LIBERALIZZAZIONI. Il testo della relazione che accompagna il decreto
L'accelerazione dei fenomeni economici impone ai governi occidentali
decisioni rapide e immediate. Non solo per adeguare i tempi di reazione
alla velocità imposta dai mercati; ma soprattutto per difendere le
tutele sociali ed il potere d'acquisto dei cittadini le previsioni
economiche a medio termine sono ancora condizionate da elementi di
incertezza e criticità. Il rallentamento della crescita assume
dimensioni generalmente più accentuate nei Paesi occidentali, rispetto
alle economie emergenti di Cina e India, Brasile e Russia. Le
prospettive sono tuttavia ancor più preoccupanti per il nostro sistema
economico, caratterizzato da tassi di crescita ben inferiori a quelli
dei principali partner commerciali.
A ciò si aggiungono mali antichi
che portano istituzioni internazionali (OCSE, World Bank e FMI) a
valutare l'Italia come un Paese in cui l'iniziativa economica privata è
fortemente scoraggiata a causa dell'atteggiamento dell'amministrazione,
non ultima quella fiscale; i processi decisionali pubblici per l'avvio
di nuove imprese e le autorizzazioni delle grandi opere sono
farraginosi; la giustizia civile, imbrigliata dalla lentezza dei
processi, ostacola il corretto funzionamento dei mercati. Infine, in
vaste aree del Paese problemi di ordine pubblico costituiscono di per sé
un ostacolo a volte insuperabile allo sviluppo d'iniziative
imprenditoriali lecite.
Il governo italiano si è finora impegnato a garantire la
sostenibilità della finanza pubblica. L'evoluzione della crisi ha
infatti colpito i debiti sovrani, e per prima cosa era necessario e
opportuno mettere in sicurezza le fondamenta dello Stato; assicurare i
servizi essenziali; difendere i risparmiatori. In questo scenario, il
risanamento della finanza pubblica è divenuto un'emergenza non più
rinviabile. Negli ultimi tre anni gli sforzi sempre più incisivi di
Governo e Parlamento si sono concentrati su questo obiettivo. L'acuirsi
della tensione sui titoli del debito ha imposto l'accelerazione dei
programmi di consolidamento della riduzione strutturale della spesa
pubblica, realizzata da ultimo con il dl 6 dicembre 2011, n. 201.
Finora
il governo ha agito sul "numeratore" della crisi: i conti pubblici.
Oggi è il momento di intervenire sul "denominatore": la crescita.
La crescita non si costruisce in laboratorio. La garantiscono, la assicurano, la realizzano i cittadini e le imprese.
I
vincoli di finanza pubblica, ulteriormente irrigiditi anche in virtù
delle più recenti decisioni assunte in sede comunitaria per garantire la
stabilità dell'euro, rendono non praticabili politiche fiscali
espansive a sostegno della domanda interna. La situazione impone
pertanto strategie alternative basate su interventi incisivi. Con
l'obbiettivo di favorire incentivi per l'iniziativa economica privata,
creare condizioni più favorevoli per l'investimento interno ed estero,
promuovere l'innovazione e più elevati livelli di efficienza in genere,
come del resto più volte segnalato negli anni scorsi dalla Banca
d'Italia e dall'Antitrust.
È in questa strettoia che si muove il governo. Il Bilancio pubblico
non può più favorire la crescita. La Moneta unica ha reso impossibili le
svalutazioni competitive che hanno anestetizzato la mancanza di riforme
strutturali. Non resta, quindi, che liberare le risorse e la capacità
di intraprendere propria delle imprese italiane, intervenendo proprio
sugli ostacoli che hanno finora rallentato le potenzialità di crescita.
È
necessaria, quindi, una politica economica adattata ai tempi. Che
abbandoni progressivamente la logica del sussidio alle imprese, come
anche l'idea di poter utilizzare l'amministrazione pubblica come
ammortizzatore sociale; o, peggio ancora, che venga interpretata
esclusivamente come un bancomat a disposizione del sistema, a
prescindere dalla qualità della spesa.
