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giovedì 24 giugno 2021

Repubblica Italiana. I cittadini ... l'uomo libero, l'uomo consapevole (6)

Stiamo riportando di volta in volta un articolo della Costituzione Italiana e nel contempo ci proponiamo di tracciare il percorso che i paesi europei e dell'Occidente hanno seguito nel sancire i diritti di libertà individuali e nel far proprie le regole di democrazia all'interno di ciascuna comunità nazionale e locale.

Vogliamo cogliere le specificità vigenti in ciascun paese e lo spirito con cui quelle libertà dell'individuo che generalmente riteniamo derivino dalla Rivoluzione francese sono state recepite.
  Gli studiosi del diritto propongono in realtà tre modelli di studio e di accesso alle libertà individuali e alle democrazie occidentali.
1) modello statunitense
2) modello di espressione diretta dalla Rivoluzione francese.
3) modello dell'Europa continentale.

  Nel testo costituzionale americano è palese l'intendimento che i diritti dei cittadini preesistano all'elaborazione della Costituzione e delle leggi dello stato.
 La Rivoluzione americana scaturi' dal rifiuto dei residenti di accettare la legislazione del Parlamento inglese, come avveniva in Inghilterra. In America si intendeva non ammettere l'esistenza di un organo che legittimasse i diritti. Un simile organo lo si riteneva pericoloso. I diritti dell'uomo erano (sono) preesistenti a qualsiasi legge, sia pure una legge costituzionale.
 Nella "Declaration of Rights" del 1776 i diritti sono considerati come "basis and fondazione of Gouvernment".
 L'atto di dichiarazione dell'indipendenza specifica che tutti gli uomini nascono uguali con alcuni inalienabili diritti  (quelli della vita, libertà, perseguimento della felicità).
  La sostanza di tutto questo ragionamento è che la politica non dovrà non potrà mai prevaricare sui cittadini. I diritti costituiscono argine a possibili leggi del governo o del Parlamento.

  Vedremo in appresso l'approccio alla libertà è alla democrazia derivanti dalla Rivoluzione francese e dal modello dell'Europa continentale.

24 Giugno. Iconografia, onomastici e rievocazioni

Mosaico Deesis conservato in quella che
fu la Chiesa di Santa Sofia
a Costantinopoli.

Cristo Giudice con alla destra la Madonna
e alla sinistra San Giovanni Battista
che intercedono a favore dell'umanità.

La conquista di Costantinopoli per mano
di Maometto II (1453) pose fine all’Impero Romano
d’Oriente e trasformò la città in capitale
dell’Impero Ottomano.
Hagia Sophia divenne allora la moschea
principale della nuova capitale, una
svolta di cui sono testimoni i quattro
minareti posti agli angoli della struttura.

Dopo essere stata nei primi decenni
del Novecento Museo, Santa Sofia,
è recentemente tornata ad essere
Moschea
.

La figura di San Giovanni Battista nei paesi dell'Europa Orientale di tradizione bizantina è molto popolare. In quasi tutte le chiese di quei paesi esiste in un posto di privileggio (la deesis) nell'iconostasi che lo vede raffigurato accanto al Cristo e a sua madre.

 Per i credenti cristiani la figura di San Giovanni Battista fa da spartiacqua tra due modi di pensare e di vedere il mondo. 
 Viene infatti considerato l'ultimo e il più grande profeta dell'antico Testamento.

 San Giovanni viene generalmente rappresentato, da eremita-predicatore con vesti di pelo di cammello.

 Nell'iconografia talvolta viene rappresentato con la sua testa mozzata posata su un vassoio. Egli fu fatto decapitare da re Erode per compiacere Salomè, figlia della sua concubina. 

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 Ci piace commentare una tipica icona che vede San Giovanni con la testa recisa nel piatto: essa è contratta nel sonno della morte; sul cartiglio si legge:  "Fate penitenza perchè il regno dei cieli è vicino è la scure è già posta alla radice dell'albero". (Mt. 3,10; Lc. 3,9).
 Le ali occupano gran parte della composizione e conferiscono al corpo del Battista una dimensione cosmica, intessute dall'oro dell'assise passano dal colore rosso cupo al verde dell'arancio vivo dei lembi inferiori bordati di bianco. 

Lo si vuole rappresentare come, il Precursore,  angelo del deserto. 

E' conservato in un monastero di Mosca (Solovki) e risale al XVI secolo.

mercoledì 23 giugno 2021

Il colera a Palermo. La pandemia del 1836 ... ... Ing. Luigi Cannella

 184 anni fa, il 22 giugno 1837, giunse a Palermo il "Colera". 

 Nel 1836 il morbo aveva raggiunto la popolosa città di Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie di Ferdinando II di Borbone. Il giovane ed esuberante sovrano era nato nel Palazzo dei Normanni di Palermo nel 1810 e, appena venne a conoscenza dell'epidemia, istituì l'Alto Consiglio Sanitario, organizzò l'isolamento degli ammalati più gravi a Nisida, si recava nei quartieri più poveri per distribuire medicine e cibo ai più bisognosi, visitava gli ospedali e controllava personalmente che le sue disposizioni venissero rispettate. 

 In Sicilia il Principe Pietro Lanza di Scordia, Pretore di Palermo, istituì un Cordone Sanitario con Quarantena di 21 giorni, chiuse porti e mercati, istituì il Lazzaretto della Guadagna, creò strutture sanitarie in tutti i quartieri della città. Le autorità sanitarie diffusero norme igieniche e regole alimentari. Non essendosi verificati più casi di colera dal 17 marzo 1837, il Magistrato  Sanitario dispose l'allentamento delle misure sanitarie. I siciliani, tranquillizzati dalla scomparsa del morbo, ritornarono alla vita normale. 

 Il 22 giugno   giunse nel porto di Palermo una nave, proveniente da Napoli, con due cadaveri a bordo, morti, si disse, per cause naturali. Il 7 luglio, sempre del 1837, due marinai del quartiere della Kalsa morirono con dei sintomi sospetti. Il Marchese Luigi La Bruna,  Segretario di Stato del Ripartimento Interni, ordinò che i due cadaveri venissero sottoposti ad autopsia presso la Facoltà Medica e risultarono morti per Colera. Fu immediatamente emessa un'ordinanza per isolare tutti coloro che avevano avuto contatti con i due marinai deceduti. Ma ormai era troppo tardi e, nel giro di pochi giorni i contagi aumentarono vertiginosamente.   Nel solo mese di luglio a Palermo i morti furono circa 250.000. Una vera strage per una città che, nel censimento del 1831, aveva registrato 471.478 abitanti. Fortunatamente ai primi di settembre del 1837 il morbo di attenuo' progressivamente fino a scomparire e a Palermo tornò la vivace e rumorosa vita di sempre.

Ing. Luigi Cannella

Vita dei Comuni

In vista delle risorse del Piano di Rilancio europeo i Comuni stanno provando ad organizzarsi al meglio; soprattutto quelli piccoli che non dispongono di apparati amministrativi sempre all'altezza del nuovo ed esigente nuovo compito. Nel Corleonese si è provato ad essere preparati costituendo l'associazione dei piccoli comuni.

