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sabato 5 giugno 2021

Parole e autori. In breve

 Le dimissioni

"Il silenzio fu interrotto dal rumore improvviso di una sedia spostata, il ministro della cultura si era alzato e annunciava dal fondo con voce forte e chiara, Presento le mie dimissioni, Questa poi, non mi dica che, proprio come il suo amico ci ha appena promesso in un momento di lodevole franchezza, anche lei ci penserà alla prossima occasione,  tentò di ironizzare il capo del governo, Non credo che sarà necessario, ci avevo già pensato all'ultima, Questo significa, Solo quello che ha udito, niente di più, La prego di ritirarsi, Stavo per farlo, signor primo ministro, se sono tornato indietro è stato solo per prendere congedo. La porta si aprì, si chiuse, al tavolo rimasero due sedie vuote. Questa poi, esclamò il presidente della repubblica, non ci eravamo ancora riavuti dal primo colpo e ci siamo presi un nuovo schiaffo, Gli schiaffi sono ben altri, signor presidente, ministri che vengono e ministri che vanni, è cosa normale nella vita".

José Saramago

scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta, critico letterario e traduttore portoghese, Premio Nobel per la letteratura nel 1998. 

1922 - 2010

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L'idea di rintracciare il breve testo del premio nobel Saramago ci è venuto in mente dopo la scenegiata avvenuta a Palazzo d'Orleans, a Palermo, sede del governo regionale. Un assessore due mesi fa si era dimesso in seguito ad un procedimento giudiziario circa la regolare registrazione dei contagiati di covid nella nostra regione, la Sicilia. Senza che ancora si conosca l'esito del procedimento giudiziario appena avviato, due giorni fa quell'assessore è tornato a svolgere il ruolo governativo, ben accolto dal Presidente che finora aveva mantenuta libera la sedia assessoriale.

Un detto in auge nella stampa italiana recita, più o meno: Di dimissioni ci sono sempre quelle auspicate e quelle che i politici italici minacciano, ma che raramente danno.

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Francesco Merlo, giornalista, ebbe a scrivere tempo fa -più o meno- "L'italiano non si dimette mai, ... i tentadivi di farlo o le resistenze alle dimissioni non sono segno di grandezza morale da spirito ribelle,  ma italianità pura, pimento e fuoco della stessa filosofia difensiva di chi ha operato scorrettamente. L'italiano non si dimette mai da nessun ruolo perchè è consapevole della propria inadeguatezza...

Persino nella nostra lingua madre -il latino- il verbo è transitivo 'mandare via, licenziare, congedare', non esiste la forma riflessiva 'se dimittere'.

Lo scittore Francesco Merlo scriveva le riflessioni ricordate ed altre che riguarderanno questa pagina con riferimento ad un grosso personaggio della scena italiana dei primi anni duemila.

I politici italiani sanno tutti che ad ogni uscita corrisponde sempre una entrata e così come avviene in un teatro ogni attore che esce dalla scena si prepara di rientrarvi subito, prima che altri occupino il ruolo.

Nella politica italiana (e soprattutto in quella siciliana) non è mai esistito un personaggio che si sia veramente dimesso da un ruolo, fosse ... in estrema ipotesi... quello di usciere. Da noi, in Sicilia, tutto e sempre finisce -dice qualcuno nelle piazze dell'Isola-  a tarallucci e vino.

Pure il sindaco di Corleone si
era dimesso in seguito alla
questione insorta dalle vaccinazioni
anti-covid non
 in linea con le priorità prescritte.

Ha pure lui ritirato le dimissioni
dopo un paio di settimane.


Chi segue con attenzione la politica italiana scopre sempre, prima o dopo, che le "dimissioni" non sono mai esistite, che siano state "vere" e "serie". Nemmeno i dittatori si sono mai dimessi: Mussolini in quel 25 aprile si dimise perchè fuori c'erano i carabinieri pronti ad arrestarlo, De Mita, Craxi o Occhetto, uomini diversi fra loro della prima Repubblica, osarono dimettersi o più verosimilmente furono dimessi -ciascuno per circostanze e situazioni diverse fra loro- dai nuovi contesti e scenari che si presentarono davanti a loro?. Non per loro volontà. 

I libri di storia ci riferiscono di Celestino V (lo ricorda sempre il testo che ci sta davanti di Francesco Merlo) che avrebbe esternato il "gran rifiuto" del soglio pontificio, eppure alcuni suoi contemporanei riferiscono che i cardinali, alcuni, lo ossessionarono fino al punto che non ne potè più di continuare a resistere alle loro continue imboscate.

La tv nel pomerigio dell'altro ieri, 3 giugno 2021, riferi' di due sacerdoti cattolici che si sono spogliati della tunica ma non si sono dimessi. Otterranno la dispensa ma non l'annullamento del loro ruolo.

Chi ha esperienza di vita aziendale e/o di pubblica amministrazione sa che in genere i gradi alti delle istituzioni (pubbliche o private) non vengono mai licenziati; quando non li si vuole più fra i piedi gli viene concesso uno "scivolo".

Alcune dimissioni vere

1893: Giolitti

Il Presidente del Consiglio è accusato di avere coperto le irregolarità della Banca Romana ed è costretto a dimettersi. Lo scandalo coinvolse il mondo politico e la speculazione edilizia e finanziaria. Di quella crisi finanziaria -lo scriviamo per inciso- ebbero gravi conseguenze negative almeno dieci famiglie contessiote i cui risparmi erano frutto di anni di emigrazione a New Orleans.

1974: Willy Brandt

Il 6 maggio il cancelliere tedesco si dimette a causa del coinvolgimento di un suo collaboratore Giunter Gallaume in uno scandalo spionistico. La decisione sorprese molto l'opinione pubblica.

1976: Nixon

Coinvolto nello scandalo Watergate, l'8 agosto Nixon annuncia le sue dimissioni dalla carica di Presidente. Per evitare l'impeachment ammette di aver tentato di insabbiare i fatti.

1978: Leone

In seguito allo scandalo Lockhead, una vicenda di tangenti, Giovanni Leone si dimettev da capo dello Stato. Le dimissioni erano state chieste dalla stampa e da alcune forze politiche.

2006: New Orleans

La gestione del disastro provocato dall'uragano Katrina fa saltare la poltrona di Michael Brown il capo della Fema che inizialmente Bush aveva elogiato per il suo lavoro.

venerdì 4 giugno 2021

Repubblica Italiana. I cittadini ... l'uomo libero, l'uomo consapevole (3)

 Da oltre due secoli, dalla Rivoluzione francese, la storia ed il grado di "democrazia" dei popoli e delle nazioni, vengono valutati sulla base del trinomio 

"diritti" 

"legge" 

"giustizia".

