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lunedì 12 ottobre 2015

Con le immagini ... ... è più facile


Abbiamo dedicato poco spazi all'EXPO 2015

Dal nostro punto di vista è stata organizzata non tanto
per promuovere il "made in Italy" bensì per finanziare
a suon di milioni il PD e non solo esso. 
Greganti, lo stesso che sotto tangentopoli
portava i milioni a Botteghe Oscure, al PCI, infatti
rubava fino a ieri milioni di euro proprio all'EXPO di Milano, dopo venti anni, 
sempre per gli stessi uomini di venti anni fà.

Abbiamo comunque trovato un articoli che vuole promuovere alcuni prodotti della nostra agricoltura, da esso estrapoliamo q.s.:

ELENCO ALIMENTI A CALORIE NEGATIVE -


Sapete addirittura che le mele e i cetrioli sono due alimenti a calorie negative che aiutano a perdere peso? Si tratta infatti di due alimenti che per essere digeriti richiedono più calorie di quelle che sono in grado di apportare. Senza contare che si tratta di alimenti ricchi di principi nutritivi importanti. E non solo mele e cetrioli: ci sono altri otto alimenti che, secondo la nutrizionista Daisy Connor, sono in grado di aiutarci a dimagrire. Vediamo quali sono:
  • MELE
(52 calorie per 100 grammi)
Parliamo in particolare delle mele verdi, ricche di acqua, vitamine, sali minerali come potassio, fosforo, calcio, magnesio, ferro e fibre come la pectina che aiutano a mantenere sotto controllo il colesterolo.
§  CETRIOLI
(16 calorie per 100 grammi)
Costituiti quasi interamente da acqua, i cetrioli sono una fonte importante di vitamine e sali minerali, contengono fibre, hanno un effetto diuretico e quindi aiutano a combattere la ritenzione idrica e sono in grado di ridurre la pressione del sangue e contrastare l’ipertensione.
§  CAVOLFIORE
(25 calorie per 100 grammi)
Il cavolfiore, all’elevato contenuto di vitamine e sali minerali, associa anche proprietà antibatteriche e antinfiammatorie. Particolarmente indicato in caso di diabete dal momento che le sue sostanze nutritive contribuiscono a mantenere sotto controllo i livelli di zuccheri nel sangue, secondo numerosi studi, il cavolfiore sarebbe anche in grado di prevenire il cancro al colon.
§  SEDANO
(16 calorie per 100 grammi)
Ricco di fibre, aiuta a ridurre trigliceridi e colesterolo. È inoltre un alimento utile in caso di ipertensione e grazie al suo potere diuretico contrasta la ritenzione idrica.
§  ASPARAGI
(20 calorie per 100 grammi)
Ricchi di potassio e magnesio, gli asparagi possiedono anche proprietà depurative.
§  PAPAYA
(42 calorie per 100 grammi)
Deliziosa da gustare, la Papaya è anche ricca di proprietà importanti per la salute e il benessere dell’organismo. È ricca di sali minerali, vitamine, antiossidanti ed è utile in caso di problemi digestivi.
§  PEPERONCINO
(40 calorie per 100 grammi)
Ricco di antiossidanti, il peperoncino possiede proprietà antinfiammatorie, favorisce la digestione e la circolazione sanguigna. È bene però non esagerare con il consumo soprattutto se si soffre di alcune patologie come ulcera e gastroenterite.
§  POMODORI
(18 calorie per 100 grammi)
Simbolo della dieta mediterranea, i pomodori sono poveri di calorie e ricchi di sostanze nutritive importanti tra cui il licopene, un antiossidante naturale in grado di proteggere le cellule dall’invecchiamento.
§  CARNI MAGRE
(pollo: 172 calorie per 100 grammi – tacchino: 144 calorie per 100 grammi)
Si presentano come un’ottima fonte di proteine, vitamine e ferro. È bene però consumarle solo poche volte a settimana alternandone il consumo con pesce, uova e latticini.
§  CAFFÈ
(2 calorie per tazza senza l’aggiunta di zucchero)
Il caffè possiede proprietà antiossidanti oltre a discrete quantità di vitamine e minerali: ovviamente è bene non esagerare con il consumo.
Per ottenerne i benefici, è importante fare in modo che questi alimenti vengano inseriti nella dieta ma non alimentarsi esclusivamente con essi. Il rischio è quello di incorrere in gravi carenze nutritive.

domenica 11 ottobre 2015

L'Osservatore n. 12

L'odierna visita a Contessa del prelato
Mons. Gallaro, vescovo bizantino di Piana degli Albanesi, celebra rivolto verso il popolo.
Quattro componenti del clero bizantino, di cui un vescovo due sacerdoti ed un diacono,
hanno concelebrato con padre Giorgio
nel rito romano.

Il canonista ci spiega:

Un sacerdote bizantino senza il biritualismo non può celebrare in rito latino o altro rito.
Un sacerdote latino senza il biritualismo non può celebrare in rito bizantino o altro rito.
Il biritualismo è una concessione data dalla Congregazione per le chiese orientali ad un sacerdote, di poter celebrare in altro rito oltre al proprio.
E' un semplice documento...
Ci sono poi casi di triritualismo o anche di più...