 UNA SENTENZA RECENTE LASCIA INTRAVEDERE IL CRAC FINANZIARIO PER BEN 812 COMUNI – Non serviranno più trent’anni ma solamente tre per rimediare agli indebitamenti degli Enti Locali. La sentenza della Corte costituzionale di fine aprile in merito alla restituzione di una parte dei debiti contratti dai Comuni italiani e quelle inerenti le anticipazioni di liquidità, possibili dal 2015 in poi per il pagamento dei fornitori ha cambiato i ritmi. La Corte Costituzionale ha stabilito che le generazioni future non possono accollarsi i debiti dei quali benefici non hanno usufruito. In molti Enti locali sono insorte preoccupazioni perché dover far fronte, di punto in bianco, a una tale mole di debiti, potrebbe mandare a carte e quarantotto le da sempre esauste casse di 812 Enti che versano già a rischio fallimento, 129 dei quali già in pre-dissesto e 34 in dissesto finanziario.

Leoliuca Orlando -presidente Anci Sicilia- ha rinnovato la richiesta di avviare un tavolo di confronto tra Stato, Regione e sistema delle Autonomie locali, ied ha pure sottolineato come le devastanti conseguenze della mancata applicazione del federalismo fiscale e di interventi perequativi hanno penalizzato i comuni al punto da non metterli nelle condizioni di chiudere i bilanci e, di conseguenza, garantire i servizi essenziali ai cittadini.  Nello scorso 18 giugno in sede ANCI Sicilia, numerosi sindaci hanno illustrato le principali criticità degli enti locali riferendosi, in particolare, alla riduzione dei trasferimenti regionali e nazionali, alla difficoltà nella gestione dei tributi locali e all’inadeguatezza di Riscossione Sicilia, all’alto numero di comuni in dissesto e pre-dissesto, al ritardo dei pagamenti dei debiti commerciali e alla carenza di figure professionali nei servizi finanziari, negli uffici tecnici e nei servizi sociali

I sindaci siciliani, durante la riunione, si sono confrontati con senatori e deputati nazionali delle diverse forze politiche per analizzare le difficoltà del sistema  e l’inadeguatezza dell’attuale quadro normativo, con riferimento ad aspetti di carattere finanziario e organizzativo. Gli amministratori siciliani hanno, ancora, rappresentato la necessità di chiedere al Governo nazionale “lo stanziamento straordinario di 500 milioni di euro all’anno per un triennio a favore degli enti locali siciliani, una iniezione di risorse fino alla definizione dell’attuazione dello Statuto siciliano con interventi compensativi previsti dallo stesso federalismo fiscale, e mai riconosciuti in Sicilia, in danno dei livelli essenziali delle prestazioni e dei bisogni standard”.


Reti idriche siciliane. Un buon motivo per evitare che gli acquedotti locali possano passare alle ridisegnazioni ....

Mentre in sede locale, a Contessa Entellina,

è viva la preoccupazione sul destino 

della rete di approvvigionamento locale.

Capita nell'agrigentino:

Una vasta operazione di Polizia giudiziaria  è in corso da questa mattina a cura dei Militari dell’Arma dei Carabinieri e della Tutela per l'Ambiente, della Guardia di Finanza e del personale della Direzione investigativa antimafia. Sono state attuate alcune misure cautelari  per associazione a delinquere di "colletti bianchi", ossia funzionari di organismi pubblici collegati con  i soliti politici alla siciliana. I reati contestati sono quelli tipici di chi vive prossimo alla cosa pubblica: frode in pubbliche forniture, furto, ricettazione, reati tributari, societari e in materia ambientale. Il territorio coinvolto -come dicevamo- è quello agrigentino ma in un domani, mai auspicabile, potrebbe essere quello del palermitano dove non mancano le pressioni per aggregare a livelli più alti ed estesi la rete, le reti di approvigionamento idrico, auutalmente a dimensioni locali. In quanto contessioti siamo tutti chiamati, alla luce di ciò che capita altrove, a difendere l'attuale assetto idrico locale. Con ovviamente tutte le possibili migliorie tecniche e gestionali.

Tornando all'indagine avviata nella mattinata di oggi, risultano fermati a disposizione dell'Autorità giudiziaria: Marco Campione, 60 anni, ex presidente di Girgenti Acque; Pietro Arnone, 58 anni, amministratore unico di Hydortecne; Calogero Patti, 53 anni; dipendente di Girgenti Acque;Angelo Piero Cutaia, 51anni, direttore amministrativo di Girgenti Acque; Gian Domenico Ponzo, 54 anni, direttore generale Girgenti Acque; Francesco Barrovecchio, 61 anni, responsabile tecnico Hydortecne; Calogero Sala, 61 anni, direttore tecnico e progettazione Girgenti Acque; Igino Della Volpe, 63 anni, membro del consiglio di amministrazione di Girgenti Acque.Tutti personaggi che evidentemente nella struttura idrica sovracomunale hanno ritenuto di poter operare dimenticando il ruolo pubblico.

Le investigazioni compiute attraverso intercettazioni telefoniche, ambientali e di servizi di osservazioni, controllo e pedinamento hanno inoltre puntato alla verifica dei bilanci societari e ai flussi finanziari. Fra gli indagati, circa una novantina, c'è il presidente Ars Miccichè e il parlamentare nazionale Scoma.

«Falsi in bilancio ed un sistema di accentramento degli appalti in capo alle imprese del presidente del consiglio di amministrazione di Girgenti Acque, Marco Campione, hanno permesso allo stesso di operare in regime di monopolio con relativi guadagni», dicono i magistrati. 

Si attendono nelle prossime ore le dichiarazioni alla stampa degli investigatori.

Il mondo in cui viviamo. Polemiche, ironie e punti di vista lontani l'uno dall'altro

Secondo la Nota inviata da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, il ddl Zan violerebbe in "alcuni contenuti l'accordo di revisione del Concordato". Nota Verbale, quella della Segreteria di Stato vaticano, che è stata "consegnata informalmente all'Ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede il 17 giugno 2021"

Secondo il direttore della Sala Stampa della Santa Sede la Nota non vuol essere un tentativo di "bloccare la legge ma una richiesta di rimodulazione per consentire alla Chiesa di esercitare la libertà pastorale, educativa e sociale".

A preoccupare la Santa Sede è l'articolo 7 del ddl "Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilita'", che non esenterebbe le scuole private dall'organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia. Il ddl Zan quindi attenterebbe alla "libertà di pensiero" dei cattolici. Sembrerebbe di capire che non si contesta la legittimità di tutelare determinate categorie di persone, ma si segnala il rischio di ferire libertà sancite dal Concordato, commenta  il costituzionalista Cesare Mirabelli..

La giornalista Michela Murgia vede la polemica Chiesa/Stato (Legge Zan) come di seguito.













Gianfranco Rotondi, ex ministro senza portafogli, giudica la polemica Vaticano/Stato cosi:

"Cavour-cioè il liberalismo- morendo disse: libera Chiesa in libero Stato. Spiegatelo ai liberali dei miei stivali per cui la Chiesa è oscurantista se difende la sua libertà di opinione".