Appare sempre più urgente
promuovere le condizioni per una ripresa basata essenzialmente sullo
sviluppo di autonome attività d'impresa: la liberalizzazione
dell'economia rappresenta dunque una via ineludibile per il Paese, se
vuole uscire dalla crisi rinsaldando le fondamenta della propria
economia.
Questa possibilità, tuttavia, si scontra con alcuni
ostacoli che caratterizzano storicamente il nostro sistema sociale ed
economico e che si sostanziano in una regolazione protezionistica o
comunque di ostacolo allo sviluppo di autonome iniziative
imprenditoriali.
Essenziale diviene una complessiva e generalizzata opera di revisione
del quadro normativo e regolamentare che, ai diversi livelli di governo
e di competenza e senza distinzioni tra categorie, interessi e settori
economici, elimini le molte e ingiustificate situazioni di barriere
all'accesso e le rendite di posizione ancora esistenti. Con l'obbiettivo
di ampliare le opportunità di lavoro e le prospettive di mobilità e di
promozione sociale. Affinché un simile processo di riforma possa
conseguire concreti effetti è necessario che sia sostenuto dal più
diffuso consenso sociale che si alimenta solo se le misure proposte
hanno carattere generale e non discriminatorio: l'azione di apertura dei
mercati deve procedere in tutte le direzioni.
In Italia, i settori
che producono servizi al riparo dalla concorrenza internazionale sono,
sostanzialmente, tutti i settori diversi dal manifatturiero (commercio,
trasporti, credito e assicurazioni, costruzioni, elettricità, gas,
acqua, hotel e ristoranti, professioni) e rappresentano più del 50 per
cento del valore aggiunto complessivo. In questi settori il grado di
concorrenza, sulla base di confronti tra paesi OCSE, è relativamente
basso. Vi sono, infatti, barriere all'entrata, regolamentazioni sui
prezzi e/o limitazioni alle forme d'impresa che garantiscono alle
imprese già presenti sul mercato un potere che permette loro di
applicare margini di profitto molto elevati rispetto ai costi. Secondo i
dati OCSE, per l'Italia il margine di profitto medio nei settori dei
servizi sarebbe pari al 61 per cento, contro il 35 per cento nel resto
dell'area dell'euro e il 17 per cento nei settori che producono beni e
servizi sottoposti alla concorrenza internazionale.
Obbiettivo del presente decreto è quello di modificare questi
rapporti, attraverso un intervento a largo spettro sui settori
interessati. A partire proprio da quelli che coprono la metà del valore
aggiunto nazionale. In particolare, si pongono le premesse normative per
attivare una radicale riforma della regolazione delle attività
economiche che elimini la necessità di preventivi atti di assenso
all'avvio delle attività economiche e ridefinisca – semplificandolo - il
quadro dei requisiti necessari per il loro svolgimento. Interventi che
si inseriscono nel solco delle proposte di modifica Costituzionale
dell'art. 41, già presentate in questa legislatura.
L'intervento
dell'amministrazione è quindi concepito in forma di controllo ex-post,
per valorizzare al massimo le iniziative imprenditoriali. Ed in questo
quadro si inseriscono le norme che cancellano le richieste di
certificati da parte della pubblica amministrazione.
Questa riforma
punta ad eliminare ostacoli ingiustificati nelle norme e nelle prassi
amministrative. E vedrà impegnati tutti i livelli di governo del Paese.
Dal governo centrale alle Regioni, agli enti locali. Con un ruolo attivo
del governo nei confronti delle Regioni inadempienti, come previsto
dell'art.120 della Costituzione.
Il quadro economico internazionale,
il livello del debito pubblico, la crescita al rallentatore non
consentono più al Paese sacche di privilegi e rendite di posizione.
Il mercato deve riprendersi gli spazi per troppo tempo limitati a
causa della sedimentazione di questi benefici, non più motivati. Per
questo, il decreto contiene misure tese ad allargare il perimetro dei
mercati e a stimolare il gioco della concorrenza. Con interventi sui i
servizi professionali, i servizi notarili; la distribuzione farmaceutica
e i farmaci generici; la distribuzione dei carburanti e della stampa; i
mercati elettrici e del gas; i servizi bancari e assicurativi; i
servizi e le infrastrutture di trasporto nei settori autostradale,
ferroviario, aeroportuale, portuale e nella mobilità urbana; i servizi
pubblici locali, a esclusione del servizio idrico; attività turistiche
su beni demaniali.
