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domenica 18 dicembre 2016

Storie di Sicilia. Dai malèfici alla scienza del terzo millennio

Il Pauperismo.

(Il Periodo durante il quale i baroni si trasferiscono in città
ma trasformandosi da custodi  a "proprietari" dei feudi, e le masse vengono espulse dai feudi -ormai proprietà privata- che vengono affidati alla conduzione dei  gabellotti")

Nel Seicento quello del "pauperismo" fu un termine molto diffuso ed usato dalla classe dirigente del tempo (ci verrebbe da dire: dai politicanti del tempo).
Avvenne che quei politicanti tutto -a modo loro- tentarono per fronteggiare la miseria dilagante in tutta l'isola, ma alla fine dei loro "immani" sforzi la situazione di degrado sociale peggiorò, ma di contro essi (politicanti)  erano divenuti ricchi e/o ricconi. Avevano accolto lo spirito liberista. 

Il quadro sociale del vivere sui feudi della "baronia" aveva subito sulla carta una innovazione in linea con lo spirito rinascimentale che aleggiava un pò in tutto il continente europeo. Un secolo prima era arrivato, finalmente, in Sicilia una prima "libertà" civile mai esistita: gli "affannatori", qualifica che competeva agli zappatori ed ai braccianti di campagna, erano stati promossi in un certo senso a "persone", a uomini liberi,  erano stati affrancati dalla loro condizione servile rispetto ai baroni. Nonostante quella grande "rivoluzione sociale" all'interno dell'isola, nei feudi, i baroni avevano però continuato a mantenere le masse dei loro sudditi nelle condizioni di villanaggio per cui fruivano delle prestazioni in natura (angarie) e servizi personali gratuiti per alcune settimane dell'anno ma col diritto al vitto e alla sopravvivenza sul feudo.

In quel Seicento però la vera rivoluzione consistette nel trasferimento dei baroni dai palazzi di campagna (sui feudi) alla città, a Palermo, cosicché i terreni vennero gestiti da nuovi ulteriori ricchi, i gabellotti, i quali sciolsero i villani ed i bordonari dai loro secolari vincoli sui feudi. E tutto, propri come ai nostri giorni, venne presentato come trionfo del liberismo, della libertà dell'essere umano.

Questo fenomeno "liberale", in realtà per le masse diseredate si trasformò in aggravamento della "condizione sociale". Non lavorare sul feudo e vivere ai margini dei paesi feudali significò essere espulsi dal circuito di chi poteva disporre del  "pezzo di pane" giornaliero.

Il feudo affittato dal barone al gabelloto significò affermazione del diritto di proprietà privata per l'aristocrazia, significò inoltre affermazione di "status" libero per il villanaggio che, però, non ebbe più   diritto ai "soccorsi" del barone nel corso dell'anno nè di poter godere delle molteplici possibilità disseminate nella vastità del feudo.

In quel seicento la miseria all'interno dell'isola raggiunse livelli esasperati. I monasteri (S. Maria del Bosco, nella zona a noi vicina) non riuscirono più a sostenere le masse che premevano ai cancelli per chiedere un tozzo di pane.

In quel seicento che i "politicanti" di allora dichiararono delle libertà e dell'affermazione dei diritti di proprietà in realtà sorse l'abitudine del vagabondaggio di massa per la moltitudine degli uomini e contestualmente (per le classi dirigenti) si affermò il diritto di proprietà privata sui feudi che fino ad allora erano appartenuti e serviti per la sopravvivenza dell'intera popolazione.

Il liberismo dei nostri giorni, quello che vede tanti politicanti agitarsi per il bene  ......, ha quindi origini ben più lontane nel tempo.