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sabato 27 maggio 2017

Accade oggi, 27 maggio

PIANA DEGLI ALBANESI: Nella Cattedrale di San Demetrio sarà ordinato -nella mattinata di oggi- sacerdote di rito bizantino Giuseppe Di Miceli, giovane diacono di Contessa Entellina.
Il neo Papàs celebrerà la prima Divina Liturgia, domani 28 maggio, nella Chiesa Madre di Contessa Entellina.

GIULIANA: Alle 10,oo di oggi, nei locali del castello Federico II sarà ricordata per iniziativa dell'Amministrazione Comunale la figura di Antonio Giuseppe Marchese, apprezzato cultore di Storia territoriale della Sicilia e soprattutto dell'area occidentale.

ACQUAFORMOSA (CS): Si svolgerà oggi la giornata conclusiva della "XXIV Rassegna Culturale Folkloristica per la Valorizzazione delle Minoranze Etniche".
La manifestazione è riservata alle Scuole appartenenti a comunità contraddistinte da minoranza storica etnico-linguistica presenti nel territorio nazionale. Ad essa ha aderito l'Istituto Comprensivo "Francesco Di Martino" di Contessa Entellina con un folto gruppo di studenti formati nel canto locale della tradizione arbëreshe e guidati dall'insegnante Benedetta Nicolosi e dal Parroco Papàs Nicola Cuccia.  


venerdì 26 maggio 2017

Norme sul Lavoro. Tornano i "voucher" ?

Qualcuno sostiene che i voucher sono "usciti dalla porta per rientrare dalla finestra" ed in effetti, i buoni lavoro ideati per retribuire i ‘lavoretti occasionali’, a dar ascolto al capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, saranno  re-inseriti in manovra sotto la voce “norma sul lavoro occasionale”  valida “per famiglie e aziende”, scatenando l’immediata risposta della Cgil e della Sinistra.
Una decisione quella della revoca avvenuta alcune settimana fa, che aveva lasciato scontenti molti. Le associazioni degli imprenditori, in particolare, hanno protestato, chiedendo al governo di intervenire per restituire ai datori di lavoro la possibilità di pagare non in nero i ‘lavoratori saltuari’
Proteste che sembrano essere state ascoltate dai democratici, che si preparano ad inserire nuovamente questo strumento nella manovrina in discussione alla Camera.

Nazionalismo all'italiana. Sosteniamo di volerci aprire al mondo, ma ai grandi nomi della cultura preferiamo i nostri "paesani"

Il mondo ha visto cambiare in 2 anni i musei italiani e ora il Tar Lazio annulla le nomine di 5 direttori. Non ho parole, ed è meglio…”. 
 Schmidt, direttore Uffizi:
"Gli stessi giudici che hanno riammesso i centurioni al Colosseo"
Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini manifesta con queste frase il disappunto alla notizia della bocciatura, da parte del Tar, di cinque su venti direttori dei supermusei nominati due anni fa. 
Le nomine annullate sono quelle di Paolo Giulierini, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Carmelo Malacrino, Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, Eva Degli Innocenti, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, Martina Bagnoli, direttrice delle Gallerie Estensi di Modena, Peter Assmann, direttore del  Palazzo Ducale di Mantova.
Il Tar sostiene che “il bando della selezione non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani in quanto nessuna norma derogatoria consentiva di reclutare dirigenti pubblici fuori dalle indicazioni tassative espresse dall’articolo 38. Se infatti il legislatore avesse voluto estendere la platea di aspiranti alla posizione dirigenziale ricomprendendo cittadini non italiani lo avrebbe detto chiaramente".

Hanno detto ...

