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venerdì 1 agosto 2014

Palermo. Il priore dei Carmelitani ritiene che il diavolo si annidi sia nelle coscienze dei mafiosi che in quelle dei giornalisti

Il contesto è quello della processione con la statua della Madonna che ha attraversato nei giorni scorsi il quartiere palermitano di "Ballarò" e che ha effettuato una sosta davanti al negozi di un boss palermitato di "porta Nuova".
Il priore dei carmelitani di Palermo ha sostenuto, in polemica con coloro che hanno creato il "caso": «Si esclude che il boss in questione, infiltrato in mezzo ai Confrati due anni fa all’uscita della statua della Madonna, abbia mai fatto parte della Confraternita. Durante il percorso ufficiale della Processione sono state fatte almeno una quarantina di fermate della statua e quindi di tutto il corteo, sia per il pericolo di cavi elettrici stesi tra alcuni edifici, sia per la fatica dei portatori del fercolo, sia per dare la possibilità di issare alcuni neonati sulla statua della Madonna, come pure per permettere ad alcune famiglie di dare dai balconi la loro offerta».
Egli esclude inoltre «categoricamente che con la statua della Madonna sia stato operato alcun genere di “inchino” o altri gesti o segni similari. La sosta davanti dell’Agenzia del boss in questione, sebbene ad alcuni metri e per i minuti strettamente necessari, è stata conseguenza di una richiesta formale di una coppia di genitori che ha presentato il proprio bambino da issare al viso della Madonna».
Ha proseguito «Siamo certi che il diavolo si annida dentro i mafiosi, ma è altrettanto vero che fa breccia anche dentro alcuni giornalisti disposti a fare scoop a qualsiasi costo».

A questa polemica presa di posizione del Priore ha risposto il presidente del Gruppo siciliano dell’Unione cronisti Leone Zingales: «La fermata del simulacro della Madonna del Carmelo davanti l’esercizio commerciale di un boss mafioso e alla presenza di suoi stretti congiunti  a prescindere dall’inchino della statua, è un fatto che andava raccontato alla pubblica opinione». 
Quindi «bene hanno fatto i colleghi di Repubblica a riprendere e a pubblicare l’evento, spia di un atteggiamento purtroppo diffuso di sudditanza alla cultura della prepotenza più vicino alla superstizione che alla religione». 
«I cronisti non sono guidati nè da Dio nè dal diavolo - ha concluso Zingales - ma solo dalla loro coscienza civile e professionale; dispiace che a qualche sacerdote questo non piaccia, ma i colleghi se ne faranno una ragione».

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