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giovedì 8 ottobre 2015

La riflessione di Gjovalin ... 08.10.2015

Incapace di assicurare tenore di vita e di alimentare speranze concrete per il futuro, la politica è oggi percepita con avversione, indifferenza e disprezzo, specie in un paese come il nostro storicamente ingovernabile.
L’etica pubblica, fino al comportamento di questi giorni del sindaco Marino, come quella privata dei cittadini è in grave difficoltà a causa del carattere apparentemente perdente con cui si pone a fianco della necessità, della convenienza e delle aspettative di successo, con cui ogni individuo si deve confrontare.

La religione, o meglio le gerarchie della Chiesa che costituiscono da sempre  la nutrice naturale dello scadente ceto politico, annaspa nei confronti della modernità che non ha mai riconosciuto e con cui si è sempre colpevolmente rifiutata di confrontarsi.

Schiacciata, elusa, invisibile e poco discussa, la crisi più grave riguarda tuttavia il meccanismo che riassume su di sé tutti questi elementi, e di cui rappresenta la sintesi finale: la convivenza civile.
La società, intesa dagli stessi padri della democrazia moderna come Tocqueville come “espressione dell’ordine naturale delle cose voluto da Dio”, è la struttura reale  in maggiore difficoltà rispetto i suoi vari interlocutori, retorici, simbolici o reali che siano.
Potere, stato, costituzione, giurisprudenza, finanza, sono temi distanti dalla concretezza della vita di ogni giorno, costituita invece da relazioni sociali dalla cui qualità dipende così tanto il nostro destino.

La società è molto più che la semplice somma degli individui che la compongono,  ed è l’espressione che raffigura meglio di ogni altro aspetto la civiltà di un popolo e la sua capacità di organizzarsi in base ai propri valori di riferimento.
Essa costituisce lo spazio di intermediazione tra i contrapposti interessi, i bisogni e le aspettative di felicità di ciascuno.

Ogni soluzione per le ingiustizie, tende sempre a produrre a sua volta iniquità anche peggiori.
Le grandi rivoluzione moderne, quella scientifica, politica, sociale, religiosa, hanno liberato il singolo dal giogo delle istituzioni di potere, ma non hanno risolto affatto il problema della sua felicità.
Nell’antichità, la distanza e la frammentazione o l’incapacità di reale controllo dei territori, rendeva i poteri sovrani molto più aleatori di quanto si creda, e nei grandi vuoti di autorità le comunità fungevano da cerniera tra gli individui e la loro sorte.
Da questo punto di vista, la lunghissima età di mezzo situata fra il tramonto di Roma e l’inizio della nostra epoca è stata tutt’altro che oscura.
Il rapporto tra governanti e governati è basato sulle bugie dei primi e sulla predisposizione dei secondi a preferire sempre la vantaggiosa menzogna alla cruda verità.