 GIANLUCA ZAPPORINI, giornalista
Se c’è un male tutto italiano è la corruzione. Un cancro così grande e profondo che è difficile persino quantificarlo in cifre, anche solo per somme righe. Una cosa è certa, l’Italia non dà segni particolari di reazione al fenomeno, che ogni anno strappa miliardi all’economia reale. L’ultimo Termometro, presentato questa mattina alla Camera dal think tank Riparte il futuro, parla fin troppo chiaro. Ecco che cosa racconta.
ALL’ORIGINE DEL MALE
L’origine della corruzione si chiama clientelismo, spiega il rapporto presentato a Montecitorio. Ovvero la “propensione dei governi a favorire specifici soggetti o aziende tramite l’assegnazione di commesse e appalti o facilitando l’approvazione di norme ad personam”. E qui per l’Italia sono dolori. Perchè dal confronto con i 28 stati membri dell’Ue, l’Italia nel 2015 risulta penultima seguita solo dalla Slovacchia, mentre nel 2016 è terzultima seguita da Slovacchia e Ungheria. Chi sono i primi della classe? Nemmeno a dirlo, l’Europa del Nord, ovvero Finlandia, Irlanda, Germania, Olanda e Francia. La relazione tra clientelismo e corruzione è direttamente proporzionale: al crescere dell’uno, aumenta l’altra. Dunque “quando il livello di clientelismo scende o sale, diminuisce o aumenta anche il livello di corruzione”.
TRASPARENZA, CHI ERA COSTEI?
Altro aspetto legato a doppio filo alla corruzione analizzato nel report, la trasparenza. E cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Trasparenza vuol dire quanto siano accessibili agli attori economici le informazioni sui cambiamenti normativi inerenti alle attività di impresa. In pratica, quanto ne possono sapere gli imprenditori di quello che succede tra governo e parlamento. Anche il questo caso per l’Italia è notte fonda. “Comparando i 28 stati membri dell’Ue emerge che l’Italia è ultima classificata nel 2015 e penultima dopo l’Ungheria nel 2016. Inoltre, questo indicatore mostra una forte correlazione con il livello di corruzione nell’Ue: maggiore è la trasparenza delle decisioni pubbliche, minore il livello di corruzione”.
...
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BUROCRAZIA ALLEATA DELLA CORRUZIONE?
Un quarto indicatore misura la difficoltà riscontrata dalle aziende ad adempiere alle richieste della Pubblica amministrazione, ad esempio in materia di permessi e reportistica. E’ un viatico per la corruzione dal momento che se i tempi per avere un permesso diventano esasperanti un imprenditore o rinuncia al suo investimento oppure mette mano al portafoglio e si compra il lasciapassare. Confrontando questi dati per tutti gli Stati membri dell’Ue, si rileva che l’Italia “è in ultima posizione nel 2015 e si conferma ultima nel 2016. Anche questo indicatore mostra una forte correlazione con il livello di corruzione: negli Stati membri in cui è più facile per le aziende adempiere alle richieste della Pubblica a, il livello di corruzione è più basso”.
RENDERE DIFFICILE IL FACILE (ATTRAVERSO L’INUTILE)
Paolo Ielo, sostituto procuratore, di corruzione se ne intende. Per questo quando, intervenendo al convegno, ha dovuto dire la sua sul perchè la corruzione trova sempre terreno fertile in Italia. Ed è stato piuttosto chiaro, per non dire inquietante. Sottobanco c’è un attacco diretto allo stesso apparato pubblico, reo di incentivare, inconsciamente, il fenomeno attraverso la creazione di una selva normativa. “L’eccesso di regolazione e la scarsa  qualità della regolazione, portano all’impossibilità di sapere cosa si può e cosa non si può fare, ciò che è lecito e ciò che è illecito.  Talvolta sembra che tutta una serie di provvedimenti legislativi,  amministrativi e perfino le sentenze, siano scritte attraverso la  logica del ‘rendere difficile il facile attraverso l’inutile'”. La semplificazione – ha dichiarato Ielo – “è una qualità delle  regolazione e allora se noi andiamo a vedere tutta una serie di norme, leggi, regolamenti, circolari, incappiamo nelle norme matrioska che  ti rimandano di legge in legge, di regolamento in regolamento, di  comma in comma, di paragrafo in paragrafo e così via”.