 Il giornalista Antonio Polito, non sappiamo se con ironia o sarcasmo o serietà vede la polemica CONTE/GRILLO cosi: Il nuovo statuto di Conte bloccherebbe a tutti interviste e dichiarazioni senza il consenso del capo. Finirà che dovremo difendere la libertà di parola di Grillo.

Poi Polito scrive, su un differente tema: Secondo me sulla legge Zan ci vuole un po’ di cacciavite

I giornali

 















Castelli e casali. Dagli arabi agli aragonesi: piccoli appunti e suggerimenti (4)

 La Sicilia Bizantina

Qual'era il profilo istituzionale dell'Isola dopo il crollo definitivo dell'Impero romano d'Occidente ?

-I goti di Teodorico avevano fondato nell'Isola -durante il loro dominio- sei monasteri di tradizione latina, tutti concentrati nel palermitano, dal momento che la Sicilia Orientale, con Siracusa che fungeva da capitale storica, la popolazione era di cultura e lingua greca.

1) -Quando l'Impero Romano d'Oriente decise di farla finita con gli invasori Goti, di cui peraltro in più occasioni belliche si era avvalso, secondo lo storico Procopio, una numerosa e potente flotta al comando di Bellisario arrivò sulle coste orientali dell'Isola; era stata inviata nel nord dell'Africa, ma improvvisamente l'ordine fu di puntare verso la Sicilia. Come luogo di sbarco fu individuata punta Secca, nell'area del ragusano. La scelta di un'area disabitata e disagevole per un corpo di spedizione di 18mila uomini fu premeditata dal momento che il grosso delle forze gotiche era distribuito fra il palermitano ed il messinese. Fra i motivi di quella scelta c'era di bloccare il flusso di esportazione di grano che da lì arrivava nelle aree africane ancora in mano ai Vandali. Il progetto politico dell'imperatore Giustiniano, di cui Bellisario era l'interprete, era quello di riconquistare tutte le terre del già Impero Romano d'Occidente.

2) -La cultura romano orientale era improntata per intero al concetto di "Impero Universale". Da qui l'avversione e le continue guerre contro gli avari dell'Africa, i bulgari slavi, i persiani ....

3) -Come abbiamo già scritto nella precedente pagina la conquista bizantina della Sicilia fu rapidamente raggiunta nel 535, anche se alcune resistenze sporadiche perdurarono per un paio di decenni. Per un ventennio la Sicilia divenne il granaio di tutti gli eserciti imperiali impegnati su vari fronti. Granaio che ebbe -ne tratteremo in seguito- il cuore, uno dei centri di massimo rilevanza, nella Sicilia centro-meridionale che includeva anche l'attuale territorio contessioto. Torneremo sul tema quando discuteremo del "Castello di Calatamauro".

4) -Conquistata relativamente senza molte difficoltà l'intera Sicilia, Bellisario proseguì il suo incarico riconquistando all'Impero romano (d'Oriente) tutta l'Italia meridionale e secondo lo storico del X secolo, Landolfo Sagace -Historia Miscella-, potè raggiungere questo importante risultato obbligando le popolazioni che liberava dai "goti" a seguirlo nelle successive battaglie fino alla conclusione del suo mandato. Quando arrivò a Napoli, città scarsamente abitata obbligò l'intera  massa dei suoi uomini e il numeroso seguito di donne a restare lì e a  ripopolarla. 

5) Per oltre un secolò nel Meridione Italiano, compresa la Sicilia, non vi furono nè guerre nè rivolte e si puntò a riattivare il funzionamento dell'amministrazione pubblica. Fra le prime iniziative fu attivata l'Annona. L'Amministrazione bizantina intendeva ricostruire gli "instrumenta",  gli apparati documentali, che storicamente nell'antico Imperro Romano alimentavano le cassa dello Stato. Proveremo a capire cosa accadeva nella città di Entella, come pure del resto in tutte le realtà locali sotto i profili amministrativi e fiscali ripristinati dall'amministrazione bizantina e che ricalcavano i sistemi dell'antica Roma.

martedì 22 giugno 2021

Idee e richieste. Come superare le attuali difficolta

 Per le Organizzazioni sindacali si può uscire dagli affanni del sistema economico salvaguardando la solidarietà sociale


Castelli e casali. Dagli arabi agli aragonesi: piccoli appunti e suggerimenti (3)

 Il proposito delle pagine "Castelli e casali. .."

 Vogliamo contribuire a dare senso e comprensione ai tanti perchè del territorio su cui sorge Contessa Entellina, la località entro cui tanti di noi siamo nati ed abbiamo trascorso parte degli anni della vita. La stessa località in cui sono nati e poi emigrati tanti antenati di gente che oggi vive in vari paesi del pianeta. Gente in diaspora che conserva memoria dei racconti familiari.

 Ci proponiamo di raccontare la vicenda storica della Sicilia Occidentale e per quanto potra' risultare documentabile la vicenda storica di quella parte più delimitata che costituisce il territorio su cui insiste la comunità di Contessa Entellina. Fermeremo -per intanto-  la ricostruzione storica e la narrazione al XV-XVI secolo, il periodo in cui il territorio accoglie gli arbëreshë e quando, indipendentemente dai nuovi arrivati, l'assetto socio-economico ed istituzionale della Sicilia cambierà sia pure con tempi lenti il proprio volto: al Medio Evo subentrerà infatti l'Evo Moderno. 

 Questa breve introduzione spiega gia' la titolazione "Castelli e casali. ...".

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Alcuni flash, dal crollo dell'Impero d'Occidente

1)  Era l'anno 440 quando nei pressi di Marsala (allora Lilibeo) sbarcarono i "Vandali" di Genserico, provenienti dall'Africa. Di quell'evento nella memoria dell'Isola è rimasta traccia fino ai nostri giorni: ovunque in Sicilia -ogni volta che avvengono disavventure che siano naturali o prodotte dagli uomini- si è soliti esclamare "pare che siano passati i Vandali". Dove i Vandali passavano effettivamente facevano terra bruciata; i testi di storia ricordano -fra i mille e mille eccidi- l'assassinio di due vescovi, Pascasino di Lilibeo e Mamiliano di Palermo. Genserico dopo parecchie scorrerie e ruberie tornò in Africa, ma nel 455, con il nuovo quadro politico che registrava l'ormai irreversibile declino dell'Impero Romano in Occidente, tornò per saccheggiare quanto c'era ancora a testimonianza e ricordo della civiltà romana.

2)  L'Impero d'Oriente con capitale Costantinopoli nel prendere atto dell'irreversibile crollo della parte occidentale dell'eredità e della civiltà romana tardò a raccogliere i fili della riscossa. Un suo ufficiale, Marcellino, con le truppe imperiali riuscì a impadronirsi dell'Isola ma non per incorporala nell'Impero di Costantinopoli. Avvenne successivamente che ad Agrigento nel 456 le truppe romano-bizantine sconfissero i Vandali e misero pure in fuga i ribelli al seguito di Marcellino, costretto a ritirarsi in Dalmazia. Avvenne ancora, che nel 463, il vandalo Genserico -memore delle ricchezze che sussistevano nell'Isola-  sbarcò nuovamente per ulteriori saccheggi. A liberare l'Isola fu ancora -in seguito al perdono imperiale- Marcellino, affiancato questa volta da Basilisco, fratello dell'Imperatore Leone che siedeva a Costantinopoli.