La crisi economica colpisce in modo particolare le
categorie meno protette. I giovani, innanzitutto. Per questo, vengono
introdotte misure per favorire l'accesso dei giovani alle attività
economiche, salvaguardando la qualità della formazione, rimuovendo gli
ostacoli per la costituzione di società a responsabilità limitata. Sono,
inoltre, stabilite nuove forme di garanzie ulteriori per i consumatori:
si rende più snella la procedura della azione collettiva di classe e si
attiva una forma di controllo amministrativo sulle clausole vessatorie
nei contratti di massa.
Si tratta di un primo intervento ad ampio
raggio che è il frutto della convinzione di dover agire in tutte le
direzione, ovunque sia possibile inserire stimoli competitivi. Dunque, è
l'inizio di un lavoro, di una politica economica orientata alla
crescita.
Il presente decreto si pone, dunque, nel solco degli
interventi, in parte già delineati nella legislatura in corso e
ampiamente condivisi in ambito Parlamentare, per allineare il nostro
Paese alle best practices europee.
ANALISI E CONFRONTO CON ALTRI PAESI
Per quanto riguarda il rapporto tra le liberalizzazioni, lo sviluppo
economico e l' innovazione, evidenze empiriche e la stessa letteratura
economica[1] hanno ampiamente confermato che una regolamentazione
dell'attività d'impresa eccessiva e onerosa ostacola l'ingresso sul
mercato di nuovi soggetti, scoraggia gli investimenti e incide
negativamente sulla produttività, consentendo a imprese poco efficienti
di sopravvivere. Alcuni studi hanno stimato che un miglioramento della
qualità della regolamentazione, così come misurata dagli indicatori
della Banca Mondiale, tale da far passare un paese dal quartile peggiore
al quartile più virtuoso, aumenterebbe il tasso di crescita annuo del
PIL di oltre due punti percentuali.
Nel confronto internazionale, l'incidenza dei costi
amministrativi e burocratici per le imprese italiane è particolarmente
elevata. Secondo le valutazioni della Banca Mondiale sull'estensione e
la qualità della regolamentazione dell'attività produttiva l'Italia si
colloca alla sessantacinquesima posizione su 181 paesi considerati, in
notevole ritardo rispetto alle principali economie avanzate (World Bank,
2008), anche se la posizione risulta significamene migliorata
nell'ultimo anno, grazie ad alcuni provvedimenti che hanno velocizzato i
procedimenti per l'avvio dell'attività d'impresa.
A livello internazionale, esempi indiscutibili della diretta connessione tra apertura dei mercati
e sviluppo economico (inteso quest'ultimo in termini di aumento del
PIL) ampliamento e diversificazione dell'offerta e promozione
dell'innovazione, anche in settori diversi da quelli nei quali i
processi di liberalizzazione si realizzano, sono rappresentati dalla
deregulation del trasporto aereo iniziata negli anni Settanta del
Novecento negli Stati Uniti, che si è poi estesa al resto del mondo, e
dalla liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni,
acceleratasi, nel contesto comunitario, con il Trattato di Maastricht
del 1992. In entrambi i casi, la caduta dei vecchi monopoli legali, ormai non più giustificati da alcuna ragione economica, ha determinato l'espansione dei mercati, che a sua volta ha prodotto effetti benefici sullo sviluppo dei commerci
e in genere su molti settori produttivi, che si sono potuti avvalere
del potenziamento dell'offerta di trasporto e di telecomunicazioni, a
prezzi accessibili. Tali mutamenti hanno indotto nel medio termine la
nascita di nuove attività e di nuovi posti di lavoro. Lo Stato si è
ritratto dalla gestione diretta di tali settori e si è riservato
l'attività che meglio gli compete, cioè il controllo sul rispetto delle
regole. I vantaggi di queste liberalizzazioni sono evidenti.
