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giovedì 17 dicembre 2020

Situazione Sicilia. E' pronto il piano-vaccini nazionale

In Italia avremo 292 punti di somministrazione del "Vaccino Anti-Covid". In una prima fase dopo le festività natalizie saranno 222 (che diventeranno 289 dal 7 gennaio). 

numeri sono contenuti in una delle tabelle presentate dal Commissario per l’Emergenza Domenico Arcuri.

La tabella:
7 sono i punti di somministrazione in Abruzzo, 5 in Basilicata, 6 in Calabria, 27 in Campania, 13 in Emilia Romagna, 5 in Friuli Venezia Giulia, 20 nel Lazio, 15 in Liguria, 65 in Lombardia, 7 nelle Marche, 2 in Molise, 8 in provincia di Bolzano, 2 in provincia di Trento, 28 in Piemonte, 11 in Puglia, 12 in Sardegna, 36 in Sicilia, 12 in Toscana, 4 in Umbria, 2 in Valle d’Aosta e 7 in Veneto.

Sicilia

I nuovi casi positivi registrati da ieri ad oggi nell'Isola sono 872. I dati come sempre sono aggiornati dal bollettino del Ministero della Salute.  

In Italia -ad oggi- i positivi sono 635.342, i dimessi e guariti 1.203.814. Le persone in isolamento domiciliare sono 606.061.

Contessa Entellina

Fortunatamente non abbiamo nulla da evidenziare localmente sotto l'aspetto sanitario (coronavirus). L'episodio dei mesi trascorsi (circa  20 concittadini contaggiati) che ha fatto trepidare la comunità pare abbia avuto origine da Sambuca, e fortunatamente si è riusciti a circoscriverlo. Ma qualcosa pure noi contessioti l'abbiamo purtroppo pagato in termini di anziani nelle rsa.

Essendo ormai a fine anno ci piace tirare alcune "somme"  in materia socio-economica e mostrare alcuni grafici esplicativi (di origine Istat) sul destino che attende Contessa Entellina, in caso di assenza ancora prolungata di vere iniziative politiche.

Ci preoccupa un fatto: la politica non si inventa; serve amore e duro impegno generale non di singoli ma di gruppi. Anni fa si sarebbe detto di "forze politiche". 

Pensiamo che quando insorgono rischi comunitari, il buon senso esige l'impegno di tutti. Fa male, infatti, leggere che esistono a Contessa E. classi scolastiche uniche (comprensive di maschi e femmine) con meno -complessivamente- di 15 ragazzi.

Quando, decenni fa, chi scrive frequentava la I° classe elementare maschile, insegnate era allora il maestro Pasquale Caruso, essa era composta da cinquanta ragazzi; ne conservo ancora la foto-ricordo.

Vediamo i dati Istat di questi giorni.

Distribuzione della popolazione di Contessa Entellina per classi di età da 0 a 18 anni al 1° gennaio 2020. Elaborazioni su dati ISTAT.

Il grafico in basso riporta la potenziale utenza per l'anno scolastico 2020/2021 le scuole di Contessa Entellina, evidenziando con colori diversi i differenti cicli scolastici (asilo nido, scuola dell'infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado).


Distribuzione della popolazione per età scolastica 2020

EtàTotale
Maschi
Totale
Femmine
Totale
Maschi+Femmine
di cui stranieri
MaschiFemmineM+F%
04370000,0%
195140000,0%
274110000,0%
33580000,0%
46390000,0%
556110000,0%
64150000,0%
72570000,0%
84260000,0%
957120000,0%
1077140000,0%
1173100000,0%
12105150000,0%
13213150116,7%
1466120000,0%
15113140000,0%
1684120000,0%
171311240000,0%
1879160000,0%

Serve fare politica: 

non esistono soluzioni diverse

Ancora un anno, il 2020, sta per andare via. Il nostro comune, o per meglio scrivere, la comunità locale presenta il suo rendiconto in crescente povertà. Non tanto in ottica economica in quanto tutti qui danno per scontato che non si può intraprendere nulla, se non trovare lo spirito o il coraggio di emigrare. La crescente povertà a cui ci riferiamo è quella della mancanza di giovani, di risorse intellettuali e di esponenti coraggiosi e intraprendenti. Quando queste circostanze si verificano -lo sostengono i libri di economia- è segno che la politica è stata assente, non ha creato e realizzato quanto ad essa compete. Non si è occupata nè di incentivi nè di infrastrutture, nè di attenzione a ciò che la legislazione vigente offre. E' segno che la politica si è immedesimata semplicemente in atti burocratici piuttosto che nelle visioni e nella programmazione.

Qui, in quest'angolo di Sicilia, da anni non si muove foglia in direzione di nuove attività, di nuove intuizioni, ... detto in altri termini: non si vede spirito "politico". L'unica bussola che segna qualcosa è quella che evidenzia che tutti, giovani ed anziani, abbiamo ritenuto ineluttabile il declino. Siamo, appariamo tutti stanchi, compresi quei pochi giovani che qui resistono; e pertanto non siamo disposti -proprio nessuno- a muovere foglia. Studiare e fare "vera" politica stanca!

Siamo in attesa, e non passerà molto, che qualcuno ci dirà che i ragazzi delle scuole elementari dovremo inviarli a Bisacquino (o altrove), in quanto è impossibile formare le classi per carenza di un numero minimo. Eppure ricordo che da ragazzo esistevano classi elementari pure a Piano Cavaliere e pure a Roccella.

Qui tutti appariamo tranquilli. Come a voler dire: capiti ciò che ha da capitare ! 

Viene da chiederci in continuazione: A cosa serve la politica ?

Noi sul Blog continueremo e riflettere su ulteriori dati Istat. Ma intanto leggiamo che oggi pomeriggio, mentre scriviamo, è in corso una riunione informale dei Presidenti delle Regioni Meridionali per rivendicare qualcosa su ciò che viene denominato il "Recovery plan".

Ne scriveremo.

Realtà baronali. Uno sguardo sulla società siciliana del Seicento: il Natale dei debitori

In Sicilia in pieno Seicento rimase solido il sistema feudale-baronale, mentre altrove (in Europa) cominciava già a consolidarsi il nuovo modello socio-economico capitalistico. 

In vista delle festività di fine anno piace al Blog, piace a IlContessioto, una breve rievocazione su ciò che accadeva nella Terra di Kuntissa in un anno della seconda decina del '600. In realtà accadeva un poco in tutte le terre rurali in cui i Baroni (lontanissimi dal conoscere il mondo dei loro sudditi) manifestavano a modo loro un segno di bontà natalizia verso i sudditi, persino verso i carcerati.

Era un segno di carattere generale sollecitato, stando alle carte archivistiche consultabili in Palermo da chi lo desideri, dal Vicere, che voleva essere (in quei tempi) un atto di cristiana generosità verso i debitori reclusi qui a Contessa nelle carceri baronali che allora insistevano sull'attuale Via Scanderbergh.

