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lunedì 25 novembre 2019

Patrimoni dell'Umanità. In Sicilia non mancano solamente le strade, manca pure la capacità di valorizzare la Storia

Sono giorni quelli correnti, di questo Novembre 2019, in cui sulla città di Venezia, gioiello dell'intera umanità e non solamente di noi italiani, sono puntati gli occhi di tutto il mondo.

Abbiamo già lasciato intendere nella precedente pagina (Patrimonio dell'Umanità n. 2) che è quasi incredibile che la città sia riuscita a sopravvivere su fondamenta tanto fragili per un millennio e mezzo di anni.

Nel 1966 una eccezionale inondazione mise in serio pericolo la sua sopravvivenza e allora il mondo intero prese atto dei pericoli che storicamente hanno sempre minacciato Venezia. Da allora la città oltre che sottoposta alle "cure" del governo italiano è passata pure sotto l'egida dell'UNESCO. Governo e studiosi di tutto il mondo da allora si sono dati da fare per trovare adeguati e permanenti accorgimenti di salvaguardia -accantonando ovviamente leoperazioni corruttive dei nostri politicanti- ma non si è finora riusciti ad ovviare alla provvisorietà di esistenza della specialissima città sulla laguna. Ed infatti in questi giorni, in queste ore, il mare la ghermisce per farne un sito di archeologia marina.

LA CITTA' DI SAN MARCO
Fu nell'anno 828 che due mercanti veneziani, la cui nave colta da un potente temporale era stata portata in prossimità delle coste egiziane, furono costretti a violare il divieto dell'Imperatore di Costantinopoli Leone V di approdare presso porti occupati dai saraceni.
I due, Bono da Malamocco e Rustico da Torcello, in effetti si resero subito conto della difficile e dura situazione in cui erano costretti a vivere e a conservare la Fede i cristiani locali (che conservavano la giurisdizione della Chiesa Copto-Orientale di Alessandria d'Egitto). Decisero di trafugare le spoglie mortali dell'evangelista Marco, che riposavano nella locale  (Alessandria d'Egitto) Cattedrale di San Marco, per portarle in luogo di sicura affidabilità,  a Venezia.
La città per conservare degnamente i resti dell'evangelista Marco avviò la costruzione della Basilica, accanto al palazzo dei dogi. Quella Basilica nel 976 andò purtroppo distrutta e nella metà dell'XI secolo fu allestito l'attuale complesso. 
San Marco oltre che patrono della città ha nei secoli simboleggiato la prosperità della repubblica marinara: il leone alato (emblema dell'evangelista) è stato scolpito (oltre che dipinto) su pietre e pareti della città.
Lo splendore di Venezia è ancora oggi legato soprattutto ai mosaici bizantini che decorano la Basilica, ai marmi preziosissimi e ai capolavori d'arte che -numerosi- la città conserva.

La città raggiunse l'apogeo della sua potenza economico-politica nel XVI secolo quando estendendosi su 118 isolotti (uniti fra loro dalla rete di ponti, calli e rii) vide definitivamente completato il Palazzo Ducale, sede del Governo,  in perfetto stile gotico e rivestito di marmo bianco e rosa.
I palazzi delle grandi famiglie patrizie veneziane vennero tutti allineati lungo il Canal Grande. Lì, in quei palazzi, possono oggi godersi grandi opere pittoriche del Tintoretto, del Tiziano, del Veronese.

La preziosa ricchezza artistica della città è frutto di grande ingegno e di immani sacrifici affrontati lungo i secoli. I veneziani dei secoli andati per realizzare e salvaguardare quel patrimonio hanno reso i fondali della laguna con pietre e tronchi e vi hanno costruito -sotto il livello dell'acqua- grandi piattaforme (in legno) fissate a grossi travi piantati nel fondale. 

L'augurio è che gli italiani del terzo millennio, liberandosi dai politicanti corrotti, sappiano conservare il patrimonio veneziano (e non solamente quello).

(è stato utile il fascicoletto su Venezia curato e distribuito dal Corriere 
della Sera nel 1999).

domenica 24 novembre 2019

24 Novembre

Charles Darwin, naturalista britannico, pubblica il 24 Novembre 1859 la sua opera più nota "L'Origine della specie". 
Secondo le sue ricerche gli organismi viventi si sono via via evoluti tramite una selezione naturale.

