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sabato 7 maggio 2011

Storia. Costantinopoli-Nuova Roma, capitale dell'Impero Romano (2)

....Ed il papato e la cultura Occidentale si impegnarono a disconoscere l'identità "romana" all'Impero con capitale nella Nuova Roma.

 

Bizantino, bizantinismo. Nella nostra cultura italiana, latino-romana, sono termini negativi, con significati certamente non entusiasmanti. Negativi lo sono in tutto l'Occidente cattolico-protestante.
“Bizantini” non era comunque la parola con cui la popolazione dell’Impero Romano, voluto da Costantino il Grande con capitale Costantinopoli-Nuova Roma, indicava se stessa. Quella popolazione, o meglio quelle popolazioni -essendo l’Impero romano multietnico-, designavano se stesse “romani”, e pur parlando prevalentemente il greco essi si riconoscevano in “romanoi”.
E questo è talmente il modo in cui si indicavano che i Turchi, gli occupanti della gran parte del territorio dell’Impero nel XV secolo li definivano “Rom” e ancora oggi chiamano “Rom”, romani, la piccola comunità greco-ortodossa che abita nel quartiere del Fanar, dell’odierna Istambul.
I cosiddetti “bizantini” hanno vissuto, quindi, in condizione di continuità con l’Impero romano; continuità di identità priva della tensione tra passato e futuro, che veniva universalmente loro riconosciuta, anche dai nemici: tutte le fonti siriache, arabe e persiane chiamano i “bizantini” in un solo modo, i Rum, i “Romani”.
Perché, dunque, le traduzioni occidentali moderne di queste stesse fonti sistematicamente sostituiscono il termine “romano” del testo con un inesistente “bizantino” o, peggio ancora, con un “greco”?
Nella nostra cultura, plasmata da secoli di cattolicesimo-romano e poi da protestantesimo-nordico, c’è un rifiuto -psicologico- nei confronti di questa continuità tra Roma e Bisanzio.
Ma cosa impedisce l'uso del termine “romano” nei riguardi dei Bizantini se nel 324 Costantino fa ristrutturare la località del Bosforo attribuendole il nome di Costantinopoli-Nuova Roma ?
Tutto comincia nel 751, quando l’Esarcato d’Italia, con capitale Ravenna, crolla. Da allora il papato, il cui titolare fino ad allora veniva nominato (come qualsiasi altro vescovo dall’Imperatore Cristiano di Costantinopoli), comincia a riferirsi all’Impero non più come ‘Impero Romano’ ma Impero Grecorum. Cosa c’è in questa arbitraria variazione della denominazione di uno stato, di un Impero ?
C’è, nelle intenzioni del vescovo di Roma, e con lui di tutto l'Occidente barbarico-latino, la negazione della vocazione universale dell’impero con capitale Costantinopoli- NuovaRoma. Da quel tempo il vescovo di Roma comincia a dotarsi di una Curia, di un apparato sull’immagine dell’Impero e cerca di copiare il cerimoniale imperiale.
Per i papi che si succederanno da allora in poi l’Impero Romano, è non solo Impero Grecorum. La cultura Occidentale dell'Ottocento (XIX sec.) addirittura comincia a definirlo impero bizantino, nomignolo appiccicato rievocando l’antico nome precedente alla titolazione attribuita da Costantino il Grande alla città del Bosforo; Costantinopoli-Nuova Roma, per la Storiografia del XIX secolo (permeata da cattolicesimo, protestantesimo ed illuminismo) è tornata ad essere Bisanzio, nome mai usato dagli abitanti di quella città del dopo Costantino. Processo psicologico teso a disconoscere l'identità altrui, appiccicandogli un nome (meglio dire, un nomignolo) mai posseduto.
Il vescovo di Roma tenta, dall’ottavo secolo in poi, ad ammorbidire la memoria del Cristianesimo in quanto religione riconosciuta dallo Stato romano con capitale Costantinopoli-Nuova Roma, per sostituirla con un Cristianesimo slegato dal ruolo che l'Imperatore del dopo Costantino aveva nella parte orientale del Mediterraneo. 
L'Impero Grecorum diventa il nomignolo appiccicato dagli ambienti vicini al vescovo di Roma e poi dalla cultura che dalla chiesa romana è sorta e si è sviluppata in Occidente.
Bizantini e non Costantipolitani della Nuova Roma serve per indicare ed assegnare un ruolo locale ed una vocazione delimitata della storia di quell’Impero. In buona sostanza un termine negativo per aprire una polemica, grazie alla quale sottrarsi al ruolo imperiale della Nuova Roma.
Fino all'ottavo secolo il vescovo di Roma non era “papa”, quale oggi lo riconosciamo, era un vescovo, o meglio un “patriarca” con pari ruolo del patriarca di Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme (pentarchia).
Da allora la polemica diventerà sempre più accentuata. Bizantini, d’ufficio viene da dire, diventeranno quindi i “romani” che comunque conserveranno nell’ordinamento civile, nella letteratura e nel sentimento i costumi dell’Impero Romano; e col tempo il termine -via via- va diventando sempre più spregiativo, per indicare doppiezza, sottigliezza, inutilità, perdita di tempo.
La nuova religione su presupposti “Cristiani” che il Vescovo di Roma si intesta di sviluppare in Occidente, rispetterà i canoni dei primi Otto Concili svoltisi sui presupposti ellenistici promossi dagli imperatori romani d’oriente, ma si colloca -con intransigenza- nel tentativo di tratteggiare con negatività quella realtà politica e religiosa che fino all’anno del crollo -1453- conserverà integra la missione e la vocazione cristiana universalistica.
Il vescovo di Roma, in pratica, da quel secolo in poi si sottrarrà all’Autorità religiosa dell’Imperatore Cristiano di Costantinopoli-Nuova Roma e si impegnerà anche sul piano culturale a togliere l’identità “romana” allo stato che discende direttamente da Costantino, Teodosio, Giustiniano, Eraclio e così via.

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