Simbolo della presenza
ostrogota in Sicilia.

3) La vicenda dei Vandali nell'Isola si prolungò, con alterne fortune, fino al 476, l'anno dell'ufficiale e definitiva estinzione dell'Impero Romano d'Occidente. Fu in quell'anno che, secondo lo storico siciliano Michele Amari, Genserico cedette l'Isola, la parte di Isola che controllava in contrasto con i bizantini, ad Odoacre. Ai barbari di Odoacre nel 491 subentrarono  i Goti, gente di religiosità ariana. Con Teodorico sia la Sicilia che l'intera penisola trascorse un periodo di relativa pace, anche perchè egli si era riconosciuto subordinato all'Imperatore bizantino, operando tuttavia nei fatti nella massima indipendenza.

4) I rapporti di Teodorico con l'Impero via via si inasprirono e nel 524  l'Imperatore Giustino dispose la chiusura di tutte le chiese ariane presenti nell'Isola.  Fu quello un periodo di vaste sommosse e quando il 30 agosto 526 Teodorico morì il governo di Costantinopoli decise di assumere in proprio il controllo dell'Isola. D'altronde erano forti i legami culturali e religiosi oltre che commerciali della Sicilia e del meridione italiano con l'Impero. Alla guida della Sicilia fu inviato il generale Belisario che la liberò dalla presenza gotica. 

Iniziò per la storia della Sicilia l'epoca bizantina che sarebbe durata fino all'827.

NOTE:  

==Con il governo bizantino in Sicilia continua a permanere la precedente giurisdizione religiosa costantinopolitana.  Continua pure la sopravvivenza nell'uso corrente della popolazione della lingua greca, qui radicata sin dall'era classica.

==Mediante il blog compiremo i percorsi storici che ci siamo proposti in materia di territorio, viabilità, casali e castelli della Sicilia Occidentale proprio a cominciare dal periodo bizantino, con Bellissario. Il tutto entro modalità, linguaggio e spazi utili per un blog.  Altro potrà essere l'edizione libraria.

lunedì 21 giugno 2021

Recovery Plan. Scorriamolo poco alla volta (11)

Riportiamo la "premessa" del piano italiano, 

presentato alla Commissione Europea dal governo Draghi,

di cui attendiamo le determinazioni finali.

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 PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA 

PREMESSA 

 La pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei. Nel 2020, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2. 

 L’Italia è stata colpita prima e più duramente dalla crisi sanitaria. Le prime chiusure locali sono state disposte a febbraio 2020, e a marzo l’Italia è stata il primo Paese dell’UE a dover imporre un lockdown generalizzato. Ad oggi risultano registrati quasi 120.000 decessi dovuti al Covid-19, che rendono l’Italia il Paese che ha subito la maggior perdita di vite nell’UE. La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 per cento. Ad essere particolarmente colpiti sono stati donne e giovani. L’Italia è il Paese dell’UE con il più alto tasso di ragazzi tra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione (NEET). 

 Il tasso di partecipazione delle donne al lavoro è solo il 53,8 per cento, molto al di sotto del 67,3 per cento della media europea. Questi problemi sono ancora più accentuati nel Mezzogiorno, dove il processo di convergenza con le aree più ricche del Paese è ormai fermo. L’Italia è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici e, in particolare, all’aumento delle ondate di calore e delle siccità. Le zone costiere, i delta e le pianure alluvionali rischiano di subire gli effetti legati all’incremento del livello del mare e delle precipitazioni intense. Secondo le stime dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), nel 2017 il 12,6 per cento della popolazione viveva in aree classificate ad elevata pericolosità di frana o soggette ad alluvioni, con un complessivo peggioramento rispetto al 2015. Dopo una forte discesa tra il 2008 e il 2014, le emissioni pro capite di gas clima-alteranti in Italia, espresse in tonnellate di CO2 equivalente, sono rimaste sostanzialmente inalterate fino al 2019. Dietro la difficoltà dell’economia italiana di tenere il passo con gli altri paesi avanzati europei e di correggere i suoi squilibri sociali ed ambientali, c’è l’andamento della produttività, molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2 per cento, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3 per cento. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuita del 6,2 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo. Tra le cause del deludente andamento della produttività c’è l’incapacità di cogliere le molte opportunità legate alla rivoluzione digitale. Questo ritardo è dovuto sia alla mancanza di infrastrutture adeguate, sia alla struttura del tessuto produttivo, caratterizzato da una prevalenza di piccole e medie imprese, che sono state spesso lente nell’adottare nuove tecnologie e muoversi verso produzioni a più alto valore aggiunto. La scarsa familiarità con le tecnologie digitali caratterizza anche il settore pubblico. Prima dello scoppio della pandemia, il 98,9 per cento dei dipendenti dell’amministrazione pubblica in Italia non aveva mai utilizzato il lavoro agile. Anche durante la pandemia, a fronte di un potenziale di tale modalità di lavoro nei servizi pubblici pari a circa il 53 per cento, l’utilizzo effettivo è stato del 30 per cento, con livelli più bassi, di circa 10 punti percentuali, nel Mezzogiorno. 

 Questi ritardi sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che ha rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive. Nel ventennio 1999-2019 gli investimenti totali in Italia sono cresciuti del 66 per cento a fronte del 118 per cento nella zona euro. In particolare, mentre la quota di investimenti privati è aumentata, quella degli investimenti pubblici è diminuita, passando dal 14,6 per cento degli investimenti totali nel 1999 al 12,7 per cento nel 2019. Un altro fattore che limita il potenziale di crescita dell’Italia è la relativa lentezza nella realizzazione di alcune riforme strutturali. Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi nella giustizia civile: in media sono necessari oltre 500 giorni per concludere un procedimento civile in primo grado. Le barriere di accesso al mercato restano elevate in diversi settori, in particolare le professioni regolamentate. Tutto ciò ha un impatto negativo sugli investimenti e sulla produttività. Questi problemi rischiano di condannare l’Italia a un futuro di bassa crescita da cui sarà sempre più difficile uscire. 

 La storia economica recente dimostra, tuttavia, che l’Italia non è necessariamente destinata al declino. Nel secondo dopoguerra, durante il miracolo economico, il nostro Paese ha registrato tassi di crescita del Pil e della produttività tra i più alti d’Europa. Tra il 1950 e il 1973, il Pil per abitante è cresciuto in media del 5,3 per cento l’anno, la produzione industriale dell’8,2 per cento e la produttività del lavoro del 6,2 per cento. In poco meno di un quarto di secolo l’Italia ha portato avanti uno straordinario processo di convergenza verso i paesi più avanzati. Il reddito medio degli italiani è passato dal 38 al 64 per cento di quello degli Stati Uniti e dal 50 all’88 per cento di quello del Regno Unito. Tassi di crescita così eccezionali sono legati ad aspetti peculiari di quel periodo, in primo luogo la ricostruzione post-bellica e l’industrializzazione di un Paese ancora in larga parte agricolo, ma mostrano anche il ruolo trasformativo che investimenti, innovazione e apertura internazionale possono avere sull’economia di un Paese. 