In tutti i casi un sacerdote può concelebrare ad una Liturgia in qualsiasi rito, mantenendo però i paramenti del proprio rito. Su questa scia è l'art. 516 del diritto canonico particolare applicato a Piana.

Senonchè
L'articolo 544 degli atti sinodali di Grottaferrata recita
-§ 1: Il vescovo "è moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica nell'eparchia a lui affidata" (CCEO ca. 199, par. 1). 
"A lui spetta celebrare in tutta l'eparchia le sacre funzioni che, secondo le prescrizioni dei libri liturgici, devono essere da lui celebrate solennemente" (CCEO ca. 200).
-§ 2: Nell'Eparchia di Piana degli Albanesi, nella quale sono presenti anche fedeli ascritti alla Chiesa latina, il vescovo eparchiale di rito bizantino, pastore a cui è affidata anche la diretta ed ordinaria cura pastorale dei fedeli ascritti alla Chiesa latina, celebrerà le sacre funzioni per questi fedeli osservando il proprio rito orientale, salve che vi siano diverse disposizioni impartite dalla sede Apostolica, conformemente a quanto prevede il CCEO (ca. 674, par. 2).

-§ 3Tutti i fedeli saranno istruiti al riguardo sulla corretta comprensione dell'identità rituale bizantina dell'eparchia.  
^^^^    ^^^
Queste norme sono state varate col beneplacito del Vaticano.
Ed il canonista spiega che nonostante la volontà del Vescovo nulla può essere modificato se non da una norma di pari grado gerarchico. 
Ogni comportamento difforme incide su chi ne è protagonista.

Ragionare, Capire e Decidere ............... di Ipazia 11.10.2015

Scuola di Mileto
Prima di chiudere il discorso sulla Scuola di Mileto riportiamo
uno schema che rievoca il contesto umano-sociale e quello culturale
entro cui i tre primi filosofi del mondo greco (appunto la scuola di Mileto, in Asia Minore)
tentarono di capire quale fosse il "principio" di tutte le cose.

Essi studiarono la physiologhìa: cause naturali (acqua, illimitato, aria).
Pur nell'impossibilità di concludere le ricerche essi
ridussero di molto il ruolo delle divinità tradizionali, alle quali
Omero ed Esiodo avevano assegnato  il primato nella
determinazione degli accadimenti dell'Universo.  
La Filosofia 7
Eraclito
Nacque ad Efeso, importante città greca nell'Asia Minore, non lontana da Mileto. Per avversione nei confronti dei suoi concittadini non partecipò mai alla vita pubblica preferendo la vita solitaria.
Per la sua formazione non ebbe maestri e da sè si diede alla scoperta della sapienza.

I precedenti tre filosofi di Mileto si erano soffermati sul problema del "principio di tutte le cose". Non avevano però riflettuto sulle conseguenze che l'intera realtà comporta.

1) Rilevò la perenne mobilità di tutte le cose che sono: nulla resta immobile, nulla permane in uno stato di fissità e stabilità, tutto si muove, tutto cambia senza posa e senza eccezioni.
Per esprimere questa verità si avvalse dell'immagine dello scorrere del fiume


A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque  sempre nuove

Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siam e non siamo

Il senso
Il fiume è apparentemente sempre lo,  stesso, mentre in realtà è fatto di acqua sempre diversa, che sopraggiunge e si dilegua.
Per essere ciò che siamo in un dato momento, dobbiamo non essere più quello che eravamo nel momento precedente.
Dunque, nulla permane e tutto diviene. "Tutto scorre: panta rhei".

Il divenire si dispiega negli opposti
Il divenire è caratterizzato da un continuo passare delle cose da un contrario all'altro. Il giovane invecchia, il vivo muore ...
Il divenire è un continuo "conflitto dei contrari" che si avvicendano. Il conflitto e la guerra si rivelano quindi come il fondamento della realtà:

Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte re

Questo conflitto (pòlemos), questa guerra, è insieme pace, questo contrasto è insieme armonia. Lo scorrere perenne delle cose, l'universale divenire, si rivelano come armonia o sintesi di contrari, perenne pacificarsi di belligeranti e conciliarsi di contendenti:  

Ciò che è opposizione si concilia e dalle cose differenti  nasce l'armonia più bella, e tutto si genera per via di contrasto

Essi (gli uomini) non capiscono che ciò che è differente concorda con se medesimo: armonia di contrari, come l'armonia dell'arco e della lira.

La malattia rende dolce la salute, la fame rende dolce la sazietà, la fatica rende dolce il riposo. La stessa cosa è il vivente ed il morto, il desto ed il dormiente, il giovane ed il vecchio.
La molteplicità delle cose si raccoglie in una superiore dinamica unità:  
Da tutte le cose l'uno e dall'uno tutte le cose

Non dando ascolto a me, ma alla ragione (logos), 
è saggio ammettere che tutto è uno

In questo, allora, consiste Dio o il Divino. Eraclito dice: Dio è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame. Dio è pertanto l'armonia dei contrari, l'unità degli opposti.