Non c'è ragione di ritenere che analogo potente stimolo allo
sviluppo economico e all'innovazione, derivante dalla rimozione di
ingiustificate protezioni, non possa riprodursi anche per altri settori
della nostra economia, tutt'ora caratterizzati o da una regolazione
protezionistica a favore dei soggetti già presenti sul mercato - come in genere nel settore dei servizi
privati, anche professionali - o dalla eccessiva e non giustificata
presenza di imprese ancora sotto il controllo di soggetti pubblici, per
di più in assenza di controlli adeguati, come accade nel rilevantissimo
settore dei servizi pubblici locali.
Per quanto concerne la liberalizzazione dei servizi privati e pubblici e i conseguenti benefici effetti macroeconomici, si rappresenta che il settore dei servizi rappresenta circa il 70% del PIL e, per tale ragione, ha rilevanza strategica per il rilancio della crescita.
Secondo
un report del Centro studi Confindustria, elaborato su dati della Banca
d'Italia, le liberalizzazioni produrrebbero nell'arco di 20 anni un
incremento stabile del PIL di circa l'1,4% per anno.
In uno studio pubblicato sui Working Papers della Banca
d'Italia[2], si fornisce una valutazione quantitativa degli effetti
macroeconomici di un ipotizzato incremento in Italia del grado di concorrenza nei settori dei servizi
che non sono esposti alla concorrenza internazionale, utilizzando un
modello di analisi che paragona l'economia italiana al resto dell'area
dell'euro. La presenza di un elevato potere di mercato, riconducibile
sostanzialmente a un assetto regolatorio protezionistico e inefficiente,
costituisce una distorsione alla concorrenza, con conseguenze sulle
variabili macroeconomiche ben note in letteratura e confermate dallo
studio in questione: prezzi più elevati e livelli di produzione,
consumo, investimento e occupazione più bassi rispetto a quelli
conseguibili con mercati più concorrenziali. Sulla base delle
simulazioni presentate nel lavoro, si ipotizza che un aumento del grado
di concorrenza che porti il markup nel settore dei servizi
in Italia al livello medio del resto dell'area – attuato gradualmente
in un periodo di cinque anni – avrebbe effetti macroeconomici significativi.
Nel lungo periodo il prodotto interno lordo potrebbe crescere di quasi
l'11 per cento, il consumo privato e l'occupazione dell'8, gli
investimenti del 18; i salari reali ne beneficerebbero
significativamente, con un incremento di quasi il 12 per cento. Si
registrerebbe un forte aumento delle esportazioni (favorito dal calo dei prezzi
italiani rispetto a quelli del resto dell'area) a fronte di un modesto
incremento delle importazioni (dovuto all'aumento della domanda
aggregata). Gli effetti sul benessere delle famiglie italiane sarebbero
positivi e consistenti. Questi effetti benefici sarebbero rilevanti
anche nel breve periodo.
Analogo significato hanno i risultati di uno studio empirico
elaborato dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato[3]
orientato a verificare quali effetti economici ha
avuto il processo di liberalizzazione della distribuzione commerciale
innescato dal Dlgs. n. 114/98 che è stato diversamente interpretato
dalle Regioni italiane, titolari di rilevanti competenze di regolazione
in materia.