In pratica veniva concessa alla locale Segrezia (=l'emanazione locale del Barone) e più specificatamente al giudice locale, la "facoltà", non l'obbligo,  di scarcerare i debitori che non erano riusciti a saldare i loro debiti con la "Segrezia".  Il tutto doveva avvenire mercé plageria de redeundo (=deposito di cauzione) e per un breve tempo predeterminato.

L'iniziativa verosimilmente mirava più a constatare se il carcerato era in condizione di disporre di risorse che come atto di cristiana umanità.

La raccomandazione del Vice-re così recitava: " ... Poichè per le feste della Natività e Pasqua di Resurrezione, si ha per noi et nostri predecessori concesso a tutti li carcerati di onze 500 abasso,  mese uno di redeundo, et desiderando che il simile si faccia per tutte le città e terre, havemo ordinato, che a tutte quelle persone che si retroveranno carcerate di ordine vostro, per debiti di onze 400 abasso, dobbiamo concedere mese uno di redeundo ---". 

L'ordine regio in realtà veniva proposto alle Segrezie delle Terre dai rispettivi baroni in piena discrezione. Avremo comunque modo di ricostruire il mondo degli arbëreshë di Kuntissa durante il lungo periodo baronale.

Festività e Covid. Ancora non sappiamo come arriveremo al nuovo anno

 Che Fine anno sarà ?

Ancora non ci è noto

Zona rossa si . Zona rossa no. Se zona rossa sarà non sarà come l’abbiamo conosciuta finora. Il governo nulla ha ancora deciso. Il ministro Roberto Speranza e il ministro Francesco Boccia finora hanno discusso delle ipotesi sul tavolo per contenere il contagio da Covid-19 con i presidenti delle regioni per l’ultimo weekend prima di Natale, il 19 e 20 dicembre, e dal 24 al 7 gennaio. Non esiste attualmente una posizione comune fra "centro" e governatori. Il governo, secondo il presidente della Lombardia Attilio Fontana, «non ha specificato nessuna ipotesi, si è riservato di dircelo domani, domani valuteremo», sarebbe oggi. Una pausa dovuta al vertice fra Giuseppe Conte e i capidelegazione di maggioranza che è seguito.

Michele Emiliano (presidente regionale Puglie), dopo l’incontro ha spiegato: «Siccome non potranno applicare il vecchio Dpcm, non è detto che la zona rossa dal 24 al 7 sia identica a quella che abbiamo avuto fino ad adesso». Dopo l'incontro ufficiale la Stato-Regioni si svolgerà anche un conferenza l’Unificata con Anci e Upi dove il governo spiegherà le misure. «Evidentemente hanno pensato, secondo me giustamente, che visto che tra il 24 e il 7 gennaio c'è un sostanziale rallentamento di tutta la vita, c'è il rischio di avere movimento e aggregazioni di persone per ragioni non essenziali». I ministri «Hanno chiesto a noi cosa ne pensavamo e noi, che non abbiamo più il controllo delle politiche per abbassare la curva ma gestiamo solo gli ospedali, siamo stati abbastanza contenti perché era l'unico modo per non rischiare dal 7 gennaio in poi una esplosione».

mercoledì 16 dicembre 2020

Situazione Sicilia. Covid: in Sicilia 1.065 altri nuovi casi e 29 morti

 Sicilia

I ricoverati in terapia intensiva secondo la rilevazione di oggi (16 dicembre) sono 183 (-2 rispetto a ieri).  Sono 1.371 le persone ricoverate contro le 1.410 di ieri, mentre i guariti sono 1.829. 

Complessivamente i positivi attuali sono 35.176 (22.805 dei quali in isolamento domiciliare). Il totale delle vittime siciliane è finora di 2.059. Dall’inizio dell’epidemia in Sicilia si sono ammalate 81.256 persone. 

Contessa Entellina


Se dobbiamo attenerci solamente al quadro Covid possiamo dire che la realtà nostra, contessiota, è sicuramente buona. Qui non siamo noi a doverci preoccurare di mantenere il "distanziamento" che i media suggeriscono in continuazione. E' la nostra situazione sociale, di "paese che vive di emigrazione", che ci tiene fin troppo distanziati. Ad una capienza abitativa che l'Istat ci ha dato -non molto tempo addietro- di quasi 8mila anime, sulla carta saremmo appena qualche decina più di 1500, ed in via di fatto (fra chi mantiene la residenza qui ma è emigrato e chi si reca a lavorare o a studiare fuori), probabilmente siamo prossimi a mille, e secondo taluni anche meno.

Più distanziati di cosi non possiamo.

Motivi per riflettere. Noi gente del XXI secolo

  Detti e Fatti vari 

Nelle viscere della provincia di Trapani, si continua a cercare il superlatitante Matteo Messina Denaro, il “figlioccio” del capo dei capi Totò Riina, il mafioso che conosce il segreto delle stragi. Ma lui resta un fantasma, ormai dal giugno 1993. Cadono invece nella rete delle indagini coordinate dalla procura di Palermo i nuovi boss che reggono il “sistema” Messina Denaro, tra affari e complicità. Questa notte, i poliziotti della Servizio centrale operativo e i colleghi delle squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito tredici fermi disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che smantellano il clan di Calatafimi-Segesta. E’ stato notificato anche un avviso di garanzia al sindaco di Calatafimi, Antonino Accardo, eletto l’anno scorso con 1900 preferenze, oggi è accusato di corruzione elettorale ("50 euro a voto" si sente nelle intercettazioni) e di tentata estorsione, con l’aggravante di mafia. Fra gli indagati c'è pure un agente della polizia penitenziaria in servizio nel carcere palermitano di Pagliarelli: è accusato di rivelazione di notizie riservate. (La Repubblica)

Giacomo Salvini, giornalista

Ripensavo a quando Bersani fu fatto fuori da Renzi sui famosi 101 che impallinarono Prodi al Quirinale. Mai rancore, mai un gesto vendicativo. Umanamente un signore.

Carlo Cottarelli, economista

Nel 2019 solo il 37% delle donne lavorava, contro il 54% degli uomini (ISTAT). Sono numeri da paese in via di sviluppo. Più asili nido potrebbero arginare questo problema. Non è solo una questione economica, è una questione di giustizia nelle opportunità per donne e bambini.

Michele Anzaldi, deputato

Gli insulti di Travaglio a Teresa Bellanova, il tono di irrisione e scherno per il suo passato di bracciante agricola rappresentano un episodio davvero inqualificabile di odio politico. Il presidente Conte prenda le distanze dal suo direttore ultrà e difenda la ministra.

Mila Spicola,  Insegnante, pedagogista e scrittrice

Qualcuno mi spiega SCIENTIFICAMENTE perché il percorso da casa a scuola in mascherina e in media di mezz’ora dovrebbe essere più a rischio contagio dello stare 5h in 30 in un’aula con finestre non sempre aperte e perché non ci si cura della ventilazione in aula? Scientificamente.