Zef Chiaramonte. Testo dell'intervento a San Martino delle Scale in occasione dell'incontro su "L'Influenza delle religioni del Libro nella Cultura Mediterranea"





CULTURA ETNICA E PRODUZIONE LETTERARIA DEGLI ARBËRESHË DI SICILA

di Zef chiaramonte (testo informale)

Quando si parla di Albanesi in Sicilia, si è soliti partire dal 1448, anno cui risalirebbe il primo passaggio organizzato dai Balcani verso la Sicilia e il sorgere della comunità di Contessa Entellina.
Tra gli autori siciliani, il primo a parlarne è il Fazello nelle sue Decadi.
Avendo avuto, ultimamente, dopo la lunga parentesi ottomana e quella comunista, migliori e più fondate informazioni sulla storia del popolo albanese nell’ultima fase della presenza dell’Impero Bizantino in Sicilia, non si può escludere che la presenza albanese nell’Isola risalga a molto tempo prima.
Prima della conquista araba, infatti, il Tema d’Italia, e la Sicilia in esso, era amministrato proprio dagli Albanesi nell’ambito dell’isopolitia che gli Albanesi condividevano coi Greci nel governo dell’Impero Bizantino, come scrive Anna Comnena. Il greco era, comunque, la lingua ufficiale, ma l’albanese non doveva essere estraneo in bocca a soldati e strateghi, come il Maniace.

Il centro amministrativo e strategico del Tema era Durazzo e pare che in tale periodo faccia la sua prima apparizione tra noi, l’arco ribassato che, appunto, durazzesco si chiama.
Abbiamo ulteriori notizie di durazzini ed epiroti, i quali in periodo federiciano si spostano stagionalmente dall’Albania in Sicilia per attendere alla piantagione delle vigne che giudicano più qualitative se spostate dalla costa in collina.
E’ risaputo che lo Stato multietnico e multireligioso che fa capo all’Impero Romano venne diviso amministrativamente dagli imperatori illirici, a partire da Diocleziano, passando per Costantino il Grande … sino a Giustiniano.
Orbene, gli epigoni degli Illiri sono gli Albanesi che nel Medioevo si chiamavano Arbëreshë, dalla radice arbër del loro primo Despotato (Signoria) autonomo da Bisanzio.
Questo nome viene ancor oggi conservato dagli Albanesi d’Italia.
Come parlare della cultura “etnica” degli Arbëreshë?
Non mi piace l’aggettivo che segue a “cultura”: l’etnos richiama la nazione, spesso una monade da idolatrare, senza la circolarità “trinitaria” che caratterizza, ormai da 6 secoli, gli Arbëreshë d’Italia.Gli Arbëreshë non vivono “in una sorta di chiusura etnica”, come qualcuno ha azzardato senza conoscerli fondo.
Gli Arbëreshë, dei quali oggi parliamo, sono
albanesi per lingua,
bizantini per rito,
italiani per adozione. .
Non siamo in presenza di un etnos, dunque, ma piuttosto di un ethos!
Si tratta di una popolazione originariamente proveniente dalla penisola illirica, dove aveva ricevuto il Cristianesimo direttamente dalla predicazione di San Paolo, elaborandolo poi secondo due acculturazioni: una occidentale con liturgia romana in lingua latina, l’altra orientale con liturgia bizantina in lingua greca.
Non un etnos, ma un ethos, un modo di essere, di pensare, un
costume una tradizione dalle forti radici nel passato, dalla difficile e pur auspicabile conservazione nel presente e nel futuro
Giorni fa, dall’Albania ancora caotica ma dalle pressanti istanze
in campo religioso, il Dr. Lluka Qafoku, un fisico di professione ma operatore culturale per scelta, affidava a fb questa costatazione:

i
Feja e arbërve paleokristianë, i korespondon sot ortodoksisë unite të arbëreshëve, pra ortodoksisë si ritual me Papën kryetar Kishe, gjë që është në përputhje të plotë me Testamentin e Ri.
Inizio modulo
La fede degli albanesi paleocristiani, corrisponde oggi all’ortodossia unita degli arbëreshë d’Italia, cioè all’ortodossia come rituale col Papa - capo della Chiesa, cosa che è perfettamente in sintonia col Nuovo Testamento.
Quando si rompe nella Chiesa Illirica questa situazione, la stessa peraltro che caratterizzava la Sicilia e l’Italia Meridionale (Calabria) sino al 732 ?