"L'Origine della specie" è in'opera monumentale, insieme alla successiva Origine dell’uomo (1871), mise in discussione le basi del creazionismo, di tradizione biblica che ritiene le specie create da Dio e quindi perfette e immutabili. Costituisce il primo modello scientifico di trasformazione naturale della specie, uomo compreso: la teoria dell’evoluzione. 
Per molto tempo, la concezione aristotelica di una immutabilità delle specie (il cosiddetto fissismo) era sempre prevalsa e fatta propria dal Cristianesimo che vedeva in essa una conferma al racconto biblico della creazione.
Fu nel Settecento che la fiducia nella scienza e nel progresso, che caratterizzò l’Illuminismo prima e il Positivismo poi, spinse alcuni naturalisti e studiosi a sfidare i dogmi religiosi e a far propria la visione dell'economista Thomas Mathius di "lotta per la vita" applicata all'intero mondo naturale.

I giornali di oggi









Alle radici del Cristianesimo

HANNO DETTO
La vita è il dono che Dio vi ha fatto. Il modo in cui la vivete è il dono che voi fate a Dio.
(Hans Urs von Balthasar)

Il pessimismo ti butta giù, non ti fa fare niente. E la paura ti rende pessimista. 
Niente pessimismo. 
Rischiare, sognare e avanti !
(Papa Francesco)

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In altre parole, che cosa spetti agli uomini di fare perché il Cristo in tale modo ad essi si congiunga o aderisca o… non so come debba dirsi ?
Vi è infatti quel che viene da Dio e quello che procede dal nostro sforzo, l’opera che è puramente di Dio, e quella che reca onore a noi. 
O meglio, il nostro contributo consiste soltanto nell’accogliere la grazia, non dissipare il tesoro, non spegnere la lampada già accesa, cioè non introdurre nulla che sia contro la vita, nulla che produca la morte. A questo porta ogni bene umano ed ogni virtù: che nessuno rivolga la spada contro se stesso, né fugga la felicità, né scuota dal capo la corona; poiché è il Cristo, presente nelle anime nostre, che ineffabilmente vi semina l’essenza stessa della vita. 

NICOLA CABASILAS
scrittore e teologico bizantino.


sabato 23 novembre 2019

Patrimoni dell'Umanità. In Sicilia non mancano solamente le strade, manca pure la capacità di valorizzare la Storia

Ogni Paese, grande (come gli Stati Uniti) o piccolo (come l'Albania), va orgoglioso delle ricchezze naturali e culturali che possiede, dei capolavori riconosciuti da tutto il mondo che costituiscono un'eredità del passato per le generazioni che verranno.
Con la stessa descrizione qui sopra riportata abbiamo introdotto il primo testo (Patrimonio Umanità n. 1) che presentava ai lettori i beni storico-culturali e patrimonio dell'Umanità dell'Albania. 

Come adesso non ricordare una delle più geniali creazioni dell'Umanità, Venezia, la città unica del mondo dove storia geologica e storia umana nel tempo si sono vicendevolmente influenzate ? 
Venezia, la città per cui noi italiani e non solamente noi, in questi giorni abbiamo sofferto.

I LIDI
A quanto spiegano i geologi il miracolo veneziano è dovuto alla circostanza che la costa nord-orientale italiana è piuttosto bassa/sabbiosa e ha una forte tendenza a sprofondare. In quell'area sfociano però più fiumi di ampia portata che recano sedimenti. Questi tendono a depositarsi nei punti in cui la corrente dei fiumi imbatta con le maree; è in questa circostanza che nel tempo si sono formate lunghe strisce di sabbia in parallelo alla costa. Queste costituiscono i Lidi.
Nello scorrere dei secoli fra i Lidi e la Costa si sono formate le "lagune di acque tranquille" entro cui i depositi sedimentari hanno create tante isole e isolotti. I lidi si sono, nel lungo tempo, saldati fra loro ed hanno chiuso la laguna.

E' nel V secolo dopo Cristo che su alcune isole venne fondata Venezia e da allora la Storia dell'uomo e quella geologica del territorio si sono vicendevolmente influenzate.
I residenti da un millennio e mezzo si sono sempre adoperati -con opere di ingegneria- per impedire che la laguna si prosciugasse ed hanno deviato i corsi dei fiumi Piave e Brenta. I veneziani si sono inoltre dati da fare, sempre nel corso dei secoli, perchè la striscia litorale venisse protetta dall'erosione marina.
Difendere la laguna significa far sopravvivere la città. I fondatori di essa non avrebbero mai immaginato che i politici del XXI secolo fossero tanto rapaci (corrotti) quanto incoscienti da dimenticare che Venezia è sempre vissuta fra conservazione ambientale e attenzione storica dell'uomo. I due elementi che nei nostri giorni non stanno considerando l'aumento del livello dei mari (connesso allo scioglimento di ghiacciai ai poli e nei monti del pianeta).