Simona Malpezzi, Insegnante e senatrice

Da una parte la Lega di Salvini che chiede di aprire tutto e “di non rubare il Natale ai bimbi”. Dall’altra Zaia che chiede un Natale di restrizioni. Le cose sono due: o anche Zaia vuol rubare il Natale ai bimbi; o ancora una volta Salvini non perde occasione per far polemica.

Dario Franceschini, seputato, Ministro dei Beni Culturali

E’ tempo di scelte rigorose di Governo e Parlamento: solo regole più restrittive durante le festività potranno evitare una terza ondata di contagi. Per noi che abbiamo responsabilità istituzionali è un dovere intervenire oggi senza esitazioni per salvare vite umane domani.

Mateo Richetti, deputato di Azione

A Crotone reddito di cittadinanza ai boss della ‘Ndrangheta. Questa sarebbe la misura con cui “hanno abolito la povertà”? Funziona talmente bene che è l’unica misura confermata in legge di bilancio.

Poche righe. Alle origini di Contessa E. (4)

Intento di queste "Poche righe. Alle origini di Contessa E." è  di aprire nuove valutazioni sulla situazione socio-politica-economica della Sicilia XV-XVI secolo, il periodo di arrivo degli arbëreshë in Sicilia. Valutazioni che faremo sulla scorta di una notevolissima bibliografia relativamente recente curata da tantissime istituzioni culturali, pubbliche e private. Fermo restando che esistono "giacimenti" documentari che in pochi probabilmente hanno finora consultato. Punteremo a far capire perchè, qui, a Contessa E., stiamo vivendo questi giorni di memorie.

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        Brevi cenni storici

Manuele II
Imperatore Romano
d'Oriente
Gli ottomana già nel 1354 erano passati in Europa occupando la Tracia e creando ad Adrianopoli (1361) un minaccioso punto strategico per la possibile invasione dei Balcani.

Il resto dei Balcani erano stati progressivamente insidiati ed in buona parte occupati dai Serbi. Nel 1389, sulla pianura del ‘campo dei merli’, in quella che poi fu detta Prima Battaglia del Kosovo, l’armata turca distrusse l’ultima resistenza dei popoli balcanici.

Ormai l’armata turca guidata da Bayezid I, noto successivamente come ‘la folgore’ aveva distrutto l’ultima resistenza dei popoli balcanici e l'Impero di Costantinopoli non era più in condizione di aiutare bulgari, serbi, macedoni ed albanesi. L'espansione turca fino al Danubio era ormai a portata di mano.

1391-1425 Manuele II il Paleologo diventa Imperatore dell'Impero Romano d'Oriente. Si adoperò in vari modi per salvare la romanità dello stato in Medio Oriente, ormai insidiato e indebolito non solamente dai turchi ottomani ma anche dalle illusorie aspettative di vari stati europei, dai veneziani e genovesi agli ungheresi agli stessi aragonesi. Egli si ritrova a reggere, sostanzialmento, un Impero molto delimitato e nella sostanza vasssallo dei turchi.

1393. Gli ottomani aggirano la capitale dell'Impero, Costantinopoli, e iniziano l'occupazione dei Balcani. L'odierna Bulgaria viene quindi completamente occupata

Nel 1396 per convincere i governanti europei del reale pericolo che correva la Cristianità Manuele II intraprese un viaggio per gli stati d'Europa: Francia, Germania, Inghilterra. Non pare tuttavia che sia stato convintamente ascoltato, anzi. 

Manuele nell'invocare l'aiuto all'intero Occidente, compreso al Papa, propose pure la mai realizzata unione della Chiesa d'Oriente e della Chiesa di Roma, in cambio di una crociata.

La crociata in effetti fu organizzata e fu pronta già nel luglio del 1396, quando le forze di Sigismondo del Lussemburgo e l’esercito crociato francese si incontrarono al confine ottomano, per subito puntare verso la piazzaforte di Nicopoli, sulle sponde del Danubio. Si trattò dell’ultima campagna militare che seguiva prettamente lo spirito della crociata: l’idea di una cristianità riunita, forte e agguerrita ed unita dalla fede contro un nemico infedele, da sconfiggere. Non accadeva dall’XI secolo. Questo spirito combattivo si affermò improvvisamente per un’altra ed ultima volta, caso eccezionale nella storia.

Vincono gli ottomani.

L’esercito crociato era composto da un contingente francese-borgognone di 10.000 uomini, principalmente cavalieri, 1.000 fanti inglesi armati di archi lunghi e 6.000 tedeschi provenienti da tutte le parti del Sacro Romano Impero, perlopiù cavalieri. Giovanni I, conte di Nevers e futuro duca di Borgogna era il Comandante riconosciutto.

Un'altro esercito composto da valacchi, moldavi e ungheresi, composto da contingenti di fanteria pesante arrivò sotto il comando di Sigismondo di Lussemburgo. Gli storici sostengono che lo schieramento cristiano complessivamente era composto da 50.000 uomini. I valacche di religiosità ortodossa, guidati da Mircea I, combatterono accanto agli ungheresi cattolici.
I cristiani strinsero d’assedio la piazzaforte di Nicopoli e attesero la prima mossa ottomana. Il conte Giovanni di Neversl, sguinzagliò i suoi cavalieri, che misero a ferro e fuoco la campagna circostante: un abitudine crociata che, nel tempo, era divenuta una costante. Gli abitanti del territorio furono presi prigionieri o trucidati, le donne stuprate e i bambini crudelmente uccisi.
Bayezid, il Sultano intento ad assediare Costantinopoli, radunò un esercito in fretta e furia e si diresse a tappe forzate verso nord insieme al vassallo serbo Stefano III Lazaro. Fra cavalleggeri serbi e giannizzeri (l’èlite dell’esercito ottomano), arcieri, fanteria e cavalleria pesante e leggera, l’esercito ottomano raggiungeva, secondo gli storici, un numero che eguagliava quello dell’esercito crociato ed anche superiore, vicino alle 100.000 unità.
Lo scontro avvenne il 25 Settembre 1396. Accadde che la strategia da perseguire fra i capi cristiani non fu unica e la battaglia finale finì in un mare di sangue con gli ottomani usciti vincitori.
La stagione delle crociate si concluse nel sangue di francesi e ungheresi. Si concluse nel campo di Nicopoli, fra le bandiere spezzate dell’Ordine Teutonico e del Regno di Francia.

Manuele II, da parte sua allontanò la minaccia dell'ulteriore assedio della capitale, Costantinopoli, accordandosi con  Maometto I (figlio di Bayezid I) con cui mantenne sempre la pace. 

