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domenica 18 aprile 2021

Alle radici del Cristianesimo

Domenica delle Mirofore
La terza domenica di Pasqua la Chiesa di tradizione bizantina la dedica al sepolcro che viene trovato vuoto dalle mirofore andate per ungere il corpo del Signore e completarne la sepoltura.

Esse trovarono il sepolcro aperto e una voce che diceva «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto [...]».

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"Se tu andassi in giro per il mondo,

potresti trovare città prive di mura, che ignorano la scrittura,

non hanno re, case e ricchezze, non fanno uso di monete, non conoscono teatri  e palestre;

ma nessuno vide mai nè vedrà mai una città senza templi e senza divinità"

Plutarco di Cheronea, storico greco.

"Io vivo il senso del mistero, che

evidentemente è comune tanto all'uomo di ragione

 che all'uomo di fede (...)  Resta fondamentale questo senso del

mistero che ci circonda, ed è ciò che io chiamo senso di religiosità".

Norberto Bobbio filosofo, giurista, politologo, storico e senatore a vita.

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 Una domanda rivolta (nell'anno 2000) all'Arcivescovo Piero Coda oggi preside dell’Istituto Universitario Sophia di Incisa in Val d’Arno, fondato da Chiara Lubich, nochè membro del Centro Studi del Movimento dei Focolari, dell’Associazione Teologica Italiana della Pontificia accademia di teologia, da Sergio Zavoli, giornalista, scrittore, politico e conduttore televisivo, deceduto il 4 agosto 2020, noto anche -in forza di un suo libro- come il socialista di Dio.

Domanda:

Qual è la posta in gioco dell'esistenza di Dio? L'affermazione di Bobbio rispecchia bene lo scenario contemporaneo. Dopo aver posto i problemi fondamentali che costituiscono il mistero in cui è racchiusa la nostra esistenza  (cos'è il cosmo? che ne sappiamo? come e perchè il paesaggio dal nulla all'essere?) egli dice: "Per me la differenza non è tra il credente e il non credente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio (...)  Penso che la vera differenza  sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno qualche domanda, e  cerca la risposta anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino". Sono parole serie, persino severe, ma rispecchiano ancora la marginalità dell'idea di Dio: ciò che conta siamo noi , sono le nostre azioni e i nostri pensieri, che vanno giudicati dalle nobili o subdole motivazioni che le generano, non dalla loro capacità di aderire al vero. Non è insomma l'aderire al vero, cioè a Dio, ciò che conta, bensì l'autenticità  del nostro pensare e agire. Ma, allora, a che cosa serve Dio ? 

Risposta:

La domanda lascia scoperta la questione cruciale. Da non riferirsi tanto all'esistenza di Dio, che pure è il dato primario, quanto più tosto  all'essere di Dio dentro la libertà di sentirlo presente nella nostra vita. Se quando affrontiamo con serietà il senso  dell'esistere -personale, collettivo e persino cosmico-  e assumendolo responsabilmente  ci misuriamo con qualcosa di originario e di ultimo, non lo si chiamerà Dio, ma un assoluto che interpella  la nostra coscienza. Pensiamo al Kant della critica della ragion pratica. La questione è di percepire l'identità, il volto, l'agire di quel mistero che è Dio, e di entrare in relazione con lui come lui è in relazione con noi. Filosoficamente è senz'altro possibile, e anche necessario,  determinare l'esistenza di Dio, ma solo quando egli si mostra e si comunica si può entrare in un rapporto reale e significativo con lui.

Domanda: 

Per i greci, direi per tutto il mondo antico, non si dette mai la necessità di una prova dell'esistenza del divino. Essi, semmai,  cercavano le prove dell'immortalità dell'anima, come leggiamo nelle pagine che Platone dedicò al riguardo nel  Fedone. Per la Bibbia è semplicemente stupido pensare che Dio non esista. Lo stolto pensa "Dio non c'è". Così si legge nel Salmo 14, che continua "Sono corrotti,  fanno cose abbominevoli, nessuno più agisce bene", collegando la negazione di Dio alla malvagità stessa di pensare e dell'agire. Nel pensiero moderno, invece,  anche e soprattutto in ambito teologico, sono frequenti i tentativi di provare l'esistenza di Dio. Quando è sorto, e che cosa indica, questo bisogno di dimostrarla? e che cosa ci dice, al contrario, l'indifferenza, a questo proposito, del mondo antico?  Era più indietro o più avanti di noi?

Risposta:

L'esistenza del divino, lei ha ragione, nel mondo antico così come in tutte le culture arcaiche, è una sorta di evidenza originaria, tant'è  che l'indagarla è superfluo. Anche se talvolta non si riesce a distinguere con rigore il livello del sacro, come dicono le scienze della religione, da quello del profano. La rivelazione biblica introduce con nettezza uno straordinario elemento di novità: l'alterità tra Dio e il mondo. E ciò proprio perchè Dio prende l'iniziativa di rivelarsi,  mostrandosi come il Dio vivente e personale. Il che, per paradosso, provoca la possibilità  di prendere le distanze, fino a negarlo. La civiltà occidentale  moderna si fonda  sulla scoperta greca della razionalità, che vuol darsi conto criticamente dell'evidenza originaria del divino, accertandola e purificandola nella luce della rivelazione che giunge al suo culmine con l'incarnazione del Figlio di Dio che muore in croce. Certo, egli risorge, ma in ogni caso introduce nella coscienza umana  l'inaudito della sua morte. La creatura viene in tal modo ad assumere, per così dire, il peso del Creatore: Dio di là, in cielo, e Dio di quà, sulla Terra. Se sono male interpretate, l'incarnazione e la morte sulla croce possono voler dire che Dio non è più se stesso, ma esiste solamente in noi. Così farà Ludwig Feuerbach, dicendo che la verità della cristologia è, a veder bene, l'antropologia. La sfida è quella di recuperare l'evidenza di Dio all'interno della novità dischiusa da Cristo -cioè nel rapporto libero e adulto del Figlio con il Padre- e la presenza di Dio  non solo nell'altezza trascendente dei Cieli,  ma anche quaggiù, dove in Cristo egli si è reso presente: cioè tra gli uomini, soprattutto gli ultimi. E ciò senza tralasciare le esigenze della razionalità dei greci, ma utilizzandone al massimo le risorse alla luce di Cristo.

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