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lunedì 15 febbraio 2016

Filosofia. Il pensiero e la cultura russa. n. 1

Sono in tanti in Occidente a ritenere che il pensiero russo rappresenti una continuazione del pensiero greco sorretta, naturalmente,  da un strumentario filosofico moderno. Tali tratti della moderna cultura russa favorirebbero oggi una comprensione più profonda dei fenomeni della storia spirituale russa.
Le radici della filosofa russa sarebbero quindi da ricercare nel pensiero greco-antico ed è interessante percorrere  i canali attraverso i quali l'eredità greca è passata ai russi.

In verità la disciplina filosofica-culturale è sorta in Russia solamente all'inizio del XIX secolo e pertanto potrebbe essere interessante scandagliare indietro nel tempo per scoprire cosa esistesse prima del "risveglio filosofico". Faremo ciò grazie all'interessante Storia delle tradizioni filosofiche dell'Europa Orientale, di Helmut Dahm - Asen Ignator.

Gli inizi
La filosofia, in quanto disciplina, fa la sua comparsa in Russia con la riorganizzazione scolastica e universitaria dello zar Alessandro I (1801-25) e Nicola I (1825-55) e ovviamente non potè che diffondersi l'idealismo tedesco.
Ad infiammare gli animi furono Friedrich Wilhelm Schelling e poi Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
Nicola I, sotto l'effetto della rivolta del 1825, ravvisò "tendenze nocive" nel pensiero filosofico e mise al bando quegli studi, che si propagarono più diffusamente e più rapidamente attraverso i circoli extra accademici.

Dmitrij Cizevskij, uno dei maggiori  conoscitori della storia spirituale russa, spiega la passione nei confronti dell'idealismo tedesco della gioventù russa con la "affinità elettiva" tra lo spirito russo e e l'idealismo tedesco, entrambi risalenti -per vie diverse- alla medesima fonte neoplatonica.
1) Schelling ed Hegel attingono infatti nella tradizione mistica wuttemburghese che risale all'influsso di Jakob Bohme, Christph Oetinger ed altri
2) la coscienza russa è da parte sua permeata di influssi neoplatonico attraverso la mediazione della patristica greca, ed in special modo attraverso gli scritti di Dionigi lo Pseudoaeropagita, che come evidenzia Cizevskij, "...dal XIV secolo in poi questi scritti erano infatti vivi in Russia nella rielaborazione commentata di Massimo il Confessore. Facevano parte dei testi prediletti della letteratura patristica".

Secondo Čiževskij, gli scritti dello Pseudoareopagita influirono in modo determinante sulla cultura russa in prfndirtà. 
«Essi continuavano a risvegliare con insistenza nella coscienza del lettore russo, assieme a molte altre idee, anche la consapevolezza dei paradossi, delle incongruenze e della dinamica dell’Essere nelle sue forme più alte.» Grazie all’Areopagita, secondo Čiževskij, «divenne accessibile al lettore russo anche Proclo, il più importante precursore di Hegel, con le sue idee sul carattere dinamico del vero Essere e sul movimento mistico-dialettico dello spirito. 
Se prestiamo un minimo di attenzione, ciò che troviamo dietro le parole dell’Aeropagita è il ritmo tripartito della dinamica e del vero Essere – esattamente quello che possiamo leggere nel Proclo cristianizzato». 
Dall’«affinità elettiva» originata dalla patristica greca  si coglie che la Dialettica non significa soltanto paradosso e contraddittorietà apparente, ma anche, e forse si dovrebbe dire soprattutto, totalità. 
L’intero è il vero, e ogni fenomeno parziale sussiste nella sua verità solo se posto nella globalità del complesso. Quest’unità tuttavia non giace a livello della superficie esteriore delle cose e dei fatti empirici, ma in una regione più profonda, accessibile soltanto al pensiero speculativo. 
Dialettica significa perciò anche una certa duplice stratificazione del mondo, unità di reale e ideale.

Per Hegel, inoltre, dialettica vuol dire anche processualità, poiché per il filosofo tedesco l’assoluto non è solo rigida indifferenza, bensì ciò che diviene ed è divenuto senza tempo. 
Questo ci riporta infine a un quarto aspetto della dialettica: vale a dire alla sua paradossalità, a quello cioè che dal punto di vista del pensiero raziocinante astratto appare come il suo carattere contraddittorio. 
 In primo luogo, per quanto concerne l’aspetto della totalità, nella coscienza russa vi corrisponde la visione di una connessione vitale tra tutte le cose nel mondo: «Tutto è come un oceano in cui tutto scorre e tutto confluisce, un contatto in un punto genera una ripercussione all’altro capo del mondo.» 

Il filosofo e storico della filosofia russa Nikolaj O. Losskij dipinge tale visione parlando di una comprensione del mondo come di un «tutto organico». 
Lev P. Karsavin definisce a sua volta la metafisica dell’unitotalità come «il tratto caratteristico del pensiero filosofico del popolo russo». 
Secondo Losskij, inoltre, appartiene alla filosofia russa una sorta di «ideal-realismo», una visione dell’unità di reale e ideale che chiarisce la realtà dei mondo in base alla sua stessa partecipazione a un altro mondo, sovratemporale e sovraspaziale . 
Vasilij V. Zen’kovskij, anch’egli autore di una storia della filosofia russa, parla in modo simile della «sofianicità del mondo» come di un tratto essenziale della filosofia russa, intendendo con tale espressione la dottrina relativa a un fondamento ideale del mondo, libero dalle aporie e dalle contraddizioni del mondo empirico, che sottostà invece alle categorie spazio-temporali. 
Alla visione dialettica della processualità si collega poi la propensione verso la filosofia della storia, che Losskij giudica altrettanto caratteristica del pensiero filosofico russo . 
Dal giudizio di Čiževskij , secondo cui è stato in fondo l’Areopagita a trasmettere al pensiero russo quella particolare sensibilità per la paradossalità del vero Essere, non si discosta neppure Pavel A. Florenskij, che, avendo come riferimento il neokantismo che domina nella sua epoca, contrappone la filosofia russa – in quanto filosofia della homousia, cioè dell’unità dell’essenza secondo il pensiero generato dalla chiesa d’Oriente – alla speculazione filosofica occidentale – in quanto filosofia della homoousia, cioè dell’analogia dell’essenza. 
Il pensiero occidentale, fedele al principio di identità, rimane dunque una filosofia dell’intelletto; al massimo può esprimere l’analogia tra due essenze, laddove il pensiero orientale poggia sul superamento del principio d’identità e, come pensiero raziocinante, è capace di pensare l’unità dell’essenza come fondamento dì qualsiasi molteplicità. 
Da quanto si è detto risulta che l’affinità sostenuta da Čiževskij tra la filosofia russa e l’idealismo tedesco non si riferisce solo alla paradossalità, ma che anzi, almeno secondo il parere di alcuni dei più importanti rappresentanti della più recente filosofia russa, si basa altresì su altri tratti essenziali della dialettica hegeliana. 
(Fonte: Storia delle tradizioni filosofiche dell'Europa Orientale, di Helmut Dahm - Asen Ignator)