1402. Battaglia di Angora. L'Impero Bizantino, erede diretto dell'antica Roma, è ormai l'ombra di se stesso. Circondato da ogni lato da territori turco-ottomani era ridotto alla capitale Costantinopoli e ad alcuni territori in Grecia. A rimandarne la caduta definitiva di un mezzo secolo fu una circostanza peraltro non prevedibile nè cercata. Il re dei mongoli, Tamerlano, inflisse ai turchi una sconfitta terribile e dalle ferite irrimediabili nella battaglia di Angora (1402). I turchi attesero fino alla morte di Tamerlano per recuperare fiducia nelle loro capacità.  

1423. Tessalonica viene ceduta ai Veneziani. Ormai le incursioni turche nella Morea sono frequenti.

Andronico, figlio di Manuele II, governatore della città e delle aree prossime non possiede più il controllo del governatorato. Il giovane era peraltro gravemente malato, di una gravissima forma di elefantiasi che gli impediva i movimenti. Assunse la decisione di chiedere ai Veneziani la difesa e il governo della città. La città, la seconda dopo Costantinopoli più importasnte dell'Impero, gli era stata assegnata da suo padre quindici anni prima, in quanto -per la collocazione ed il quadro geo-politico- necessitava di atteggiamenti propri e indipendenti per resistere alla aggressività ottomana.

L’amministrazione della città sarebbe rimasta a funzionari e magistrati bizantini e in essa si sarebbe continuato ad applicare il diritto bizantino. I beni e le proprietà degli indigeni andavano rispettati e la locale chiesa bizantina non sarebbe stata oltraggiata o ostacolata. Andronico in pratica cedeva alla Repubblica di Venezia una città bizantina e tale sarebbe dovuta rimanere, in ogni caso. 

Il senato veneziano esitò parecchi mesi prima di accettare; Venezia temeva in primo luogo una diretta contrapposizione ai Turchi e la tolleranza espressamente richiesta per il credo bizantino, non apprezzato nella Roma papalina. Poi ritenne che un’ulteriore resistenza della Morea indipendentemente dal resto dell'Impero sarebbe stata piuttosto impossibile e la città di Tessalonica (odierna Salonico), importantissima anche per gli scenari che la Repubblica cercava faticosamente, rischiava comunque di capitolare. Venezia il 14 settembre 1423 prese tuttavia in consegna la città ormai ridotta alla fame; una città che solo qualche decennio prima li avrebbe rifiutati. Quel 14 settembre 1423 fu la data della fine definitiva di Tessalonica bizantina .

Giovanni VIII, figlio di Manuele II, designato al trono. 

Giovanni ritenne che si dovesse unificare la Chiese di Roma e quella di Bisanzio per contare su aiuti dagli occidentali contro gli Ottomani. Manuele, rispose con questa storica espressione: “Figlio mio, noi sappiamo degli infedeli con assoluta certezza e dal profondo del cuore, che molto li spaventa il nostro accordo e la nostra unificazione con i Franchi, perché sanno che, se ciò avvenisse, ne verrebbe a essi gran danno dai cristiani d'occidente a causa nostra. Perciò, quanto al concilio, progettalo pure e datti da fare, specialmente quando hai bisogno di far paura agli infedeli. Quanto però al farlo, non ti ci mettere, perché non vedo che i nostri siano capaci di trovare un modo per realizzare l'unione in pace e concordia, anzi vorranno convertire costoro per essere come eravamo prima. Poiché ciò è quasi impossibile, ho paura che ne verrà uno scisma anche peggiore ed ecco che saremo allo scoperto dinanzi agli infedeli.”

Nel 1444 i turchi mostrarono una ferocia indescrivibile nell'insurrezione  bulgara (battaglia di Varna).

1451. Sale al ruolo di sultano Maometto II che da subito avvia nella massima meticolosità l'assedio di Costantinopoli che soccombe il 29 maggio 1453. L'ultimo imperatore romano, Costantino XI, viene ucciso e con la presa di Costantinopoli (1453) fu posto fine al millenario Impero romano d’Oriente. 

Seguì la conquista di ciò che restava della Grecia (1458-60) e dell'Albania e delle colonie genovesi nel Levante (1474-75). 

Nel 1465 Costantinopoli diventa capitale dell'impero ottomano.

Ci resta da centrare la figura di Scanderbergh

martedì 15 dicembre 2020

GLI ESAMI DI MATURITÀ DI...ALTRI TEMPI (1) ... di Ernesto Scura

Riceviamo e pubblichiamo 
Nel 1952 frequentavo la quinta classe del liceo Scientifico dell’Istituto parificato di Corigliano Calabro. Consapevoli, noi allievi, dell’estremo rigore che comportava  il confronto con una commissione esaminatrice formata da docenti esterni, ci consolava il fatto che, di diritto, almeno  due degli esaminatori, dovevano essere nominati dalla scuola, scegliendoli tra gli stessi docenti dell’ultimo anno di liceo, il che voleva dire che, per esempio, se la scuola nominava il docente di lettere, tu eri coperto almeno nelle due materie importantissime: Italiano e Latino. (Per il Classico anche il Greco). Era impensabile una bocciatura da parte di quel docente che per almeno tre anni ti aveva condotto alle soglie della maturità. Se l’altro docente nominato dalla scuola era quello  di Matematica e Fisica, erano altre due materie, importantissime in un Liceo Scientifico, che potevi assicurare nel tuo carniere, specialmente per l’aiuto che  ti poteva, fornire durante lo svolgimento del compito di Matematica, il fatidico PROBLEMA, croce e delizia della Maturità scientifica. Le rimanenti materie, Lingue, Scienze, Storia, Filosofia, Disegno ed Educazione Fisica, pur temibili, non costituivano lo spauracchio di una  malaugurata bocciatura, specie se i due docenti “amici” erano capaci di saper gestire le valutazioni globali a difesa. A metà gennaio, di quell’anno, subimmo la doccia fredda di un Decreto del Ministro della Pubblica Istruzione, Antonio Segni che, sull’onda di un invalso convincimento di esagerato rilassamento del rigore degli esami di maturità, per tutto il periodo bellico, voleva, non solo ritornare alla severità dell’anteguerra, del resto già da tempo ormai  ripristinata ma, addirittura, travalicarne la già rigorosa conduzione. Il Decreto stabiliva l’abolizione dei due rappresentanti nominati dalla scuola, tra i docenti dell’ultima classe di liceo e, pur tuttavia, come magra consolazione, consentiva la presenza di un rappresentante interno, beffardamente denominato, con aulica prosopopea, “pater familias”, che doveva essere, preferibilmente il Preside, il quale, nelle vesti di  “tutor” rappresentava il garante della storia scolastica di ciascun allievo, in sede di giudizio finale. E vi lascio immaginare quanto poteva valere la “Difesa d’Ufficio” di un rappresentante al quale, si e no, era permesso assistere allo svolgimento degli esami scritti senza potersi nemmeno avvicinare ai banchi dei candidati, a rischio di prendersi il rimprovero del Presidente di Commissione. Agli orali, poi, era semplice osservatore. Cercammo di reagire prendendo contatti con il Liceo Classico della vicina Rossano ed insieme con alcuni loro rappresentati ci recammo a Cosenza  dove un improvvisato “comitato” avrebbe dovuto dare disposizioni sulla  conduzione della protesta. Ci aspettavano, i cosentini, non avvertiti da noi, già all’arrivo dell’autobus, in una ridicola atmosfera di “cospirazione”, dandoci immediate istruzioni  su come comportarci per sfuggire ad eventuali “incursioni “ della polizia. L’assemblea si tenne in uno spiazzo antistante il serbatoio idrico che  alimentava la città, posto su un’altura che ben si prestava ad avvistare  in tempo eventuali blitz della polizia del “tanto odiato” ministro Scelba.