Lo studio divide le Regioni in tre categorie
in relazione alla maggiore o minore presenza nella propria normativa in
materia di vincoli e restrizioni all'attività d'impresa. In
particolare, sono stati considerati indici sensibili per la rilevazione
di regolazioni restrittive: i) vincoli quantitativi introdotti al fine
di programmare, in maniera piuttosto rigida e in forme più o meno
esplicite, lo sviluppo del settore e la presenza sul territorio dei punti
vendita, attraverso contingentamenti, pianificazione dell'offerta e
contenimento della stessa entro percentuali di incremento prefissate;
ii) esigenze urbanistiche o di pianificazione territoriale poste in
maniera vincolistica e strumentalmente addotte per contenere e
programmare, in forme più nascoste rispetto all'esplicitazione di
vincoli quantitativi, lo sviluppo della distribuzione commerciale; iii)
disciplina delle vendite straordinarie (di liquidazione, di fine
stagione, promozionali); iv) orari e giorni di apertura al pubblico dei punti
vendita; v) termini e modalità procedurali eccessivamente e inutilmente
onerosi che ostacolano la snellezza e la semplicità del procedimento
autorizzatorio; vi) potere di sospensiva delle autorizzazioni
all'apertura di esercizi di vicinato posto in capo ai Comuni
per un massimo di due anni e fino alla redazione di un apposito piano
per lo sviluppo commerciale, e previsione di un'azione sostitutiva da
parte della Regione in caso di inerzia del Comune; vii) individuazione dei Comuni turistici e delle città d'arte ai fini
della deroga dall'obbligo di chiusura (domenicale, festiva,
infrasettimanale) degli esercizi commerciali; viii) snellezza e
semplicità del quadro normativo, in quanto caratterizzato da una
molteplicità di norme regionali (contenute in leggi, regolamenti,
delibere, e quant'altro) che si susseguono a modifica di disposizioni
precedenti rendendo, per gli operatori del settore, particolarmente
oneroso l'orientamento e incerto il contesto normativo di riferimento;
ix) possibilità di esercizio congiunto della vendita al dettaglio e
all'ingrosso.
Sulla base di questi indici sono state catalogate le regioni in tre
gruppi in relazione al diverso grado di apertura alla concorrenza della
normativa incidente sulla distribuzione commerciale, caratterizzati
rispettivamente da un livello di concorrenzialità alto, medio e basso.
Lo studio evidenzia che nelle Regioni dove si è prestata maggiore attenzione a disegnare un quadro di regole aperto, improntato ai principi
della concorrenza, rispetto alle altre ove, invece, sono stati
mantenuti o rafforzati i vincoli all'attività economica, si sono
registrati innegabili effetti macroeconomici positivi: la pressione inflattiva si è dimostrata in genere assai più
contenuta; si è constata una razionalizzazione delle strutture
produttive che hanno conseguito economie di scala e dato luogo a ingenti
investimenti fissi, aumentando così la qualità del business e
dell'offerta; si sono registrati anche l'aumento dei redditi
e delle retribuzioni unitarie, con la progressiva specializzazione
della manodopera; si è, infine, accertato l'aumento della produttività
del lavoro.
Secondo alcune stime, la liberalizzazione ha
avuto effetti molto positivi anche nel settore delle parafarmacie.
Sulla base di fonte Anifa-Federchimica, nel 2010 fatto 100 il prezzo
medio dei farmaci di automedicazione venduti in farmacia, quello dei prodotti venduti in parafarmacia era pari a 94 e quello dei prodotti venduti presso la GDO pari a 79.
Il risparmio di spesa generato dagli sconti praticati dalle
parafarmacie è stato pari a 22,5 milioni nel 2010 e a 73 milioni dalla
loro introduzione alla fine dell'anno scorso.
Ciò dipende però
dalla distribuzione delle vendite tra i canali, fortemente sbilanciata a
favore delle farmacie (92% delle vendite). Ipotizzando una quota delle
vendite fuori farmacia del 30% il risparmio annuo potrebbe variare,
sulla base dei dati 2010, dai 38 ai 143
milioni (a seconda della distribuzione tra parafarmacie e GDO).
Inoltre, il dato effettivo non comprende gli sconti delle farmacie
attuati sulla scia di quelli praticati dalle parafarmacie. Ipotizzando
uno sconto medio delle farmacie pari al 7% (fonte: Associazione
Nazionale Parafarmacie Italiane), il risparmio annuo, data la
distribuzione attuale delle vendite tra i canali, ammonterebbe a 182
milioni.
Sono stati poi stimati i possibili
effetti positivi della liberalizzazione nelle ferrovie. Gli effetti
benefici di una liberalizzazione controllata dei servizi
ferroviari possono essere meglio apprezzati esaminando quanto avvenuto
in altri paesi europei, sulla base di alcuni dati forniti dall'Autorità
garante della concorrenza[4].