 L’Unione Europea ha risposto alla crisi pandemica con il Next Generation EU (NGEU). È un programma di portata e ambizione inedite, che prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale; migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori; e conseguire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale. Per l’Italia il NGEU rappresenta un’opportunità imperdibile di sviluppo, investimenti e riforme. L’Italia deve modernizzare la sua pubblica amministrazione, rafforzare il suo sistema produttivo e intensificare gli sforzi nel contrasto alla povertà, all’esclusione sociale e alle disuguaglianze. Il NGEU può essere l’occasione per riprendere un percorso di crescita economica sostenibile e duraturo rimuovendo gli ostacoli che hanno bloccato la crescita italiana negli ultimi decenni. 

 L’Italia è la prima beneficiaria, in valore assoluto, dei due principali strumenti del NGEU: il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) e il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa (REACT-EU). Il solo RRF garantisce risorse per 191,5 miliardi di euro, da impiegare nel periodo 2021- 2026, delle quali 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. L’Italia intende inoltre utilizzare appieno la propria capacità di finanziamento tramite i prestiti della RRF, che per il nostro Paese è stimata in 122,6 miliardi.

Il dispositivo RRF richiede agli Stati membri di presentare un pacchetto di investimenti e riforme: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questo Piano, che si articola in sei Missioni e 16 Componenti, beneficia della stretta interlocuzione avvenuta in questi mesi con il Parlamento e con la Commissione Europea, sulla base del Regolamento RRF. Le sei Missioni del Piano sono: digitalizzazione, 

innovazione, competitività, cultura e turismo; 

rivoluzione verde e transizione ecologica; 

infrastrutture per una mobilità sostenibile; 

istruzione e ricerca; 

inclusione e coesione; 

salute. 

 Il Piano è in piena coerenza con i sei pilastri del NGEU e soddisfa largamente i parametri fissati dai regolamenti europei sulle quote di progetti “verdi” e digitali. Il 40 per cento circa delle risorse territorializzabili del Piano sono destinate al Mezzogiorno, a testimonianza dell’attenzione al tema del riequilibrio territoriale. Il Piano è fortemente orientato all’inclusione di genere e al sostegno all’istruzione, alla formazione e all’occupazione dei giovani. Inoltre contribuisce a tutti i sette progetti di punta della Strategia annuale sulla crescita sostenibile dell’UE (European flagship). 

 Gli impatti ambientali indiretti sono stati valutati e la loro entità minimizzata in linea col principio del “non arrecare danni significativi” all’ambiente (“do no significant harm” – DNSH) che ispira il NGEU.

 Il Piano comprende un ambizioso progetto di riforme. Il governo intende attuare quattro importanti riforme di contesto 

– pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza. 

La riforma della pubblica amministrazione migliora la capacità amministrativa a livello centrale e locale; rafforza i processi di selezione, formazione e promozione dei dipendenti pubblici; incentiva la semplificazione e la digitalizzazione delle procedure amministrative. Si basa su una forte espansione dei servizi digitali, negli ambiti dell’identità, dell’autenticazione, della sanità e della giustizia. L’obiettivo è una marcata sburocratizzazione per ridurre i costi e i tempi che attualmente gravano su imprese e cittadini. 

La riforma della giustizia ha l’obiettivo di affrontare i nodi strutturali del processo civile e penale e rivedere l’organizzazione degli uffici giudiziari. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale, in primo grado e in appello, e si implementa definitivamente il processo telematico. Il Piano predispone inoltre interventi volti a ridurre il contenzioso tributario e i tempi della sua definizione. In materia penale, il Governo intende riformare la fase delle indagini e dell’udienza preliminare; ampliare il ricorso a riti alternativi; rendere più selettivo l’esercizio dell’azione penale e l’accesso al dibattimento; definire termini di durata dei processi. La riforma finalizzata alla razionalizzazione e semplificazione della legislazione abroga o modifica leggi e regolamenti che ostacolano eccessivamente la vita quotidiana dei cittadini, le imprese e la pubblica amministrazione. 

La riforma interviene sulle leggi in materia di pubbliche amministrazioni e di contratti pubblici, sulle norme che sono di ostacolo alla concorrenza, e sulle regole che hanno facilitato frodi o episodi corruttivi. Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza. La concorrenza non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale. La Commissione europea e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nella loro indipendenza istituzionale, svolgono un ruolo efficace nell’accertare e nel sanzionare cartelli tra imprese, abusi di posizione dominante e fusioni o acquisizioni di controllo che ostacolano sensibilmente il gioco competitivo. Il Governo s’impegna a presentare in Parlamento il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza e ad approvare norme che possano agevolare l’attività d’impresa in settori  strategici, come le reti digitali, l’energia e i porti. Il Governo si impegna inoltre a mitigare gli effetti negativi prodotti da queste misure e a rafforzare i meccanismi di regolamentazione. Quanto più si incoraggia la concorrenza, tanto più occorre rafforzare la protezione sociale.

  Il Governo ha predisposto uno schema di governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’economia. Questa struttura supervisiona l’attuazione del Piano ed è responsabile dell’invio delle richieste di pagamento alla Commissione europea, invio che è subordinato al raggiungimento degli obiettivi previsti. Accanto a questa struttura di coordinamento, agiscono strutture di valutazione e di controllo. Le amministrazioni sono invece responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme e inviano i loro rendiconti alla struttura di coordinamento centrale. Il Governo costituirà anche delle task force locali che possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro capacità di investimento e a semplificare le procedure. Il Governo stima che gli investimenti previsti nel Piano avranno un impatto significativo sulle principali variabili macroeconomiche. Nel 2026, l’anno di conclusione del Piano, il prodotto interno lordo sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto all’andamento tendenziale. Nell’ultimo triennio dell’orizzonte temporale (2024-2026), l’occupazione sarà più alta di 3,2 punti percentuali. Gli investimenti previsti nel Piano porteranno inoltre a miglioramenti marcati negli indicatori che misurano i divari regionali, l’occupazione femminile e l’occupazione giovanile. Il programma di riforme potrà ulteriormente accrescere questi impatti. 

 Il PNRR è parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l’ammodernamento del Paese. Il Governo intende aggiornare le strategie nazionali in tema di sviluppo e mobilità sostenibile; ambiente e clima; idrogeno; automotive; filiera della salute. L’Italia deve combinare immaginazione, capacità progettuale e concretezza, per consegnare alle prossime generazioni un Paese più moderno, all’interno di un’Europa più forte e solidale.

Repubblica Italiana. I cittadini ... l'uomo libero, l'uomo consapevole (5)

  Le istituzioni democratiche di cui -almeno nel mondo occidentale- godiamo sono frutto, o comunque derivati dalla Rivoluzione francese. E lo sono non tanto come conseguenza diretta. In ogni paese, da quel fine XVIII secolo, sono seguite lotte, successi e ritorni all'indietro, prima che la democrazia si affermasse un pò ovunque in Occidente.