A quel punto capimmo subito chi stava CAVALCANDO LA TIGRE. Era il Partito Comunista che, come al solito, non si lasciava sfuggire nessuna occasione per dare addosso al governo ed ai suoi ministri. Benevolmente, voglio illudermi che la scelta del posto non sia stata  ispirata dal colore “rosso fiammante” della struttura.  E non ci sarebbe da meravigliarsi, più di tanto, tenendo conto della furba  importanza che i comunisti attribuivano alle simbologie, specialmente quando, per opportunità, dovevano rinunciare a far sventolare le bandiere rosse. Noi tre rappresentanti di Corigliano, intimiditi da un apparato già istruito ed educato alla protesta, assistemmo allo stile organizzativo  di un ”Apparatnik” di stampo squisitamente bolscevico, che ebbe immediata conferma quando gli “agit-prop” della delegazione cosentina, con apparente “leale senso di ospitalità”, proposero di eleggere presidente del “Comitato di Protesta” un  rappresentante “ospite”. E mentre i miei due colleghi coriglianesi pensavano di propormi come probabile candidato, il comitato, con tempestiva alzata di mano, aveva già acclamato UGO BRUNO, del  Liceo Classico di Rossano. E chi era questo illustre sconosciuto? Sconosciuto un corno. Per noi, forse, ma per l’Apparatnik, che lo chiamava, con amorevole familiairità, UGHETTO, era notoriamente il figlio del deputato comunista rossanese  Giovanni Bruno, cosa che lo elevava, automaticamente, al rango di leader. Capimmo subito che la battaglia era persa per un duplice motivo: -Il ministro Segni non era tipo da farsi intimidire dalla protesta di pochi mocciosi manovrati con mire “rivoluzionarie” da sobillatori comunisti. Erano ancora da venire gli anni della protesta indiscriminata in cui, spesso, i ministri erano collusi con gli scioperanti e la promozione un diritto acquisito dei “figli del popolo”. -Il ministro degli Interni, Scelba, non aveva alcun timore della piazza scatenata a fini demagogici, figuriamoci, poi, se composta di giovani. Tornati a Corigliano mi toccò riferire l’inevitabile fallimento della nostra protesta e, conseguentemente, la decisione di interrompere  l’ormai inutile sciopero, rivelatosi una battaglia persa a causa di  quella strumentalizzata campagna politica. Quella desistenza ci procurò l’infamante accusa di “crumiri” da parte dei colleghi rossanesi. E figuriamoci se ci facevamo intimorire da quattro invasati “servi sciocchi” della “Rivoluzione ad ogni costo”. Infatti, come previsto, la protesta, in campo nazionale, fu un “flop”. Quell’anno, la mia classe, composta di 19 alunni, fu decimata, agli  esami, e la maturità fu conseguita da appena 8 candidati, ed io tra  questi. E siccome almeno due erano ripetenti, vuol dire che, della originaria classe della prima liceo, solo in sei coronammo il sogno. Vi furono ben 11 impietosamente respinti (di cui già tre ripetenti). E non crediate che fossero delle bestie. Tutt’altro. Vi posso garantire che oggi, col grado di cultura imperante, sarebbero stati promossi col massimo de voti. Ma erano altri tempi, quando la cultura si misurava a millimetri e non  a spanne.

Ernesto Scura

 P.S.A proposito di spanne, non guasta riportare un episodio di cui, molto tempo dopo, negli anni 70, fui protagonista a Cosenza, dove Insegnavo Costruzioni all’Istituto Tecnico per Geometri. Tra i docenti c’era un professore di Chimica, collaboratore del Preside, che si dava molto da fare (è evidente che aveva tempo da perdere) nel curare i rapporti con gli alunni, specie quando c’era da organizzare scioperi e manifestazioni  di protesta, meglio ancora se si trattava di ghiotti avvenimenti politici, nazionali ed internazionali. E in Sala Insegnanti non rinunciava a sermoneggiare sulla necessità di una scuola più facile ed aperta anche ai meno dotati, tanto per realizzare il livellamento che avrebbe dovuto eliminare le “disparità sociali”, facendo la solita ipocrita confusione tra merito e condizioni economiche. Era evidente la sua matrice “sessantottina” con conseguimento della “Laurea di  Gruppo” in cui, uno solo, maldestramente, relazionava, e gli altri “meritavano”, del resto, come già avveniva in corso di esami, dove il minimo voto assicurato era il 25/30. Io mi guardavo bene da interloquire con lui. Un giorno, però, si rivolse a me direttamente, chiedendo un mio parere sul suo sogno di una scuola più facile. Sbottai : “ Ma non vedi i guasti che stanno combinando queste teorie? Non vedi il degrado culturale di insegnanti che, ottenuta una qualche laurea usurpata a “furor di popolo”, vengono a rovinare i poveri allievi, anche nella nostra scuola?”  Il riferimento alla sua laurea era troppo palese, per cui ritenne fosse suo dovere fare una qualche raffazzonata precisazione, e cominciò:“ IO, QUANDO MI HO PRESA LA LAUREA...” Non lo lasciai continuare e fulminandolo con lo sguardo, scandii:   “...QUANDO MI SON PRESA LA LAUREA” e girai le spalle ed andai via. Subito dopo, mi ricorsero gli altri docenti: “Erne’, l’hai distrutto”. Ed era vero. Da quel giorno, quando mi vedeva, mi evitava e, per mia fortuna, ed anche sua, evitava di fare “comizi” in sala insegnanti.

Ernesto SCURA

lunedì 14 dicembre 2020

Diritti umani. In memoria di Giulio Regeni

 In segno di protesta Corrado Augias, stimato pure dal grande pubblico televisivo come uomo di cultura,  ha restituito la Legion d’Onore a Macron.