La Sicilia è sostanzialmente fallita; ... e dopo Marino tocca a Crocetta

L'uomo che si candidò per fare la "Rivoluzione"
adesso assiste disorientato ed impacciato alla Sicilia che affonda 

La popolazione della Sicilia è la metà di quella della Grecia. e le condizioni economiche sono piuttosto simili. 
Non si tratta di una "piccola Grecia", bensì di una "mezza Grecia" di cui l'acciaccata economia italiana deve farsi carico.
Blog

“Un’azienda che non é in grado di pagare i propri creditori porta i libri in tribunale, un governo che non riesce a garantire gli stipendi ai propri dipendenti deve restituire la parola ai cittadini”.
Erasmo Palazzotto, deputato Sel

Serve liquidità senza la quale la Sicilia affonda ed a pagarne le spese non sono gli autori del disastro finanziario ma gli odiati (dall’opinione pubblica) braccianti agricoli forestali delle così dette squadre antincendio e non, i precari, gli addetti ai consorzi di Bonifica, i dipendenti dell’Esa, i lavoratori della Formazione ed una quantità di altri lavoratori, stabili o precari, che circuitano intorno alla Regione ma non ne sono dipendenti diretti.
... se non incasserà mezzo miliardo che aveva previsto di incassare, sposta al prossimo anno i pagamenti che non riesce a fare. e questa scelta viene pure indicata come una scelta virtuosa.
...Ciò che non paga nel 2015, però, la Sicilia dovrà pagarlo nel 2016 e la situazione, fra un anno, sarà perfino peggiore se qualcosa non si sblocca. E allora perché da Roma continuano a tenere la Sicilia al ‘guinzaglio corto’ ?
La spiegazione arriva facile facile: se non si pagano precari e fornitori la colpa ricade sulla Regione (che ne è ampiamente responsabile ma non da sola) e si continua a togliere terreno sotto i piedi al governo Crocetta che, nonostante gli attacchi, le polemiche e i disastri amministrativi, gode ancora di forti amicizie a titolo personale (di Crocetta e del suo senatore di riferimento) soprattutto in area giudiziaria.
Se si va ad elezioni ad ottobre 2016 Roma potrebbe portarsi dietro Palermo e il piano è proprio questo, ma per farlo serve uno scacco al Re (Rosario) in tre mosse. Una è l’impugnativa sistematica di ogni riforma siciliana per togliere a Palermo qualsiasi argomento di ‘resistenza’ (ma per Crocetta le impugnative già iniziate non sono una scelta politica); la seconda mossa è proprio lo stop alla spesa e la liquidità concessa con il contagocce.
Per la terza mossa Renzi e i suoi aspetteranno di essere pronti ma per portarla a termine sarà necessario togliere il sostegno giudiziario al governatore. Una azione un poco più complessa visto come stanno andando attualmente le cose.
Fausto Rossi

Hanno detto ... ...

ANDREA COMINCINI, giornalista
«L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte; e la sua sapienza è una meditazione non della morte, ma della vita». Il pensiero è di Spinoza, ma riflette lo spirito con cui Giulio Giorello, nel suo recente saggio La libertà (Bollati Boringhieri, pp. 175, euro 11), affronta una delle dimensioni fondamentali dell’essere umano, annunciata dal titolo. Senza libertà, ovvero privi delle tre forme principali in cui si può analizzare (Freedom, Liberty e Enfranchisement: libertà, indipendenza, emancipazione), non solo il singolo, ma è l’intera società a soffrire. 
Davanti agli attacchi degli «entusiasti di Dio», dei fanatici taglia gole e di chiunque voglia imporre il proprio credo agli altri, la lotta per l’emancipazione sembra essere una improrogabile necessità per garantire un futuro all’umanità, o per realizzarla. 
Questa la battaglia dell’irlandese Bobby Sands, per esempio, che si lasciò morire in carcere per rivendicare i propri diritti politici, o del sindacalista J. Connolly, pensatore e leader di un paese, l’Irlanda, dove fu fucilato seduto su una sedia, perché non riusciva più a stare in piedi. 
«Coloro a cui sta a cuore la libertà più che la vita… mai, mai, mai vorranno cedere il cielo stellato scandagliato dal cannocchiale di Galileo per quel “miraggio nella nebbia” che è la promessa di una salvezza offerta da una qualsiasi sottomissione».

ANTONIO POLITO, editorialista del Corriere della Sera
Commentando il patatrac del sindaco Marino, il giovane presidente del Pd, Matteo Orfini, ha raccontato di averne individuato la causa già nello slogan della campagna elettorale del 2013 che diceva: «Non è politica, è Roma». Da lì, da quel rifiuto della politica intesa come arte del governo della polis , sarebbero nate la solitudine, l’arroganza, l’inefficienza della sua gestione, ben prima della pochade degli scontrini.
Se Orfini ce l’avesse detto prima, se non avesse aspettato che il gallo cantasse tre volte per rinnegare il sindaco, avrebbe forse risparmiato ai suoi concittadini e al suo partito molti mesi di caos, e oggi non sarebbero «rimaste solo le macerie» di cui parla L’Osservatore Romano . E però, seppur tardivamente, mette il dito nella piaga. La vera lezione dell’incredibile vicenda romana sta proprio in questo: è il fallimento finora più clamoroso dell’idea che l’amministrazione della cosa pubblica non debba essere affare della politica e dei partiti, ma anzi vada affidata a chi più è capace di presentarsi come nemico dei partiti e alieno alla politica.

sabato 10 ottobre 2015

Con le immagini ... ... è più facile


(da IL MATTINO)

Da La Repubblica-Palermo




IL PARERE 
Secondo un parere del Consiglio di giustizia tutti gli incarichi dati dalla Regione devono essere gratuiti









Contessa Entellina. Domani Mons. Gallaro in visita nella Parrocchia della Favara

Mons. Gallaro domani partecipera', alle 11,oo, alla celebrazione  della Messa nella Parrocchia della Madonna della Favara. L'occasione è offerta dall'iniziativa del Parroco, p. Giorgio Ilardi, che ha condotto col concorso cittadino al restauro del manto con cui ogni anno, l'8 settembre, viene allestita la statua della Madonna della Favara.   