 La Francia rivoluzionaria aveva combattuto contro un sovrano che nella sua persona cumulava tutti i poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario). Quel sovrano riteneva di essere l'unico rappresentante legittimo della nazione e negava che potesse costituirsi un ulteriore potere concorrente. Da questa situazione è venuto via via a costituirsi il primato del Parlamento come unico rappresentante del popolo e dell'unità della nazione. Da questo nuovo quadro istituzionale e' discesa l'aspirazione ad un sistema che riconoscesse libertà ed eguaglianza attraverso l'elaborazione di un diritto (=complesso di leggi) espressione diretta dei principi che erano stati posti alla base della rivoluzione.

I rivoluzionari francesi (come pure quelli americani) in quel fine Settecento sapevano bene quali fossero i diritti a cui essi aspiravano attraverso il Parlamento e fu da loro, in quanto rappresentanti del popolo, che iniziarono ad essere emanate le "leggi" , espressioni esclusive e privilegiate della "rappresentanza popolare".

Il segno più evidente e permanente dell'avvenuto cambio di regime, di abbattimento dell'ancien regime,  e' stato proprio l'attribuzione del potere di legiferare ad un organismo, il Parlamento, non più espressione delle scelte regie.

I primi provvedimenti post rivoluzionari sembrarono promettere un codice generale delle leggi che fosse semplice, chiaro e conforme allo spirito di ciò che veniva previsto nella legge fondamentale, la Costituzione. L'interesse posto dai rivoluzionari francesi ed americani possedeva radici e motivazioni filosofiche. La gran parte degli uomini di spicco della rivoluzione francese del 1789 si erano infatti forgiati con la filosofia cartesiana  e per loro i postulati razionali erano irrinunciabili.

(Segue)

domenica 20 giugno 2021

Dubbi e pandemia. Quali sono le "Scienze Esatte"? ... ... Ing. Luigi Cannella

 Spesso di sente ripetete, specialmente in questo periodo di "Pandemia" che "La Medicina non è una Scienza Esatta". 

  Ma quali sono le "Scienze Esatte"??? 

  Di "Esatto" in questo mondo esistono solo i "Modelli Matematici" e gli "Algoritmi di Calcolo" che, se applicati correttamente, possono farci pervenire a delle soluzioni "Attendibili". 

 Faccio un esempio pratico: se dovessi progettare una Struttura seguirei un "Metodo di Calcolo" consolidato dalla ricerca scientifica, dall'esperienza e  regolato dalle "Norme di Legge". Ma per quanto tale "Metodo" possa essere scrupolosamente eseguito e ripetutamente controllato esso deve necessariamente tenere conto di "Valori" (ex: resistenza dei materiali utilizzati ecct.) scelti in "Condizione di Incertezza". Mi riferisco ai cosiddetti "Fattori di Confidenza" esprimibili numericamente in funzione dei "Livelli di Conoscenza".

  Tali ultimi sono basati su giudizi "discrezionali" anche se "guidati" dalle "Normative Tecniche" di riferimento. Per fortuna oggi ci siamo finalmente liberati dai "Metodi di Calcolo Deterministici" che assicuravano "False Certezze" e utilizziamo "Metodi di Calcolo Probabilistici" la cui affidabilità di basa su una sistematica e scrupolosa "Analisi dell'Incertezza" e sulla "Valutazione del Rischio" associato al "Modello di Calcolo". 

 Solo così possiamo affermare e certificare che il risultato dei nostri calcoli può definirsi "Accettabile" e significatamente "Affidabile".

Ing. Luigi Cannella

Contessa Entellina. Quella domenica di cinquantatre anni fa

  Estratti dalla

RELAZIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE 

D'INCHIESTA SULL'ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI PER LA RICOSTRUZIONE 

E LA RIPRESA SOCIO - ECONOMICA DEI TERRITORI DELLA VALLE DEL BELICE 

COLPITI DAI TERREMOTI DEL GENNAIO 1968 

(Istituita con legge 30 marzo 1978, n. 96)  

Prima parte pubblicata Pigiare qui)   Seconda parte pubblicata (Pigiare qui)   Terza parte pubblicata (Pigiare qui)   Quarta parte pubblicata (Pigiare qui)   Quinta parte pubblicata (Pigiare qui)   Sesta parte  pubblicata (Pigiare qui)   Settima parte pubblicata (Pigiare qui)   Ottava parte pubblicata (Pigiare qui)   Nona parte pubblicata (Pigiare qui) Decima parte (Pigiare qui) Undicesima parte (Pigiare qui) Dodicesima parte (Pigiare qui) Tredicesima parte (Pigiare qui)Quattordicesima parte (Pigiare qui)Quindicesima parte (Pigiare qui)Sedicesima parte (Pigiare qui), Diciassettesima parte (Pigiare qui)Diciottesima parte (Pigiare qui), Diciannovesima parte (Pigiare qui). Ventesima parte (Pigiare qui), Ventunesima parte (Pigiare qui), Ventiduesima parte (Pigiare qui), Ventitreesima parte (Pigiare qui), Ventiquattresima parte (Pigiare qui)

CAPITOLO VII 
LA GESTIONE DEGLI APPALTI 
Premessa.  

 La Commissione d'inchiesta ha ritenuto di dover affrontare questo importante argomento procedendo innanzitutto all'espletamento di una indagine tecnica basata sulla documentazione e sulla contabilità dei lavori relativamente a tutti gli appalti gestiti dall'ISES e dall'Ispettorato generale per le zone terremotate per il trasferimento dei 14 centri più gravemente danneggiati. Enucleando quindi dalla massa dei lavori in tal modo considerati quelli che — sulla base di indicatori obiettivi — presentavano le maggiori anomalie di esecuzione, limitatamente a questi si è provveduto a far compiere alla Guardia di finanza accertamenti per verificare se analoghe anomalie fossero riscontrabili nella fase antecedente la consegna dei lavori, ed in particolare in quella di aggiudicazione degli appalti. Questa indagine, pur avendo incontrato non poche difficoltà, derivanti dal risalire i fatti in media a dieci anni addietro e dall'essere l'ISES disciolto ormai dal 1974, ha permesso di evidenziare non poche coincidenze significative. Inoltre la Commissione si è attentamente soffermata sugli appalti per la realizzazione di opere infrastrutturali in agricoltura, gestiti dai Consorzi di bonifica e dall'Ente di sviluppo agricolo su finanziamenti del Ministero dell'agricoltura e delle foreste, della Cassa per il Mezzogiorno, della Regione Siciliana. 
 Le pagine che seguono intendono dare conto delle risultanze di tutti questi accertamenti, ed esporre le conseguenti valutazioni della Comfnissione. 

La esecuzione degli appalti per il trasferimento degli abitati. 