VENEZIA PATRIMONIO DELL'UMANITA'
Per molti Venezia è la città più bella del mondo; per tanti altri -purtroppo- è la città in via di estinzione a causa della cattiveria di noi uomini (dei politici, soprattutto). Sicuramente essa è la città unica, senza paragoni, nel mondo che è sempre vissuta in perfetta simbiosi col mare. L'intera Storia dei veneziani e la grande bellezza della città sono sempre convissute per secoli in un equilibrio naturale, ma delicato, in bilico tra attenzione e perfezione tecnica e dimenticanza e (oggi) corruzione dell'uomo.

UN POCO DI STORIA
I primi nuclei umani si rifuggiarono, nel V secolo sulla laguna per sfuggire all'invasione veneta di Attila. La città inizia però a scalare in importanza e poi in potenza con l'Esarcato bizantino con sede a Ravenna a cui competeva scegliere i "tribuni" da insediare alla sua guida.
Nell'VIII secolo la laguna già si reggeva sotto il governo dell'oligarchia locale che sceglieve un "dux", poi chiamato doge. Il doge -di volta in volta scelto- si recava a Costantinopoli a giurare fedeltà all'Imperatore romano d'Oriente.
Venezia e Costantinopoli nel tempo divennero sempre più "lontane" in connessione al lento declino dell'Impero Romano d'Oriente. A Venezia restò, ed è ancora oggi evidente a tutti,  il marchiò della romanità-bizantina (l'Arte). Ma di questo tratteremo in un prossimo intervento.

Venezia potè diventare ciò che divenne, una repubblica potente, grazie alle attività marinare/commerciali con i territori dell'Impero bizantino da cui, fra l'altro, attinse mode, costumi, stili artistici e modalità di governo.
L'invasione nel 1204 della città di Costantinopoli ad opera dei "crociati" occidentali consentì ai veneziani di annettersi alcuni (numerosi) porti dell'Impero sia nei Balcani che nel Mar Nero.
Sul finire del XIII secolo sarà il veneziano Marco Polo ad arrivare (e poi a narrarci) in Cina.
Le fortune della Repubblica di Venezia inizieranno a declinare tuttavia con la caduta definitiva dell'Impero Romano d'Oriente (1452) e l'espandersi dell'Impero dei Turchi in tutto il Medio Oriente fino alle porte di Vienna e con l'apertura delle rotte atlantiche verso l'America. 
Fu l'inizio della parabola discendente.

In una prossima pagina ci soffermeremo su VENEZIA E L'ARTE.

Populismo e dimenticanza. Per quanto ci risulta solamente in Italia ...

La storia è testimone dei tempi, 
luce della verità, vita della memoria, 
maestra di vita, messaggera 
del passato lontano (nuntia vetustatis) 
e non solo “magistra vitae”. 
CICERONE

Il Mondo ha certamente bisogno della conoscenza scientifica, 
ma attenzione a dimenticare che è’ la cultura umanistica che insegna 
a vivere, ad essere persone, a conoscere l’amore, l’odio, la sofferenza, 
la vendetta, l’invidia e tutti i sentimenti in genere, che 
emergono dalla lettura dei classici della letteratura. 


Il ministro populista della pubblica istruzione italiana, unico (forse) nel mondo occidentale, ha ritenuto che l’insegnamento della Storia, la conoscenza che un paese deve avere del proprio passato possa essere sminuita e posta nelle retrovie della formazione dei futuri cittadini.
Il Blog, questo blog, ha invece sempre fatto della Storia uno dei filoni portanti della sua esistenza (Storia locale e Storia mondiale); è questa quindi la ragione per cui riteniamo estremamente erroneo l'indirizzo "populista" secondo cui gli studenti non siano più tenuti a ben conoscere “il passato”.  
Come se noi tutti esseri umani non siamo figli del passato.

Ci sarebbe da rilevare che la Storia finora nel nostro Paese non abbia avuto la rilevanza che essa merita e lo notiamo tutti in continuazione come in qualsiasi convegno, evento culturale che sia locale o nazionale, o in tutte le trasmissioni televisive, l’ignoranza e la lettura superficiale del passato appare macroscopica e indegna di un paese che appartiene alla civiltà occidentale. 

Ed invece l'esame di Storia è stato rimosso dalle materie da affrontare all'esame di stato.

