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venerdì 17 marzo 2017

Storie di Sicilia. Dai malèfici alla scienza del terzo millenni

                                                                 Un mondo di corrotti (II)

Abbiamo ricordato già come la corruzione dei potenti ieri, e di parte dei politici oggi, sia un male che -soprattutto nella nostra penisola- appare inestirpabile.
Dopo aver fatto cenno in precedenza al processo contro Verro che aveva sfruttato il ruolo di procuratore romano in Sicilia (e ad Entella) e contro cui argomentò Cicerone, riportiamo un resoconto sulla corruzione di un governatore della città di Palermo, in periodo normanno.
Sotto il dominio dei re normanni l'istituto del "sindicato" (=l'esame della condotta e degli atti emessi dai magistrati nel corso di esercizio del loro ufficio) contrariamente a come era stato minutamente svolto durante il periodo bizantino ebbe una forma piuttosto disordinato, o  forse disinvolta. 
Da un resoconto apprendiamo che il governatore di Palermo si comportava rispetto al popolo da predatore. Solamente un Cancelliere del Regno consapevole del suo ruolo decise alla fine di intervenire dove -verosimilmente- altri non si erano voluti inoltrare a tempo debito.

Secondo Ugo Falcando -"Il libro del Regno di Sicilia" dell'anno 1170:
"Il cancelliere Stefano di Perche volle poi che fosse mantenuto il rigore della giustizia,  fin al punto che non ebbe riguardo nemmeno agli amici, nè ai grandi  della corte, e non tollerò che i soggetti fossero oppressi dai potenti ... Essendo la fama di queste cose sparsa in breve per tutto il Regno, procurò al Cancelliere la grazia e il favore della plebe... Onde avvenne che da tutte le parti del Regno confluiva alla corte una tale moltitudine di uomini e di donne che, ad esaminare le liti, erano appena sufficienti i giudici ed il numero dei notari, sebbene poco prima fosse stato accresciuto.
I palermitani, vedendo che il Cancelliere nè per preghiere, né per doni, né per favore di alcuno, poteva essere rimosso dalla giustizia ... balzarono fuori ad accusare Roberto di Calataboiano, (ndr. governatore del castello di Palermo ).
Gran folla va dal Cancelliere: tutti ad alte grida chiedono che quell'uomo scelleratissimo  sia condannato alla meritata infamia; chi si lamenta delle case, chi delle vigne iniquamente rubate; molti dei fratelli e dei parenti uccisi in prigione con supplizi prolungati; una donna affermò che una sua figliola vergine era stata da lui violentata ...
Convocati adunque i familiari della corte, e i vescovi e gli altri ecclesiastici, Roberto venne introdotto in mezzo a gran concorso di gente, e lasciati da parte i furti, le rapine, le prepotenze, gli omicidi, fu portata avanti l'accusa di violenza contro una vergine e si agitò la quistione dello spergiuro, dell'incesto e dell'adulterio.   Essendo da molte testimonianze dimostrata la verità dell'accusa, fu sentenziato, secondo il dritto, che Roberto di Calataboiano fosse pubblicamente flagellato e quindi gettato in carcere  e i suoi beni confiscati. Ma non potendosi condurlo solennemente a suon di banditore per le strade della città, perchè il popolo aveva occupato i punti più stretti delle vie per lapidarlo mentre passava, si ordinò di fargli fare un giro attorno la chiesa, per eludere così il popolo che lo aspettava. E sebbene i soldati armati di spada, lo precedessero e lo seguissero  e lo circondassero da due lati, tuttavia a stento poterono frenare il furore del popolo che accorreva. Pochi giorni dopo, non volendo egli versare la somma che avea promesso di dare o, come ad altri parea, non potendo fu condotto nel castello a mare e chiuso in quella prigione, dove tempo prima egli aveva gettato molte persone, e quivi, logorato da diverse pene, morì".