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sabato 6 novembre 2010

Caro Sindaco, ti scrivo per ... ...,

  Caro Sindaco, ti scrivo ..., sarà una pagina settimanale del Blog i cui promotori, i cui stimolatori, saranno i cittadini.
Saranno i cittadini di un quartiere che ci segnaleranno le carenze, le disfunzioni ed i disservizi;
saranno i cittadini-contribuenti che ci segnaleranno sciupii e danni alla cosa pubblica;
saranno i cittadini-utenti che non si vedono garantiti i servizi pubblici loro dovuti;
saranno i cittadini che hanno qualcosa da dire alla Pubblica Amministrazione.
  L'idea è scaturita dalla raccolta di segnalazioni che abbiamo fatto la settimana scorsa e che avevano avuto origine dal social-network Facebook per denunciare alcune delle cose che non vanno sul nostro territorio comunale.
Questa settimana ci soffermeremo su:    Spiazzo Greco-Canale-Biveri
Le segnalazione di questa settimana provengono appunto dai residenti nel quartiere Spiazzo Greco-Canale-Biveri.
Si evidenzia che l'igiene pubblica, l'incolumità degli automobilisti e l'immagine del nostro paese non sono tutelate.
  Andiamo con ordine.

Gradinata di Spiazzo Greco
A) La gradinata sta per diventare un prato di erba compatta. Se non interviene il Comune ad estirpare l'erba, siamo certi che, prima o dopo vedremo un grege di pecore o delle capre che potranno tranquillamente pascolare l'erbetta sempre più diffusa e fresca.

Muro Comunale che accompagna la Via San Nicolò dopo 'Canale'
B) Il muro offre uno spettacolo di vero abbandono. Le erbe non costituiscono un decoro di arredo urbano ma manifestazione di incuria prolungata.

Strada antistante il bevaio "Canale"
C) Attraversare la strada antistante il bevaio è pericoloso perchè, essendo probabilmente otturato il tombino di deflusso dell'acqua, si è realizzato uno strato di fanchiglia-sapone scivolosa. Prima o dopo qualcuno nell'attraversare scivolerà.


Strada di collegamento fra "Canale" e "Biveri"

D) E' una strada urbana anche se periferica, eppure sembra al di fuori dall'interesse degli Amministratori. Chi per avventura venendo da fuori, dopo aver visitato la Chiesa SS. Annunziata, voglia far un giretto tutto attorno si farà immediatamente una idea dei gestori della cosa pubblica locale.

La voragine già segnalata -sulla strada adiacente "Biveri"
E) La voragine sta sempre lì. Le settimane passano ... e purtroppo lungo la strada adiacente la villetta Biveri passano anche parecchi autoveicoli. La segnaletica non è delle più idonee e ... prima o dopo qualcuno finirà dentro.

venerdì 5 novembre 2010

Commentando gli atti del II° Sinodo di Grottaferrata (2)

(2)
Tentare di commentare gli atti del II Sinodo di Grottaferrata svoltosi fra le rappresentanze ecclesiali e laiche delle tre realtà bizantine d’Italia non è per noi cosa facile. Essendoci tuttavia proposti con questo Blog di scandagliare le realtà socio-culturali in cui sono immersi i paesi arbëresh di Sicilia, procederemo lungo un sentiero che riteniamo aperto a tutti i correttivi ed apporti di chi ha più titoli su questo campo. Il nostro commento sarà di volta in volta ora mirato ad un canone ed ora mirato ad un concetto.

Nelle premesse (prologo) del volume che raccoglie sia gli orientamenti pastorali che la disciplina canonica ciò che balza alla nostra attenzione è un relativo frequente ricorso alla “Trinità” (art. 7 – Con la creazione dell’uomo, l’opera creatrice della Santa Trinità raggiunge il suo culmine. …). E’ una frequenza relativa perché è verosimile che gli estensori dell’elaborato siano stati personaggi dalla cultura “romano-latina”. Nel mondo latino si fà più ricorso alla dizione "Dio", che a quella di "Trinità" infatti.
Dio per tutti i cristiani è uno, ma è anche trino. Esiste un solo Dio perche' esiste un solo Padre, è la spiegazione della Chiesa bizantina. Esiste un solo Dio perché esiste una sola sostanza divina è la spiegazione della Chiesa romana.
L'Occidente dice che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio, le Chiese cattoliche orientali dicono che lo Spirito procede dal solo Padre. Sembrano due concezioni diverse di Fede, ed invece sono perfettamente conciliabili, anche se bisogna aggiungere che la Chiesa d’Occidente ha cambiato la formulazione all'inizio del secondo millennio, sulla spinta della Chiesa dei Franchi.
Perché sono compatibili le due formulazioni ?
Ci addentriamo su un terreno specialistico (purtroppo filosofico-speculativo, rispetto alla semplicità di fede dei primi cristiano-giudaici), ma ci proviamo.
E’ noto che molti punti fermi del Cristianesimo, ossia quei punti immutabili per ogni tempo, sono stati proclamati in seguito ai primi sette concili ecumenici (comuni a cattolico-romani ed a ortodossi-orientali) svoltisi dal 325 al secolo IX d.c. e pertanto con una certa lontananza dall'annunzio del Nuovo Testamento, anche se ad esso aderenti.
Nei dogmi della Chiesa -ancora indivisa- si è asserito che Cristo abbia avuto due nascite, la prima eterna (prima di tutti i secoli), la seconda in un punto particolare del tempo da Maria Vergine, o come in altri termini si dice “che il Logos, il Verbo, si è incarnato in un certo momento della storia ma era preesistente a quel momento”, allo stesso modo si sancì una netta distinzione tra la processione eterna del Santo Spirito (le relazioni che esistono dall'eternita' all'interno della Trinità: Padre, Figlio, Santo Spirito), e la missione temporale, l'invio dello Spirito nel mondo.
Le Chiese orientali, sia cattoliche che ortodosse, si basano su Giovanni 15,26, dove Cristo dice: 'Quando verra' il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verita' che procede dal Padre, egli mi rendera testimonianza'. Cristo invia quindi lo Spirito, ma lo Spirito procede dal Padre.
Abbiamo preso spunto da un rigo letto sugli atti del II Sinodo di Grottaferrata, ma abbiamo in realtà trattato di un tema “immenso”, su cui sono state scritte miliardi di pagine e milioni di volumi. La Santa Trinità è stata oggetto di più concili ecumenici ed occasione anche di lotte, eresie e guerre all’interno del mondo Cristiano.
Ci siamo permessi di inoltrarci su questo terreno solo perché il 13.09.1995 L’Osservatore Romano, organo della Santa Sede, ha riconosciuto la perfetta conciliabilità delle due formulazioni, ammettendo che è stata la chiesa Romana a modificare il testo originario uscito dal Concilio ecumenico del 381, e che tale modifica fu operata a decorrere dall’anno 1014. La Chiesa Romana, pur ammettendo che il testo originale è quello greco, uscito dal Concilio di Nicea-Costantinopoli, definisce "tradizione particolare liturgica" quella affermatasi nell'ultimo millennio nella chiesa latina
Riportiamo la chiarificazione voluta da Giovanni Paolo II e pubblicata dopo un incontro con Bartolomeo I su L'Osservatore Romano.
"La chiesa cattolica interpreta il Filioque in riferimento al valore conciliare ed ecumenico, normativo e irrevocabile della confessione di fede sull'origine eterna dello Spirito Santo così come l'ha definita nel 381 il concilio ecumenico di Costantinopoli nel suo simbolo".
Adempiendo alla richiesta formulata dal papa il 29 giugno nell'omelia alla presenza del patriarca ecumenico Bartolomeo I (cfr. Regno-att. 14,1995,393-396; Regno-doc. 15,1995,463), il Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani chiarisce il Filioque, la clausola che si trova nella versione liturgica latina del Credo niceno in uso in Occidente dal 1014, secondo cui lo Spirito Santo procede "dal Padre e dal Figlio".
Ribadita la fede nel Padre come "unica fonte e del Figlio e dello Spirito", la chiarificazione, intitolata Le tradizioni greca e latina a riguardo della processione dello Spirito Santo, identifica la clausola come "tradizione liturgica particolare" in sé legittima e tale da non scalfire "l'identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato" (CCC 248).