Esempi di paesi molto avanti nel
processo di liberalizzazione sono costituiti da Germania e Svezia;
all'opposto, più indietro è la Francia.
In Germania, l'infrastruttura e il servizio fornito da Deutsche
Bahn sono verticalmente integrati. L'accesso al mercato è libero sia
per il trasporto passeggeri, locale e a lunga percorrenza, che per le
merci. Il trasporto locale è pressoché interamente organizzato tramite
contratti di servizio pubblico caratterizzati da massicce sovvenzioni
pubbliche, assegnati in misura minoritaria tramite procedure
competitive. Qui i costi dei finanziamenti
pubblici sono risultati minori nei contesti in cui si è svolta la gara.
In Svezia, i concorrenti dell'incumbent possono partecipare alle gare
per l'assegnazione del trasporto passeggeri locale, e possono offrire
servizi di trasporto a lunga percorrenza notturno e nei fine settimana.
La rete è separata dagli operatori. In Francia, l'accesso al mercato
passeggeri è precluso agli operatori esteri, e la rete è collegata
all'impresa ex monopolista.
Nel settore merci, in Italia il
volume trasportato (in tonnellate/km) è aumentato del 10,8% tra il 2000 e
il 2007. In Germania, esso è aumentato del 38,6%, nel Regno Unito del
45,7% e in Svezia del 19,4%. In Francia si registra un decremento, pari
al 26,2%[7].
Il peso della modalità "ferrovia" sul totale dei trasporti
terrestri di merci è cresciuto in Italia dal 10,5% all'11,1%, mentre in
Germania è passato dal 18,6% al 21,3%, nel Regno Unito dal 9,3% al
12,7% e in Svezia è rimasto invariato al 36%. In Francia è diminuito dal
19,7% al 14,6%[8] .
Nei paesi esaminati, la quota di mercato dei nuovi
operatori non è irrilevante: per quanto riguarda il trasporto
passeggeri, essa è del 10,1% in Germania e del 100% nel Regno Unito
(grazie al sistema di assegnazione delle tratte per gara). In Svezia
esistono 12 concorrenti dell'operatore storico con una quota del 35%, in
Francia il monopolista pubblico serve ancora l'intero mercato[9].
Per le merci, la quota dei concorrenti è del 22% in Germania, del 100% nel Regno Unito e del 26% in Svezia. In Francia tale quota ammonta al 10%[10].
È
da notare anche come in Svezia e Germania i finanziamenti pubblici al
sistema ferroviario, intesi come somma di investimenti nella rete più
sussidi per le imprese incaricate del trasporto locale, siano ben
inferiori alla media europea: in Svezia nel periodo 2002-2006 sono stati
meno della metà del dato europeo (in termini di euro/km) e in Germania
inferiori di quasi il 30%[11].
Infine, deve segnalarsi come un
sicuro effetto delle liberalizzazioni in quasi tutti i settori
merceologici sia costituito dal calmieramento dei prezzi e dal contenimento delle spinte inflattive.
In
particolare si è mostrato[12] che, nei mercati nei quali in Italia i
processi di liberalizzazione e privatizzazione hanno raggiunto un
livello di maturità le spinte inflative sono state contenute. Lo stesso è
accaduto anche nei mercati nei quali, nonostante la presenza di
monopoli naturali (reti energetiche, rete fissa di telecomunicazioni),
la regolazione economica posta in essere da autorità indipendenti è
stata efficace.
In ogni caso, nella comparazione con altri importanti Paesi dell'area euro si è osservato che gli aumenti dei prezzi in Italia tendono a essere più consistenti, le riduzioni viceversa assai meno.
Ciò testimonia di una dinamica concorrenziale ancora frenata e che può e deve essere migliorata.
Nei mercati ancora rimasti in regime monopolistico, nei quali non operano efficaci sistemi di regolazione dei prezzi
e caratterizzati da un quadro regolatorio particolarmente restrittivo,
l'inflazione è stata indubbiamente maggiore: significativo, in questo
senso, la costante crescita dei prezzi nei mercati dei servizi pubblici locali.