Riportiamo qui sotto stralci di un  “Manifesto” diffuso dal giornale  “la Repubblica” -che condividiamo in toto- ove si sostiene che 
-“La conoscenza della storia è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini”.
-“E’ un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo, nella dialettica”.
- “Si diffondono sentimenti di rifiuto dei pareri degli esperti, perché la comunicazione semplificata dei social fa emergere la figura del contro-esperto, che rappresenta una presunta opinione del popolo”. 
-Sicché, si ignorano momenti, personaggi, date, movimenti politici e culturali, che costituiscono le basi storiche della cultura occidentale. 
-La storia significa “non dimenticare gli errori del passato e gli insegnamenti degli avi; significa sapere da dove inizia la civiltà per comprendere se ci siamo emancipati o se siamo regrediti”. 

-Significa “prevedere il futuro imparando dal passato, che deve essere scritto, tramandato, studiato e ricordato” (“la Repubblica”, p.35 del 1-5-2019). 

23 Novembre

23 novembre 1924 
Edwin Hubble, astronomo e astrofisico statunitense pubblica lo studio frutto delle sue osservazioni astronomiche con il quale dimostra che la Via Lattea non è l'unica galassia dell'universo e che le nebulosa a spirale, dove di trova la costellazione Andromeda, è anch'essa una galassia.

Nell'immaginario collettivo la galassia che ci ospita, la Via Lattea, è vista come una specie di disco abbastanza regolare e piuttosto piatto (per quanto, un migliaio di anni luce di spessore non siano proprio "piatto"), composto da qualcosa come 200-300 miliardi di stelle (ed è solamente una stima), con un rigonfiamento al nucleo, attorno al quale ruota tutto il resto (alla velocità stimata di 828.000 km/h: la regione del Sistema Solare fa un giro completo in circa 230 milioni di anni).

22 Novembre

 Non chiedete cosa possa fare il paese per voi: 
chiedete cosa potete fare voi per il paese.
John Fitzgerald Kennedy

A Dallas il 22 Novembre 1963 il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, viene assassinato.
Era stato eletto l'8 novembre 1960 con un minimo scarto di voti popolari (poche centinaia di migliaia), ma con larga maggioranza dei voti elettorali. 
Si era insediato il 20 gennaio 1961, con L.B. Johnson come vicepresidente. Sul terreno economico adottò una serie di misure, quali: aumento dei sussidî ai disoccupati, delle pensioni di assicurazioni sociali, del salario minimo a 1 dollaro e 25 cent l'ora; aumento delle spese per la viabilità, ospedali, scuole, ecc., e per l'esplorazione dello spazio; contributi federali per la ricerca scientifica e per i comuni, mutui a interesse di favore per le abitazioni; aumento sino a 50 miliardi per il 1963 del bilancio della difesa, con conseguenti ordinazioni alle industrie. 
 In politica estera Kennedy intendeva avviare un dialogo, partendo da posizioni di forza, con l'URSS, per giungere a una distensione internazionale, senza tuttavia trascurare, grazie anche agli aiuti all'estero, di proseguire la politica di "contenimento" rispetto al comunismo. Il problema di Cuba si fece sentire subito, a tre mesi dall'insediamento: quando il 17 aprile 1961 un migliaio di esuli cubani, addestrati e organizzati negli S.U.A. a cura della CIA sbarcarono alla Baia dei Porci, a Cuba, e l'insurrezione fallì: Kennedy allora si assunse la responsabilità dell'impresa che nel momento critico fu abbandonata. Questo episodio suscitò l'intransigenza sovietica, per fronteggiare la quale, vista l'impossibilità di un accordo sulle questioni di fondo, non poté non ritornare alla vecchia formula dell'equilibrio fra le potenze, puntando alla superiorità americana negli armamenti, e quindi nell'industria. 
Nel 1962 l'installazione di missili a Cuba da parte dei sovietici trovò K. pronto alle misure estreme: l'URSS si indusse a ritirare le postazioni missilisitiche dall'isola (ottobre 1962), con conseguente certa distensione c per tutto il 1963. Per contrastare l'espansione comunista nell'Asia sud-orientale, applicò la pratica del "contenimento": difese la Cina nazionalista e la Corea del Sud; inviò truppe nel Vietnam del Sud per addestrare quelle locali impegnate contro i guerriglieri vietcong. Nell'America Latina, considerata  "la zona più critica del mondo", per fronteggiare sia la reazione dei militari sia il castrismo, creò, a Punta del Este, la cosiddetta Alleanza per il Progresso (agosto 1961), con la quale gli S.U.A. s'impegnavano a investire in 10 anni 20 miliardi di dollari per lo sviluppo economico dell'America Latina. In politica interna, alle dimostrazioni sempre più numerose contro le discriminazioni si opposero brutali interventi polizieschi, di singoli e di società segregazioniste, con episodî di violenza che lo indussero nel giugno 1963 a presentare al Congresso una legge molto complessa per garantire il diritto di voto ai Negri e assicurare ad essi la parità coi Bianchi nei servizî pubblici e privati. In quest'atmosfera di violenza e intransigenza razzista maturò l'assassinio di Kennedy avvenuto il 22 novembre 1963 in circostanze mai del tutto chiarite.  (Spunti tratti dalla Treccani)

venerdì 22 novembre 2019

Mulini e mulinara. Alla ricerca della Sicilia pre-moderna e non ancora contemporanea