Il Governatore che è stato sostenuto dal centro-destra e dal centro-sinistra è nei guai - Alla prossima tornata elettorale chi si presenterà come "ALTERNATIVA" ?

dal sito di La Repubblica
Le carte dei pm sul presidente


"Lombardo frequentava i boss" I magistrati della Dda di Catania ritengono "provati" i rapporti di Raffaele ed Angelo Lombardo con i boss delle cosche catanesi. Lo scrivono nelle 583 pagine di richiesta di arresto per gli altri politici coinvolti nell'inchiesta che vede indagato il governatore. Nelle carte gli incontri notturni di Raffaele Lombardo a casa dei capimafia
dai nostri inviati FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI

Raffaele Lombardo
CATANIA - Eccole tutte le carte che accusano Raffaele Lombardo. Ecco le 583 pagine di richiesta di misure cautelari nei confronti di politici e imprenditori che il 31 luglio scorso la Dda di Catania ha presentato al gip Luigi Barone. Un documento riservato, filtrato dal riserbo della Procura, nel quale i sostituti procuratori Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, Agata Santonocito, Iole Boscarino, con il "visto, con assenso" del procuratore Vincenzo D'Agata mettono per iscritto di ritenere "provata, in punto di fatto, l'esistenza di risalenti rapporti - diretti e indiretti - degli esponenti di Cosa nostra della provincia di Catania con Raffaele Lombardo e con Angelo Lombardo".
Rapporti già emersi nella vecchia inchiesta precedentemente archiviata nei confronti del governatore e proseguiti fin dopo la sua elezione alla presidenza della Regione. Rapporto "con soggetti di sicura caratura criminale - si legge nella richiesta dei pm - non occasionale né marginale ma cospicuo, diretto e continuativo grazie al quale l'uomo politico poteva avvalersi del costante e consistente appoggio elettorale della criminalità organizzata di stampo mafioso a lui vicina".
Incontri con i boss, finanziamenti pubblici convogliati nelle casse della mafia, favori in cambio di voti ma anche di sostegno economico alle campagne elettorali. Sono venti anni di rapporti quelli condensati negli atti della Procura di Catania che si spinge fino ai giorni nostri nell'analisi della condotta del presidente della Regione.
I rapporti con il boss Rosario Di Dio - "Le intercettazioni - si legge nella richiesta dei pm - hanno dimostrato l'esistenza di rapporti diretti di Rosario Di Dio, esponente di primissimo piano della famiglia Santapaola - e Raffaele Lombardo".
E' il 26 maggio 2009, quando le cimici registrano una conversazione tra Di Dio e Salvo Politino al quale il boss racconta di una visita di Bartolo Pellegrino (omonimo dell'ex deputato regionale), assessore all'Agricoltura alla Provincia, "uomo di Raffaele Lombardo". E alla richiesta di voti per Lombardo, Di Dio risponde così: "È inutile che viene per cercare voti, perché voti non ce n'è per Raffaele... bello chiaro... quello che ho fatto io quando lui è salito per la prima volta lì, neanche se viene il Padreterno troverà più queste persone e siccome io ho rischiato la vita e la galera per lui e le cazzate che ha fatto lui... vuol dire che tu sei munnizza... da me all'una e mezza di notte è venuto ed è stato due ore e mezza, qua da me, dall'una e mezza alle quattro di mattina... si è mangiato sette sigarette".
Per tre settimane Lombardo avrebbe mandato il suo "massaro" dal boss con "tre buste piene di fac-simile", ricevendo da Di Dio un biglietto di risposta: "Caro Raffaele, è inutile che mi mandi le buste, pensa a dargli lo stipendio al massaro che ha due anni che non glielo dai"". Parole ribadite in una successiva intercettazione con il medico Salvatore Astuti, che ascoltato mercoledì in Procura, ha confermato l'accaduto. Affermazioni, quelle del boss, che i pm ritengono "riscontrate per intero" e che così commentano: "Lombardo risulta essere da tempo in rapporti di amicizia e di reciproci interessi con Di Dio. Egli recandosi nottetempo a casa dell'amico mafioso per chiedere il suo appoggio elettorale sapeva che una richiesta di voto proveniente da un soggetto dotato di indiscusso prestigio criminale non poteva essere tanto facilmente disattesa... la circostanza che l'incontro si sia svolto dall'una e mezza alle quattro di notte può spiegarsi soltanto con la consapevolezza che i fratelli Lombardo avevano di recarsi a casa di un mafioso".
La festa per l'elezione di Angelo Lombardo - Il 4 maggio 2008 si festeggia a casa del geologo Giovanni Barbagallo, il trait d'union tra i Lombardo e i boss Di Dio e Aiello. E il neoeletto deputato nazionale viene filmato dai carabinieri mentre entra ed esce dalla tenuta in cui si tiene una riunione che i pm paragonano "a quella celebre di Appalachin con la partecipazione del gotha della mafia nordamericana del tempo".
A braccetto con Basilotta - Ed è proprio dalle conversazioni tra Barbagallo e Aiello che i magistrati hanno contezza di un altro rapporto "pericoloso" del governatore, quello con l'imprenditore inquisito per mafia Vincenzo Basilotta. Siamo a giungo 2008 e "Basilotta era con il vestito a braccetto di Raffaele". "Un connubio assolutamente inusuale quanto biasimevole - scrivono i pm - tra l'uomo istituzionalmente più rappresentativo della Sicilia ed il facoltoso ma penalmente censurato imprenditore edile vestito a festa".
I soldi della mafia per la campagna elettorale di Lombardo - 1 giugno 2008, sono ancora Barbagallo e Aiello che parlano e il boss rivela come la campagna elettorale per la presidenza della Regione sia stata finanziata dalle cosche con i soldi dell'estorsione per il costruendo centro commerciale del Pigno. "Gli ho dato i soldi nostri! Del Pigno... gli ho dato a lui per la campagna elettorale... i soldi che l'impresa". Scrivono i pm: "Si tratta della più grave acquisizione investigativa che descrive il dato nudo e crudo della avvenuta consegna a Lombardo di una somma di denaro destinata al finanziamento della sua campagna elettorale disposto dal capo della più forte organizzazione mafiosa operante nella provincia di Catania".
Dopo l'elezione a governatore - Da neo presidente Lombardo chiude le porte ai vecchi amici. E i mafiosi non la prendono bene. "Con Raffaele ora non si può parlare più... intanto è stato eletto... non ci si può parlare! Con Angelo ancora ancora ma con Raffaele... ma li ha voluti i voti, li ha voluti... quando cercava i voti però si metteva... ". Della conversazione a più voci tra Giovanni Barbagallo ed altri mafiosi i pm danno questa interpretazione: "Dopo l'elezione di Raffaele Lombardo alla guida del governo regionale i rapporti con l'organizzazione criminale continuava a far capo ancora a Raffaele Lombardo per il tramite operativo del fratello Angelo.
Il ruolo di Angelo Lombardo è dunque quello di incaricato della gestione di affari che interessavano in vario modo il gruppo criminale e che chiamavano in causa e postulavano l'esercizio dei poteri decisionali spettanti al fratello Raffaele. A partire dall'elezione di Lombardo alla presidenza della Regione il referente politico dell'organizzazione criminale Santapaola diviene formalmente Angelo Lombardo".
I magistrati in giunta - "Ma che gli ha messo a due della Dda in giunta?". L'ingresso nel primo governo Lombardo di due magistrati venne così commentato dal boss Vincenzo Aiello al quale Barbagallo spiegava: " Sta cercando di fare le coperture".
E i pm sottolineano: "Le acquisizioni investigative operate nel corso della presente indagine dimostrano che la decisione di Lombardo (di inserire magistrati in giunta, ndr) era, in effetti, frutto di una strategia che mirava a disegnare la figura del nuovo presidente della Regione come di un politico che non solo non intratteneva rapporti di contiguità con ambienti del malaffare politico-mafioso ma che, anzi, combatteva con forza il tentacolare mondo del crimine organizzato fino al punto da inserire nella giunta regionale, per la prima volta nella storia del parlamento siciliano, due magistrati - Massimo Russo e Giovanni Ilarda - e di presentarsi all'opinione pubblica come soggetto politico che, godendo della fiducia di due autorevoli e noti magistrati siciliani, non era per ciò stesso sospettabile di contiguità alcuna con soggetti o settori del crimine organizzato".
Ventidue milioni di euro della Regione alle cosche - Da Lombardo i mafiosi volevano soldi e appalti. "La mafia - scrivono i pm - non supportava Lombardo per ragioni ideali ma operava per ottenere quale contropartita la possibilità di controllare appalti pubblici finanziati e gestiti dalla Regione o alimentati da risorse statali o comunitarie". E di soldi pubblici nelle casse delle cosche catanesi ne sarebbero entrati e non pochi a giudicare dalle parole di Barbagallo che al boss Vincenzo Aiello fa così i conti: "Perché io Enzo per quello che ho potuto fare 22 milioni di euro li ho fatti arrivare".