 Adesso anche altri italiani stanno seguendo il suo esempio. Sergio Cofferati, ex leader della Cgil e ex sindaco di Bologna, Luciana Castellina, scrittrice e l’ex ministra Giovanna Melandri hanno deciso di riconsegnare il riconoscimento. Questo significativo gruppo di intellettuali italiani ha preso questa decisione dopo aver saputo che il 7 dicembre il governo francese ha attribuito la medesima onoreficenza anche al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

 Erano quelli i giorni in cui la Procura di Roma ha reso noto il fascicolo che prova il coinvolgimento di quattro agenti dei servizi segreti egiziani nell’uccisione di Giulio Regeni. “Per il mio modo di intendere il mondo non è dato che possa ritrovarmi in compagnia di Al Sisi”, ha detto a Tpi Sergio Cofferati che ha deciso ieri di rinunciare alla sua Legion d’onore ricevuta nel 2001.

In una dichiarazione alla stampa l'ex leader della CGIL, amico dei familiari di Giulio Reggiani e da eurodeputato ha sostenuto la loro battaglia ha detto: “Mi è stata consegnata per il mio lavoro nella difesa dei diritti dei bambini e contro lo sfruttamento dei minori”, “Il tema della mia Legion d’onore erano i diritti universali che ora vedo calpestati dalla scelta di Macron”. “L’Europa deve muoversi unita con il governo egiziano — aggiunge Sergio Cofferati — ma anche l’Italia deve fare la sua parte, ritirando al più presto l’ambasciatore al Cairo”.

Riflessioni sulla Storia (9)

Trattegiamo il sistema feudale: 

il sistema che gli arbëreshë 

sconoscevano prima di arrivare in Sicilia

 Ovunque e sempre nel bacino mediterraneo sono stati considerati eventi solenni le "nascite", i "matrimoni" ed i "funerali". Sia i Greci che i Romani organizzavano cortei funebri ove tutti i partecipanti (parenti, chienti e liberti) vestivano in nero.

Nella Sicilia normanna, alla morte di Guglielmo I, (maggio 1166), leggiamo su più libri di Storia, in particolare su quello relativo al Feudalesimo di Alessandro Italia leggiamo: 
1) "Secondo il costume, dato prima nel palazzo l'annunzio della morte del re, subito seguì il lutto di tutta la città. Quindi i baroni, coi vescovi e i grandi della corte, portarono il cadavere del re dal luogo dove era stato sepolto, nella cappella. Per tre giorni tutti i cittadini indossarono abiti neri, e per tutti questi giorni le donne e le nobili matrone, specialmente le saracene, che rimpiangevanao con dolore sincero la morte del re, coperte di sacchi, con i capelli scapigliati, di giorno e di notte andando in giro, precedute da moltitudine di serve, rimpiangevano di ululati tutta la città, accompagnando, col suono dei timpani, il flebile canto". (Falcanando).

2) In Sicilia le manifestazioni di lutto divenivano sempre occasione di esagerazione. Più o meno le stesse manifestazioni occorse per la morte di Guglielmo I che si svolsero il 13 dicembre 1250, sempre a Palermo,  in occasione dell'arrivo in città, dalla Puglia, dei resti di Federico II per essere sepolti nella Cattedrale cittadina.

3) Sempre in Sicilia le manifestazioni per il lutto sono state fino ad una decina di anni fa esagerate, al punto che si susseguivano disposizioni regie e statuti comunali che provavano a disciplinarne tempi e modi. Nel 1309 Federico III proibì per tutta la Sicilia che le donne seguissero i feretri, e che si suonassero nei funerali guideme o citarre, tamburi o altri strumenti e si cantassero le reputazioni, cioè quelle canzoni lugubri, che i romani chiamavano nenie

4) Nello Statuto di Palermo (1423) si legge "supra li purtamenti di li donni, si ordina, che li vestimenta sieno senza cuda e che finu di lu secundu gradu non est negatu a li preditti collaterali persune impune puturi reputari".

5) Il Sinodo di Siracusa (8 Settembre 1553) così descrive le reputatrici: " ... quando muoiono uomini e donne, alcune femminucce, più spesso vedove, cantano alcune cantilene all'uso dei pagani, riportandovi  quanto i morti facevano in vita e in subito si percuotevano la faccia, si strappavano i capelli per muovere al pianto le donne astanti, ululando come i bruti, e queste femminucce il volgo chiama reputatrici; ordiniamo che nessuna donna osi cantare tali cantilene ...".

L'Uomo. Dalle caverne a ... (2)

 Virus, Comid-19, Pandemia ... e molto altro

 Fino a Darwin (1809-1882) si immaginava fosse possibile conciliare "natura" e "cultura"; l'ipotesi era che questa ultima fosse spuntata fra gli uomini in forza della selezione naturale, come portato di raffinatezza rispetto ai valori della sopravvivenza e della riproduzione. La convinzione era che la cultura avrebbe messo l'uomo al riparo dai tanti e diversi eventi della natura e egli avrebbe avuto più possibilità nel "gioco" rispetto alla natura. 

Con Darwin la Scienza era ancora nell'alveo di processi biologici, pur provando a distanziarsi da essi.

Già all'inizio del Novecento i filosofi si accorgono che la tecnologia e per essa le macchine tendono a raggiungere situazioni di eccentramento rispetto all'uomo (= l'uno nell'altro non hanno lo stesso centro; non sono più concentrici). Sempre i filosofi e nel tempo anche gli uomini comuni -in pratica- cominciano ad accorgersi che il portato positivo e in più sensi salvifico della tecnologia possiede in sé una doppia conseguenza: salvifica e nello stesso tempo di fatale deperimento dell'uomo. Accade che l'uomo -via via- nello scorrere dei decenni del Novecento si accorge di essere stato surclassato dalla tecnologia.

Martin Heidegger (Filosofo 1899-1986) e Hans Jonas (filosofo 1903-1993) cominciano a parlare e a scrivere che il progresso tecnologico ha impresso a se stesso una accellerazione geometrica rispetto all'avanzamento e al futuro dell'Homo sapiens sapiens e soprattutto che quell'accellerazione ha introdotto una notevole contrazione di quelli che erano stati definiti i predicati dell'umanità.

Cosa intendono dire i due maestri, in termini più facili? che già alla fine del XX secolo si poteva cogliere nettamente agli occhi della cultura diffusa degli uomini come il peso degli strumenti di metallo (=la nuova tecnologia) sia di colpo implosi in mano agli uomini medesimi. Quello che doveva essere un supporto tecnologico in realtà, secondoi Marshall McLuhan (sociologo, filosofo, critico letterario 1911-1980), stava in realtà modificando il sostrato biologico dell'uomo. Lo stava impoverendo. La tecnologia pur restando esterna all'uomo, tuttavia si incarnava nell'uomo modificando la pressione selettiva e -nel lungo periodo- pure l'intero set di geni che appartengono a tutti gli individui. Secondo gli studiosi -quindi- gli slittamenti nella personalità dell'uomo non sono a priori prevedibili, nè sono sotto il suo dominio, dell'uomo.