I mulini di Bagnitelle precedono
o seguono la fondazione di Contessa E. ?

Quale era ai primi del Cinquecento il regime giuridico dei mulini in Sicilia? 
Proveremo a capire la disciplina dei mulini ad acqua che erano quelli prevalenti -in assoluto- ed operavano in contemporanea (ma molto raramente) con i mulini azionati dalla forza animale. 
Nessuna ricerca storica ha evidenziato finora tracce nell'isola di mulini a vento.

Allora non esisteva -in quella che era l'era feudale- la proprietà privata della terra, se non in sporadici casi, e non era nemmeno prevista la possibilità di un regime privatistico dei corsi d'acqua. I mulini per operare avevano bisogno della forza, dell'urto, dei corsi d'acqua.

In Sicilia gli impianti e le strutture dei mulini si potevano realizzare sul suolo di chi ne deteneva il dominio, ossia sulla terra dei baroni civili e/o di quelli ecclesiastici. Per attenerci alla realtà territoriale che sta vicina all'attuale Contessa Entellina possiamo asserire con documentazione preziosa ancora oggi custodita che l'Abazia di Santa Maria del Bosco era proprietaria di tutti i mulini che insistevano (ed in parte insistono ai nostri giorni con vincolo storico) sul territorio di Bisacquino (località: Vaccarizzotto, Alvano, Tarucco e ancora altri) e possiamo, per altro verso, asserire che tutti i mulini che insistevano sull'attuale territorio di Contessa Entellina (Bagnitelle, e non solo quelli) appartenevano ai Baroni privati che -come è noto- sono stati espressione nel corso del tempo delle famiglie Peralta, Cardona, Gioeni ed infine Colonna.
Ovviamente nè i baroni feudali nè le abazie ecclesiastiche gestivano direttamente l'attività molitoria. Ma questo è un aspetto su cui avremo modo di tornare.

Restando sul piano prettamente giuridico riportiamo lo stralcio di una disposizione regia (e ripresa negli Statuti di quasi tutte le città demaniali di quel lontano Cinquecento) che ammetteva che chiunque (che poi significava i "baroni" e gli "enti ecclesiastici") 
può fare i molini in solo proprio e
nulla proinde Curie licentia postulata.
Realizzare gli impianti molitori sul proprio terreno era consentito a chiunque ne fosse detentore e ciò poteva avvenire senza che occorresse presentare richiesta di licenza o autorizzazione alla Curia regia.

Abbiamo già chiarito sopra che non in un regime economico dell'età liberale si era in quel Cinquecento. Quella libertà valeva -quindi- solamente per i baroni aristocratici e le abazie (o anche i Vescovati). Valeva anche per gli aristocratici delle "Secrezie" (organi regi preposti alla gestione delle entrate pubbliche e le "iuria regalia" i quali operavano nelle città demaniali, che nella nostra area lo era solamente Corleone.

Nei territori di Contessa e di Bisacquino, per circoscrivere il nostro campo di interesse, i mulini erano "baronum privilegiis" e si legge sulle carte e sui libri "res reservata".

La presenza e la Storia dei mulini in Sicilia in quel Cinquecento -da cui stiamo iniziando un percorso- era ormai consolidata, era in più casi operante sin dall'epoca bizantina e poi nei secoli successivi soprattutto con i normanni e gli angioini. Pochi mulini furono ulteriormente costruiti successivamente al Cinquecento/Seicento nell'isola.
Un documento regio/(Vice regio) del Cinquecento (1513) prova comunque in qualche modo ad ingerirsi nella sfera assoluta dei baroni e degli enti ecclesiastici in materia di mulini. Questi ultimi non potevano procedere all'utilizzo dei saltus molendinorum, li quali non ponno conchediri li baruni di lu regnu quia est regia curie riservata et quannu alcuno volissi fari molino lu remanderiti ad nui".