Cristiani ed Islamici del Medio Oriente - Un mondo che cambia

La fuga e la vendetta di Marella
di Paolo Borgia


Marella serve ai tavoli di “Le dolci notti d’oriente”. Un sontuoso ristorante etnico mediorientale situato alla estrema periferia della multietnica Londra. E’ ricavato da un antico casale ristrutturato, circondato da un ampio giardino alberato, arricchito da fontane con giochi di luci e zampilli e da verande dove si allestiscono anche banchetti matrimoniali e per ricorrenze varie. C’è l’orchestrina, un trio formato da un liuto a cinque corde, un tamburello e una tastiera elettronica, che riempie il locale di suoni e canti arabi, allietando i commensali, che oltre al cibo per il corpo ricevono anche nutrimento per l’anima da splendide ballerine esperte nella danza del ventre.
Marella serve ai tavoli, vestita con una uniforme semplice e pratica, come richiede la sua attività. L’unico arricchimento per i suoi occhi azzurri è un fazzoletto piratesco ornato da monetine dorate a far da frangetta. Certo i commensali non possono apprezzare quella altera bellezza femminile per lo sproporzionato confronto con la nuda bellezza delle ballerine, che in una serata cambiano almeno quattro volte i loro succinti costumi di scena.
Il cuore damasceno di Marella batte per Giorgio: suo concittadino, che fa il cuoco nello stesso locale londinese. Il loro amore alleggerisce la fatica del lavoro e nutre la speranza di costruire un vita insieme. Resta loro da superare un problema. Giorgio è di famiglia musulmana ma non ha mai praticato quella fede; Marella, cristiana ortodossa melchita.
Passano giorni, qualche mese, alla fine Giorgio decide di abbracciare la fede di Marella. Iniziano i contatti telefonici con le famiglie e con il parroco di lei, Abbuna Bula (Padre Paolo); un parroco, che molto tempo prima mi aveva confermato che alla sua canonica a Damasco solo una volta o due all’anno capita che bussi un musulmano. Perché forse la paura della condanna da parte della propria confraternita religiosa vince la voglia di parlarsi: come se si trattasse di incontri tra marziani e venusiani.
Tutto viene deciso. Anche la data. Per le prossime ferie i due torneranno al loro Paese, solo che a causa dei turni di lavoro Giorgio potrà partire solo due giorni dopo Marella.
La ragazza come arriva a casa scopre che si era trattato di un tranello tesole dalla sua famiglia, che di fatto la tiene sequestrata. Perché lì ancora oggi i matrimoni li decidono le famiglie, compresa la scelta del coniuge. Marella riesce alla fine a fuggire… e battesimo, cresima e matrimonio saranno celebrati senza la famiglia di lei ormai diseredata.
Intanto anche Gilè, suo cugino, era sceso per le ferie a casa e per il matrimonio di Marella. Non ci voleva tornare a casa. Proprio perché temeva che tutto fosse stato preparato anche per il suo matrimonio. Me lo aveva confessato tempo prima nella sua pizzeria, avviata con la sovvenzione familiare, ed era per questo motivo che mancava da casa da parecchi anni.
E così accade! Cede, infine, alla volontà della famiglia e si sposa, anche se mal volentieri.
Al suo rinfresco ci sono tutti quelli della sua famiglia, che sono anche la famiglia di Marella.
E, non invitati, ci vanno anche Marella e suo marito Giorgio. Quando entrano nel luogo del festeggiamento tutti i familiari si alzano e se ne vanno via: la festa è stata rovinata.
Ora la moglie di Gilè vive a Damasco, da sola. Vedova bianca, vittima di anacronistiche gerarchie culturali che certamente non concernono l’ambito religioso.
Gilè continua ad impastare e infornare pizze nella multietnica Londra… e certo non è mai solo.
Giorgio e Marella lavorano ancora insieme e non sono mai soli nelle loro mille e una notte. Quelle che l’amore sa far diventare giorni lunghi [=felici].
Intanto il mondo cambia.
Il Presidente della Repubblica Siriana (elamita) modifica la legge ereditaria, concedendo la parità tra uomini e donne ma soltanto ai cristiani.
Paolo Borgia

(J)ikja dhe ahu e Mareles
di Paolo Borgia


Marelja bën shërbim te tryezat e “Të ëmbëlavet net natollìe”. Një shumë i stolisur restorant etnik i Lindjes së Mesme, vendosur te periferia e llargme të shumë-etnikes Londrë. Është nxjerrë nga një e lashtë sh(të)pi bujku e ristrukturuame, rrethuar nga një park plot me bimje hjeje, qosur nga korita me lozje drite e me currila e pra nga shatorre të qelqta, ku shtrohen gostì dasmash e për tjera festa. Ka orkestrina, një trio bërë me një lahutë pesë telash, një dajre e një tastierë elektronike, çë mbush sallën me tinguj e këndime arabe, tue gëzuar gostarët, të cilët veç të ngrënit për kurmin marrin ushqim për shpirtin nga balerine të shkëlqyeme esperte te vallja e barkut.
Marelja bën shërbim te tryezat, veshur me një uniformë të thjeshtë dhe praktike, si lyp puna e saj. E vetmja stolì për sytë e saj të kaltër është një skamandil lidhur mbi krye si kusarët dhe qosur me monedhëza të arta vënë në rresht si balluke. Sigurisht gostarët ngë m(ë)un’ të vlerësojnë atë krenare bukurì femërore për shkak të krahazimit të pabarabartë me bukurinë e xh(zhv)eshur të balerinavet, çë te një mbrëmje ndërrojnë të paktën katër herë të tyret kostume skene të zvogëluame.
Zëmra damashene e Mareles rrah për Gjergjin: bashkëqytetar të saj, çë bën kuzhinierin tek i njëjti lokal i Londrës. Dashuria e tyre lehtëson lodhjen e punës dhe ushqen sprënxën (shpresën) të stisin një jetë të dy bashkë. Vjetet (mbetet) atyre të zglidhin një problem. Gjergji vjen nga një familje myslimane por atë besë ai ngë e ka praktikuar kurrë; Marelja ë’ e krishtere ortodokse melkite.
Shkojnë ditë, ndonjë muaj, në funt Gjergji vendos të llorosë (marrë) besën e Mareles. Zënë fill ndërlidhjet telefonike me familjet e me famullitarin e saj, Abuna Bula (Papa’Luci); një famullitar, çë shumë qërò më parë më kish vërtetuar se te dera e famullìsë së tij në Damask vetëm një herë o dy në vit ndodhet të trokasë një mysliman. Pse thomse dre(o)ja e dënimit nga ana e vëllazërisë fetare e vet mun’ (fiton) vullnesën për t’u llafosur: sikur të bëhej fjalë për takime ndër marsianë e venusianë.
Çdo gjë është vendosur. Edhe dita e kurorës (martesës së krishterë). Atà për pushimet të ardhshme do të kthehen te Vendi i tyre, vetëm se për shkak të turnit (ndërresës) të punës Gjergji do të niset vetëm dy ditë më vonë se Marelja.
Vajza si arrin te qyteti i saj zbulon se bëhet fjalë për një kurth (pajìdhe,lak) ngrehur asaj nga familja, e cila de fakto e mban mbyllur në sh(të)pi. Pse atjè edhe sot martesat i vendosin familjet, përfshirë zgledhja e burrit dhe të gruas. Marelja në funt ia bën të (j)ikë… dhe pagëzim, krezmim e kurorë do të kremtohen pa familjen e saj; nanimë ajò ë’ e përjashtuar nga trashëgimìa.
Ndërkaq edhe Xhileku, kushëriu(ri) i saj, ish kthyer në shpi për pushimet e për kurorën e Mareles. Ngë dejë (donte) t’i kthehej te shpia. Pikërisht pse kish dre se gjithqish të ish gatuar edhe për kurorën e tij. M’e kish rrëfyer ca qërò më parë te piceria e tij, hapur me ndihmën familjare në të hollat, dhe ish për këtë arsye çë lipsej (mungojë) çëkur nga shpia.
E kështu ndodhet! Ai, në funt, e lë të shkojë vullimin e familjes dhe martohet, edhe nëse pa ëndë. Te freshkimi ka gjithë gjiria e tij, çë është edhe gjiria e Mareles.
E, pa klënë ftuar, i venë edhe Marelja dhe i shoqi i saj, Gjergji. Kur atà dy hyjnë te vendi i festimit, gjithë gjiria ngrë(i)het shtuara, merr këmbët e vete: festa është e shkatarruar.
Nani e shoqja e Xhilekut rron në Damask, vetëm. E ve e bardhë, viktimë të hjerarkive anakronike kulturore çë ngë i përkasin rrethit fetar.
Xhileku vazhdon të ngjeshë miell e brumë të ngridhur dhe të pjekë pice te furri te shumë-etnika Londra… dhe sigurisht ngë ë’ kurrë vetëm.
Gjiergji e Marelja punojnë edhe bashkë e ngë janë vetëm te mijat e një natë të tyre. Ato çë dashuria ia bën të bëhen ditë të glata [=lumtura].
Ndërkaq bota ndërron.
Presidenti i Republikës Arabe Siriane (elamit) i bën ndryshime ligjës(it) trashëgimore tue i dhënë barazinë ndër burrat e gratë por vetëm të krishterëvet.
Paolo Borgia

