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martedì 6 ottobre 2015

Hanno detto ... ...

FABRIZIO ESPOSITO, reporter

”Dopo l’infausto berlusconismo, anche il renzismo nella sua scalata al potere ha cavalcato l’antipolitica e la lotta ai privilegi della Casta. Giunti però al momento della verità, il premier e i suoi fedelissimi hanno subito archiviato la rottamazione e sono diventati essi stessi simboli della nuova Casta, a conferma della irriformabilità del sistema dall’interno. Nel Paese reale la crisi economica non passa mai, ma dall’altro lato, nel Paese dei Palazzi, la ricchezza non arretra di un millimetro.  Anzi. La dimostrazione è nelle squallide cronache di questi giorni al Senato, protagonista l’ex berlusconiano Verdini, oggi renziano. Il trasformismo parlamentare ha toccato quota 300 seggi. Un dato incredibile: un terzo di deputati e senatori ha cambiato casacca perlopiù per mantenere prebende e poltrone e incassare favori e consulenze. Rispetto al passato, i privilegi della Casta sono l’unica ragion d’essere della politica. E’ il trionfo del poterismo, per citare Stalin. La gestione del potere fine a se stessa, per rievocare l’andreottismo. I politici sono stati i nuovi ricchi che si sono affermati in questo infinito decennio di vacche magre. Non è qualunquismo, è la realtà.”

PAOLO MIELI, già direttore del Corriere della Sera
Non c’è soltanto Romano Prodi. Anche l’ex ministro degli Esteri francese, fondatore di Médecins Sans Frontières, Bernard Kouchner, pur non avendolo mai apprezzato, ha riconosciuto che, nella partita siriana, il leader russo si è dimostrato «un grande giocatore di scacchi» e che «in questa fase sembra avere sempre una lunghezza d’anticipo». Laddove l’altro giocatore sarebbe il presidente degli Stati Uniti. In effetti c’è qualcosa che non torna nella strategia anti Isis dell’Occidente. Punto primo: definiamo il Califfato «nuovo nazismo», con ciò conferendogli - se le evocazioni storiche hanno un senso - il rango di nemico numero uno.
A questo punto la logica imporrebbe di considerare alleati pro tempore o in ogni caso non nemici tutti quelli che si oppongono all’Isis. A cominciare dal despota siriano Bashar al Assad (stendendo momentaneamente un velo sulle sue nefandezze scrupolosamente riepilogate qualche giorno fa sul Foglio da Daniele Raineri). Quell’Assad il cui potere adesso vacilla e che evidentemente Obama ritiene conveniente sia tolto di mezzo per bilanciare un fattivo impegno contro le milizie di al Baghdadi. Una bizzarria.
Come se, ai tempi dell’assedio di Stalingrado (luglio 1942-febbraio 1943) inglesi e statunitensi avessero sotto sotto tifato per la contemporanea sconfitta del generale von Paulus e del maresciallo Zukov. A nzi come se - in considerazione del fatto che ancor prima dell’ascesa al potere di Hitler (30 gennaio 1933) Stalin aveva già provocato la morte di almeno tre milioni di persone, tre le stava facendo fuori nel genocidio ucraino, e altre sei le avrebbe sterminate nel corso degli anni Trenta - come se, dicevamo, nell’ottobre del ‘42, allorché i tedeschi portarono gli scontri dentro la città che prendeva il nome da Stalin, gli angloamericani si fossero compiaciuti nel veder vacillare il potere sovietico. Invece i loro sentimenti furono opposti. E lo furono nonostante, ripeto, considerassero il dittatore georgiano alla stregua di un Satana e gli imputassero anche di aver facilitato quell’aggressione nazista alla Polonia da cui aveva avuto origine la Seconda guerra mondiale.
Certo, americani e inglesi all’epoca erano legati da un patto d’alleanza con i sovietici, ma erano consapevoli (quantomeno lo era Churchill) del fatto che, quando Hitler fosse stato debellato, il confronto con il leader del comunismo mondiale sarebbe stato assai duro. E seppero scegliere. Ebbero il coraggio di scegliere. L’Occidente di oggi no. Lancia proclami altisonanti contro l’Isis e sostiene milizie locali che si battono contro più di un nemico alla volta e che, fatta eccezione per quelle curde, non appaiono in grado di ottenere grandi risultati .