Si rompe con la crisi iconoclasta che, appunto, inizia in quell’anno.
 L’imperatore di Bisanzio, Leone III Isaurico, per punire il Papa di Roma che si era opposto al diktat contro la venerazione delle sacre immagini, stacca le tre province dalla dipendenza romana e le lega a Costantinopoli.
Nonostante la composizione della crisi, avvenuta un secolo dopo, le tre province non tonano alla dipendenza romana e il rito bizantino vi prevalse su quello romano.
Con l’avvento dei Normanni, Sicilia e Calabria tornano all’amministrazione romana, ma a pagarne le spese è la liturgia greca che deve cedere a una latinizzazione forzata.
L’Illirico albanese rimase in bilico tra Oriente e Occidente, ma la mente sempre rivolta all’Occidente come afferma Fan Noli e come è inscritto nelle abitazioni tradizionali: la porta d’ingresso a Occidente !
Fu, poi, il Concilio di Firenze.
L’ unione delle Chiese ivi firmato, rimane in vigore per soli 60 anni. Durante i quali i Turchi ottomani spazzarono via tutto ciò che era rimasto dell’Impero Romano d’Oriente, sostituendovisi.
Ma ecco gli Arbëreshë, gli Albanesi di allora.
Lasciano le loro terre e vengono da noi, nell’Occidente sempre sognato, all’ombra del Papato mai volontariamente abiurato.
Riprendono qui la tradizione paleocristiana: bizantini con Roma.
Confesso che non credevo alle mie orecchie, quando viaggiando per il sud Albania, mesi addietro, mi son sentito dire: <Noi siamo ortodossi con Roma>, mentre altri affermavano: <noi siamo ortodossi con Mosca!>
Nonostante 500 anni di occupazione ottomana e 50 di comunismo ateo, in alcuni non si è spento il ricordo dell’appartenenza romana, in altri il ricordo degli zar che avevano sostituito Bisanzio nella difesa della fede ortodossa.
Ma torniamo agli Arbëreshë.
Dopo il loro impianto in Sicilia e nel regno del Sud, a causa dell’assoluta mancanza di comunicazione con la terra d’origine, sulla loro sventura costruirono un ethos, senza appartarsi dagli altri (vedi la compresenza di latini e greci nelle loro cittadine), e senza subire apartheid.
Dalla tradizione civile e religiosa precedente ereditarono vivo il culto delle libertà personali, dell’autogoverno democratico, dell’aderenza alla cultura mediterranea ispirata alla spiritualità cristiana e bizantina. Coltivarono gli studi classici, la melurgia ecclesiastica, la lingua, i costumi tradizionali.
Nei momenti più alti crearono un Monastero a Mezzojuso, un Collegio e un Oratorio a Piana, un Seminario e un Convitto a Palermo, ottennero un Vescovo Ordinante per il rito greco e, infine, un’Eparchia.
Di tutto questo, molto non esiste più.
Ciò che resta è bisognoso di cura e di amore, in alto e in basso.
Così come ovunque, del resto, anche le istituzioni arbëreshe sono sorte, son cresciute e alcune sono morte.
Ma esse hanno permesso la gestazione e la produzione di una cospicua produzione letteraria che è là a testimoniare come l’ethos arbëresh sia capace di rigenerarsi.
Cos’avranno portato con sé i primi esuli: libri, iconi, oro e argento?
Non ci è dato saperlo.
Qualche libro, forse, che la Biblioteca del Monastero di Mezzojuso e quella del Seminario ancora conservano.
Certamente l’occorrente per la celebrazione della Divina Liturgia: l’Apòstolos. l’Evangeliario, il Salterio...
Il resto l’avranno commissionato all’Archimandritato di Messina, a Venezia, a Roma …
Ecco, però, che un Lek Matranga, nel 1591, dà l’abbrivio a una letteratura arbëreshe: traduce in albanese un catechismo, lo stampa a Roma, lo porta in Sicilia, lo usa nella sua chiesa.
Oggi sappiamo che si tratta del secondo libro a stampa della scripta albanese.
E poi Giorgio Guzzetta (1682-1756) che, oltre a fondare il Seminario quale autentica università degli studi per gli Arbëreshë, scrive un De Albanensibus Italiae rite exculendis ut sibi ac totius Ecclesiae prosint.
Paolo Maria Parrino (1710-1765), ci lascia un manoscritto inedito in 3 volumi De perpetua consensione Albanensis Ecclesia cum Romana: un tesoro di notizie sulla storia civile ed ecclesiastica dell’Albania medievale e sulle particolarità del calendario liturgico degli Albanesi di Sicilia a confronto col calendario dei Greci.
L’arciprete Figlia, nel ‘700, raccoglie i canti popolari arbëreshë nel suo Codice Chieutino.
Nicola Camarda, nell’ ‘800 traduce in albanese il vangelo di san Matteo, mentre il fratello Demetrio, Archimandrita a Livorno, produce la prima Grammatologia comparata della lingua albanese.
Giuseppe Schirò senior, nel 1900, raccoglie tutta la tradizione orale ne I Canti tradizionali degli Albanesi di Sicilia che annovera, tra l’altro, una magnifica parafrasi sapienziale ispirata al Siracide, ai Proverbi, ai Salmi, al libro di Giobbe.
Prima di giungere ai tempi nostri, con la straordinaria opera poetica di Zef Schirò Di Maggio, il migliore tra i poeti arbëreshë contemporanei, e la riproposizione critica di tante opere di scrittori arbëreshë del passato da parte di Matteo Mandalà, ricordiamo il poema L’ultimo canto di Bala di Gabriele Dara, Mbi Malin e Truntafilevet di Crispi Glaviano, le opere di Nicolò Keta, ecc.
Un posto a sé merita Mons Paolo Schirò, l’ultimo dei vescovi ordinanti per il Rito greco in Sicila, per aver scoperto il primo libo a stampa della letteratura albanese, il Messale di Gjon Buzuku, 1555.
Tale scoperta suggerì al buon vescovo l’idea di tradurre i passi scritturistici della messe domenicali e festive dal greco in albanese che pubblicò nel settimanale Fjala e t’Yn’ Zoti .
Rompendo gli schemi entro i quali la liturgia degli “ortodossi con Roma” doveva, allora, celebrarsi in greco, come quella dei cattolici doveva esserlo in latino, ne introdusse l’uso nelle parrocchie.
 Quest’uso è rimasto sino ad oggi e non si vede alcun motivo per cambiare.
Una lingua rimane viva finché si parla e usarla nella preghiera pubblica, nella liturgia, significa darle dignità al pari di ogni altra favella umana.
Con Mons. Paolo Schirò partono gli inesausti studi filologici sul Messale di Buzuku, mentre chi vi parla ne ha condotto il primo studio storico liturgico contestualizzandolo nel periodo del Concilio e del post concilio di Trento.