Questo provvedimento è in qualche modo contemporaneo ai primi decenni di presenza arbëreshe sul territorio dei Cardona. 

Emigrazione/Immigrazione.Le popolazioni meridionali che ne sono esenti alzino la mano

Demografia Contessiota

Trend della popolazione
2001_2016


Demografia Giuliana

Trend della popolazione
2001_2016


In un confronto occasionale che ci è capitato di fare fra due comuni dell'area sud della provincia di Palermo ci viene da concludere che se Atene piange Roma non ride. La desertificazione contessiota è diagnosticabile anche e (forse) più pesantemente nell'intera area di quest'angolo di Sicilia.

Nella disattenzione dei politici (e degli amministratori) meridionali la "desertificazione" non riguarda solamente i piccoli centri, le aree interne dell'isola, ma è generalizzata anche ai grandi centri e soprattutto alle istituzioni preposte a garantirci il "f-u-t-u-r-o". 
Per esempio le nostre Università:
«Il declino del sistema universitario del Mezzogiorno sembra inarrestabile, lo confermano i tagli progressivi del Fondo di finanziamento ordinario e il calo degli iscritti: l’Università di Catania, ad esempio, tra il 2008 e il 2018 ha perso il 19,5% di Ffo e il 27% degli iscritti. È ovvio che pesano tanti fattori: siamo il Paese in Europa che investe meno nell’università, la continua migrazione dal Sud verso il Nord, ma anche i meccanismi di riparto del Ffo aumentano il divario tra le regioni italiane». (dato ripreso dal QdS).

Cosa dice lo Svimez ?
Secondo i dati diffusi e da noi ripresi su La Repubblica gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi, si legge, "66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)". Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, "è negativo per 852 mila unità - prosegue Svimez - Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità". La ripresa dei flussi migratori è "la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese".

Ancora è dato leggere, sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all'estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali. In base alle elaborazioni della Svimez, infatti, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall'estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l'estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.

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Nessun politico eletto con i voti del meridione si sofferma a riflettere sui dati e sul quadro desolante sotto il profilo socio-economico. Gli studiosi che analizzano e traggono considerazioni raramente sono meridionali.
Pare che per noi, contessioti, siciliani, meridionali, sia naturale abbandonare la terra nativa per cercare altrove di cosa vivere. 
Ed intanto leggiamo di ruberie, corruzioni, bilanci di enti pubblici finalizzati al parassitismo per mantenere burocrazie pesanti, numerose e generalmente incompetenti.


giovedì 21 novembre 2019

21 Novembre

Il 21 Novembre 1943 nella zona di Pietransieri, in provincia dell'Aquila, i soldati tedeschi prelevano centoventinove persone (ragazzi, adulti e vecchi) e li uccidono nel bosco di Limmari. Trentaquattro di essi hanno meno di dieci anni. Solamente una bambina di sei anni, Virginia, protetta dal corpo della madre resta viva sebbene raggiunta da sei proiettili.

Il pretesto è stato un sospetto, non dimostrato, di sostegno alle formazioni partigiane. 

La Resistenza
La Resistenza italiana ha caratteristiche specifiche rispetto a quanto avvenuto nel resto dell'Europa.
Nei paesi sconfitti militarmente e occupati dai nazifascisti (es. Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia, Grecia, Jugoslavia, Albania), la Resistenza rappresentò lo sviluppo principale delle operazioni dell'intero periodo bellico.
L'Italia è stata una delle potenze contro le quali si sviluppò la Resistenza delle popolazioni soggette all'Asse. Fino all'8 settembre 1943 il nostro paese rimase il principale alleato del Reich.
La Resistenza italiana si sviluppò a partire dall'estate 1943, dopo il crollo del fascismo e la stipula dell'armistizio con gli anglo-americani. 
Le forze politiche antifasciste (comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali, demolaburisti) diedero vita, già il 9 settembre 1943, al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che fu la guida politica e militare della lotta di Liberazione.
I tedeschi, sin dall'8 settembre, occuparono gran parte del territorio nazionale e disarmano e catturano circa 800.000 soldati italiani, perlopiù lasciati senza ordini e direttive dal re Vittorio Emanuele III, dal governo del maresciallo Badoglio e dai vertici delle forze armate. 
Alcuni reparti organizzarono tentativi di Resistenza, che si conclusero però tragicamente. 
Col passare dei mesi le formazioni partigiane si organizzarono in brigate (le "Garibaldi", le "Giustizia e Libertà", le "Matteotti", le "Mazzini", le "Autonome", etc.) e nelle città operarono le SAP (Squadre di Azione Patriottica) e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), dediti a operazioni di reclutamento e propaganda, sabotaggio, guerriglia urbana.