 Un paese appartiene alla sfera dei paesi evoluti e democratici (a) se i diritti dei cittadini sono dilatati al massimo, (b) se la tutela dei diritti medesimi è accessibile e facile per tutti e (c) se i governi e i parlamenti si esprimono solamente attraverso le leggi varate piuttosto che attraverso le grida dai balconi. 

 Le leggi in Occidente devono essere aderenti allo spirito della carta fondamentale che ciascun paese si è data per prospettare i diritti e la sfera della magistratura (la giustizia); magistratura chiamata ad operare in aderenza e nel rispetto dei "diritti" dei cittadini e delle "leggi" dello stato. 

E' la sintesi -quella qui sopra-  di quanto riportato nella precedente pagina.

* * *

Perché un paese possa dirsi democratico, e l'Italia degli ultimi settantacinque anni lo è stato  sia pure con parecchie pagine più o meno astruse, deve sempre esistere una relativa "tensione" culturale e di confronto quasi continua fra 

-cittadini, 

-parlamenti, 

-governi, 

-partiti, 

-magistrati 

-e mezzi d'informazione. 

La calma e le acque chete all'interno delle varie espressioni dello stato non sono infatti segnali di buona salute democratica. Per dirla brevemente: gli stati dove c'è un Lukascenco o un Putin che esprimono da soli l'immagine unica di una comunità nazionale non hanno nulla a che fare con la democrazia. Quelle espressioni dello Stato-comunita' sopra elencate devono essere l'una slegata dall'altra nell'ambito dell'unica cornice, quella della carta costituzionale. Pure questa nei profili culturali e politici può essere sottoposta a riletture e a modifiche.

 Avremo modo in seguito di rilevare con ampia visione che all'interno del nostro Paese, al pari di altri paesi democratici, possono avvenire eventi ed espressioni di protagonismo ora egemonizzati da uno o dall'altro delle espressioni istituzionali che tutti insieme costituiscono lo Stato.  All'inizio del Novecento -infatti- il ruolo di primo piano era essenzialmente del Parlamento, del governo e della magistratura oggi un forte ruolo di orientamento dell'opinione pubblica lo possiedono i mezzi di informazione (internet, TV, giornali etc). Ruolo rilevante possiedono oggi, nell'orientare l'opinione pubblica, alcuni ordini professionali (i medici che hanno tolto molti spazi alla politica negli ultimi mesi caratterizzati dalla pandemia, gli avvocati che dialogano con i media e spiegano le malefatte dei politicanti, etc,). Sulla scena della vita pubblica più la politica mostra crepe più crescono i ruoli e le figure che vanno ad occupare la scena della vita pubblica. E' di questi ultimi mesi come un ex banchiere, Mario Draghi, si è preso cura di una funzione prettamente politica, la presidenza del Consiglio dei Ministri.

 I cittadini in quanto tali, attraverso le insegne dei diritti civili, di quelli della salvaguardia ecologica, del pacifismo etc. riescono pure loro a prevalere sul precedente ruolo dei partiti che, almeno in Italia, sono divenuti la larva di ciò che erano fino agli anni sessanta, settanta del Novecento.

 Con le poche righe di questa pagina ci siamo proposti di evidenziare che nei paesi democratici il protagonismo istituzionale è, deve essere, sparso ed allargato e diffuso. E da noi, in Italisa, è diffuso notevolmente grazie, forse, alla crisi dei partiti. Crisi che ha purtroppo -pure- i suoi risvolti negativi; ne tratteremo in seguito.

Recovery Plan. Scorriamolo poco alla volta (9)

 Cabina di regia

  Il Recovery Plan al momento della presentazione agli uffici di Bruxelles sembra -a leggere i giornali- che abbia sollevato più di una perplessità. L'Italia non ha mai rispettato finora  il puntuale rispetto dei piani presentati e ci si è chiesto come farà adesso  a rispettare la puntuale attuazione di tanti complessi interventi per oltre 200 miliardi. L'Italia non ha mai utilizzato finora i tanti miliardi di euro che l'Europa ha messo -da sempre- a disposizione. Può essere cambiata l'Italia?

 È ovvio a tutti, mondo politico e non,  che è valso per un così vasto Piano di investimenti, soprattutto  il rapporto di stima che Mario Draghi riscuote ai livelli alti di Bruxelles e pure al di là dell'Atlantico. La fiducia è quindi tutta fondata su un uomo piuttosto che su una classe politica.

 Il premier ha già varato la cabina di regia che dovrà presiedere a tutti gli interventi che siano statali, regionali o degli enti locali  e per evitare ogni rischio di "palude" nel procedere attuativo ne  ha assunto in prima persona la presidenza.   Preliminarmente al varo dei progetti  dovranno vararsi parecchie riforme, dal fisco alla giustizia, dagli appalti per le grandi opere all’economia verde e Draghi -in prima persona-  ha assegnato a se' un ruolo chiave su tutto. 

  E' già stato stabilito che in caso di «mancato rispetto» degli impegni presi e se dovesse insorgere il rischio di far saltare i progetti del Piano, Draghi darà agli enti  «un termine non superiore ai 30 giorni per provvedere» ed in caso di  «una perdurante inerzia» di un ministero o di un ente locale, o associazione di enti locali,  il presidente del Consiglio assegnerà l’incarico a un altro soggetto pubblico o a dei «commissari ad acta». 

  Sarà sempre personalmente di Mario Draghi l’ultima parola su qualsiasi progetto.

 Forse sarà la prima volta nella vicenda italica che la gran parte delle risorse assegnate all'Italia da Bruxelles resteranno nel nostro paese. Tutti lo speriamo.

Grandi maestri

Emotività 

 La percezione del tempo, soprattutto in certe situazioni di forte emotività, subisce delle notevoli alterazioni, ore trascorrono in un lampo e pochi minuti durano un’eternità.

Andrea Camilleri

scrittore, sceneggiatore, regista,

 drammaturgo e docente

1925-2019

giovedì 3 giugno 2021

Repubblica Italiana. I cittadini ... l'uomo libero, l'uomo consapevole (2)

 Ci proponiamo di percorrere un lungo cammino, in più pagine del Blog, per provare a conoscere cosa abbia significato per gli italiani la transizione dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica.  Proveremo a cogliere lo spirito profondo dell'essere "cittadini" rispetto a sudditi, "democratici" rispetto a intolleranti, "aperti al mondo e all'altro" rispetto ai sovranisti orgogliosi di sé stessi. 