La crisi italiana: i tanti cervelli politici sul mercato attaccano Berlusconi. La verità è che alla fine è lui a dettare l'agenda politica

La settimana di attualità politica
Il lavoro che non c’è……
di Nicola Graffagnini

Tanti cervelli a sinistra, tutti privi di un programma
Avevo scritto le note che seguono la settimana scorsa, precisamente Domenica 24 Ottobre ma Le avevo dimenticate sotto altre carte e libri sul mio tavolo. Questa mattina le ho ritrovate e mi sono chiesto: - ma che cosa è cambiato in quest’altra settimana che è seguita ? Forse solo un mix di parole su un altro argomento più leggero e pruriginoso e nessuno che riesce a rimettere al centro il lavoro che non c’è ….!
Domenica scorsa 24 Ottobre, iniziavo così un breve scritto: -…. E tre o quattro … ecco il nuovo terzo o quarto Polo che si affaccia a Napoli, ove la Fondazione di Montezemolo, Presidente della rossa Ferrari scioglie la riserva e si dichiara disponibile a concorrere e indicare propri candidati per le prossime amministrative …..e poi chissà?
Domenica si è concluso il Congresso di “sinistra ecologia”, Vendola è stato eletto Presidente dal Congresso e si è nuovamente candidato alle eventuali primarie del centrosinistra in caso di elezioni anticipate e Marcegaglia Presidente della Confindustria sembra volergli dare la volata con alcune dichiarazioni di apprezzamento.
Rovati, uno dei 45 padri fondatori del PD in televisione con Renzi, Sindaco di Firenze, a stretto giro di posta replica a Vendola e puntualizza che alle eventuali primarie Bersani parteciperà come Segretario eletto dalle primarie del PD.
Renzi di contro insiste sulle sue tematiche di svecchiamento (dice lui di rottamazione …) della vecchia classe dirigente del PD e ribadisce che non è possibile vedere dopo vent’anni sempre le stesse facce che hanno sbagliato al comando, per continuare a sbagliare e a non fare autocritica, per questo ha convocato a Firenze 1000 delegati sotto i quarant’anni per Domenica prossima 7 Novembre. Staremo a vedere.
Le due fondazioni di Fini e D’Alema, tanto per parlare d’altro hanno dibattuto insieme per 2 giorni….: ”il futuro d’Italia” e già ….il quotidiano Repubblica di Lunedì 25 Ottobre titola in prima pagina : “ il PD pronto ad un governo con UDC e Finiani….”.
Da sedici anni tutti contro Berlusconi,
ma tutti a seguire l'agenda di Berlusconi
E’ d’accordo Franceschini che da Cortona, in provincia di Arezzo, già al secondo incontro autogestito, manda a dire a Fioroni e 75 altri firmatari della lettera di Veltroni che ormai nel PD si può andare solo “avanti”, scegliendo la via della “contaminazione” tra il portato degli ideali dei militanti che deve essere la cultura di fondo del PD e parla di una alleanza a difesa della Costituzione che non prevede “un uomo solo al comando”…….
Sembra un quadro politico in grande movimento e di contro a specchio si può non rilevare l’immobilità del campo azzurro ove il grande capo, attende sotto la tenda lo schieramento dei suoi eserciti per fare l’ennesima conta parlamentare ….mentre la Presidente della Commissione Giustizia della camera, Bongiorno si dichiara contraria alla reiterazione del lodo Alfano per le alte cariche e sulla questione e quasi tutte le forze politiche di opposizione si pronunciano negativamente a partire da Bersani che promette le barricate e poi la campagna porta a porta, mentre Di Pietro insiste che il Referendum eventuale è stato lui a proporlo per primo.
Come si può notare ancora una volta, nulla sembra essere rimasto nel dibattito politico della grande manifestazione a Roma della FIOM CGIL, richiamata e ricordata solo da alcuni delegati operai Fiat al Congresso di Vendola.
Per finire, l’intervista di Marchionne a Fazio, sembra proprio rispondere al vuoto pneumatico dell’uno e dell’altro campo, perché l’AD di Fiat dichiara che dalla lettura quotidiana dei giornali non si evince che un insieme di parole fumose….. , tutti parlano di tutto…. , magari senza averne la competenza, e sembra rispondere anche a quanti nel sindacato ancora non fanno i conti con l’emergenza della globalizzazione che da 10 anni ha sparigliato le stesse grandi industrie di auto mondiali, moltiplicando la concorrenza e alzando i livelli di qualità dell’offerta.
Chi si ricorda più del caso Mitsubishi che lanciò le proprie vetture in Europa prima con 3 e poi con 5 anni di garanzia totale, costringendo la Fiat a mettere in cantiere in tutta fretta, il piano per la “qualità totale” che riuscì a portare la garanzia prima a due e poi a tre anni.
Ma la verità ancora una volta ci arriva dalla storia, gli studi sulla strategia aziendale della ”qualità totale” al Giappone ….li portarono i manager americani inviati per aiutarli nella ricostruzione post bellica e finì poi che l’allievo superò il maestro……
Né più e nè meno di ciò che sta succedendo alla casa Europa invasa dai beni di consumo prodotti in India e in Cina, a partire dai telefonini per arrivare ai televisori a schermo piatto, è notorio che l’Italia una delle nazioni più fornite di telefonini del mondo non ospita una sola fabbrica costruttrice …e che le fabbriche di televisori non hanno intuito in tempo l’avvento della tecnologia dello schermo piatto. In USA scatta un embargo dei prodotti importati, al di sopra di un tetto merceologico la fabbrica deve ultimare le lavorazioni in USA ….. con i nostri 100 milioni di telefonini importati dovremmo avere almeno 5 o 6 fabbriche di telefonini ….. sul territorio nazionale.
A fronte dei problemi immensi del lavoro che non c’è o che si fa ancor più problematico, le forze politiche si dilettano ancora una volta a fare pressing sul Presidente del Consiglio e sui suoi vizi privati, seguendo come al solito l’agenda di lavoro sua e non quella dei bisogni del paese ….. ancora una volta …..nell’attesa di una ennesima vicenda rosa e giudiziaria dai tempi lunghi giocata tra la Prefettura e la Procura di Milano .. staremo a vedere .. forse una pagina di giornale già vista ….. …
Nicola Graffagnini

giovedì 4 novembre 2010

Donne del mondo islamico (e non)