Come è noto, l’ethos arbëresh è stato ed è strettamente legato alla Chiesa.
Se non ci si vorrà pentire, come Sant’Agostino quando lamenta: “amisi utilitatem calamitatis”, si faccia dell’estraneità all’ambiente dell’Eparca venuto da lontano una chance, una opportunità, invece che un fardello da sopportare a fatica.
Sono certo che la buona volontà del Pastore troverà riscontro nella buona volontà della maggior parte del Popolo di Dio.
Concretamente suggerisco;
-l’alfabetizzazione albanese dei papas dell’Eparchia, anche in chiave ecumenica e per un rapporto privilegiato con la terra d’origine;
-l’edizione e l’uso liturgico delle opere lasciate in ciclostilato da Papas Gjrgji Schirò, nipote ed epigono dello zio vescovo;
-la trascrizione e la stampa dell’opera storico-teologica in manoscritto di Paolo Maria Parrino;
-Quant’altro, poi, lo Spirito buono e vivificante vorrà suggerire.

zef.chiaramonte@yahoo.it

giovedì 25 maggio 2017

Hanno detto ... ...

MARIA FALCONE, sorella del magistrato

“Quando fu bocciata la sua candidatura per la procura di Palermo, Giovanni comincio’ a morire”. 
Non posso fare a meno di pensare alle sofferenze che quest’Aula ha inflitto a Giovanni– ricorda Maria Falcone- quando gli fu preferito Meli. Ricordo ancora lo scoramento di Giovanni, aveva il foglietto di chi avrebbe votato sì, di chi avrebbe votato no e i nomi dei traditori. Ricordo tutto di quei giorni, la sofferenza sua e di noi familiari”

GIOVANNI CANZIO,  primo presidente della Corte di Cassazione

“Mi sembra di riconoscere in Falcone e Borsellino le figure di eroi ‘prometeici’, perché essi, nell’esercizio della giurisdizione, prima di altri, hanno intuito e progettato itinerari innovativi nelle pratiche di contrasto della mafia, mettendone a nudo la vulnerabilità”.


mercoledì 24 maggio 2017

I giornali di oggi




L'ITALIA DEGLI IPOCRITI ?

