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lunedì 20 dicembre 2021

La Sicilia dei baroni. Nel XV secolo gli arbëresh non arrivarono in terre tranquille

Per smentire la bontà dei baroni 

 Gli storici, tutti, a qualunque orientamento culturale appartengano,  ci assicurano che nei XV e XVI secoli la vita nell'Isola non era assolutamente facile sia per chi risiedeva nei centri demaniali che per coloro che, nelle campagne, avevano a che fare indirettamente, attraverso gli incaricati, con i baroni.

 Anzitutto, per i residenti nelle aree interne, in pratica nelle campagne o nei piccoli centri agricoli, un problema esistenziale era quello della "sicurezza".  Teoricamente la Sicilia di allora era una parte dei vastissimi domini spagnoli -su cui non tramontava mai il sole-, e tuttavia ai dominatori della sicurezza pubblica non interessava proprio nulla e niente. Gli Spagnoli avevano come loro interlocutori i baroni, o se si vuole, il Parlamento siciliano, dove siedevano i baroni ed prelati appartenenti pure questi a famiglie baronali. Dai baroni gli spagnoli esigevano quanto serviva alla Monarchia iberica; per il resto, e sostanzialmente, l'Isola era una terra senza legalità e senza leggi. Il brigantaggio era tanto diffuso che non esisteva terra, campagna o centro abitato, che non ne subisse le pesanti angherie. Quando da un luogo, da un centro abitato, bisognava spostarsi per distanze superiori a tre, quattro chilometri, ci si organizzava in gruppi non inferiori a venti persone per evitare di inmbattersi nei briganti che avrebbero rubato muli, denari e possibilmento preso in ostaggio taluni per richiedere, successivamente, il riscatto alle rispettive famiglie.

I briganti non erano altri che contadini o nullafacenti che -stranamente- non incappavano mai nelle milizie o nelle gendarmerie spagnole, anche perchè, lo abbiamo ricordato, le milizie imperiali stavano nelle città costiere, ed ai baroni -che presiedevano sui territori- del brigantaggio imperante  non interessava nulla; non interessava nemmeno, seriamente ed in coscienza, delle vicende legali o illegali che avvenivano sui loro domini, anzi spesso i briganti erano uomini, servitori dei baroni e da loro assoldati.

Il sistema giuridico era fondato, in partenza, sulla tutela dei potenti e dei privilegiati e chi decideva di dedicarsi al brigantaggio lo faceva incredibilmente per creare un sistema di prepotenza alternativo a quello istituzionale (Spagnoli e baroni) che in materia di corruzione non possedeva concorrenti. Sulla carta nelle "Università", nei centri abitati, i baroni insediavano tutti gli uffici e le strutture prescritte che avrebbero dovuto garantire la legalità, ma ad occuparli erano ovviamente uomini scelti da loro.

Il castello "De Luna"
a Sciacca

I baroni, da parte loro, non avevano alcun particolare rispetto del Vicere e delle dispozizioni aventi forza di legge che questi emanava al fine di  manterene l'ordine e la sicurezza nell'Isola. 

L'immagine del barone buono che prende cura dei suoi sudditi (lavoratori dei feudi) non lo si trova in nessuna pagina della letteratura storica e/o sociale del quattro-cinquecento. Anzi, per evitare che le disposizioni regie potessero trovare applicazione nei domini baronali, i baroni stessi non esitarono mai nel corrompere gli apparati vice-regi pur di non avere intromissioni negli affari di pertinenza locale. Corrompevano a salvaguardia del loro tornaconto. In un certo senso possiamo immaginare che le tangenti esistevano pure allora, anzi che originarono da allora.

 A comprova che il potere regio spagnola non godeva e non  incideva negli affari di governo dei territori lo dimostra la ben nota vicenda delle due famiglie rivali di Sciacca, di cui recentemente Mimmo Cuccia ha sul blog esposto la contrapposizione fra i De Luna ed i Perollo.

 Le due famiglie, con ascendenze feudali (baronali) si contendevano il controllo della cittadina di Sciacca. Ciascuna famiglia aveva un esercito privato, tutto loro, composto da "briganti", ossia da coloro che angariavano i poveri cristi di allora. Quando il caso di Sciacca divenne troppo appariscente e screditante per il vice-re, a cui competeva far rispettare l'autorità statuale, questi inviò un ufficiale a Sciacca per imporre -appunto- l'autorità regia. Pochi giorni dopo il suo arrivo, l'ufficiale regio fu trovato morto in una strada della città e lì rimase per giorni in quanto nessuno osava toccarlo. 

I De Luna, nel confronto locale, ebbero la meglio e nei giorni successivi massacrarono tutti i sostenitori dei Perollo. Tutto ciò avvenne senza alcuna sanzione imperiale o  Vice-reale. Il capo della famiglia De Luna da responsabile dei massacri rimase impunito e la vicenda finì così. Anche perchè il De Luna era nipote di papa Leone X, della famiglia Medici.

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Quanto abbiamo esposto chiarisce bene da dove e su  quali presupposti l'illegalità, il favoritismo, il familismo, la mafia, l'arroganza ... e quant'altro in terra di Sicilia continuano a fiorire quasi inosservati.

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