 Il proposito non si concluderà in un definito numero di puntate perchè -detto in altri termini- esso in realtà è sempre stato obiettivo del Blog e adesso ci proponiamo semplicemente di essere più sistematici nello sviluppare il senso liberal-democratico e social-democratico del vivere e del godere nello spirito della democrazia sostanziale, ben oltre quindi quella formale che invece si esaurisce nel mettere un segno ogni cinque anni sulla scheda elettorale.

 Tratteremo di principi, ma soprattutto di reale sostanza delle leggi e di come esse incidono in quello che è -e deve essere- lo spazio di libertà di ciascun cittadino. Tratteremo di Storia e di vita ordinaria, di attualità e soprattutto dei tanti perchè della società di oggi.

 Non si tratta di una rubrica politica-politicante, ma di un itinerario attraverso cui vogliamo trovare i perchè del nostro "oggi", L'oggi di ciascuno di noi.

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I diritti umani

 Le istituzioni del nostro paese, l'Italia, derivano al pari di tutte quelle dei paesi di cultura occidentale, dallo spirito e dai nuovi portati culturali della rivoluzione americana (1765 - 1783) e della successiva rivoluzione francese (1789-1799). Nulla a che fare col precedente sistema di vita dell'età moderna, quella che va dalla scoperta dell'America, o se si vuole, dal crollo di Costantinopoli, fino alla Rivoluzione francese o a quella americana.

 Non si tratta di semplici segnaletiche epocali e basta. No! Con le due rivoluzioni ricordate  si affermano per la prima volta nella storia dell'umanità principi  fondamentali che dell'uomo, strumento dei potenti e insignificante suddito, fanno e creano invece "il cittadino". 

 Per  intenderci meglio: gli arbëreshe che nel XV-XVI secolo arrivano dai Balcani in Sicilia non godevano di nessun diritto e nessuna tutela; erano strumenti di lavoro -al pari degli attrezzi agricoli e degli animali da lavoro- da impiegare sui feudi dei "baroni" locali. La loro fiducia e volontà di sopravvivenza era affidata esclusivamente alla loro fede religiosa e al buon cuore dei baroni che, però, li accoglievano semplicemente per mettere a cultura i loro vasti domini in prevalenza disabitati e incolti della Sicilia Occidentale. Ogni diversa interpretazione buonista o dolciastra frequentemente usata urta contro la realtà del tempo e contro la storia dei sistemi di governo precedenti la Rivoluzione francese.

L'età contemporanea

 In cosa consiste il portato di civiltà delle due ricordate rivoluzioni di fine "Settecento" ? Da quei due eventi rivoluzionari è sorto un trinomio attorno a cui si svilupperà -ancora fino ai nostri giorni- la vicenda umana e la "Storia" dell'occidente: 

-- i diritti,

--la legge,

--la giustizia.

 Dalla progressiva (1) espansione dei diritti, dalle (2) modalità di tutela di quella che comincerà ad essere la "dignità" dell'essere umano e dalle (3) condizioni materiali che via via saranno poste a disposizione di ciascuno per esercitare i diritti potranno riconoscersi i progressi ed i gradi di democrazia di qualsiasi comunità e di qualsiasi paese.

 Per meglio intendere il tempo che stiamo vivendo in Occidente ai nostri giorni, rispetto all'età feudale e/o rispetto ai sistemi vigenti nei paesi islamici o asiatici alla cinese, possiamo affermare che la legge è lo strumento con cui giudichiamo le intenzioni dei governi e delle assemblee parlamentari occidentali. Attraverso la gazzetta ufficiale cogliamo, o siamo in condizione di cogliere, -in Occidente- il senso di marcia verso cui si vuole proiettare il domani della società e -per chi è culturalmente avveduto- si può cogliere pure il senso di marcia cui mirano i governanti. 

 Nelle società avanzate europee ed americane  chi sa leggere le gazzette ufficiali -detto in breve- capisce pure quali sono i veri rapporti socio-economici e gli interessi che contano e che -nella pratica- si stanno perseguendo.

La giustizia non è altro che l'applicazione dei diritti sanciti e quindi della legge. Dal funzionamento della giustizia giudichiamo se un sistema di governo è capace o meno di mantenere le promesse che stanno alla base delle precedenti leggi varate.

Del trinomio ricordato in questa pagina ci  avarremo nel prosieguo del ragionamento con cui intendiamo leggere i risvolti della contemporaneità rispetto all'antichita', al medio evo e alla modernità.

Recovery Plan. Scorriamolo poco alla volta (8)

 La Giustizia

Il Recovery Plan, lo abbiamo lasciato trasparire nelle precedenti pagine, è -sarà- l'occasione per modernizzare la macchina pubblica del nostro Paese: la pubblica amministrazione, la scuola, la giustizia e tutto il resto, compreso l'intervento pubblico nel sistema economico-produttivo.


La filosofia che si vuole (o forse si deve?) sviluppare è quella di agevolare la libera concorrenza, di creare le migliori condizioni possibili per il libero mercato. 

Sulla Giustizia, di cui in questi giorni i media ci stanno dando senso di come essa abbia agito e probabilmente continuerà ad agire (caso Palamara e non solo esso),  abbiamo tutti capito che essa non punta sempre ad individuare la verità delle vicende, ma, spesso, mira a creare e/o perseguire situazioni di potere di parte.


L'idea di giustizia che generalmente si esige è quella di garantire tutti i diritti che fanno capo agli esseri umani, non solo quelli del creditore e/o di chi è in condizione di attivare procedimenti che durino dieci e più anni.

 

Nel comparto economico si presume che possa, che potrà essere possibile -in sede arbitrale- emettere provvedimenti cautelari.  C'è pure chi resta perplesso di fronte alla eventuale cessione di poteri di un giudice a chi non è giudice. 

Perplessità si colgono ancora sui giornali sulle misure in favore di una liberalizzazione (privatizzazione) del trasporto pubblico locale. Il trasporto pubblico -si sostiene da alcune parti- è un bene comune, e va gestito come tale.


In breve:

Il governo intende incidere sulle norme che regolano lo svolgimento dei processi, in un’ottica di semplificazione delle procedure e di riduzione dell’attuale durata, che penalizza cittadini ed imprese. Il tema giustizia è uno dei punti di frizione tra l’Italia e l’Europa, che per concedere i fondi del Next Generation Eu chiede misure drastiche e profonde.  Da qui l'intenzione di


  • rafforzare le garanzie di imparzialità nell’arbitrato;
  • estendere l’ambito di applicazione della negoziazione assistita;
  • garantire una «migliore e più estesa applicabilità» dell’istituto della mediazione, che oggi è obbligatoria solo per alcuni tipi di cause.
Nel campo penale l’obiettivo è quello di arrivare ad un processo in tempi più concentrati e sicuri, possibilmente da definire tutto nel primo grado di giudizio, tant’è che la riforma non risparmia l’appello: saranno infatti «ampliati i casi di inappellabilità delle sentenze», si legge sul documento.