(Articolo ripreso da l'Avanti!)
SENZA PUDORE ?
Aveva ragione Virgilio: per godere della gloria bisogna essere morti. La riprova? Giovanni Falcone. Nessuno più di lui ha inferto colpi letali alla mafia; nessuno più di lui è’ stato tanto vituperato, offeso e vilipeso a cominciare dai suoi colleghi. Nessuna opinione personale. Solo fatti. Lo ha detto Ilda Boccassini: l’uomo più sconfitto d’Italia. È proprio così. Nessun obiettivo raggiunto. Eppure Giovanni si era posto mete adeguate al suo curriculum. Era considerato il migliore. Nel mondo era considerato il primo tra i primi. Temo che quella ‘considerazione’ abbia scatenato invidie sufficienti a provocare il suo isolamento, a generare una conventio ad excludendum che si rivelò formidabile nella sua efficacia. Temo infine che vi fossero cause che andavano ben oltre il sentimento dell’invidia. La politica? Sì, la politica, soprattutto dopo il suo ingresso al Ministero di Grazia e Giustizia.
L’oggi non è affatto migliore. File e file di estimatori in lacrime, affranti. Volti sinceri. Tuttavia, frugando dentro la fila, t’imbatti anche nei nemici di Giovanni. Sperano sempre che nella memoria collettiva si sia aperta una voragine, che gli italiani abbiano dimenticato cosa sostenevano allora, pronti come sono a saltare una seconda volta sul carro dei vincitori. Già, perché alla fine degli anni ’80, attaccare Falconeti consentiva l’accesso alla buona stampa – non tutta, naturalmente – e ai salotti televisivi dove spesso Falcone faceva da bersaglio. Si può piangere un morto senza modificare il giudizio sul suo operato. Ma se cambi quel giudizio, hai il dovere di motivarlo. Lo ripeto. Non si deve essere sorpresi da chi cambia idea. Ma chi cambia idea deve dire le ragioni del cambiamento, spiegare perché. Si chiama etica della responsabilità o, se vuoi, educazione, moralità. La chiediamo ai nostri figli quando proviamo a educarli con le migliori intenzioni, figurati se non dobbiamo pretenderlo da chi porta responsabilità pubbliche. Troppo facile tacere.
Ecco, il modo migliore per celebrare il ricordo è gridare alto e forte: perché ieri attaccavi Falcone e oggi lo piangi? Perché?
Riccardo Nencini
(segretario Psi)

Hanno detto ... ...

DOMENCO QURICO, Giornalista de La Stampa e inviato di guerra.


Che cosa è un confine? Niente. Meno di una grottesca astrazione quando cominci a camminare nel deserto, in questa metafora sabbiosa dell’incostanza, del rischio, del movimento contrapposto alla certezza, alla sicurezza, alla stabilità.  
Io odio le frontiere, il rito dei passaporti esibiti, le umilianti forche caudine dei visti, delle autorizzazioni, la impudicizia arrogante delle ispezioni, le facce ottuse e annoiate dei doganieri, dei soldati, degli sbirri. 
Sbarre garitte cancelli: io voglio entrare in luoghi dove il viaggiare non offre certezza ma solo speranza, dove avanzare è una lunga imprevedibile avventura che impone il preliminare abbandono di antiche sicurezze e radicati modi di pensare. 
Di questi pregiudizi la frontiera è il simbolo. I suoi riti, le sue catalogazioni sono fatte per uccidere le vie incerte, difficili e solitarie: sei registrato straniero, sappiamo chi sei, ti seguiamo, per uscire dovrai ripassare di qui. La frontiera ti incatena a una avventura temporanea, ti predice un immancabile ritorno a casa... 