 Si è rilevato che, al netto della revisione dei prezzi contrattuali, l'importo di liquidazione finale supera quasi sempre l'importo originale di appalto in proporzione rilevante. Su un totale di 89 appalti esaminati, esclusi quelli per indagini geognostiche, si sono considerati 76 appalti, dei quali una parte non ancora collaudata (16 relativi ad urbanizzazioni primarie e 60 relativi ad opere edilizie). Risultano tre soli casi nei quali il rapporto tra liquidazione finale e somma preventivata assume un valore pari ad uno; (Montevago - Scuola elementare, Salemi - 60 alloggi, Vita - Scuola materna) e due casi nei quali il rapporto resta inferiore all'unità (Montevago - Mercato coperto, Partanna - Orfanotrofio). 
 In tutti gli altri casi il rapporto supera, anche sensibilmente l'unità, raggiungendo punte di valori come 5,97 (Camporeale - Centro sociale) 4,55 (Gibellina - asilo nido) 3,61 (Poggioreale - Urbanizzazioni) 3,36 (Vita - Centro sanitario), e comunque mantenendosi su valori tra due a tre per gli altri lavori.   Rispetto alla somma originariamente preventivata questi aumenti sono amministrativamente regolarizzati con perizie supplettive; per alcuni lavori una sola, per altri due, tre, fino ad un massimo di sei (urbanizzazioni di Poggioreale). Non si può affermare che il ricorso alla perizia supplettiva costituisca atto anormale nella condotta delle opere pubbliche. Infatti la legge 20 marzo 1965, n. 330 prevede appunto, all'articolo 343, questa eventualità: « verificandosi il bisogno di introdurre in un progetto già in corso di eseguimento variazioni od aggiunte, ecc....» l'ingegnere «.. . ne promuove l'approvazione... presentando una perizia supplettiva». 
  È però anche vero che il regio decreto 29 maggio 1895 fissa in modo chiaro e preciso le modalità per lo studio dei progetti esecutivi delle opere da eseguirsi per conto dello Stato. L'esigenza che, prima di procedere all'appalto di un'opera, si provveda, nei dovuti modi, alla redazione di un regolare progetto esecutivo, appare evidente da tutta la normativa in vigore. È comunque da rilevare che non è infrequente il caso nel quale talune Amministrazioni intraprendono la realizzazione di alcune opere senza un regolare progetto esecutivo, rimandando ad opera già appaltata la definizione di particolari anche di una certa importanza. Tra le previsioni, che è necessario siano le più esatte possibili, vi è quella delle strutture di fondazione, le più facili ad essere sottovalutate. La circolare del Ministero dei lavori pubblici n. 3797 del 6 novembre 1967 costituisce in proposito un importante corpo di istruzioni per la progettazione, l'esecuzione ed il collaudo delle opere di fondazione. L'esame compiuto sulla documentazione in atti, e in special modo sulle relazioni dei direttori dei lavori, sui voti del Comitato tecnico amministrativo e sui provvedimenti dell'Ispettorato, ha chiaramente messo in luce che una delle cause prime dei superi di spesa (superi, come si è visto in altro capitolo, di notevole importanza) è costituita da sorprese verificatesi all'atto dell'esecuzione delle fondazioni. 
  Sorge spontaneo il quesito sulle modalità, i presupposti, le impostazioni che avevano permesso ai progettisti di quantificare, tra le opere a misura, una spesa per fondazioni dei fabbricati, per il proporzionamento delle opere di sostegno, per lo studio dei manufatti e dei corpi stradali. Infatti ad una certa distanza di tempo dall'avvenuto appalto dei lavori (e non è chiaro perchè non immediatamente all'inizio di questi), l'accertamento immancabile di sorprese circa la natura del terreno determina la necessità di effettuare nuove previsioni e di aumentare la spesa per l'esecuzione delle fondazioni. Bisogna tener presente che tali maggiori spese sono da riferirsi a voci che incidono mediamente solo per il 20-25 per cento dell'importo complessivo dei lavori edilizi.
  A fronte di una siffatta conduzione dei lavori, il Comitato tecnico amministrativo, spesso cosi tempestivo nel rifiutare alcune varianti non necessarie o nel correggere saltuariamente qualcuno dei tanti nuovi prezzi proposti, non avanza alcun rilievo, non chiede istruttorie supplettive, né i dovuti approfondimenti tecnici esecutivi. L'aumento costante nella spesa non dipende però solamente ed esclusivamente dalle nuove opere di fondazione (con relativi drenaggi ecc.). Vi sono anche variazioni di qualche rilievo nei tipi di finiture dei fabbricati e vi sono anche opere aggiunte più o meno importanti. Sulle finiture dei fabbricati peraltro non è stato possibile alla Commissione scendere in dettagli al punto di esprimere giudizi tecnici. Non si può non rilevare che emergono dalle relazioni esaminate chiari segni di mancanza di coordinamento in sede di previsione progettuale per quanto concerne le quote altimetriche delle sistemazioni dei terreni e dei piani stradali tra le opere comprese nei progetti di urbanizzazione primaria ed i singoli lotti di fabbricati, e le loro sistemazioni esterne. Ai progetti edilizi originali sono spesso aggiunte, e con successivi atti supplettivi affidate alla stessa impresa, notevoli opere di sistemazioni esterne, non originariamente previste o addirittura, come a Gibellina (appalto sistemazione comparti - impresa Parasiliti) la esecuzione di un manufatto per cavalcavia ferroviario, oppure uno scavo del volume di ben 247.000 mc. (appalto Scuola materna - impresa SIA) oppure, uno scavo di 64.238 metri cubi in roccia (Partanna, 84 alloggi - Impresa SAISEB). Allo stato della documentazione non è possibile stabilire con esattezza gli importi relativi alle singole varianti o aggiunte (in specie per le fondazioni per le quali è sempre ammessa, entro precisi limiti, una maggiore spesa). Non può comunque essere sottaciuto un altro aspetto della situazione, e cioè che l'esecuzione delle maggiori opere è sempre affidata alla stessa impresa costruttrice, titolare del primo contratto. Ciò appare logico e dovuto quando si riferisca a maggiori lavori inerenti alle fondazioni, oppure a varianti di poco rilievo relative alle finiture dei fabbricati ed alle sistemazioni esterne a questi connesse, entro limiti precedentemente ben definiti (comunque senza alcuna interferenza con le opere generali di urbanizzazione primaria, comprese in altri appalti). 
  L'affidamento alla stessa impresa appare ancora più logico, perchè più conveniente per l'Amministrazione, quando l'impresa stessa si impegna ad eseguire i nuovi lavori agli stessi prezzi e condizioni dell'appalto originale, con l'aggiunta, entro certi limiti, di alcuni nuovi prezzi. La situazione cambia quando l'impresa invece chiede, ed ottiene, una sensibile modifica del contratto con una variazione del ribasso, anzi con l'annullamento di questo e l'applicazione di un sensibile aumento per i lavori eccedenti il sesto quinto. È ben vero che nel periodo in questione i prezzi hanno subito notevoli variazioni, a partire dalla prima impennata negli anni 1971/72, ma i fatti rilevati sono tali da mettere in luce comunque una innegabile mancanza di coordinamento, una carenza di azioni di controllo nella condotta del complesso degli appalti. Un aumento del 38 per cento sui prezzi contrattuali, con l'aggiunta di ben 64 nuovi prezzi (Camporeale - Asilo nido - impresa Lipari) e alcuni altri esempi configurano, più che un ampliamento della precedente situazione contrattuale con successivi atti aggiuntivi, la conclusione di nuovi contratti secondo modalità che si avvicinano a quelle della trattativa privata. 
 Un tema da considerare è quello della fissazione, in corso d'opera, dei nuovi prezzi. Non tutti i certificati di collaudo riferiscono con diligenza sui nuovi prezzi applicati, prezzi non contenuti nell'originale contratto di appalto; né sul numero, né sull'importanza contabile degli stessi. Alcune notizie sono state quindi reperite dall'esame di stati di avanzamento o di stati finali. La materia è una tra le più delicate nell'appalto pubblico. Dalla introduzione di nuovi prezzi deriva innegabilmente una alterazione della situazione originale contrattuale, peraltro formalmente sanata dalla stipulazione di successivi atti aggiuntivi. Si tratta però, evidentemente, di procedimenti di carattere eccezionale, come è ben chiarito nel richiamo contenuto nella circolare ministeriale del Ministero dei lavori pubblici n. 2814/61 A I del 7 marzo 1959 (diramata in periodo di prezzi quasi costanti, ben diverso da quello cui l'indagine si riferisce). 
 È chiaro che, in periodo di prezzi fortemente crescenti, non è tanto facile ed immediata la formulazione di nuovi prezzi con riferimento alla data del contratto originale: questo se si intende effettuare, alla chiusura dei conti, una revisione unica dei prezzi contrattuali. A meno che non vengano effettuate tante revisioni quanti sono i contratti aggiuntivi. 
 Comunque, il numero elevato di questi nuovi prezzi (sono 86 nell'appalto Menfi - 38 alloggi - Impresa SIA, 86 nell'appalto Camporeale - Centro sociale - Impresa CESIA, 126 nell'appalto Poggioreale - Urbanizzazioni - Impresa Maniglia, ecc.) e l'incidenza degli importi relativi sul totale dei lavori appaltati, per quanto si è potuto rilevare dai pochi conti finali in atti (79 per cento per Camporeale - Centro Sociale, 50 per cento per Salemi - 68 alloggi, ecc.) rendono alquanto delicata la situazione. 
  Si può ribadire il concetto che è comunque mancata una esatta ed attenta progettazione complessiva ed altresì una diligente direzione dei lavori, come consiglia ogni buona norma amministrativa e come tassativamente prescrivono norme di legge, regolamenti e circolari in vigore. 
  Venendo ai tempi tecnici tra l'approvazione del progetto e l'inizio dei lavori si riscontra che questi tempi, in numerosi casi appaiono eccessivi rispetto alla normalità; dalla documentazione non è stato possibile dedurne le cause, pur se in certa misura esse potrebbero forse essere collegate a ritardi di finanziamento. 
 Citiamo alcuni casi significativi: 
— a Calatafimi: per le indagini geognostiche 17 mesi 
— a Camporeale: cunettone pedemontano 9 mesi centro sociale 9 mesi asilo nido, ecc 14 mesi
— a Contessa Entellina: 80 alloggi 24 mesi 
— a Gibellina: urbanizzazione comparti 9 mesi 54 alloggi 8 mesi asilo nido 9 mesi cimitero 9 mesi 
— a Menfi: servizi cimiteriali 17 mesi 
— a Montevago: mercato coperto 9 mesi mattatoio 11 mesi asilo e scuola materna 19 mesi 
— a Partanna: Centro sociale 9 mesi asilo nido 16 mesi 44 alloggi 11 mesi 
— a Poggioreale: Centro sanitario 14 mesi 114 alloggi 9 mesi 
— a Salaparuta: 60 alloggi 15 mesi 
— a Sambuca di Sicilia: asilo nido 17 mesi 
— Santa Margherita Belice: 72 alloggi 12 mesi 
— a Santa Ninfa: urbanizzazioni . . . . 10 mesi 14 alloggi 10 mesi 
— a Vita: Centro sanitario 12 mesi asilo nido 14 mesi mercato coperto 11 mesi 