Grandi maestri

 Pessimismo

"E' un'umanità rachitica quella che consuma la sua esistenza attimo dopo attimo, dominata dalle emozioni e dalla solitudine, disperata in mezzo ai piaceri del carpe diem e alla ferocia che inevitabilmente accompagna l'avarizia di sé".

Eugenio Scalfari

Giornalista e scrittore

 6 aprile 1924 


mercoledì 2 giugno 2021

Cultura Arbëreshë. Storia per immagini del più antico libro arbëresh: Conferenza on line

 



Repubblica Italiana. Il voto del 2 giugno 1946 ed i lavori dell'Assemblea Costituente condussero all'istituzione repubblicana (1)

 Cessata l'avventura fascista che aveva condotto l'Italia al disastro -oltre che militare- sociale ed economico il Paese iniziò il ritorno alla normalità civile: si ebbe crescente partecipazione ai comizi, diffusione della stampa libera, vivacità dei media (radio, stampa e cinema).  Permarrà per più anni però la crisi sociale ed economica: la produzione industriale si ridusse di gran lunga rispetto all'ante guerra e la produzione del grano fu sottoposta ad imposizioni di "ammasso obbligatorio". Solamente negli anni cinquanta del Novecento l'obbligo di cedere il grano prodotto nei campi agli "ammassi pubblici" verrà infatti gradualmente eliminato. 

Volendo nell'odierna ricorrenza della nascita della Repubblica sottolinearne la rilevanza, ricordiamo che solamente nel 1946 le donne vengono ammesse al voto. Il Fascismo aveva eliminato l'esercizio democratico del voto e -ricordiamolo- nell'ante-fascismo nell'Italia liberale votavano solamente gli uomini, e non tutti.

La Democrazia Cristiana in quell'alba del secondo dopo-guerra si propose come partito interclassista e si attrezzò di due organizzazioni collatterali (fiancheggiatrici): le Acli e la Coldiretti. Fu però, soprattutto, la Chiesa di papa Pacelli -in modo diretto con la mobilitazione dello stesso clero- che consentì a questo partito un buon radicamento sociale e conseguentemente elettorale-.

La Sinistra andò alle elezioni formalmente unita negli intenti ma di fatto già distinta fra la tradizione socialista che era radicata nei principi democratici ed i comunisti che furono fortemente foraggiati finanziariamente dall'Unione Sovietica e quindi non apparverò accreditabili per il modello di democrazia occidentale. Il Pci comunque riuscì a trasmettere la forza del partito di massa, organizzato con Case del Popolo e significativa presenza nel Sindacato. I socialisti nel dopoguerra ebbero comunque una forza parlamentare superiore a quella del Pci pur non godendo nè dei sostegni finanziari che gli Usa consentirono, attraverso più percorsi, alla Dc e l'Urss al Pci. L'unità dei socialisti tuttavia non resse a lungo in un mondo diviso. Nel 1948 nonostante le mille mediazioni dell'allora giovane Pertini il partito si divise fra l'ala guidata da Pietro Nenni e Lelio Basso (psi) e quella guidata da Giuseppe Saragat (psdi).

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Nel 1946 nasce il governo De Gasperi composto da democristiani, socialisti e comunisti. Il 2 giugno di quell'anno l'elettorato italiano (entro cui come ricordato partecipavano le donne) fu chiamato a scegliere fra monarchia e repubblica e nel contempo ad eleggere l'Assemblea Costituente che avrebbe dovuto scrivere la nuova carta costituzionale. Col 54,2% (12milioni e 717.000 voti) gli italiani scelsero la Repubblica. 

Alla prima Assemblea parlamentare democratica post-fascismo la Dc si affermò col 35,2% dei voti, i socialisti ebbero il 20,7% ed i comunisti il 19,oo%.

I lavori della Costituente si conclusero a fine dicembre 1947 e la nuova Costituzione democratica entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

martedì 1 giugno 2021

Motivi per riflettere. Noi gente del XXI secolo

 Fatti e detti

Giovanni Brusca, soprannominato u verru e  lo scannacristiani per la sua ferocia, è un mafioso ed è pure un collaboratore di giustizia; in passato è stato membro non di seconda fila di Cosa Nostra. Si e’ autoaccusato di 150 delitti, fra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, auto-definendosi “un mostro“. 

La sua vicenda criminale è legata alla strage di Capaci, dove azionò il telecomando che provocò la strage del giudice Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della sua scorta.

E' uscito dal penitenziario di Rebibbia con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna che gli era stata inflitta. Inevitabilmente le reazioni alla notizia diffusa dai media sono  state contrastanti, anche se si sa bene che i pentiti godono di sconti di pena e benefici sulla base delle leggi preesistenti da tempo..

E' stato Brusca ad azionare il telecomando che fece esplodere l’ordigno che provocò la strage di Capaci e fu lui a ordinare lo strangolamento e lo scioglimento di un omicidio sconvolgente quale fu quello del piccolo Giuseppe Di Matteo. U verru era un boss incontrastato di San Giuseppe Jato e un fedelissimo del Capo dei Capi di Cosa nostra, Totò Riina ed ora -uscito dal carcere- sarà sottoposto a controlli e protezione e a quattro anni di libertà vigilata, come ha deciso la Corte d’Appello di Milano.

Maria Falcone, sorella di Giovanni

“Quello che temevamo da tempo si e’ avverato: Giovanni Brusca, il ‘macellaio’ che ha premuto il telecomando a Capaci, e’ libero. Lo prevede la legge, una legge che ha voluto mio fratello e che rispettiamo, ma restano il dolore, la rabbia e il timore che un individuo capace di tanto male possa tornare a delinquere”.  La sua collaborazione con la giustizia, sottolinea Maria Falcone , “e’ piena di ombre, la stessa magistratura lo ha detto piu’ volte. ‘U Verru’, il porco, cosi’ lo chiamavano i suoi complici, ha nascosto molte verita’, specie sulle sue ricchezze che, sono convinta, non sono state confiscate interamente. Ci auguriamo che la magistratura e le forze dell’ordine vigilino: sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Rocco, Antonio e Vito che possa tornare indisturbato a godere di soldi che grondano sangue”.