VALENTINA BOMBARDIERI, collaboratrice della Fondazione Pietro Nenni

Gli attentati terroristici sono di per sé atti vili. Colpiscono chiunque. Indifferentemente dall’età, dall’etnia, dalla religione o dal sesso, dal ceto sociale. I terroristi non guardano in faccia nessuno. Uomini e donne e bambini senza colpa, vittime di una follia omicida.
Si colpisce la musica, si colpiscono volutamente i momenti di svago, si colpiscono tutti i simboli dell’Occidente, del suo stile di vita, delle sue libertà. Una grande festa di giovani, cosmopoliti, in un tempio della musica, davanti a una grande star del pop mondiale. Si colpisce l’amore per la vita, l’amore dei bambini per le cose belle. E lo sguardo dei bambini è una finestra aperta sul futuro. Futuro che dei folli vogliono portarci via.

DONATELLA LUCENTI, collaboratrice della Fondazione Pietro Nenni

L’Amministrazione Trump ha appena reso pubbliche le intenzioni per il bilancio dell’anno fiscale 2018. Secondo il Center for American Progress il progetto di bilancio si basa su previsioni ingannate e ingannevoli della crescita economica.
Non ci sono misure effettive per creare nuovi posti di lavoro o per aumentare i salari, così voltando le spalle ai bisogni della stragrande maggioranza degli americani lavoratori. Ci sono invece tagli drastici ai programmi federali per più poveri, anziani, bambini, lavoratori, persone con disabilità. Il documento emanato dalla Casa Bianca prevede che nei prossimi dieci anni si taglino 800 miliardi di dollari per la parte di piano sanitario dedicato ai poveri (Medicaid), 272 miliardi per i programmi di welfare, 192 miliardi per l’assistenza sanitaria, oltre 72 miliardi per i benefit ai disabili.
Cattive notizie anche per gli universitari: il bilancio ridurrebbe i finanziamenti per Job Corpsche fornisce servizi di formazione professionale ai giovani svantaggiati con ostacoli all’occupazione, ed elimina anche il programma Senior Employment Service Community che aiuta 65.000 anziani a basso reddito a trovare lavoro ogni anno.
Non vengono risparmiati gli immigrati, con il divieto per quelli illegali di incassare crediti di imposta legati ai figli, il che fa un risparmio di 40 miliardi di dollari (peccato che si tratti di soldi letteralmente confiscati a chi lavora!).
Il bilancio di Trump taglieggia anche i fondi destinati al dipartimento del Lavoro (-21 per cento!), privando dei servizi di formazione e ri-occupazione centinaia di migliaia di disoccupati o sottoutilizzati. Eliminato anche il programma di 2,4 miliardi di dollari destinato a sostenere gli insegnanti. Quel taglio avrebbe potuto finanziare oltre 40.000 posizioni di insegnamento.
Viste le posizioni trumpiane sul riscaldamento climatico e sull’energia, non sorprendono i tagli imposti al programma Clean Power, al sostegno ai progetti internazionali di ricerca sul cambiamento climatico, alle agenzie statali che esercitano protezioni essenziali come Clean Air Act, la legge sull’aria pulita.
Trump è coerente con il suo progetto di stato. Sforbicia i fondi per il welfare e li sposta sulwarfare, con la visione della funzione pubblica evocatrice del vecchio che un secolo fa portò l’America al disastro della grande crisi degli anni ’30, risolta dal New Deal del democratico Roosevelt, inopinatamente citato da Trump nel discorso in Arabia Saudita come grande campione della politica estera statunitense. Il bilancio propone di accrescere le spese militari del 10%, e destina oltre 2,6 miliardi di dollari alla sicurezza delle frontiere, cifra che include l’1,6 destinato alla costruzione del “muro” col Messico.

ROBERTO SCARPINATO, Procuratore Generale
“interessi politici oscuri tramano ancora”. 
Oltre la mafia contro Falcone “si mossero altre forze che la utilizzarono come braccio armato, come ‘instrumentum regni’ ".

martedì 23 maggio 2017

Con le immagini ... ... è più facile

25 ANNI FA' LA STRAGE DI CAPACI









Ricordare FALCONE ed insieme a lui inevitabilmente BORSELLINO un dovere civile, umano e religioso. 

