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sabato 14 gennaio 2017

Il Terremoto 1968. Ricordi sempre più lontani

Nel 2017, ossia ai nostri giorni, nella Valle del Belice coloro che vissero le vicende connesse al terremoto del 14-15 gennaio 1968 costituiscono ormai -verosimilmente- una minoranza della complessiva popolazione residente e ancor meno sono coloro che di quelle vicende conservano lucidamente la memoria.   

Il presente Blog non ritiene di costituire un riferimento o un qualcosa di rilevante per tutto ciò che attiene al territorio di Contessa Entellina e alle zone limitrofe, tuttavia sulla vicenda del terremoto conserva parecchie pagine in termini di racconti, memorie, fatti e personaggi. Tutto è stato fatto perchè le generazioni più recenti possano sapere ciò che avvenne, come avvenne, come fu affrontato, come ha cambiato la vita, come e perchè ha costituito spartiacque fra la secolare vecchia società contadina e la mai consolidata -dalle nostre parti- società moderna, che peraltro in più parti del pianeta è oggi definita post-moderna per le spinte avveniristiche avvenute non solamente sul piano tecnologico ma soprattutto sul modo di essere e pensarsi uomini.

Adesso siamo al 49° anno da quello sconvolgimento sismico che ha causato nella Valle oltre 300 morti, uno dei quali  è stato il caro concittadino Agostino Merendino, caro perchè personalmente era conosciuto da chi scrive queste note. Lo sconvolgimento ha avuto inoltre -come ricordato sopra- effetti  sul campo socio-economico dell'intero territorio dove è saltato il modo di vita contadino, modo immutato verosimilmente dall'epoca preistorica. 
La Valle era sicuramente un'area fra le più arretrate e povere dell'intero stivale italico, e lo testimonia la circostanza che molti paesi -fra cui Contessa- erano usciti da meno di un ventennio dal latifondismo. 
La viabilità era (ed in buona parte è ancora oggi) quella tracciata nel post unità d'Italia, ipotizzata per consentire ai carretti di trasportare derrate da un paese all'altro. Le trazzere mai curate da nessuno venivano percorse a dorso di mulo ed erano esattamente quelle che oggi sappiamo, grazie alle accurate cartine degli archeologi, attraversate da Timoleonte e dai suoi soldati nella Sicilia greca (V-IV secolo a.C.). Le abitazioni decenti in ciascun paese della Valle erano meno di una decina, tutte le altre vedevano stalle, magazzini e pollai concomitanti e/o sottostanti ai vani destinati agli umani.
I sociologi -che dopo l'evento sismico abbondarono nell'area- hanno documentato su centinaia di migliaia di pagine quanto molto sommariamente stiamo rievocando.

Dal punto di vista politico quel 1968 era caratterizzato dalla polverizzazione della politica centrista che era stata prevalente in Italia nel dopoguerra. Soffermandoci a Contessa ci sentiamo di asserire che molto, tanto, fece il giovane sindaco socialista del tempo, Francesco Di Martino. Era giovane, entusiasta e convinto che il mondo migliore rispetto a quello arretrato dominante da secoli nella zona fosse possibile. Era un militante organico al suo partito e proprio per questa ragione era in continuazione aggiornato sull'evoluzione legislativa che interessava la Valle. Era aggiornato e nello stesso temp aggiornava i parlamentari del suo partito su ciò che nella Valle serviva. Allo stesso modo si trovarono ad essere e a fare gli altri sindaci all'interno delle organizzazioni politiche cui aderivano. E' un dato d fatto che tutti i sindaci dei paesi della Valle, di quei primi anni post-terremoto, per la popolarità acquisita divennero successivamente parlamentari regionali e/o nazionali.
Per quanto riguarda Di Martino è da evidenziare il suo attacco finale, in collaborazione con i parlamentari della sinistra, ai residui di feudalesimo sul nostro territorio: l'estinzione dell'enfiteusi che ancora nei primi anni settanta investiva alcune zone del territorio.

La ricostruzione, tutt'ora mai completamente ultimata nelle indispensabili infrastrutture (viabilità, soprattutto), negli anni successivi al terremoto non fu solo abitativa (che non è poco soprattutto sotto il profilo igienico-urbanistico) ma anche educativa e formativa. Dal mondo contadino subordinato alla prepotenza dei forti è lentamente venuta su una società ed un modo di vivere più aperto alle idee del Paese più vasto che è l'Italia, e adesso l'Europa. 
Oggi a 49 anni dal sisma la ricostruzione si è fermata purtroppo solamente all'edilizia e al cambiamento dei costumi della precedente sopraffazione. Resta e si amplia la disoccupazione, riesplosa dopo la fine degli interventi urbanistici e delle opere per l'invaso di Garcia, e dilaga come non mai -a nostra memoria- l'emigrazione.

Conclusione.
La Ricostruzione del Belice, avrebbe potuto e dovuto essere una opportunità di rinascita ed invece nel corso dei decenni ha perso slancio e orientamenti rispetto a proposti della prima ora. La Valle oggi è un'area di abbandono e di centri abitati semi vuoti, come area di abbandono è l'intero Meridione del nostro Paese.