Per chiudere questa pagina, sembrerebbe che ci siamo avviati, in quanto umanità, verso un orizzonte che ci darà sensazioni di incompletezza rispetto all'alta performatività (grazie alla tecnica) di cui godiamo  e di conseguenza la pochezza di prestazioni realizzabili in ambito personale, ci darà solitudine, inadeguatezza. Ci ri-troveremo insomma in più circostanze di  riflettere sulla nostra personale "incompletezza".  

La tecnica come scrivevamo nel post precedente non sarà -pare di capire- una stampella che supplirà la nostra natura zoppicante, ma ci arriverà da supporti esterni. 

Saranno giorni -in altri termini- in cui l'uomo non sarà più misura del mondo, nè sarà al centro del mondo. Secondo alcuni la tecnica verrà vista come motore di contaminazione che di volta in volta altererà il concetto di "umanità", essendo questo concetto non più improntato all'autoreferenzialità ma al dialogo con "alterità" non più umane ma tecnologiche.

domenica 13 dicembre 2020

L'Uomo. Dalle caverne a ... (1)

 Virus, Comid-19, Pandemia ... e molto altro

Siamo da mesi condizionati da termini medico-scientifici che illuminano su ciò che accade, da coloro che possiedono una preparazione medico-scientifica. La gran parte della popolazione mondiale segue, prova a farsi una idea, si affida alle autorità pubbliche e prova ad ascoltare ciò che gli esperti trasmettono attraverso i media.

Alcuni sostengono che da alcuni decenni la società in maniera impercepibile ma avvertibile da chi è attento va abbandonando la cultura umanistica e fa facendo propria la visione tecnico-scientifica.

La tecnica ormai ha contaminato irreversibilmente lo stesso concetto di "u-m-a-n-i-t-à". L'umanità che la cultura occidentale ci ha trasmesso è fondata sull'autoreferenzialità del singolo, della comunità, della nazione e contemporaneamente sul dialogo con l'alterità. La tecnica, figlia della Scienza, secondo taluni ai nostri giorni non supplisce più alle manchevolezze o alle insufficienze dell'uomo. Essa penetra all'interno dell'essere umano e gli detta e predice nuovi e diversi "predicati generali". Una circostanza questa tendenza che procede da alcuni decenni che è apprezzatissima in un'ottica "economicistica" che però prova a spogliare l'uomo, l'umanità, dei parametri dell'umanesimo.

L'uomo va assumendo, in buona sostanza,  una natura ibrida, puntando verso una definitiva eccentricità e nel contempo ad assumere un diverso, sconosciuto ad oggi, comportamento.

Per chiudere questa nuova iniziale pagina: la "tecnica" non è più una stampella dell'uomo; già oggi essa è il volano di profondissime trasformazioni di cui l'uomo non è più padrone.

Le conseguenze non sono prevedibili. Fino a qualche tempo fa l'uomo costituiva modello e fine per qualsiasi realtà planetaria. Oggi si comincia ad immaginare e perseguire qualcosa di ibrido: le macchine che fanno e decidono al posto nostro.

La tecnologia non è più avvertita come macchina, strumento freddo. La tecnica è adesso una sorta di desinenza declinativa di soluzioni, si parla di antropopoiesi divergente da modelli coniugabili con il mondo.

L'interrogativo: in che direzione saranno utilizzati i nuovi codici e le potenzialità della tecnica ?

Alle radici del Cristianesimo

  Dalla Filocalia:

Massimo il Confessore, è stato un monaco e teologo bizantino, venerato santo sia dalle Chiese cattolica e ortodossa che lo ricordano il 13 agosto di ogni anno.

X Tu renderai a ciascuno secondo le opere sue, non significa che Dio retribuisce quelle opere fatte a prescindere dalla retta intenzione.
-Dio retribuisce quelle che sono compiute, con retta intenzione. 
-Il giudizio di Dio non guarda alle cose che si fanno, ma all'intenzione.

X Se vuoi trovare la via che conduce alla vita, cercala e lì la troverai in quella via che dice: Io sono la via, la porta, la verità e la vita. Ma cercala con grande fatica perchè pochi sono quelli che la trovano, e non accada che tu, escluso dai pochi, ti ritrovi fra i molti.
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Stiamo estrapolando già da tre settimane alcune pagina introduttive dal libro di Hans Kung: Dio esiste? 
Nelle prime pagine l'autore trattegia la figura di "Cartesio",  filosofo e matematico francese, fondatore della matematica e della filosofia moderna. Scopo del libro è di usare, applicare -in un certo senso- il metodo scientifico per la ricerca del fondamento della "fede".

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Io penso, dunque sono?: René Descartes

4) La certezza fondamentale della ragione

  Ma come può l'uomo trovare questo fondamento di roccia? Il cammino che Descartes aveva tracciato chiaramente già nel suo Discours - come "assaggio" e scoperta vissuta -nelle sue Meditazioni viene percorso in maniera sistematica - e molto più radicale - sotto il profilo della dimostrazione dell'esistenza di Dio ew dell'essenza dell'anima umana. Quello che nel Discours si presenta come storia del suo spirito, nelle Meditazioni viene rappresentato e, fondamentalmente, sviluppato come la storia dello spirito stesso. E' il cammino audace del dubbio metodico (avanzato in maniera sistematica) e radicale (che giunge alle radici); e perciò universale (chge si estende a tutto). Nei Principi esso viene ripetuto nello stesso ordine.

Tutto ciò su cui si può dubitare
  Come può, quindi, l'uomo raggiungerre un fondamento stabile, irremovibile, in mezzo a tutti i suoi reali e possibili errori? "Già da qualche tempo mi sono accolto che, fin dai miei primi anni, avevo accolto come vere una quantità di false  opinioni, onde ciò che in appresso ho fondato sopra principi così malsicuri, non poteva essere che assai dubbio ed incerto,; di guisa che m'era d'uopo prendere seriamente una volta in vita mia a disfarmi di tutte le opinioni ricevute fino allora, in mia credenza, per cominciare tutto di nuovo dalle fondamenta, se volevo stabilire qualche cosa di fermo e di durevole nelle scienze"
  Ma questa "grandissima impresa", questa "distruzioner (eversio) generale delle sue opinioni" l'uomo, preferisce rimandarla alla sua "età matura".  A tal fine lo stesso Descartes non soltanto si è appartato, ma si è anche fissato delle regole metodiche, e persino alcune regole morali; una "morale par provision", pur in mezzo ad ogni sorta di dubbi, una "morale" molto conformistica, accettata comer "provvisoria", ma che Descartes finisce per dichiarare definitiva. E così ora -impavido, ma avanzando lentamente, per non cadere, come un uomo che cammina nell'oscurità e solo- egli  percorre il cammino pericoloso del dubbio che, come spera e si attende, lo vede condurre non alla disperazione, ma ad una certezza indubitabile.
   Ora l'uomo dubitante constata subito che è possibile dubitare di quasi tutto, "di tutte le cose, e particolarmente delle cose materiali". E per spiegare come tutto sia dubitabile non occorre esaminare ogni cosa in particolare, il che richiederebbe un lavoro infinito: "Poichè la rovina delle fondamenta trascina necessariamente con sé il resto dell'edificio, io attaccherò dapprima i principi sui quali tutte le mie antiche opinioni erano poggiate". 
  E ciò avviene in quattro tappe:
   Prima riflessione: La percezione sensibile è insicura ! Poichè spesso i sensi ci ingannano, non ci si può mai fidare interamente di essi. La certezza del mondo esterno in generale è dubitabile".
   Tuttavia: l'incertezza può riguardare le cose più piccole e più lontane, ma non me, che sono qui seduto, con le mie mani e con tutto il mio corpo ?