Ricordarli per quale finalità ? 
Per non dimenticare il loro sacrificio in vista di una società migliore, senza intrallazzi, senza mafia, senza politici corrotti, senza mascalzoni.
Resta da vedere se l'attuale classe dirigente è all’altezza della loro lezione di vita, se è in grado di ereditare l’impegno, i valori, il sacrificio da loro compiuto. 
Nella politica di oggi purtroppo non si sa più quale debba essere il legame fra potere e società civile. 
Quel loro sacrificio ha un significato in gran parte da ricostruire. Un significato che è da recuperare sul piano culturale, etico e politico,
Solamente in questo modo civile la classe potrebbe mostrare di essere grata a Falcone e Borsellino.
Purtroppo a leggere la cronaca ...    ... scopriamo che la classe politica sa offrirci esempi come Mafia Capitale.

lunedì 22 maggio 2017

Contessa Entellina. Un amico che ci lascia

Su quest Blog ci siamo intrattenuti fin troppe volte sulla vita e talora sulla Storia di Contessa, della sua gente. E' stata questa intenzione di provare a descrivere vita e personaggi locali che ha permesso la nascita di questo mezzo di informazione, ma soprattutto di riflessione.

Come non ricordare oggi, 22 maggio, un personaggio, un amico, un compagno di vita e di milizia che ci ha lasciati ?
Nicola Carlisi è stato a Contessa una voce libera, senza freni, a cui tutti -compagni o avversari politici- si avvicinavano, in piazza nel salone di barbiere che gestiva, per sentire e per conoscere le ultime novità sulla vita amministrativa locale, sulla interpretazione e sulle ricadute paesane di ciò che la politica regionale e nazionale avrebbe prodotto.
Di Nicola, delle sue fulminee e spesso taglienti letture sui tempi che  scorrevano resta in molti di noi contessioti un ricordo indelebile, bello soprattutto per quella ironia che sapeva infondere su ogni argomentazione.

Socialista per tradizione familiare, da quando i suoi antenati furono fra i protagonisti in sede locale del movimento politico dei fasci siciliani, e per la istintiva sua natura sempre protesa verso il qualcosa di meglio che manca alla nostra terra e alla nostra popolazione, Nicola resterà ancora vivo per i tanti  che hanno avuto modo di bene conoscerlo.   

I funerali si svolgeranno oggi alle 16,oo nella Chiesa dell'Annunziata e San Nicolò.  

Musica sacra. Chi canta prega due volte


Nel tardo pomeriggio di ieri il coro "Padre Lorenzo Tardo" della Chiesa Parrocchiale dell'Annunziata e di San Nicolo' si è esibito in concerto col suo storico repertorio di canti arbereshe e di canti liturgici bizantini nell'impareggiabile scenario della Chiesa della Martorana, a Palermo.

A suscitare l'amplia soddisfazione del numeroso pubblico accorso nella Chiesa di Piazza Bellini, oltre alla bravura dei coristi, e' stata la solida maestria musicale del Parroco di Contessa Entellina Papas Nicola Cuccia,  direttore del coro.


Cosa conosciamo del canto liturgico bizantino ?
Nel contesto della Liturgia bizantina al canto, sia corale che solista, e' attribuito un ruolo rilevante. Tutto cio' che il sacerdote e il diacono proclamano a voce alta viene cantato.
Gli stessi brani evangelici, gli scritti degli apostoli, il salterio vengono ordinariamente cantati, in retto tono o in semplici melodie.
Nella tradizione bizantina, a differenza dei contesti cattolico-romano e protestanti, le celebrazioni liturgiche vanno cantate in forma recitativa e per questa ragione anche nelle chiese piu' sperdute di campagna ci sono sempre almeno due o tre cantori. Ed i canti non sono liberi secondo la loro fantasia, ma devono essere accordati col decorso dell'anno liturgico.

Lo sviluppo all'interno della cultura musicale bizantina della musica sacra cristiana comincia sin dall'epoca della Chiesa delle origini in Palestina, continua quindi all'interno dell'Impero Romano d'Oriente, a Costantinopoli, nei Balcani, nei paesi slavi e oggi un po' in tutti i paesi del mondo dove si sono insediate le molteplici diaspora delle popolazioni medio orientali e dell'est Europa.
Dai tratti storici del canto liturgico sara' facile imbattersi in alcuni contenuti teologici e -in proposito- un grande maestro russo  di musica bizantina vivente ha scritto che e' impossibile comprendere il canto sacro bizantino, cosi' come le icone,  fuori dal contesto della liturgia.