Flash sulla nostra Storia


Lo Stato feudale di Contessa
era completamente autonomo
(Amministrazione, Giustizia, Regole di 
Vita, Sostentamento e Produzione) 

Come in altri centri baronali siciliani, a Contessa il palazzo baronale del signore sorgeva gia' nei primi decenni del Cinquecento nella parte piu' alta del centro abitato; questo si andava sviluppando infatti grosso modo attorno ai due assi odierni che costituiscono la via Morea e la via Scanderbergh. L'abitato in quei primi decenni del Cinquecento dalla porta Cardona-Peralta (dove oggi c'è il negozio di Nino Verardo) non andava oltre l'attuale via Liuzza, nei pressi -piu' o meno- dove oggi c'e' la farmacia  Musacchia.
Il Palazzo baronale, odierna sede municipale,  dominava quindi il centro abitato che gli stava a valle quasi per intero, anche se alcuni nuclei abitati si sviluppavano -piu' o meno- lungo l'asse dell'odierna via Albania fino all'odierna via Macaluso ed in forma di cortili chiusi rispetto al mondo esterno.

Il Signore nei primi decenni del Cinquecento era espressione della famiglia di origine spagnola dei Cardona; questi tuttavia mai risiedette stabilmente a Contessa. 
I Cardona, i Gioeni e successivamente  i Colonna erano sì Signori di Contessa e Calatamauro ma anche Conti di Chiusa, Marchesi di Giuliana e  baroni di varie altre localita' cosicche' nel Palazzo che stava sull'altura di "Rahjo" vi risiedeva un governatore, un rappresentante del potere signorile.
Nello stesso Palazzo, che in origine era tutto circondato da alte mura al cui interno stava un verdeggiante giardino, avevano sede:
-la corte secreziale
-la corte giuratoria
-la corte capitanaria
ossia rispettivamente l'amministrazione di tutti i feudi ricadenti nella baronia di Contessa-Calatamauro, l'amministrazione che oggi definiamo municipale ed infine l'amministrazione giudiziaria. Tutte e tre queste espressioni del potere facevano capo alla Signoria dei Cardona, ed in loro vece al governatore di turno.
Accanto alle tre espressioni del potere feudale, nel Palazzo, stava pure la Cancelleria, una sorta di cuore della comunita' ove venivano conservati i sui documenti più preziosi: i Capitoli istitutivi della Universita' di Contessa (=il Comune) ove erano riportati i diritti ed i doveri nei confronti della Signoria, i documenti e le condizioni di riparti degli oneri comunitari fra le varie famiglie del luogo, e verosimilmente i simboli e le testimonianze della patria di origine degli arbëresh.


La circostanza che nel Palazzo Signorile avessero sede le tre corti e la cancelleria consentiva alla comunità Contessa di essere uno "stato", uno stato feudale autonomo,  ossia una realta' amministrativamente autonoma e completamente svincolata da altri distretti (contee, marchesati etc.) che costituivano l'arcipelago dei domini dei Cardona. 
Da qui il felice (!) isolamento  durato almeno due secoli degli arberesh rispetto al mondo circostante.
La conduzione dello Stato feudale e delle diramazioni amministrative conseguenti richiedeva, ovviamente, personale preposto designato dal feudatario, dai Cardona. A Contessa questa incombenza di generazione in generazione verra' assolta dalla famiglia dei LoIacono.
La definizione di "Stato" oltre che ufficiale e riportata nei documenti pubblici era anche piena di contenuti veri e reali. 

La vastissima baronia locale dei Cardona altro non era che una fittissima interconnessione di diritto, economia, poteri legali e poteri di fatto, dinamiche di produzione e dinamiche di mercato, apparati che necessitavano di magistrati, notai, esperti di contabilita' e finanza e ovviamente agronomi. 
I grandi patrimoni feudali ricadenti entro il perimetro della baronia (che allora era ancora piu' ampia degli attuali 13.000 kmq del territorio odierno del comune di Contessa Entellina), dal momento che si autogovernavano localmente sulla volonta' dell'apparato feudale, a buon motivo recavano la dizione di "Stato di Contessa".
Entro quello Stato nei primi decenni del Cinquecento ebbe inizio la vita sociale, economica, umana e culturale degli arbëresh di Contessa.


Vedremo in seguito come si esplicavano e come si applicavano dal Palazzo Signorile che sovrastava "Rahjo i poteri di governo sull'intero "Stato chiuso" rispetto al mondo esterno.

L'Osservatore n. 11

A quei sacerdoti e quel clero 
che ....