Contessa Entellina. Presso il complesso edifici Scuola Media

Ci perviene e volentieri pubblichiamo

mercoledì 20 novembre 2019

20 Novembre

Il 20 novembre 1962 il mondo intero tirò un sospiro di sollievo. Il presidente USA John F. Kennedy, a seguito dell'ordine impartito -da Mosca- dal segretario del PCUS Nikita Chrušcëv di rimuovere i missili sovietici da Cuba, dichiara la fine del blocco militare attorno all'isola caraibica. 
Ebbe fine la cosiddetta "Crisi dei missili di Cuba" che aveva tenuto il mondo intero in ansia per il possibile confronto militare fra le due superpotenze mondiali. Per la prima volta da quando era iniziata la «Guerra Fredda»  il mondo fu sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale, che questa volta sarebbe diventata una guerra nucleare. 
In ottobre vi era stata un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione di missili sovietici a Cuba. Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il gabinetto e decise di informare il paese della situazione e disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo.
«Credevo fosse l’ultimo sabato che avrei mai visto», disse l’allora ministro della Difesa dell’amministrazione Kennedy, Robert Mc Namara.

Il 27 ottobre 1962 fu il giorno in cui la Crisi dei Missili di Cuba raggiunse l’apice e il mondo fu a un passo dalla guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. 
Quella vicinanza dei missili sovietici era una minaccia enorme per gli Stati Uniti. Kennedy si trovò dunque a dover decidere tra due soluzioni. Da un lato c’erano i militari che spingevano per un’invasione che poteva condurre alla guerra con l’Unione Sovietica, mentre dall'altro lato c’era chi preferiva trovare un’intesa e non rischiare niente.

La crisi dei missili di Cuba si concluse di fatto il 27 ottobre 1962 ed ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica.  I sovietici -cedendo- ne vennero fuori male e Kruscev non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del compromesso che prevedeva l'immediata rimozione dei missili da Cuba.

martedì 19 novembre 2019

19 Novembre

Il 19 novembre 1998 l’Autoritratto senza barba di Vincent van Gogh viene venduto all’asta a New York per 71,5 milioni di dollari.

Van Gogh dipinse molti autoritratti: tra il 1886 e il 1889 rappresentò se stesso 37 volte. Lo sguardo del pittore è raramente diretto verso l’osservatore. 
I dipinti variano in intensità e colore e alcuni ritraggono l’artista con la barba e altri senza. 

L’Autoritratto senza barba, realizzato alla fine di settembre 1889, è uno dei dipinti più costosi di tutti i tempi essendo stato venduto per 71,5 milioni di dollari nel 1998 a New York. 
A quel tempo, era il terzo (o quarto per l’aggiustamento dovuto all’inflazione) dipinto più pagato di sempre. 

Questo quadro fu anche l’ultimo autoritratto di van Gogh e fu realizzato come regalo di compleanno per sua madre.

lunedì 18 novembre 2019

Diritti umani. C'è chi si scorda che viviamo nel terzo millennio

Sul presupposto che ogni essere umano ha il diriitto alla libertà e ad una degna vita umana seguiremo, per qualche tempo, un percorso di riflessione sui diritti umani.

I Diritti Umani sono stati enunciati 
dalla Convenzione di Ginevra nel 1949.

Ancora episodi della vita dei nostri giorni ci richiamano -seguendo i telegiornali o sfogliando i giornali- a riflettere su come la vita umana sia considerata ben poca cosa in paesi che pure pretendono e forse davvero sono "grandi potenze". 
Paesi (o meglio governi) influenti sul destino del pianeta come la Cina, l'Iran e tanti altri, in questi giorni si confrontano (usando la violenza delle armi) contro tanti loro cittadini che esigono, vogliono far sentire la loro voce. Cittadini che intendono far valere la libertà di espressione (parola, voto elettorale, dignità umana, diritto a non condividere le linee governative, ... in breve a dissentire) e che invece vengono affrontati con violenza e persino con l'uso delle armi.

Quello dei diritti umani è diventato comunque il linguaggi di comunicazione degli individui e delle culture nel nuovo regime del "pluralismo" che va sempre più ampliandosi nonostante il permanere di tanti regimii violenti. Secondo il prof. Viola dell'Università di Palermo ben pochi altri valori o "ideali" dei decenni passati possono godere  del consenso universale che oggi riscuotono i diritti. 
Oggi il primo diritto di ciascuno è costituito dalla rivendicazione della propria "identità", sia questa individuale o collettiva nei confronti di chi possiede una identità diversa. Che in quanto "diversa" deve meritare di eessere rispettata, si tratti di lingua, di religione, di idealità di vita differente da quella maggioritaria.