Gra të botës islamike (e jo).
di Paolo Borgia


Ladanën ngë e kujtonj të qishëj kurrë. Po’ kish përherë buzëqeshjen te fixha, më e çelur kur ish me dhëndërrin, çë kish laurohej inxinier. Të sprasmen herë çë u pamë në Itali ish e helmuame. Kish sosur të studioj për jatrua, kthehej në Persi. E shtrënguar të blij një çador të gjerë, të zi, të glatë njera te këmbët (si mënti i përdorur një herë nga gratë e veja arbëreshe), nanimë i detyrueshëm gjithasatën jashta shpisë, në saje të revolucionit islamo-teokratik të 1979, prirë nga Ayatollahu Khomeini hirploti. Kështu Persia, pagëzuar Republika “Islamike” e Iranit, zbirjë laicitetin e saj. E Ladanë, një grua tridhjetvjeçe, tue u mbajtur (për t’u dukur) llargu sa duhet nga dhëndërri, ish e shtrënguar të vishëj në Fiumicino çadorin sa t’e lëjnë të hipej mbi aeroplanin e Air Iranit për Teheran.
Edhe Shahrazadë rrijti për shumë qëro në Itali (15 vjet pas Ladanë), për të zhvilluar një projekt kërkimi te Pontifiçi Universitet i Lateranit brënda Fakultetit të Teologjisë në degën e specializuar në shkencat fetare me një kujdes të posaçëm për dialogun ndërfetar. Kish studiuar më parë teologji islamike te Universiteti Femëror në qytetin e shejtë e Qom-it (çë vjenmëthën ), pesëqint kilometra në jugun e kryeqytetit persian. Ajo, e pështruar sipas regullavet me të glatin çhador, si gjithë shiinjtë, ka një ide-vlerë të jetës më shpirtërore se besa sunite (90% e muslimanëvet) e qosur nga kultura shumëmijëvjeçare vendare (nga Çiro njera Zaratustra). Pret sosjen e qëronjevet, kur kanë të kthehen për të dhënë fillim rregjërisë së Perëndisë-Allah, Jisui (çë për shiinjtë është ende i gjallë e jo vdekur mbi kryqe) ulur përkrahu imamit i fshehur, i 11-i, edhe ai i gjallë (i vetmi imam çë ngë vdiq i vrarë). Ajo, si shumë t’atyre çë tunden rreth Lëvizjes së Vatravet, mendon se mund të ndërtonet një farë njerëzore e re, një botë e bashkuar, ku ngë kanë ndryshime race, feje, seksi e ku mund të ndërtonet në ndërmarrjet një “ekonomi bashkësie” çë bën pra më e mirë edhe kontekstin ekonomik e asaj shoqërie në të çilën vehet e realizonet.
Ja dy shembuj grash të borgjezisë së mesme të një shoqërie çë e mbajmë për e ndryshme nga jona. Dy gra, çë në çdo mbledhje salloni intelektual evropian çë “bën tendencë” ngjishen me lehtësi e çë mund të flasin me zotërim gjuhe e kompetencë për çdo argument. E megjithatë dy gra ndër milionë, çë kundër dëshirës së tyre janë, e rrojnë mbi likurën e tyre, të vërtetin, thelbësorin ndryshim nga bota “perëndomore”e ajo islamike. Dy gra çë nga ana e ligjës e nga ajo e shoqërisë “janë mbajtur” për shumë më pak se Çina e Ejaninës, Xhina e Rrurit, Lina e Horës, Pina e Karfizit, Rina e Çiftit, Zina e Kundisës e, shtonj, Dinën e Oslot.
Për ndryshimin, si për pakujdesì, televizioni e shtypi “e këndojnë me ëmbëlsi”, po’ musika çë i bien është e stonuar. Kam njohur për punë gjinde me pikënisje, kulturë e besë të ndryshme. Mirë! Lënë prapa të parën vështirësi afrimi, ajo e komunikimit, si merr ca liri, kupton se të larmet tipe e bashkëfolesvet të huaj ndonjëherë i ke përpjekur më parë brënda shpisë: caciaron-i (rrëmujëmadhi) i Vancouverit o të Bonës, asketi i Oranit o të Krujës, sentimentali, viveur-i, epikureani. Rënë diafragma e ndarjes paragjykimore, kupton pak e pak, se ndryshimi ngë rri te natyra e njeriut po’ te konteksti i tij përkatës nga i çili vjen. Sa për marrëdhëniet është vetëm një çështje të mësuari të rrish me gjinden. Për shembull, kujtonj ende ngushticën a madhe çë ndiejta të parat herë çë përpoqa katër funksionarë të Shërbimit Meteorologjik Shqiptar, ardhur në Itali per një kurs gjashtëmujor rikualifikimi (jo se e i duhejë po’ ish preteksti për të gëzuar gjashtë muaj me shpenzime udhëtimi). Ishën të trëmbur, zgurdulluar (në mund, deja të thësha “ntamarm”) si marsianë. Mosnjeri kish aksinë të nisjë e flisëj. Rrijën përherë bashkë si lidhur me të padukshëm pranga e ngë kërkojnë të kishin marrëdhënie me tjerët. Ruheshin njeri me tjetrin. Vijin për vërtetë nga një tjetër botë. Pra dal e dal mosbesimi u hap njëi vetëkontrolli reciprok çë na jipëj mundësinë të mos vej’ e sosim në fjalë delikate. Dihet, ishin peshq të vegjël: ngë mund të bëjnë ballë të madhit oqean të lirisë. Pak qëro më vorë ndodhesha te kuvendi e studimevet albanologjike organizuar nga bashkia e Horës për 500-in përvjetor e themelimit të saj. Ish një pasdite e hirtë e me erë në vjeshtë. Të na shkojë përgjumësia, kishëm vatur te gryka e Honit me Kostallarin, Agollin e me të lëvruarin dhe të urtin atasheun kulturor të ambasadës së Shqipërisë. Ish’e pijëm një cigare kundër erës, kur te dheu pash një guaskë fosile dhe e mblodha. Pas ndonjë të përgjithsme vërejtje boshe, më erdhi vetvetiu të ia jipja Agollit, çë me falënderimet shtoi: “Sa e mirë liria!” Kle një shkreptimë ndëlgimi po’ për atë edhe rreziku e një censure të mundshme të regjimit, nëse tjerët dy do të kishën rrëfyer ato fjalë. Pas pak qëroi Agolli do të kish bërë ngë di të çili komitet qendror e partisë të njohurin denoncim për varfërinë e shkrimevet letrare shqipe në prozë: çlirimi moral i plotë i tij.
Ëhj. E gratë? Dhjet vjet prapa, pak më shumë pak më pak, ia bëra të futesha në një kuvend ndërmusliman çë mbahej te dyertë e Romës, lart, tek “i Castelli”. Puna ime ish vetëm të gjegjesha atë çë thuhej pa thënë gjë, po’ për korridoret njoha burin e arbëreshëvet të Shqipërisë, Dalmacisë, Kosovës e Maqedonisë. Çë do! Si hapin gojën i njeh menjëherë e i qase, pse, dihet, gjaku ngë është ujë. Klen katër ditë në të çilat veçse ngë u mërzita (si herë-herë nodhet) po’ kam mësuar shumë shumë. Kam të them se te të parat tri ditë kërkoja të vëja në lidhje atë çë thuhej me atë çë kisha mësuar drejt në takimet të pasur o glatë atyre pak udhëtime, por edhe më atë çë mund të mesonet nga e pakta letërsi për botën islamike çë mund gjendet te tregu i Romës. Mbi të gjitha është të nxiret bindja e përhapur në perëndim se në islam ka një epërsi e besës mbi kombin. Për shembull, turku ngë është arab, ë’ armik! Edhe arabi i krishtërë është më parë arab megjithse te zemra e tij është shumë i tërbuam për dallimin çë pëson nga ana e shumicës islamike e mendon . Ashtu si kopti ngë është patjetër i lumtë se në 1991 neni 2 e kushtetutës egjiptiane shprehu se ligja e atij shteti është islamike. Është ende më i helmuam pse nëse do të punoj duhet të ndërroj emrin, për shembull nga Magdi në Qasim (30.000 veta nga vit binden vetvetiu islamit në Egjipt për të gjetur punë!). Po’ Varfëria ngë dallon vetëm për besën. Dy miq karpentierë arbëreshë më rrëfyejtën se punijnë në Kajro. Një grua qeverisjë shpinë e tyre për të mbajtur bijtë të saj. Ish një shërbëtore e palodhshme: vetëm se te kuzhina ish një gorromimë. Ata dy i luteshën shumë të mos diganisëj tepër të ngrënit, të mos ziej shumë brumit, të mos vëj shumë erëza djegëse po’ mosgjë, ngë dej t’i hyj te kryet! Një ditë thomse ata dy e qërtuan gruan me më fuqi e kjo si kundërpërgjegje la t’i bij te dheu vesta e glatë si për të thënë: . Ata dy të mirë arbëreshë menjëherë e veshën, e ngushëlluan e nga ajo ditë pësuan dëmet e saj në kuzhinë. Kishën qëndruar tepër të shkundur nga e papritura shfaqje poshtëruese e përmbysjes morale të mosgjësuame të gruas, nga mjerimi i një shklavie pa pranga. Po’ kthehemi te kuvendi. Tek e katërta ditë kthjelltësia u jos, me gjithë shejtërinë e vendit. Flitej për gjendjen femërore. Përkundra, do të flitej po’, si zurën punët, zuri fill një sharrë të vollme ndër burrat e gratë. Me një fjalë gravet ngë e përtypin fare të jenë dalluar nga burrat në termat të së drejtës martesore, të asaj së trashëguar po’ edhe mbi planin politik, kulturor e te bota e punës. Po’ mbitëgjitha dërrmohej përgjithmonë idea-vlerë monolite çë kisha e botës ilslamike. Mjafton të mendojmë për ndryshimin nga gruaja e “tredhur” (shëruar) e Sudanit dhe ajo e “reislamizuar” të Harlem-it (NY) o vetëm nga ajo e ballkanit dhe ajo afgane. Por të rinjtë e qytetevet të mëdha kanë zënë fill të kundërveprojnë. Nëse ngë mund të rrin bashkë të makina, mimetizonen e përpiqen të supertregjet më pak romantik e të mbushur me gjinde. Mbitëgjitha mund të flasin me telefonin o me telefoninin o me internetin. E ikin me mijë mënyra. Si Jazminë, çë për studiuar arkitekturë në Romë, fiton gjellën e jetës tue vallëzuar pa këpucë vallen e barkut. E ndër evoluimevet të shtatë villet të atmosfera magjike shumë më e lashtë se mijërat e një natë pamëshirësisht bota, jo vetëm ajo islamike, evoluon.
Paolo Borgia