 Tina Montanaro,  vedova del caposcorta di Falcone

“Sono indignata, lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l’uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Sa qual è la verità? Che questo Stato ci rema contro. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l’uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente?”

Giuseppe Costanza, autista di Falcone che scampo al terribile acquato perchè a guidare quel giorno era lo stesso magistrato

 “La notizia che sicuramente non mi fa piacere. È un’offesa per le persone che sono morte in quella strage. Secondo me dovevano buttare via le chiavi. Sono trascorsi 29 anni da quel giorno, ma né Falcone, né la moglie, né i ragazzi della scorta potranno mai ritornare in vita. Che Paese è il nostro? Chi si macchia di stragi del genere per me non deve più uscire dalla galera”.

Nicola Di Matteo, fratello del piccolo Giuseppe, il bimbo rapito all’età di 12 anni, sequestrato, strangolato e il cui cadavere è stato soppresso.

“Umanamente non si potrà mai perdonare. Per me il dolore della morte di mio fratello non si rimarginerà mai, per mia madre la sofferenza è ancora più grande. Ma abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Se non crediamo nella magistratura non crediamo più nello Stato. Brusca ha ucciso mio fratello ma espiato la pena nel rispetto della legge”.

Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo

"La liberazione di Brusca, che per me avrebbe dovuto finire i suoi giorni in cella, è una cosa che umanamente ripugna. Però, quella dello Stato contro la mafia è, o almeno dovrebbe essere, una guerra e in guerra è necessario anche accettare delle cose che ripugnano. Bisogna accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso".

"Questa legislazione premiale per i collaboratori di giustizia fa parte di un pacchetto voluto da un grande stratega, Giovanni Falcone, per combattere la mafia, dentro ci sono l'ergastolo ostativo, il 41 bis. Va considerata nella sua interezza ed è indispensabile se si vuole veramente vincere questa guerra contro la criminalità organizzata".

"L'alternativa, in assenza dell'ergastolo ostativo sarebbe stato vedere tra cinque anni questa persona libera senza neppure aver collaborato con la giustizia e senza aver permesso di assicurare alla giustizia tanti altri criminali come lui".  

"Anche perché la sua collaborazione con la giustizia è stata molto travagliata: in un primo tempo aveva cercato di fingere per minare le istituzioni. Non credo si sia veramente pentito, come, invece, ha fatto Gaspare Mutolo, assassino anche lui, che ha ucciso, strangolandole, 50 persone a mani nude, ma che oggi penso sia una persona veramente cambiata. Di Brusca non ho questa impressione".

Tempo di guerra. Ricadute di ordine civile ... .. di Ernesto Scura

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

  Se cerchiamo le GRANDI POTENZE INDUSTRIALI del mondo,  non affatichiamoci ad individuarle tra gli Stati non belligeranti  dell'ultimo conflitto, come Svizzera, Spagna, Brasile, Portogallo,  Argentina, Messico,Turchia, India e, perchè no,...San Marino e... Città del Vaticano.

  L'elenco, molto scarno, contiene, solo, ed  esclusivamente, alcune delle nazioni che parteciparono in modo attivo alla seconda guerra mondiale, vincitrici o perdenti che fossero. Nemmeno una delle "non belligeranti". E quante sono? Appena sette.  E, tra queste, l’talia, col suo non trascurabile potenziale di industrie.  La FIAT, tanto per citarne una, durante le due guerre mondiali, si mise  anche a fabbricare armi oltre a sfornare, a ritmo vertiginoso, veicoli,  autocarri e blindati per il nostro Esercito in guerra. Prima dei due  conflitti mondiali era una piccola modesta fabbrica di automobili. Con le ricche commesse dei conflitti accumulò preziose esperienze  e tecnologie che, oltre ad irrobustirla economicamente, ne fecero una  delle maggiori case produttrici di automobili del mondo. Ci sarà pure  un nesso tra guerra e primato industriale ? 

 E la PIAGGIO ?  Durante la guerra oltre ad aerei militari produceva piccoli  motori a scoppio per l'avviamento dei motori d’aereo. A fine guerra,  gliene restava un forte stock. Non sapendo che farsene cercò un modo  per utilizzarli. Risultato? Nacque la VESPA. Lo scooter più bello, più elegante, più economico, più agile e più copiato  nel mondo. E per il basso costo ed i bassi consumi, fu la prima vera  "macchina" degli italiani, quelli, per intenderci, a basso reddito, che  realizzarono il sogno di godere del fine settimana, con quel simpatico  veicolo a due ruote, con la moglie seduta sul sedile posteriore, il bambino  in mezzo e il cesto con la merenda tra i piedi del conducente, e via al mare  o ai monti. 

  Ed ancora oggi che tutti, ormai, hanno la macchina, è il mezzo  più usato dai giovani in Italia e da milioni di persone nel mondo. Dunque,  persino un residuato di guerra o, quantomeno, l'esperienza acquisita per  un supporto di guerra, sortisce effetti benefici. Per non parlare delle altre  grandi industrie come l’Alfa Romeo, la Breda, l’Ansaldo, quella cantieristica  e persino dell’industria del vestiario delle calzature e dei prodotti alimentari.  

  Ma c’è un nome, AGUSTA, che richiama alla memoria, uno dei gioielli più  prestigiosi dell’industria italiana nel campo mondiale della produzione di  elicotteri, sia civili che militari,con ricche commesse per la fornitura di  elicotteri in tutto il mondo, oltre che in Europa, perfino negli Stati Uniti.  Ed è quanto dire. Prima dell’ultimo conflitto mondiale l’Agusta prestava l’assistenza alla  manutenzione e alla riparazione dei velivoli militari italiani, per passare, poi, gradualmente, anche alla produzione di aerei. E si arricchì delle più preziose esperienze costruttive. A guerra finita, il trattato di pace del1945,  proibiva, all’Italia sconfitta, la fabbricazione di velivoli, penalizzando così, in modo gravosamente punitivo, l’Agusta che dovette diversificare la  produzione dedicandosi alla costruzione di motociclette e carrozzerie  di autobus. Ma, nel 1950, provvidenzialmente, decadde il divieto di quell’iniquo trattato di pace e, finalmente, l’Agusta tornò a guardare  il... cielo ma, stavolta, dedicandosi al nuovo mezzo di trasporto aereo,  l’Elicottero, nella cui costruzione divenne un’azienda Leader nel mondo,  apprezzata ed invidiata. Possiamo ben dire, dunque, che la maggior parte della industrie italiane,  che durante il conflitto dovettero far fronte all’impegno di soddisfare le pressanti richieste militari del nostro  paese in guerra, trassero la capacità produttiva per realizzare, poi, quel momento magico che fu il famoso  MIRACOLO ECONOMICO, caratterizzato dalla crescita economica e dallo sviluppo tecnologico che conferirono all’Italia, nella coraggiosa ripresa  del dopoguerra, la meritoria opportunità di fregiarsi del titolo di Grande  Potenza Industriale nel mondo. Allora, “ben vengano le guerre?” Ma no, vi prego, non mi fraintendete: ”Ben vengano i vantaggi conseguenti a ricerca bellica”. E se, in tempo di  pace, scambiamo il termine “guerra”  col più accettabile “competizione" per il primato strategico mirante alla supremazia militare, con piacevole  sorpresa, dobbiamo riconoscere che lo sforzo per primeggiare militarmente  produce effetti talmente vantaggiosi, con risvolti talmente lusinghieri, da costituire il vero motore delle conquiste tecnologiche e scientifiche.