La politica di ogni giorno, sia quella spicciola più vicino a ciascuno di noi che quella più influente sulla popolazione comunitaria, mai nega il rispetto dell'identà "diversa" ma ... poi nella fase pratica si scopre che l'interpretazione si risolve nel negare l'essere dell'altro, la sua "diversità".

Allora ?
Il mondo di oggi, ad ogni dimensione, è chiamato a prendere atto di due nuove dimensioni o macro-fenomeni affermatesi nell'umanità recente: 
-la globalizzazione
-il multiculturalismo.
Avremo modo di doverci soffermare su di essi. Per noi arbëreshe non dovrebbe essere difficile comprendere di cosa sostanzialmentee si tratti, essendo da secoli sottoposti ai meccanismi di fagogginamento linguistico, religioso e culturale.

Governo e preparazione. Chiunque può governare un grande Paese ?

Ilva e Venezia, 
ma la vera emergenza è il governo

1) Scrive sull'Espresso Marco Damilano: Da Venezia a Matera. Passando per l’Ilva. Drammi che raccontano un’Italia colpita al cuore. A cui la politica non sa rispondere.
L'Italia "incarognita di alluvioni, pidocchiosa, scompisciata" di cui scrisse il poeta veneto Andrea Zanzotto di nuovo torna sotto gli occhi del mondo. Nell'acqua che invade le calli, i vicoli, i bar, gli alberghi, la basilica e piazza San Marco, il sindaco ed il Patriarca sommersi e smarriti, l'ululare delle sirene  nel silenzio spettrale come durante un bombardamento, i vaporetti affondati, il fango che copre tutto, come nell'ultimo alluvione di tale gravità, quello del 4 dicembre del 1966, quello che devastò Firenze .... 

2) Scrive Enrico Mentana, direttore del TgLa7: "Povero Montesquieu! L'uso aperto delle procure da parte del governo contro Arcelor Mittal (del cui atteggiamento su Ilva e Taranto penso tutto il male possibile) fa strame del sacro principio della separazione dei poteri, e mette la politica in un doppio stato di minorità".
3) Scrive ancora Felice Saulino, giornalista: "Lo scudo penale negato ha innescato l’uscita di ArcelorMittal dall’ex Ilva di Taranto. Sarà anche stato un pretesto, sarà anche vero che la multinazionale franco-indiana, vista la crisi del settore, cercava solo una scusa per andarsene. Sta di fatto che la mancanza della protezione legale nel corso della bonifica ambientale adesso è l’arma che verrà usata in Tribunale per giustificare il recesso.
Allora la domanda delle domande è una sola: perché fornire ad ArcelorMittal questo alibi perfetto? E perché il governo non reintroduce immediatamente lo scudo? Semplice, perché in tal caso Di Maio minaccia di far cadere il governo. A questo punto, resta da capire con quale logica il capo politico di Cinquestelle questo benedetto scudo prima lo ha dato, poi lo ha tolto, poi lo ha ridato e infine lo ha ritolto".
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Il succo di quanto sopra riportato, pare a noi, debba essere che quando i populisti vanno alla guida di un governo e non sanno che pesci pigliare (accontentare gli ambientalisti? assicurare posti di lavoro e in contemporanea esigere il risanamento ambientale?)  passano l'amaro calice alla Magistratura.

18 Novembre

 Il Consiglio della Società delle Nazioni il 18 Novembre 1934 punisce l’Italia per l’invasione dell’Etiopia. 
Nei confronti del nostro paese aggressore vengono approvate alcune sanzioni restrittive di carattere economico-finanziario. Il giorno dopo, vengono approvati tre provvedimenti: 
-divieto di importazioni dall’Italia, 
-di esportazione verso l’ Italia di materie prime e di alcuni prodotti-chiave.

Mussolini e l'Etiopia

Nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.
La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.
Italiani brava gente ?
No. Assolutamente NO!
 Il mito da sfatare
(basterebbe ricordare di quali eccidi furono
capaci i nostri compatrioti in Etiopia
 coi gas e con i massacri ordinati
 dal maresciallo Graziani
Per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, il governo di Mussolini cercò un pretesto e/o un incidente che individuò presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala. 
L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che (almeno in quella fase politica) non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata. 
Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l'Italia.
Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò (o meglio ufficializzò ciò che conduceva da mesi) l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:
«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»

L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.
Il 3 ottobre le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.
A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.
Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.