Donne del mondo islamico (e non)
di Paolo Borgia
Ladan non ricordo che ridesse mai. Aveva, però, sempre il sorriso sul volto, più raggiante quando era col fidanzato, laureando in ingegneria. L’ultima volta che ci siamo visti in Italia era triste. Finiti i suoi studi di medicina, tornava in Persia. Costretta a comprare un abbondante chador nero lungo fino ai piedi (come mënti usato un tempo dalle vedove arbëreshe), ormai obbligatorio dovunque fuori casa, grazie alla rivoluzione islamico-teocratica del 1979, guidata dal carismatico Ayatollah Khomeini. Così la Persia, battezzata Repubblica “Islamica” dell’Iran, perdeva la sua laicità. E Ladan, a trent’anni, stando ostentatamente a debita distanza dal fidanzato, era costretta ad indossare a Fiumicino il chador per poter salire sull’aeromobile della Air Iran per Teheran.
Anche Shahrazad è stata a lungo in Italia (15 anni dopo Ladan), per sviluppare un progetto di ricerca presso la Pontificia Università Lateranense alla Facoltà di Teologia nella branca specializzata in scienze della religione con un’attenzione particolare al dialogo interreligioso. Aveva già studiato teologia islamica all’Università Femminile nella città santa di Qom (che significa <alzati!>), cinquecento chilometri a sud della capitale persiana. Lei, regolarmante coperta dal lungo chador, come tutti gli sciiti ha una visione della vita più spirituale della confessione sunnita (il 90% dei musulmani) e arricchita dalla plurimillenaria cultura indigena (da Ciro a Zaratustra). Aspetta la fine dei tempi, quando torneranno per instaurare il regno di Dio-Allah, Gesù (che per gli sciiti é ancora vivo e non morto in croce) seduto di fianco all’imam occulto, l’11°, anche egli vivo (l’unico imam a non essere morto ammazzato). Lei, come molti di coloro che orbitano nel Movimento dei Focolari, pensa che si può realizzare una umanità nuova, un mondo unito, dove non contano le diversità di razza, religione, sesso e dove si può realizzare una “economia di comunione” aziendale che rende poi migliore anche il contesto economico di quelle società in ci si va ad attuarla.
Ecco due esempi di donna della media borghesia di una società che consideriamo diversa dalla nostra. Due donne, che in qualunque salotto europeo esclusivo che “fa tendenza” si amalgamano senza difficoltà e che possono conversare con padronanza di linguaggio e cognizione su qualunque argomento. Eppure due donne tra milioni, che loro malgrado sono, e vivono sulla loro pelle la vera, la sostanziale diversità tra il mondo “occidentale” e quello islamico. Due donne che giuridicamente e socialmente “contano” molto meno di Cina di Eiannina, Gina di Ururi, Lina di Hora, Pina di Carfizi, Rina di Civita, Zina di Contessa Entellina e, aggiungo, Dina di Oslo.
Sulla diversità, come in sovrapensiero, televisione e stampa “la cantano soave”, ma la musica che suonano é stonata. Ho conosciuto per lavoro persone di diversa provenienza, cultura e religione. Bene! Superata la prima difficoltà di approccio, quella della comunicazione, come entri un po’ in confidenza, ti rendi conto che i vari tipi di interlocutori forestieri in qualche modo li hai già incontrati a casa: il caciarone di Vancouver o di Bona, l’asceta di Orano o di Kruja, il sentimentale, il viveur, l’epicureo. Caduto il diaframma di separazione pregiudiziale, ti rendi conto poco per volta, che la differenza non sta nella natura dell’uomo bensì nel suo contesto di appartenenza da cui proviene. Quanto ai rapporti è solo una questione di consuetudine alla frequentazione. Per esempio, ricordo ancora il grande disagio provato le prime volte che incontrai quattro funzionari del Servizio Meteorologico Albanese, venuti in Italia per un corso semestrale di aggiornamento (non che ne avessero bisogno ma era il pretesto per usufruire di sei mesi di trasferta). Erano impauriti, stralunati (se potessi, direi “ntamati” cioè come le belle statuine) come marziani. Nessuno di loro ardiva prendere l’iniziativa di conversazione. Stavano sempre insieme come legati da invisibili catene e non cercavano di avere rapporti con gli altri. Si controllavano l’uno con l’altro. Venivano veramente da un altro mondo. Poi a mano a mano la diffidenza si é aperta ad un autocontrollo reciproco che ci consentiva di non infilarci in discussioni imbarazzanti. Si sa, erano pesci piccoli: non potevano affrontare il grande oceano della libertà. Poco tempo dopo mi trovavo al convegno di studi albanesi organizzato dal comune di Hora per il 500° anniversario della sua fondazione. Era un pomeriggio grigio e ventoso d’autunno. Per vincere la sonnolenza, eravamo andati nella gola del Honi (Gryka e Honit separa Piana, che è a monte, dal resto della valle del fiume Belice) con Kostallari, Agolli e il colto e saggio addetto culturale dell’ambasciata di Albania. Fumavamo una sigaretta controvento, quando per terra ho scorto una conchiglia fossile e l’ho raccolta. Dopo qualche futile considerazione generale (forse avrò detto qualche cosa strana), mi é venuto spontaneo di darla ad Agolli, che nel ringraziarmi ha aggiunto “Sa e mirë liria”(Eh! La libertà!). Fu un lampo di intesa ma per lui anche il rischio di una possibile censura del regime, se gli altri due avessero riferito quelle parole. Di lì a poco Agolli avrebbe pronunciato in non so quale comitato centrale del partito la nota denuncia sulla pochezza degli scritti letterari albanesi in prosa: il suo completo riscatto morale.
Sì. E le donne? Dieci anni fa, più o meno, sono riuscito ad intrufolarmi in un convegno intermusulmano che si teneva alle porte di Roma, su, ai Castelli. Il mio compito era di fare tappezeria, dovevo solo ascoltare, ma per i corridoi ho conosciuto un bel po’ di albanesi di Albania, Dalmazia, Kosova e Macedonia. Che vuoi! Come aprono bocca li riconosci subito e ti avvicini, perchè, si sa, il sangue non é acqua. Furono quattro giorni in cui non solo non mi sono annoiato (come talvolta succede) ma ho imparato moltissimo. Devo dire che nei primi tre giorni cercavo di mettere in relazione quanto veniva detto con quanto avevo imparato direttamente nei miei contatti o durante i pochi viaggi, ma anche con quanto era possibile apprendere dalla scarsa letteratura sul mondo islamico disponibile sulla piazza di Roma. Prima di tutto é da sfatare la convinzione diffusa in occidente che nell’islam vi sia la preminenza della religione sulla nazione. Per esempio, il turco non é arabo, anzi! Pure l’arabo cristiano é prima arabo anche se in cuor suo é molto risentito per la discriminazione che subisce da parte della maggioranza islamica e pensa . Così come il copto non é certamente lieto che nel 1991 l’articolo 2 della costituzione egiziana ha dichiarato che la legge di quello stato é islamica. E’ ancor più triste perché se vuole lavorare deve cambiare il nome per esempio da Magdi a Qasim (30.000 persone ogni anno si convertono spontaneamente all’islam in Egitto per poter lavorare!). Ma la miseria non discrimina solo per religione. Due amici carpentieri arbresci mi hanno raccontato che lavoravano a Il Cairo. Una donna accudiva alla loro casa per mantenere i propri figli. Era una ancella formidabile: solo che in cucina era una frana. I due le raccomandavano di non friggere troppo i cibi, di non scuocere la pasta, di non mettere troppe spezie ma niente, non c’era verso di convincerla! Un giorno forse i due redarguirono la donna in modo più vibrato e questa per tutta risposta lasciò cadere a terra la veste lunga come per dire: . I due buoni arbresci subito la rivestirono, la confortarono e per il seguito subirono le sue malefatte culinarie. Erano rimasti troppo scossi dalla imprevedibile, umiliante manifestazione di annichilita prostrazione morale della donna, dallo squallore di una schiavitù senza catene. Ma torniamo al convegno. Il quarto giorno la serenità si é dissolta, nonostante la sacralità del luogo. Si parlava della condizione femminile. Anzi si doveva parlare ma, non appena sono iniziati i lavori, iniziò un furibondo litigio tra gli uomini e le donne. Insomma alle donne proprio non gli cala di essere discriminate dagli uomini in termini di diritto matrimoniale, di quello ereditario ma anche sul piano politico, culturale e nel mondo del lavoro. Soprattutto, però, crollava definitivamente la visione monolitica che avevo del mondo islamico. Basti pensare alla differenza tra la donna “castrata” del Sudan e la “reislamizzata” di Harlem (NY) o soltanto tra la balcanica e l’afgana. I giovani delle grandi città, però, hanno incominciato a reagire. Se non possono stare insieme in macchina, si mimetizzano e si incontrano nei meno romantici e affollati supermercati. Soprattutto si possono parlare col telefono o col telefonino o con internet. E fuggono in mille modi. Come Jazmin, che per studiare architettura a Roma, si guadagna la vita ballando scalza la danza del ventre. E tra le evoluzioni dei sette veli nella magica atmosfera molto più antica delle mille e una notte inesorabilmente il mondo, non solo quello islamico, evolve.
Paolo Borgia