 Ernesto SCURA

Mondo contadino. Per non dimenticare una realtà umana che fu -3-

  E' stato il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice a proporre nel 1923 a Francesco Lanza di realizzare l’Almanacco per il popolo siciliano, egli accetta con calore, “perché mi alletta e mi porta di botto in un campo a me caro: la fantasia popolaresca”. E precisa: “Bada che in esso v’è di popolaresco conservato soltanto il senso del meraviglioso senza intoppi.   Lo stile nell'Almanacco si fa eroico come usano i nostri contadini quando si parla di santi e di paladini”.

 L’Almanacco, inizia le pubblicazioni nel 1924 come libro di lettura nelle scuole organizzate dall’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, fu interamente opera di Lanza e riuscì coerente con la sua fantasia popolaresca e con la sua visione epica della vita: “Nell’Almanacco è vivo il senso della terra, il senso della storia, la saggezza del tempo, il segno di un artista, la cui ispirazione, densa di lirismo ingenuo e arcaico, trascende i limiti delle letteratura documentaria regionalistica” (N. Basile, op. cit., p. 17).

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FRANCESCO LANZA 

ALMANACCO PER IL POPOLO SICILIANO, 1924

 Con stampe di ARDENGO SOFFICI e illustrazioni di CARMELO ALOISI 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER IL MEZZOGIORNO EDITRICE 

– ROMA – 

1924 

GIUGNO 

   Giugno, falce in pugno! 

   Il sole diede il suo oro alla campagna, e nelle spighe è già pronto il frumento. 

   Calano da ogni parte a brigate i mietitori, e nelle sere odorose di gigli s'odono canzoni di tutti i paesi, perché ognuno ha sempre con sé amori e tristezze. 

   Brillano le falci, e la fronte dell'uomo si bagna di sudore. Restano fra le stoppie i covoni, che bisogna subito assicurare contro gli incendi; e il villano con la falce al fianco, ché quella è la sua spada, ne tira in mente la somma. 

   La schiena gli duole dal lungo stare curvato, ma non ha neppure il tempo di pensarci, che c'è da preparare l’aia: raschiarla delle erbe, bagnarla e batterla con mazze e ramaglie perché diventi più dura; e finita la mietitura vi si portano i fasci di fave, che sotto i ferri delle mule crepiteranno come sarmenti. 

   Intanto le viti fioriscono, d'un sottile aroma odorando, e i grappoli man mano si formano e s'allungano. Si fanno gli ultimi innesti a pezza, di mandorli, peschi e albicocchi. Non c’è albero ormai che non abbia i suoi frutti, dove maturi, dove appena incominciati, e i dolci succhi servono nel gran caldo a ingannare la sete. 

   Il sole spacca la terra e abbrustolisce la nuca al villano. Nelle ore di afa, che tutte le cose s’assonnano e l'aria è come un mare di fuoco, le cicale stridono e le stoppie saltando in aria scoppiettano. Gli alveari, poiché le api succhiarono instancabili tutta la primavera, colano di miele, e nelle celluzze i nuovi nati s’impinzano, molli come cera. 

   Suvvia, o villano: attacca le mule e buttale sull'aia! Il tempo del pane nuovo è venuto. 

DAL VANGELO 

Morte di Giuda 

     Allora Giuda, che l'aveva tradito, vedendo che Gesù era stato condannato, ebbe rimorso di quel che aveva fatto, riportò i trenta danari ai capi sacerdoti, e agli anziani, e disse: - Ho peccato perché ho tradito il sangue innocente. - Ma essi risposero: - Che c'importa? Pensaci tu. - Ed egli gettati i denari nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi. Ma i capi sacerdoti, presero quei denari e dissero: ~ Non è lecito metterli nel tesoro del Tempio, perché sono prezzo di sangue. - E dopo aver tenuto consiglio, comprarono con quel denaro il campo del Vasaio, per darvi sepoltura ai forestieri. Perciò quel campo, fino al dì d’oggi è stato chiamato: Campo di sangue. Allora si adempì quel che fu detto dal profeta Geremia: «E presero i trenta denari, prezzo di colui che era stato messo a prezzo; messo a prezzo dai figliuoli d’Israele; e li dettero per comprare il campo del Vasaio, come il Signore me l'avea ordinato». 

IL POI E IL MAI 

   Se devi fare una cosa, falla subito e non aspettare il poi, che se fiorisce mal fiorisce. Non c’è meglio del giorno in cui l’hai da fare. 

   Ricordati che il mese del mai nell'anno non c'è, e d’ogni giornata perduta Iddio ti domanda ragione. 

I MOTTI 

Più vale un amico in piazza, che cent'onze in tasca. 

Tre giorni di riposo: al nascere, al crescere, al morire. 

Chi dorme solo, si corica largo. 

Troppa gente fa bonaccia. 

La spina a chi punge duole. 

Meglio senno che denari. 

Chi paga il debito ha credito. 

Chi ha virtù ha ogni bene. 

Chi cammina arriva. 

Chi lavora non sbadiglia.  

CIANE 

   Al grido di Proserpina, Ciane smarrita corse dietro il carro, e l'amore le metteva ali ai piedi. Raggiunti i cavalli, li tenne forte per la briglia e così si volse a Plutone, Dio dei morti:    - Dammi la mia compagna, o crudele! Perché me la rapisci? Ella è vergine, e tu la farai intristire.

    Plutone rise: 

   - No, che io invece la fo fiorire come un papavero e ingrossare come una spiga. Suvvia, lasciami che ho fretta - e così dicendo stringeva la fanciulla svenuta. Ma Ciane teneva più forte le briglie: 

   - Voglio piuttosto morire, che lasciarti portar via la mia dolce compagna. 

