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martedì 27 dicembre 2016

I Grandi dell'Umanità

Fëdor Michajlvic Dostoevskij (Mosca 1821 -  San Pietroburgo 1881)

A Dstoevskij non interessano le apparenze, le facciate, le maschere: a lui importa l'uomo in formazione, in lotta con se stesso e con il mondo, si potrebbe dire che   è più attratto dall'ombra che dalla luce.

Raskol'nikov, il protagonista di "Delitto e Castigo", è personaggio  emblematico in questo senso: 
--è un solitario (raskol', in russo significa "scisma", "scissione)
--si allontana dalla società dei suoi simili, 
--si abbandona alle costruzioni mentali.
Coltiva in un certo senso le tentazioni di Lucifero (agire contro il gregge, sentirsi autorizzato alla diversità).
Egli divide l'umanità in due classi: 
a) quella dei dominatori, che operano in favore dell'umanità e che sempre dispongono di idee nuove,  -sono pochissimi-.
b) la massa della gente. Per questi, e solamente per costoro valgono le leggi della morale.

I capi, i leaders sono esenti da qualsiasi obbligo, possono violare una appresso all'altra tutte le leggi che presiedono al buon funzionamento della società. 
Hanno diritto a commettere qualsiasi delitto. 
La realtà del male, a cui Raskol' aderisce, è frutto di una forza vigorosa, di un impulso luciferino  che affida ogni gesto all'arbitrio della propria volontà, alla trasgressione  della norma. In questo contesto si afferma l'ateismo, la negazione della presenza dell'assoluto nel mondo finito. Si realizza in pratica la sostituzione dell'uomo a Dio: "tutto è permesso" come dice Ivan Karamazov  , il più compiuto dei "ribelli".
Raskol', uomo trasgressore e ribelle, vuole assaggiare il frutto proibito. Lo stesso Dostoevskij, in alcuni appunti, scrive: "la sua figura esprime  l'idea di un orgoglio smisurato, di superbia, di disprezzo per la società. La sua caratteristica principale è  il dispotismo". Ma appena compiuto il delitto si accorge, proprio come Adamo, di essere nudo, di avere compiuto un gesto inutile e di essere un "pidocchio".
L'atto gratuito in assoluta libertà contro l'altro, l'atto che vorrebbe sancire la ribellione si rivela un completo fallimento. L'omicidio è compiuto ma il superamento della norma morale non è avvenuto. Il confine fra il superamento del bene e del male non è stato varcato. 
Chi ha violato la norma morale resta prigioniero di se stesso, più di chi umilmente ha accettato quella norma.
Il vuoto del male invade il personaggio, ormai preda del nulla. L'arido percorso della mente che induce a varcare il confine fra il bene ed il male si risolve nel non senso del gesto. Da questa conclusione può discendere  l'annientamento di se stessi (follia, suicidio) o la rinascita, il ripensamento, il recupero di vecchi e nuovi valori.

La via al bene, secondo Dostoeveskij, passa -dunque- attraverso la sofferta  attraversata del male.