   Seconda riflessione: Non è possibile distinguere con sicurezza la veglia dal sonno! In sogno possiamo ripetere le stesse esperienze che facciamo in stato di veglia, e cioè: che io sono qui seduto, con le mie mani e con tutto il mio corpo. Non potrebbe tutto ciò essere soltanto un sogno (allucinazione, fissazione) ? Anche la certezza  della mia esistenza corporea, quindi, è dubitabile.
   Tuttavia: L'incertezza può riguardare tutti questi particolari, ma non la natura dei corpi in generale, la loro estensione, quantità, grandezza, numero, luogo e tempo?  2+3  non fa sempre 5, e i quadrati non hanno sempre quattro lati?

   Terza riflessione: Tutto potrebbe essere illusione ! Se ci inganniamo già tanto, perchè non dovremmo ingannarci ancher a proposito di ciò che ci sembra la cosa più certa ? Anche i concetti e i principi fondamentali più universali della natura sono dubitabili.
   Tuttavia: Una tale incertezza dell'uomo può certamente essere immaginata, ma soltanto se si presuppone che il Dio infinitamente buono abbia creato l'uomo in una così radicale assurdità. Il che però è in contrasto con la bontà di Dio.

   Quarta riflessione: Al posto di Dio potrebbe esserci uno spirito che ci spinge all'errore! Non si potrebbe "per un istante supporre che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio (genius malignus), non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato  tutta la sua industria  a ingannarmi"? Tutto, allora, al di fuori di me e in me non sarebbe "niente altro che il gioco ingannatore di sogni".

   Descartes, che certamente rifiuta il Dio arbitrario del nominalismo, non esita a mettere radicalmente in dubbio, sia pure soltanto "per supposizione", metodicamente, la verità del creatore. In tal modo il dubbio universale e radicale ha raggiunto e colpito le radici di ogni certezza di Dio quale fondamento ultimo di ogni autocertezza ! Come si può ora evitare la disperazione di fronte ad un simile dubbio radicale? Questo metodo non porta per lo meno allo scetticismo più completo?

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Alle radici del Cristianesimo sta l'Ebraismo.

Alcune riflessioni e dati di fatto

4) Yahweh, un Dio potente e creatore, è -secondo la Bibbia- legato da patti e da impegni ad Israele, il popolo ebraico. E' un Dio che sa usare la mano pesante nei confronti delle colpe dei popoli e che nello stesso tempo è sollecito e generoso nel soccorrere i giusti e coloro che si ravvedono.
   Stando alla Bibbia Egli è l'unico Dio, nel senso che è l'unico a cui Israele deve tributare il culto, diversamente da quanto capita agli altri popoli che possiedono più divinità, una per ciascun evento della vita. Peraltro,  Yahweh pur essendo rappresentato come il Dio di Israele nello stesso tempo è raffigurato in un contesto molto più ampio che investe l'intera umanità e addirittura appare come un arbitro, l'arbitro esclusivo, delle vicende dell'universo.

Una foto alla settimana: La Sicilia è cresciuta, ma non tanto quanto avrebbe dovuto

Gregge di pecore all'imbocco di Corso Tukory, a Palermo
Immagine di Ettore Martinez


 Spesso noi siciliani, tutti, compreso chi del Blog si occupa, descriviamo i politici come degli inetti, dei personaggi interessati ai loro orticelli più che alla cosa pubblica.

  Frequentemente è stato cosi nel dopo-guerra e continua ad esserlo fintanto che il fenomeno non cade nello spazio sociale di interesse degli organi di controllo: la magistratura in primo luogo.

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Dal momento che siamo entrati nel clima natalizio e tutti siamo chiamati a guardare le cose del mondo con occhio benevolo e ad essere fiduciuosi l'uno con l'altro, anche con i politici, ci piace evidenziare che il quadro di partenza della Sicilia dal secondo dopo-guerra era veramente da "piangere". Il Fascismo consegnava alla nascente democrazia repubblicana una situazione veramente arretrata.

Evidenziamo qui alcuni passaggi socio-economici della nostra Isola.

1) Il 2 giugno 1946, per quanto interessa la Sicilia, viene meno, se non proprio scompare,  il Movimento Separatista. Il risultato elettorale per quella realtà politica fu catastrofico e ciò che di esso sopravvisse ebbe immediatamente la volontà di rinunciare al "separatismo" dal resto del Paese Italia.

2) Oggi nessun siciliano, a parte l'ovvia appartenenza a partiti diversi, si sente diverso dai piemontesi o dai veneti. Tutti noi siciliani tuttavia notiamo che la nostra realtà sociale-economica è nettamente diversa, più fragile, da quella delle regioni del Nord. 

3) E' però scontato che una immagine come quella che riportiamo su questa pagina, datata proprio nei mesi post-seconda guerra mondiale, non è data ritrarla in alcun centro abitato dell'Isola. Neppure nei centri-agricoli di provincia. Eppure quella foto risale al 1946 e ritrae un gregge di pecore poco distante dalla Stazione Centrale e all'imbocco del Corso Tukory.

Chiunque negli anni quaranta ed in parte cinquanta del Novecento fosse venuto, come turista, a Palermo avrebbe trovato questo quadro sociale nel contesto urbanistico.

Conclusione:

Nonostante banditismo, separatismo, mafia, ruberie politiche e non, da quel 1946 la nostra terra è comunque cresciuta. Moltissima altra strada resta da fare. Sta a noi scegliere veri politici piuttosto che quelli che ci suggeriscono amici, amici quando sono troppo interessati.

Oggi i greggi e gli allevamenti in Sicilia sono più floridi di allora e occupano contesti e ambienti appropriati. I politici dovrebbero davvero interessarsi e creare condizioni opportune. Non è stato davvero un buon investimento di denaro pubblico l'impianto di raccolta latte di Piano Cavaliere. Non  lo è stato l'inedeguatezza della struttura e non lo è stata la mancata attenzione dei "politici" di curare l'avvio organizzativo della gestione. 

Ma di questo avremo modo di ragionale.