   Allora Plutone irato la colpi alla testa con lo scettro, ed ella fu subito mutata in fontana, e i suoi occhi piansero lacrime eterne. 

LA DONNA SICILIANA 

   La donna siciliana è forte e buona. 

   Essa è la gioia della casa, alla cui ricchezza concorre, portando la sua briciola come la formica, e mantenendo ciò che l’uomo fa. Non è sfruttata in lavori pesanti, e perciò splende di salute. 

   Da lei vengono figli forti come querciuoli, e l’uomo se ne allieta. Così la razza siciliana è sempre fra le prime, sebbene le fatiche e le miserie siano tante. 

   I figli sono abbondanza: e ricca per questo è la nostra Sicilia. 

 L’ETNA

    L'Etna è la più alta montagna della Sicilia. 

   Anticamente si credeva che essa fosse una delle colonne del cielo, e che nel suo interno avesse la fucina Vulcano, fabbro degli Dei, per fabbricarvi i fulmini a Giove e le armi agli eroi. 

   Tu la vedi all’orizzonte come la mammella d'una gigantessa, al cui capezzolo le nubi succhiano. La maggior parte dell'anno è ammantata di nevi, e impennacchiata di fumo. 

I CICLOPI 

   I Ciclopi abitavano la costa della Sicilia, tra Catania e Messina. 

   Erano giganti superbi e feroci, figli del Cielo e della Terra. Avevano un solo occhio in mezzo alla fronte, simile al sole per grandezza e splendore. 

   Erano così alti che sopravanzavano l’Etna, e quando camminavano nel mare tutta la loro testa e le spalle ne restavano fuori. 

   Non seminavano e non mietevano, ma pascolavano gli armenti e coglievano i frutti che produceva spontaneamente la terra. 

   Per saziarsi non ci volevano per ognuno meno di dieci pecore o di un bue alla volta, e ad ogni bevuta una tina di vino. Divoravano gli uomini come uccelletti, con tutte le ossa; e per pulirsi i denti usavano delle pertiche. Giocavano alle bocce coi faraglioni della costa, e rompevano come biscotti le cime alle montagne e le buttavano per gioco al sole e alle stelle.     Allungando una mano prendevano le navi che passavano al largo e le spezzavano come giocattoli, non usando mai pietà per quelli che vi erano dentro. 

   Vivevano in antri paurosi, ove passavano la maggior parte del tempo, e delle loro risa di ubriachi tremava ogni volta tutta la Sicilia. 

DAMONE E PIZIA 

   Ai tempi che a Siracusa governava il tiranno Dionisio, quattro secoli prima di Cristo, vissero due amici chiamati Damone e Pizia. Più che amici essi erano fratelli, e lo stesso sonno era loro comune. Le gioie e i piaceri dell’uno erano anche dell'altro, e così i dolori e gli affanni. 

   Ora avvenne che Damone, resosi colpevole agli occhi del feroce tiranno, fu condannato a morire. Egli aveva lontano nella campagna il padre e la madre e i cari fratelli, e prima di avere la morte chiese al tiranno la grazia di andarli a vedere per l’ultima volta. 

   Ma Dionisio non volle concedergli una sola ora, per sospetto che egli non cercasse di sfuggire alla morte. 

   Allora Pizia, mosso dall’amore e dalla pietà, si offrì garante dell'amico: 

   - Prendi me - disse a Dionisio - s'egli non torna entro oggi, io sono qua per lui. La mia vita sta per la sua. 

   A tale condizione il tiranno acconsentì, e lasciò libero Damone; ma sicuro che egli non sarebbe più tornato, si rideva di Pizia che così leggermente metteva a rischio la propria vita.

    E il pietoso giovane, sorridendo, rispondeva: 

   - Che importa s'egli non torna? Mi sarà dolce morire per lui. La nostra amicizia non potrebbe avere fine migliore. 

   E nell’accomiatarsi, pregava l’amico di restarsene fra i suoi, sano e salvo: 

   - Non ti curare di me - diceva. - Se veramente mi hai amato, non tornare più. La tua vita vale più della mia morte.

   Ma Damone, giunto alla sua casa, abbraccio in fretta i cari parenti, e sordo alle preghiere e ai pianti che intorno gli facevano invano per rattenerlo, senza porre alcun tempo in mezzo, si rimise subito in cammino per il ritorno, e prima che il termine spirasse fu alla presenza del tiranno. 

   - Eccomi - disse. - Ora fammi morire, ch'io ne sono lieto. Non rimpiango più nulla, e non desidero altro che liberare il mio amico – e con amorose parole abbracciava e baciava Pizia, che piangendo lo rimproverava d'essere tornato: 

   - Perché, o Damone, hai mantenuto la tua parola? Non sai che mi sarà più doloroso vederti morire, che non io stesso avere la morte? 

   Sommamente ammirato della grandezza d’animo dei due amici, il tiranno non poté resistere alla pietà, e annullata la sentenza contro Damone, li mandò entrambi liberi con ricchi doni, pregandoli di considerarlo come terzo nella loro singolare amicizia. 

 LA PUDDARA 

   La Puddara è l’amica del contadino. 

   Ella pare nel cielo una chioccia che ha sotto le ali i suoi pulcini. Sono sette stelle in un grappolo; ma una più piccola, che a vederla ci vuol buona vista. 

   Quando spunta prima dell'alba, l’estate, i cani abbaiano allegramente, le mule scalpicciano nella stalla: allora il villano, che dorme con un occhio sì e uno no, salta dal letto, e via! che lungo è il cammino. Per non farsi vincere dal sonno si accompagna cantando; e quando si sveglia, l’alba è spuntata e un'altra giornata comincia. 

PROPAGAZIONE DELLE PIANTE 

   Vari sono i modi di propagare le piante, delizia della campagna. 

   Alcune, senza sforzo umano, genera spontaneamente la natura, o per la caduta del frutto e del seme, o per mezzo di polloni che fuori pullulano dalle radici, come avviene per gli olmi, i cerasi, i pomi. 

   Altre si propagano per le cure attente e continue dell’uomo che guarda agli alberi come a figli, per averne frutti e lietezza di vista. 

   Il modo più usato è la propagazione per seme, come avviene per i cereali di cui suberba va la Sicilia. Per le piante da frutto si fanno, prima delle stagioni piovose, vivai, avendo cura di scegliere semi sani e di alberi forti; e a tempo debito le nuove pianticelle si trapiantano in fosse adatte, e quindi s’innestano. 

   Altre propagazioni avvengono per gemme e talee, magliuoli e piantoni, piantando cioè una semplice gemma o un rametto con tre o quattro occhi in terreno acconcio; oppure per margotta e propaggine, come si usa per le viti, gli agrumi, i gelsi e i castagni, mettendo cioè rami sottera a fare radici, senza essere staccati dalla pianta madre. 