Le cose che non comprendiamo
Su questa pagina i nostri quesiti più che descrittivi sono fotografici.
Piccola premessa
Dal Concilio di Trento fino agli anni trenta del Novecento gli arbëreshë sono stati sempre sotto la giurisdizione di un Vescovo di rito romano. Quei vescovi diligentemente sempre hanno recitato il ruolo di vescovi romani, anche durante le visite alle parrocchie "greche". 
Era giusto fare in quel modo.

L'8 luglio 1960  con la bolla Orientalis Ecclesiae papa Giovanni XXIII ha assegnato alla giurisdizione degli eparchi di Piana degli Albanesi anche le parrocchie latine dei comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso e Palazzo Adriano.
Da allora i Vescovi bizantini hanno assolto il ruolo episcopale, anche quando si recavano nelle parrocchie di rito romano, sempre da Vescovi bizantini. 
Era giusto fare in quel modo.


Ancora
Il Cardinale Romeo
Dal Concilio di Trento fino ad oggi tutti i Papi di Roma, guide di tutti i cattolici sia di rito romano, bizantino, caldeo, copto, ogni volta che si recano in visita in una comunità cattolico-bizantina assolvono al loro ruolo (di Papa) da Vescovi romani, pur essendo la guida di tutti i "cattolici".
Quando Giovanni Palo II visitò la Parrocchia bizantina di Santa Maria dell'Ammiraglio, a Palermo, non mutò la sua identità da cattolico-romano a cattolico-bizantino.
Era personaggio fin troppo serio per operare metamorfosi rituali.
Ovunque andasse, nella Chiesa della Martorana di Palermo, nell'Abazia bizantina di Grottaferrata o in altre realtà bizantine la sua identità restava quella di Vescovo del rito romano.
Era giusto fare in quel modo.

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Sotto riportiamo le foto di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Palo II in visita alle comunità bizantine in Italia:  l'identità di un Vescovo, si tratti pure di chi  di occupa la sede Patriarcale d'Occidente, non ammette metamorfosi che sterilizzano l'ordinazione ricevuta.
Eppure i Papi hanno Autorità e Giurisdizione sui cattolici-bizantini.
E' giusto fare così.

Giovanni XXIII a Grottaferrata
Possedeva
Autorità e Giurisdizione sui cattolici-bizantini.

Paolo VI a Grottaferrata
possedeva
Autorità e Giurisdizione sui cattolici-bizantini.

Giovanni Paolo II a Grottaferrata
possedeva
Autorità e Giurisdizione sui cattolici-bizantini.
Nota
Esistono rare circostanze in cui un prelato, per motivi fotografici, e per quella sola ragione si è prestato, specialmente se stimolato da sacerdoti poliedrici come lo fu papàs Lino LoIacono, vero artista della fotografia.
L'esibizione comunque non fa testo rispetto al ruolo.

Hanno detto ... ...

MAURO DEL BUE, direttore di Avanti!
....  ben vengano le rivelazioni sui mandanti delle nomine di Corati e Odevaine, su eventuali inaccettabili condizionamenti di partito, sulle versioni errate dei suoi viaggi in America, su possibili fraintendimenti dei suoi scontrini. Ben vengano spiegazioni e magari anche rivelazioni che chiariscano le sue responsabilità e quella degli altri. Resta il fatto che le rivelazioni è sempre meglio farle prima e non dopo aver perso il potere. Perché, se no, diventano molto più deboli, meno credibili. E anche per il fatto che si sarebbero taciute se si fosse mantenuta la posizione di partenza.
Meglio se Marino avesse separato se stesso da pesi insopportabili quando qualcuno pretendeva di imporli, e non dopo che quei pesi sono stati scaricati, non per sua scelta. Qualsiasi cosa oggi dicesse Marino verrà inevitabilmente interpretata come vendetta verso chi gli ha tolto l’appoggio. Perché di questo si tratta. Marino non si è dimesso. Marino è stato fatto dimettere. Avrebbe potuto presentarsi in Consiglio comunale ed essere sfiduciato dalla sua stessa maggioranza. Non l’ha fatto e ha anticipato di un giorno il suo addio, condito con un paradossale possibile ritiro delle dimissioni non si capisce alla luce di quale novità. Resta per me misterioso il fatto delle sue mancate dimissioni dopo l’esplosione di Mafia capitale. Era allora il momento delle rivelazioni e della sua completa separazione dalle responsabilità altrui. Bastava dichiarare che il suo compito di moralizzatore era finito. Che non poteva restare un minuto di più perché aveva dovuto farsi carico del peso di assessori e dirigenti raccomandanti da altri e che erano finiti nei guai. Sarebbe uscito da trionfatore. Adesso esce da sconfitto, e me ne dispiace.

CORRADINO MINEO, senatore pd
 Fa bene il sindaco Marino ad andare il 5 novembre alla prima udienza del processo “Roma Capitale” con indosso la fascia tricolore. Perchè si sente in giro una forte voglia di normalità. E che sarà mai, facciamo bene le cose per il Giubileo e andiamo avanti. Avanti con i 100 euro che certi taxisti e certi portieri d’albergo chiedono ai turisti? Avanti col pizzo pagato a qualche vigile urbano, con le cooperative che appaltano il verde e lo fanno marcire fra la spazzatura, avanti coi Buzzi, con gli Odevaine, coi Carminati? Con gli ex “diversi” che diventano più uguali degli uguali: post fascisti e post comunisti che affermano la loro post morale?

