in Sicilia dai Baroni, imperatori assoluti in dimensione ridotta su vaste aree della Sicilia.
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IL POTERE FEUDALE DEI CARDONA,
DEI GIOENI, DEI COLONNA, Signori della Terra di Kuntissa

Il Regno di Sicilia fu fondato sullo schema feudale delle popolazioni normanne del nord Europa, fatto proprio sostanzialmente da tutti gli Stati del continente.
In origine la giurisdizione territoriale fu concessa in dominio ed in signoria agli amici dei conquistatori Altavilla e in seguito fu ereditaria e patrimoniale entro la cerchia dei discendenti di quegli amici.
Alta e bassa giurisdizione. L’esercizio della giurisdizione sia civile che criminale consentiva al feudatario (il barone) un ovvio e forte controllo sul territorio e sulla popolazione.
Nel sistema di governo feudale a balzare agli occhi non è solamente la conduzione per via ereditaria dello stato giurisdizionale dei territori. La pratica di governo sui feudi e sulle popolazioni era caratterizzata da una tensione continua tra tendenza alla concentrazione dei poteri da parte del sovrano che esigeva i “donativi” e la partecipazione al governo del Regno della pluralità dei feudatari dell’isola, che conseguirà l'istituzione a Palermo del più antico Parlamento del continente.
I re dell’isola, che fossero normanni, angioini o aragonesi avevano provato ad uniformare il diritto nel Regno ma mai essi riuscirono ad abrogare le normative particolari dei baroni; anzi le divaricazioni arrivarono a mantenersi e a dilatarsi sostanzialmente fino al Settecento.

Sostanzialmente. Il governo del territorio di uno Stato feudale, dello Stato di Kuntissa, veniva esercitato dall’autorità baronale che era insieme giudice e amministratore, funzioni entrambi finalizzate a mantenere in condizione subordinata i “sudditi”. 
Amministrare va inteso non restrittivamente alla conduzione dei feudi, dei terreni agricoli, ma in senso “autoritativo” sulla vita pubblica delle comunità, sugli individui.
Il Re, o il vice-re, che governava l’isola era ben consapevole dell’esistenza di consistenti schiere di soggetti, nelle città demaniali e nelle comunità rurali, che dagli ordinamenti ecclesiastici alle corporazioni delle arti alle corti baronali, costituivano tutt’altro che mere ‘sezioni’ del Regno.
Arriverà il tempo delle monarchie assolute regie, ma non in Sicilia.

Il contesto era caratterizzato dall’intreccio delle varie giurisdizioni e dal pluralismo dei fori  e la feudalità fu sempre custode gelosa delle prerogative. Gli storici tengono ad evidenziare che il panorama articolato del Potere non deve necessariamente essere letto come un corpo antagonistico, in potenziale collisione con lo stato regio, ma come parte dello stato giurisdizionale, in potenziale/teorica collusione con esso e contestualmente come canale di attuazione della giustizia regia e soggetto attivo nel governo del territorio.

Nel Settecento l’impianto sarà messo in discussione, incrinandosi progressivamente nel corso del secolo, a favore di una visione semplificata della società e dell’affermazione di un modello in cui i protagonisti emergenti saranno sia lo Stato e che l’individuo, non ancora quest’ultimo divenuto “cittadino”.
Tra lo Stato e l’individuo secondo alcuni storici si creerà uno «spazio enorme e vuoto». Altri storici mettono invece in evidenza, secondo lo spirito della Rivoluzione francese, il sorgere della intraprendenza borghese. 
Da noi, nel Meridione, forse di borghesia se ne sviluppò poca. Quel poco fu definito ceto dei “civili”. 
Proveremo a capire di più.

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