   Un altro modo, e meraviglioso, è l'innesto, per cui s’addomestica il selvaggio e si muta la natura della linfa e dei frutti, sicché da un mandorlo, come per miracolo, tu puoi avere polpose albicocche o pesche succose, e da duro cotogno aromatiche pere. E necessario però che tra pianta epianta ci sia simpatia, come tra uomo e donna, per cui all'ulivo non puoi innestare il pesco, e al castagno il mandorlo. 

   L'innesto è la semina di una gemma nell'altrui umore, o l'impianto d'una talea a più occhi in un tronco diverso, o soggetto o alburno. 

   In vari modi possono farsi gli innesti, e secondo la stagione. In inverno bisogna innestare a spacco, a marzo, a becco di flauto, usando buoni strumenti e ottima pece che potrai avere mischiando: 28 parti di pece nera, 28 di pece greca, 16 di cera gialla, 14 di sego e 14 di cenere fina. 

   In primavera e al principio dell'estate farai innesti a occhio (in primavera a occhio vegetante, in estate a occhio dormente) e ad anello, e troncherai le cime all’arboscello perché l’umore non si disperda in getti superflui, ma tutto corra al punto bisognoso. L’anello ha da essere meno in succhio del soggetto, perché s'innamori e prenda. 

   Se vuoi ottenere alberi forti che lungamente ti allietino, prendi gemme da fiore. 

   Se hai due piante vicine e vuoi farne una sola, taglia ad entrambe un po’ di corteccia, e legale l'una all’altra dove hanno la piaga, come se dovessero baciarsi; e da questo bacio vedrai scoppiare floride gemme; e quindi taglia sotto il bacio l’albero che vuoi conservare. Sotto tagliato, in alto esso continua, e presto farà fiori e frutti, secondo la sua natura. 

LU SURFARARU 

Guarda chi vita fa lu surfararu 

ca notti e ghiornu va a cala a lu scuru 

metti a scippari surfu cu li manu, 

e ‘nta ddu locu amaru nudu e sulu 

li suduri cci scurrunu a funtani. 

Si fa lu cuntu e lu cuntu non veni, 

li figghi cci addumannunu lu pani, 

ed iddu è dispiratu e sempri in peni.

 ESTATE 

   Viene l'estate incoronata di spighe e di frutti, e l'uomo s’incorona di sudore e di pula. 

   La terra rende per cento ciò che le fu messo in grembo e paga ogni oscura fatica. Tutto viene da lei e tutto a lei ritorna, e la vicenda delle stagioni insegna qual è il destino dell'uomo. Nel sole che arde fervono i lavori, e uomini e bestie non hanno un istante di requie. Il giorno comincia con la Puddara, e la stessa notte gli occhi non posano e le ossa ballano, tanti sono i pensieri e gli affari. 

   In casa, le donne preparano i granai a cui viene la sera il frumento, oro delle campagne; o sull’aia aiutano l’uomo col corbello e la pala. Ora, chi ha due braccia ha da metterle all'opra.    

   Del nuovo pane odora ogni casa, e la campagna di novelli aromi. Ogni frutto matura, succhiando miele dal sole. Alla vigna, cui bisogna fare i lavaggi contro la peronospera, i chicchi s’ingrossano, e l’acido mutano in dolcissimo mosto. 

   Finiti i lavori del grano, per poco il contadino, rotto dalle fatiche, riposa. Bisogna subito bruciare le ristoppie perché diano concime ai campi, raccogliere man mano i frutti, zappare gli ulivi, pensare ai concimi, prepararsi per la vendemmia. 

   L’annata del villano comincia a gennaio e finisce a dicembre. 

   E l’epoca dei grandi calori e dei giorni più lunghi. Nell'afa di mezzogiorno le cose s'ingrandiscono e si annullano, e a guardarle sembra di non avere più la vista. Il buon villano si vede in estate.

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   Chi fosse interessato, può leggere la pagina dell'Almanacco relativa al mese di Maggio Pigiando qui.

Cultura Arbëreshë. Conferenza in diretta fb nelle pagine BashkeAssCulturale""""""Cattedrale SanDemetrioMegalomartire

 Cultura Arbëreshë: 

IL LIBRO COME OPERA D'ARTE .... a cura del prof. Matteo Mandalà.

Ëndrra e Lekës

Breve Storia per immagini

del più antico libro in arbëresh


Introduce papas Jani Pecoraro

4 giugno 2021 ore 18,30


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 Conferenza in diretta fb nelle pagine BashkeAssCulturale""""""Cattedrale SanDemetrioMegalomartire

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Recovery Plan. Scorriamolo poco alla volta (7)

 Accesso al mondo del lavoro

Il "Piano di rinascita" dalle conseguenze della pandemia ha un indirizzo -nelle generali-  "anticorporative", nel senso che esso non si propone di favorire i gruppi di interesse già esistenti e strutturati.

Eppure gli Ordini Professionali avranno una corsia preferenziale per l’assunzione rapida e diretta di personale nella Pubblica Amministrazione: in prastica la P.A. rinforzerà i suoi ranchi attingendo direttamente dagli ordini degli avvocati, dei commercialisti etc., prescindendo dalle selezioni (i concorsi pubblici).

Questa previsione in altri tempi (nella prima Repubblica) sarebbe stata definita inclinazione al clientelismo. 


In altra parte del Recovery Plan si affronta la riforma del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) perchè provi a mettere a bada le correnti dei magistrati (che sappiamo tutti come in queste giornate riempiono pagine e pagine di giornali: e purtroppo non di gloria). Il Revovery Plan  consente però ai magistrati di rilasciare, ai loro assistenti, attestati di "lodevole servizio", ossia documenti che favoriranno la partecipazione ai concorsi e con cui potranno scavalcarsi coloro che "assistente" non lo sono stati.


A proposito di intralci all'accesso alla Pubblica Amministrazione si può, ancora leggere sul Recovery Plan che verrà istituito un nuovo nuovo Ordine professionale: quello delle guide turistiche. Tutto ciò mentre in altre parti del documento si  parlava di rimozione delle barriere all’entrata nel mondo del lavoro.

Grandi maestri

Gli altri

 “Una società regredisce quando si schiaccia sul presente, quando vive attimo per attimo, quando l’amore per sé diviene talmente forte ed esclusivo da annullare l’amore per gli altri riducendo a puro egoismo ogni atto della propria vita.”

Eugenio Scalfari

Giornalista e scrittore

 6 aprile 1924