GAD LERNER, giornalista
L’islamizzazione della rivolta palestinese è ormai un fatto compiuto. Si immolano dopo la funzione religiosa nella moschea, in nome della fede in Allah, i ragazzi di Gaza che vanno all’assalto dei soldati israeliani sapendo benissimo che gli spareranno addosso. E i “lupi solitari”, quasi sempre giovanissimi, che ormai non agiscono solo a Gerusalemme ma perfino nella laica Jaffa e in tutta la Galilea, testimoniano su Facebook il loro commiato dalla vita, la scelta del cosiddetto “martirio”, prima di impugnare il pugnale a casaccio contro il primo ebreo (possibilmente ortodosso) che incontreranno.
Il Daesh (sedicente Stato Islamico) si è ritrovato così ad aprire una succursale di fatto in Israele. Lo scontro militare diretto con le forze di difesa israeliane non gli conviene, e difatti lo evita accuratamente sul confine siriano così come nel Sinai. Ma non gli dispiace certo questo reclutamento spontaneo alla causa del jihadismo, favorito dall’intransigenza con cui la destra israeliana al governo ha voluto lasciare senza prospettiva di soluzione diplomatica alcuna la leadership moderata dei palestinesi.


MARIANA MAZZUCATO, economista
SETTE economisti (fra cui Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e la sottoscritta) hanno accettato di fare da consulenti economici per Jeremy Corbyn, il nuovo leader del Partito laburista britannico. Mi auguro che il nostro scopo comune sia aiutare il Labour a creare una politica economica fondata sugli investimenti, inclusiva e sostenibile. Metteremo sul tavolo idee diverse, ma voglio proporvi le mie considerazioni riguardo alle politiche progressiste di cui il Regno Unito e il resto del mondo hanno bisogno oggi. Quando il Partito laburista ha perso le elezioni, lo scorso maggio, in tanti, anche esponenti del Governo ombra, gli hanno contestato di non aver saputo interloquire con i «creatori di ricchezza», cioè la comunità imprenditoriale. Che le imprese creino ricchezza è evidente.
MA anche i lavoratori, le istituzioni pubbliche, le organizzazioni della società civile creano ricchezza, promuovendo crescita e produttività nel lungo termine. Un programma economico progressista deve partire necessariamente dal riconoscimento che la creazione di ricchezza è un processo collettivo e che gli esiti di mercato sono il risultato dell’interazione fra tutti questi «creatori di ricchezza». Dobbiamo abbandonare la falsa dicotomia “Stato contro mercato” e cominciare a ragionare più chiaramente su quali risultati vogliamo che il mercato produca. Investimenti pubblici “mission-oriented”, con un obiettivo chiaro, hanno molto da insegnarci. La politica economica dovrebbe impegnarsi attivamente per plasmare e creare mercati, non limitarsi a ripararli quando si guastano.

venerdì 9 ottobre 2015

L'Osservatore 10

A quei sacerdoti e quel clero 
che ....

La chiesa cattolica uscita dal Concilio Vaticano II ha valorizzato pienamente il patrimonio culturale civile e religioso delle comunità arbëreshë stanziate nel Sud Italia, auspicando la ricomposizione, se qualcosa si era perso o incrinato lungo i secoli rispetto alla loro identità liturgica e di espressione della Fede nella versione del rito bizantino: 
"La Chiesa cattolica ha in grande stima le istituzioni, i riti liturgici, le tradizioni ecclesiastiche e la disciplina di vita Cristiana delle chiese orientali" 
(Orientalium Ecclesiarum, I).

Ancora: 
"Tutti gli orientali sappiano e siano certi che sempre possono e devono conservare i loro legittimi riti liturgici e la loro disciplina, e che non si devono introdurre mutazioni, se non per ragioni del proprio e organico progresso. Pertanto tutte queste cose devono essere osservate  con somma fedeltà dagli stessi  orientali, i quali devono acquistarne una conoscenza sempre più profonda  ed un uso più perfetto, e qualora per circostanze di tempo o di persone fossero indebitamente venuti meno ad esse, procurino di ritornare alle tradizioni avite"
(Orientalium Ecclesiarum, 5).
Il quesito
Se un Vescovo viene ordinato secondo il rito bizantino (e recita per tre volte il credo costantinopolitano in luogo di quello modificato dai franchi ) e gli viene da papa Francesco assegnata la sede di Piana degli Albanesi, costui può autonomamente ritenere di non potersi presentare ai fratelli di rito romano con l'identità bizantina con cui è stato ordinato ? 
Ove rifiuti anche per breve tempo l'identità con cui è stato ordinato vescovo non offende la cultura e la sensibilità del rito con cui è stato ordinato ?

Il Codice canonico delle Chiese Orientali, seguendo l'orientamento conciliare dell'Orientalium Ecclesiarum 1, ha dichiarato formalmente nel can. 39 che 
"I riti delle Chiese orientali, quale patrimonio della Chiesa universale di Cristo nel quale risplende la tradizione  che deriva dagli Apostoli attraverso il Padre e che afferma la divina unità nella varietà della fede cattolica, siano religiosamente osservati e promossi".