Analoghe criticità sono presenti nei mercati dei servizi professionali nei quali prevalgono forme di autoregolazione corporativa o comunque eccessivamente restrittiva.
In questo caso, vi sono evidenze che dimostrano la positiva correlazione tra rimozione dei vincoli normativi e contenimento della crescita dei prezzi.
Il documento dell'Antitrust evidenzia che gli onorari dei commercialisti,
(tracciati per atto-tipo), sono risultati in flessione, nei loro ritmi
di crescita, nel biennio 2009-2010. Questa circostanza è ricondotta
dall'Autorità al fatto che l'Ordine dei commercialisti si sarebbe adeguato ai rilievi
formulati dalla medesima in merito alla portata restrittiva di alcune
norme del codice deontologico relative alle tariffe che ponevano
ostacoli alla libera determinazione dei compensi. L'adeguamento è avvenuto nel 2008 e nel 2009 si sono constatati gli andamenti dei prezzi di questi servizi sempre meno accentuati fino ad allinearsi con il tasso medio d'inflazione.
Secondo l'Antitrust, diversa sarebbe la situazione degli avvocati.
In
questo caso, facendo riferimento a dati che partono dal 2000, si
registrano andamenti chiaramente connessi con la fissazione autoritativa
delle tariffe e comunque ben al di sopra della media dell'inflazione,
almeno fino all'abolizione delle tariffe minime avvenuta con DL
n.223/2006. Da questo momento in poi, la libertà nella fissazione dei prezzi ha consentito un evidente rallentamento della dinamica di crescita
Il venir meno della tariffa minima obbligatoria, con la liberalizzazione dei prezzi
avvenuta nel 2006, ha senza dubbio contribuito alla flessione degli
aumenti degli onorari che si registra negli anni successivi.
In conclusione, non appare seriamente dubitabile che la politica di liberalizzazione e di apertura dei mercati, di tutti i mercati dei servizi
privati e pubblici, sia possibile ed essenziale per promuovere la
crescita del Paese. Non è un caso pertanto che l'Ocse nell''Economic
Survey sul nostro Paese dello scorso maggio abbia continuato a
sottolineare tra le riforme più urgenti proprio la riduzione dei vincoli alla competizione.
Note
[1] Banca d'Italia, Rapporto sulle tendenze del sistema produttivo italiano, 2008.
[2]
Banca d'Italia, Macroeconomics effects of greater competition in the
service sector: the case of Italy, by Lorenzo Forni, Andrea Gerali e
Massimiliano Pisani, n.706, march 2009.
[3] Autorità garante della
concorrenza e del mercato, Qualità della regolazione e performance
economiche a livello regionale: il caso della distribuzione commerciale
in Italia, 2007.
[4] Cfr. Audizione del Presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, presso la IX Commissione della Camera dei deputati,
Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, nell'ambito dell'Indagine
conoscitiva sul settore del trasporto ferroviario passeggeri e merci, 27
ottobre 2010.
[7] Fonte: elaborazione su dati tratti
dal documento di lavoro della Commissione Europea che accompagna il
"Report from the Commission to the Council and the European Parliament
on Monitoring Development of the Rail market", dicembre 2009.
[8]
Fonte: elaborazione su dati tratti da "Energy and Transport in
Figures", a cura della Direzione Generale Energia e Trasporti della
Commissione Europea, ed. 2009.
[9] Fonte: rapporto per la Commissione Europea dal titolo "Study on Regulatory Options on Further Market Opening in Rail Passenger Transport", settembre 2010, annex vari.
[10]
Fonte: documento di lavoro della Commissione Europea che accompagna il
"Report from the Commission to the Council and the European Parliament
on Monitoring Development of the Rail market", dicembre 2009.
[11] Fonte: "Towards a common market for rail services: the next steps", presentazione del direttore esecutivo della Community or European Railway and Infrastructure Companies (associazione di categoria degli operatori ferroviari europei), gennaio 2010.
[12]
Au dizione del Presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del
mercato presso la Commissione straordinaria per la verifica
dell'andamento generale dei prezzi al consumo e per il controllo della trasparenza dei mercati, Senato della Repubblica, 23 febbraio 2011.