Come è possibile che in Sicilia non esista più un gruppo politico che si indigni ?

Il PD e le indagini su Lombardo – I brutti scherzi della politica
dal Corriere della Sera


I dirigenti del pd avrebbero dovuto apprenderlo da giovani, quando cominciarono a frequentare le sezioni di partito: la politica in Italia amma giocare brutti scherzi. E quel che è accaduto in Sicilia ha il sapore di una beffa colossale.
Dopo aver salutato con entusiasmo il siluramento di Totò Cuffaro, condannato in appello per avere agevolato la mafia; dopo aver cantato vittoria perché il pdl, ritenuto dai Democratici poco trasparente, è stato fatto fuori dalla gestione dell’isola, gli uomini del Pd si sono imbarcati nell’avventura della quarta giunta Lombardo. E, caso più unico che raro per quel partito, quasi tutti i leader delle diverse correnti interne si sono trovati d’accordo o, quanto meno, hanno evitato per una volta tanto la polemica esplicita (eccezion fatta per il senatore-chirurgo Ignazio Marino).
C’era addirittura chi pensava di esportare l’alleanza sicula Udc, Mpa, e Futuro e Libertà a livello nazionale. Un governassimo a Roma, con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, prendendo esempio dal laboratorio siciliano. Peccato che ora a essere coinvolto in un’indagine di mafia sia proprio Raffaele Lombardo. E per il Pd è indubbiamente una bella botta.
Chissà cosa dirà (e penserà) la povera Anna Finocchiaro, che solo due anni prima aveva duellato con Lombardo per la guida della Regione e che aveva poi dato il via libero alla nuova giunta, archiviando il passato. Chissà quanto si rammaricherà il povero Dario Franceschini per avere dato notizia, proprio ieri, con tanto di nota ufficiale, di un incontro con il “governatore” della Sicilia a cui ha assicurato il pieno sostegno del gruppo del Pd alle sue battaglie per il Mezzogiorno.
Ma soprattutto, chissà cosa deciderà di fare adesso il Partito democratico. Appoggerà ancora la giunta Lombardo, passando sopra all’imbarazzo e ai malumori degli elettori ? O, piuttosto, prenderà atto che la politica ha un suo particolare senso dell’umorismo e si affretterà a porci rimedio, decidendo di fare a Palermo quel che a Roma chiede di fare a Fini ? Ossia, staccare la spina e considerare chiusa l’esperienza siciliana.
Maria Teresa Meli

Un libro da consigliare: Voltaire, Sulla Tolleranza

Contessa Entellina negli ultimi tre/quattro anni, sulla spinta di poche persone, davvero poche, ha dato la sensazione al resto della Sicilia, dell’Europa ed anche oltre, di vivere ancora nei secoli bui. Ha dato la sensazione che la religione, la religione “cattolica” possa dividere, possa essere motivo di divisione fra la gente all’interno di una piccola comunità che annovera meno di duemila anime. Sappiamo che non è vero.
Sono state solamente pochissime persone fanatiche che della “parrocchia” hanno fatto motivo di orgoglio, motivo di superbia e motivo di avversione verso chi alla parrocchia non appartiene, ad assumersi la responsabilità del grande baccano.
Questo fanatismo si è scatenato in un ambiente dove da secoli esiste la tradizione greco-bizantina che costituisce elemento costitutivo dell’identità arbëresh del luogo.
Il fanatismo non si è scagliato, né possedeva elementi per poterlo fare, contro elementi di “fede” diversa, bensì nel rifiuto di vedere pregare, celebrare, all’interno di una Chiesa gruppi di fedeli battezzati in altra chiesa. Fanatismo qui viene associato a follia pura.
Il Blog ha seguito la vicenda sia per difendere il valore della Tradizione greco-bizantina, caratteristica preziosa del nostro paesino perché gli dà una identità ben distinta nel mondo modermo omologato ma anche per difendere valori “laici” di grande civiltà affermatisi nel mondo occidentale da più secoli. Il rispetto del prossimo, qualunque sia la sua religiosità, qualunque sia la sua opinione, qualunque sia la sua scala di valori è ormai una conquista del mondo evoluto, che trae la sua fonte dal Cristianesimo. Esistono pertanto motivazioni anche “laiche” che ci hanno indotto a contrastare, denunciare, l’intolleranza nei confronti di chi, senza colpa personale, appartiene ad una parrocchia differente e, secondo il pensiero di Don Mario, avrebbe dovuto restare fuori dal portone della sua Chiesa (rif. agosto 2009).
E’ con vero piacere, pertanto, che oggi quattro Novembre consigliamo a chi vuole approfondire l’origine della “tolleranza” nella Società Occidentale di acquistare, col costo di €. 1,oo un librettino venduto unitamente al quotidiano “Corriere della Sera”. Si tratta del libretto di Voltaire, scritto nel 1762, Sulla Tolleranza.
Due secoli e mezzo fa il fanatismo, con origini pseudo-religiose, veniva bollato come segno di inciviltà.
La Storia da noi, nel nostro paesino, purtroppo ha lasciato stupide incrostazioni, anche se confinate ai margini della collettività. Incrostazioni che ci distraggono dai veri problemi che purtroppo ci stanno davanti.

mercoledì 3 novembre 2010

L'Islam non è tutto "fondamentalista". E' Vero ! - Però in Medio Oriente il Cristianesimo è avviato all'estinzione

La grande moschea di Roma
In Israele, su 7.337.000 abitanti, i cristiani rappresentano il 2% della popolazione: circa 147.000, perlopiù arabi. E a Betlemme sono passati in vent’anni dal 90 al 20%, falcidiati dalla guerra e dalla politica del gruppo musulmano di Hamas.
In Giordania sono il 4%.
In Libano, un tempo a maggioranza cattolica, sono scesi al 30%. E secondo le proiezioni della Cnewa, nello spazio di 15 o 20 anni i cristiani in tutta la regione potrebbero ridursi a 6 milioni: un numero considerato la soglia dell’estinzione.
Allargando l’orizzonte si ha un 10%, circa 8 milioni di cristiani copti, in Egitto.
In Siria il 10% su quasi 20 milioni.
«E in Turchia in meno di cento anni si è passati da un cristianesimo diffuso fra il 20 % della popolazione, a meno dell’1%: ormai è morto. Nella residenza dei gesuiti ad Ankara sono rimasti 4 religiosi controllati dalla polizia
E poi c’è l’Iraq, che è il paese liberato dagli Occidentali dal loro Sadam Hussein, e adesso -a presunta liberazione avvenuta- si sta liberando dei pochi cristiani (assiri e caldei) che ancora resistono all'assimilazione mussulmana.