Piana degli Albanesi. Degustazione del cannolo

Nella mattinata del 16 Ottobre in piazza Vittorio Emanuele si svolgerà la "Trinacria Tour Motociclistico" di un gruppo di motociclisti provenienti da tutta Europa appartenenti alla Fellowship dei motociclisti del Rotary che prevede oltre alla sosta dei motociclisti anche la degustazione del cannolo ed un intrattenimento musicale.

Ignazio Marino. La vede così ...

LA STAMPA
Alle nove di sera il Mostro Marino, sindaco dimissionario di Roma, ha la voce esausta di un chirurgo dopo dieci ore di camera operatoria. 
«È da ieri che non mangio e che non mi siedo: proprio come quando operavo».

Se ne va a casa per cinque scontrini di ristorante non giustificati?  
«Ci avevano provato con la Panda rossa, i funerali di Casamonica, la polemica sul viaggio del Papa. Se non fossero arrivati questi scontrini, prima o poi avrebbero detto che avevo i calzini bucati o mi avrebbero messo della cocaina in tasca».
Su qualche sito sono arrivati a imputarle di avere usato i soldi del Comune per offrire una colazione di 8 euro a un sopravvissuto di Auschwitz.  
«Se è per questo, mi hanno pure accusato di avere pagato con soldi pubblici l’olio della lampada votiva di san Francesco, il patrono d’Italia, “per farmi bello”. Senza sapere che sono centinaia di anni che il sindaco di Roma, a rotazione con altri, accende quella lampada».
Vox populi: si dava arie da integerrimo e invece sotto sotto era uno spendaccione come gli altri. 
«Infatti una volta in cui mi trovavo in albergo a Londra per un convegno con i sindaci europei, ho rinunciato al buffet da 40 sterline perché mi sembrava uno schiaffo alla miseria. Ho attraversato la strada e sono andato da Starbucks».
Ci sono cinque note spese in cui lei sostiene di avere cenato con qualcuno che invece nega di essere stato a tavola con lei.  
«Ho già detto che sono disposto a pagare di persona le mie spese di rappresentanza di questi due anni: 19.704,36 euro. Li regalo al Campidoglio, compresa la cena in onore del mecenate che poi ha staccato l’assegno da due milioni con cui stiamo rimettendo a posto la fontana di piazza del Quirinale, sette colonne del foro Traiano e la sala degli Orazi e Curiazi».
Ma quelle note spese sono bugiarde oppure no? 
«Io non so cosa ci hanno scritto sopra. Ho consegnato gli scontrini agli uffici, come si fa in questi casi. Non escludo che possa esserci stata qualche imprecisione da parte di chi compila i giustificativi».
Si aspettava che sarebbe venuto giù il mondo?  
«Ho rotto le uova nel paniere del consociativismo politico. Ho riaperto gare di acquisti beni e servizi che erano in prorogatio da una vita. Ho tolto il business dei rifiuti a una sola persona e il patrimonio immobiliare a una sola azienda che ha incassato dal comune 100 milioni negli ultimi anni, la Romeo».
Da Renzi si sarebbe aspettato un atteggiamento diverso?  
«Diciamo che Renzi non ha avuto la possibilità di apprezzare i cambiamenti epocali che abbiamo fatto in questa città».
Si sente pugnalato alle spalle dal suo partito, il Pd? Non una voce si è alzata a sua difesa.  
«Mi hanno espresso vicinanza in due. Il ministro Graziano Del Rio e Giovanni Legnini, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Erano entrambi molto avviliti per quanto accaduto».
E Renzi?  
«Non avendo avuto l’opportunità di parlare col presidente del consiglio, non ho potuto conoscere qual è il suo giudizio». 
Brr, che freddo. Lei ha presentato le dimissioni dicendo che in base alla legge ha venti giorni di tempo per ritirarle. Cos’è, una minaccia?  
«Ma si figuri. Prendo atto che Pd e Sel, due partiti della maggioranza, hanno chiesto le mie dimissioni. E un chirurgo non può restare in sala operatoria senza il suo team»
Pensa che qualcuno starà festeggiando? 
«Sicuramente. Eppure oggi ho visto tanti volti rigati dalle lacrime… Alfonso Sabella, assessore e magistrato, mi ha detto che non piangeva così da 35 anni. E dieci consiglieri del Pd su diciannove mi hanno assicurato con le lacrime agli occhi che erano contrari alle mie dimissioni»
Dieci su diciannove è la maggioranza… Se erano sinceri, il partito è spaccato in due. Tornerà indietro? 
«La decisione non è più nelle mie mani. E io sono l’ultima persona al mondo che vuole occupare una poltrona. Questo incarico meraviglioso mi ha procurato problemi familiari enormi, proiettili in busta e perdita della libertà personale». 
Sta scrivendo un libro sull’esperienza di sindaco e queste dimissioni vi aggiungeranno ancora più pepe. Pensa di avere pagato a caro prezzo la sua natura di marziano a Roma, anzi di marziano della politica, troppo ingenuo nei rapporti e poco avvezzo ai compromessi?  
«Se sono accuse, le considero medaglie. Non sono mai andato nei salotti e alle cene della Roma che conta. Non ho mai frequentato il mondo che in passato era abituato a decidere assieme alla politica le strategie economiche della città. Io alla terrazza ho sempre preferito la piazza. E vorrei ricordare che il 5 novembre avverrà un fatto storico: Roma sarà parte civile nel processo di Mafia Capitale. Noi abbiamo tagliato le unghie a chi voleva mettere le mani sugli affari».
Ma le mani hanno finito per tagliarle a lei. E proprio alla vigilia di un evento come il Giubileo. Come mai?  
«Non lo so. Certo nei prossimi giorni bisognerà decidere quando e come investire sul Giubileo… La mia giunta ha segnato una discontinuità. Mi auguro che chi verrà dopo di me non riporti Roma indietro».
Sembrano le parole di un uomo nauseato dalla politica.  
«Diciamo che il comportamento di una parte della classe dirigente non mi ha entusiasmato. Ho provato a interrompere il consociativismo degli affari che fa sedere maggioranza e opposizione intorno allo stesso tavolo, senza scontrini… E ho pagato per questo». 