  In condizioni normali questi tempi tecnici sono dell'ordine di 3/4 mesi. Quanto ai tempi di esecuzione, la relazione tra quelli fissati dal tratto originale di appalto ed il termine dei lavori, espressa come rapporto, pone in luce come anche essi abbiano subito rilevanti aumenti. In soli sette casi, su settantadue, tale valore è inferiore al doppio; negli altri casi questo valore viene abbondantemente superato raggiungendosi punte che oltrepassano le cinque volte. 
  A questo risultato si è giunti per il concorrere di vari motivi: 
— proroghe contrattuali in coincidenza con la stipulazione di atti aggiuntivi; 
— proroghe richieste dall'impresa e concesse, con tutte le dovute approvazioni, dalla stazione appaltante; 
— sospensioni dei lavori dovute a varie cause oltre agli eventi meteorologici, come indisponibilità delle aree, studio di varianti, ecc. 
  Si può dire che, in via formale, i tempi così prorogati sono stati rispettati, salvo pochissime eccezioni. La questione ha seri risvolti economici in periodo di prezzi crescenti, data la situazione contrattuale che prevede l'integrale riconoscimento a mezzo della revisione dei prezzi dei maggiori oneri incontrati dall'impresa: si è riscontrato che i tempi impiegati a parità di importo sono sempre risultati superiori a quelli previsti in contratto, fino ad un massimo di tre volte e mezzo. 
Si può rilevare che nelle relazioni dei direttori dei lavori relative alle opere aggiuntive, che contengono anche i nuovi tempi concessi a causa dell'aumento dei lavori e quelli ammessi su richiesta dell'impresa, non si riscontra mai alcun accenno allo stato reale di avanzamento degli stessi come sarebbe logico e. dovuto. Non sembra poi inutile ricordare che la questione delle proroghe, già in situazione di prezzi quasi costanti era stata chiaramente inquadrata, soprattutto agli effetti dei maggiori oneri derivanti all'Amministrazione dalla concessione della revisione dei prezzi stessi, con la circolare citata del 7 marzo 1959. Si richiamava in sostanza il carattere eccezionale della concessione di proroghe e la necessità di « ben motivata giustificazione ». 
 Così dicasi per le sospensioni dei lavori. Si può affermare, concludendo, che l'esame compiuto ha portato a riscontrare una innegabile larghezza nella concessione delle proroghe; larghezza che naturalmente ha avuto, ed ha, effetto di rilievo sul calcolo delle somme dovute per revisione dei prezzi. A proposito di quest'ultima si deve rilevare come degli appalti esaminati, nel momento in cui questa relazione è stata redatta, 31 non risultino essersi ancora conclusi con il collaudo delle opere. Ciò non ha reso possibile un calcolo ed una valutazione complessiva dell'incidenza della revisione dei prezzi, revisione che pur essendo legata a parametri automatici, ha comportato e comporterà un rilevante aumento degli importi, in diversi casi raddoppiando le somme dovute dall'Amministrazione in base agli stati finali dei lavori. Ad integrazione e supporto di quanto si è andati esponendo, nelle pagine che seguono sono state riportate le schede analitiche relative agli 89 appalti presi in esame dalla Commissione. 
 Allo scopo di fornire indicazioni più dettagliate per il fondamentale settore dell'edilizia residenziale a totale carico dello Stato, a tali schede è stata poi aggiunta una tabella riassuntiva dei costi medi espressi per unità-alloggio.
Segue 173

Grandi maestri

 L'inquietudine

Molte coscienze inquiete sono oggi in crisi, in una crisi dolorosa, perché per esse i partiti non hanno rispettato la verità, non hanno avuto tolleranza e hanno in qualche modo tradito gli stessi ideali dai quali erano nati.

Sandro Pertini

politico, giornalista e partigiano

1896-1990