Contessa Entellina. Rifacimenti edilizi in piazza



Prima

Attualmente

L'Italia della decadenza. Quando la politica serve solamente ai politici (da quattro soldi)

L'Italia di Matteo Renzi, e di chi l'ha preceduto, sta facendo poca strada. 
Strada comunale di Contessa E.
che conduce in c.da Serra
Potrebbe essere una battuta, invece questi sono i termini della denuncia della Siteb, l'associazione costruttori e manutentori della rete viaria del paese, che raggruppa dai produttori di bitume, fino alle aziende che costruiscono rulli, vibrofinitrici e altri macchinari per spianare l'asfalto. 
«Negli ultimi otto anni gli investimenti nella manutenzione si sono più che dimezzati, lasciando le nostre carreggiate in una situazione di costante emergenza» , sostiene il direttore Stefano Ravaioli. 

Dai 44,3 milioni di tonnellate di asfalto del 2006 si è scesi ai 22,3 dell'anno scorso, su un patrimonio stradale di 500mila chilometri escludendo le strade vicinali e comunali urbane. Per sistemarle occorrerebbe impiegare almeno «40 milioni di tonnellate annue, ben 18 in più di quelle registrate lo scorso anno» , sostengono da Siteb.

Dei 650 impianti di conglomerato bituminoso attivi nel nostro paese prima della crisi, «ne sono rimasti 400» . Gli operai nei cantieri si sono quasi dimezzati, «passando dai 50mila ai 20mila» . 

Piccoli Comuni. Alcuni politicanti pensano che sia bene abolirli; in realtà sono (dovrebbero essere) l'ultimo presidio delle istituzioni nelle aree dove massimo è il disinteresse

Piuttosto che dare solidarietà ai sindaci dei piccoli comuni in lotta contro il degrado economico e sociale, dove nessuna "Autorità" ha voglia di intervenire perchè lì non è facile raccogliere consenso sociale nè investire per conseguire laute "tangenti per il partito", i politicanti  pensano, ipotizzano, di accorpare e/o comunque abolire i piccoli comuni. 
Ai politicanti dei nostri giorni è difficile spiegare che, invece, serve il "rilancio istituzionale" dei piccoli comuni, ed è pure difficile  ricordare che spesso rappresentano l'unico presidio dello Stato sul territorio, ma soprattutto sono una inestimabile risorsa di questo Paese che si chiama Italia.

La pesantezza amministrativa dei piccoli comuni
I pesanti tagli ai trasferimenti di risorse statali, 
il patto di stabilità, 
le difficoltà di riscossione fiscale, 
il fenomeno dello spopolamento, 
l'obbligatorietà delle gestioni associate 
e la centrale unica di committenza 
sono tutti oneri che paralizzano l'autonomia e il ruolo istituzionale, aggravando il disagio economico sociale degli enti di minore dimensione demografica. 

Hanno detto ... ...

IGNAZIO MARINO, già sindaco della capitale
Mi dimetto. Dal lavoro fatto in questi anni passa il futuro di Roma. Una città che abbiamo liberato dal malaffare e dalla corruzione.

GAD LERNER, giornalista
Posso pensare che solo per strafottenza e incuria, non per bisogno economico, Ignazio Marino abbia adoperato la carta di credito del Municipio per pagare la cena con la moglie. Lo aveva già fatto in passato guastandosi i rapporti con le aziende ospedaliere presso cui aveva lavorato. Di per sé peccati veniali, non si manifestassero in un contesto di illegalità diffusa e menefreghismo che tocca per primo al sindaco in carica debellare.
Leggetevi l’intervista del magistrato-assessore Sabella oggi sul “Corriere della Sera”. Pur riconoscendo l’inevitabilità delle dimissioni di Marino, prende le distanze dai troppi maramaldi che cacciando il sindaco-chirurgo confidano di rientrare nel gioco del potere. Magari dall’opposizione (a Roma si può contare e guadagnare anche restando all’opposizione), visto che è improbabile un prossimo sindaco targato Pd. Nella capitale d’Italia se la giocheranno al ballottaggio la destra e il M5S, a meno di improbabili colpi di scena. Resta la delusione e il rammarico, perché Roma aveva bisogno di un “marziano” come Marino. Forse per candidarsi al vertice di una metropoli così disastrata occorre una certa dose di narcisismo e megalomania. Peccato che Ignazio Marino non sia stato capace di contenerla in limiti accettabili.