Perchè celebrare il 4 Novembre, ricorrenza di una guerra che ha causato 600.000 morti ? Oggi Austria e Germania fanno parte dell'U.E.. Basta la carta d'identità per recarvisi

Altopiano della Bainsiza (oggi in territorio Sloveno)
Eravamo ancora negli anni sessanta del Novecento quando mio nonno raccontava della sua partecipazione all’11° offensiva sul fronte dell’Isonzo concordata da Cadorna con gli alleati per alleggerire l’aggressività germanico-austriaca contro i russi sul fronte orientale. L’obiettivo era di conquistare parte dell’altopiano della Bainsiza.
In questi giorni mi è tornata in mente questa località: Bainsiza. Il nonno narrava di un territorio pieno di pietre e rocce e di un ordine assurdo ricevuto dai comandi: bisognava uscire dai ripari ed andare contro le truppe austro-tedesche che proprio in quei giorni avevano ricevuto rinforzi ed armi modernissime anche a costo della vita; bisognava raggiungere facendosi scudo solamente dei propri corpi le posizioni nemiche. Quando quest’ordine assurdo cominciò a circolare fra le truppe tanti furono i militari che ottennero permessi per imboscarsi nelle retrovie, tanti coloro che spontaneamente si arresero al nemico raggiungendo le sue postazioni, tanti coloro che su richiesta dei sindaci dei paesi di origine ottennero la “licenza” e non tornarono più al fronte.
Il nonno riferiva in quei suoi racconti anche di una lettera alla moglie, a Contessa, che intanto si preoccupava di far tirare avanti la famiglia con i cinque figli; nella lettera richiamava la circostanza che chi aveva più di tre figli avrebbe avuto diritto all’esonero dal combattere al fronte. La nonna portò immediatamente la lettera al sindaco di allora, un suo stretto parente, ma il nonno non ricevette alcuna esenzione e rimase sul fronte.
La battaglia iniziò nella seconda metà di agosto del 1917 con il nonno che dovette correre verso le postazioni nemiche che sparavano all’impazzata, i morti di entrambi gli eserciti furono migliaia e migliaia, tuttavia la Bainsiza, l’altopiano il cui nome non fu mai più dimenticato dal nonno fu conquistato dai soldati italiani lanciati, è il caso di dirlo, a petto nudo contro le mitragliatrici austro-tedesche.
Quella conquista di cui il nonno sempre andò fiero in vita sua per avervi partecipato tuttavia sul piano strategico complessivo della guerra non servì a nulla. In ottobre sarebbe arrivata infatti la ritirata di Caporetto, la vicenda che mise a nudo come i comandi italiani non disponevano di una solida strategia ed in un certo senso, standosene al sicuro, giocavano come se avessero a disposizione i soldatini di piombo.
Il sangue di migliaia di commilitoni del nonno sull’altopiano della Bainsiza fu sparso invano in quell’agosto del 1917 perché alla prima controffensiva austro-tedesca l’esercito italiano, avendo inutilmente conquistato un altopiano inadatto sul piano difensivo, ripiegò ben più giù del Piave.
Il nonno dopo quell'umiliante ottobre ricevette finalmente, a cagione dei cinque figli-ragazzi da mantenere, l’esonero dal servizio sul fronte. Portò a casa la pelle, ma seicentomila soldati italiani, a guerra conclusa, rimasero sul suolo alpino sterminati dalle moderne mitragliatrici.

martedì 2 novembre 2010

2 Novembre. In ogni centro abitato di Sicilia vige la tradizione della visita ai cimiteri

Nella notte compresa fra l’uno ed il due Novembre i defunti in Sicilia si dice che tornino a visitare i parenti ancora in vita. Questa purtroppo indimostrata tradizione si cerca di renderla viva ai bambini con la consuetudine -che esiste ancora fra i genitori- di acquistare nei giorni precedenti il due Novembre giocattoli e dolciumi che, nascosi in casa, nella mattinata del “giorno dei morti” aprono una sorta di caccia al tesoro.
La giornata del due Novembre prosegue, in ogni luogo di Sicilia, con la visita ai Cimiteri.

Il calendario bizantino prevede che la ricorrenza dedicata alla memoria dei defunti cada nel sabato precedente la Pentecoste, ma per le comunità arbëresh di Sicilia, dopo cinque secoli di convivenza con i “latini”, il due Novembre ormai fa parte del loro patrimonio cultural-religioso.

Tutti i Santi: la festività di ieri quanto incide sul comportamento dell'uomo moderno ?

Nel tardo pomeriggio di ieri mentre viaggiavo in macchina, la radio (radio rai uno) mandava in onda un programma che cercava di dare significato a ciò che alcuni decenni fa veniva dato per scontato da chiunque vivesse nel mondo occidentale: Chi sono i santi ?
I conduttori del programma radiofonico spiegavano come la Chiesa delle origini si sia data da fare per additare le figure da imitare nel corso della vita di questo mondo nel tentativo di soppiantare gli antichi modelli del mondo classico greco-romano, ossia gli eroi: Ulisse, Ercole e così via. Se fino a quella fase storica l’astuzia di Ulisse, la violenza di Ercole erano dei modelli, in effetti oggi è netta la distinzione fra l’astuzia e l’intelligenza, fra la violenza ed il coraggio.
La santità, quella peculiare qualità che dalla Cristianità in poi ha sempre reso speciale un uomo rispetto ai simili non ha mai avuto caratteri fermi, immutabili, in quanto le virtù eroiche che la Chiesa esige sono sempre cambiate col procedere del tempo. Un sociologo che partecipava al programma di Radio Rai Uno evidenziava che fino alla Rivoluzione Francese la Chiesa proclamava santi personaggi provenienti dai ceti nobiliari, successivamente fino ai primi del Novecento personaggi del ceto medio-borghese e dopo persone della società comune.
Partendo dal presupposto che l’unico “Santo”, anzi il tre volte “Santo” è Dio, tentiamo di individuare cosa si esigeva nel passato per essere ritenuto “santo”.
Prioritaria a qualsiasi altra “virtù” è sempre stata quella di essere “giusto”, l’astenersi dalla vendetta, il condannare gli abusi del potere, l’avere compassione del prossimo e della sua sofferenza, del suo dolore.
Nel passato il rispetto della dignità del lavoratore era affidata alla buona volontà del datore di lavoro; oggi per la tutela di quella dignità esistono i contratti di lavoro, le organizzazioni sindacali, il sistema assistenziale-previdenziale pubblico con i suoi assistenti sociali.
E’ divenuto quindi più difficile essere ritenuti “santi” oggi ?
Certamente !
L’orizzonte delle società odierne è divenuto strutturalmente più aperto anche se l’individualità di ciascuno di noi tende a regredire ed a chiudersi nell’individualismo più esasperato.
Oggi essere santi, però con la “s” minuscola, essere -come si dice- santi “laici”, significa certamente pagare regolarmente le tasse, rispettare la cosa pubblica, fare il proprio dovere sul posto di lavoro, non sottrarsi al senso civico rispetto al diffuso scempio di tanti uomini pubblici.
Conseguire la santità con la “S” maiuscola è invece, oggi, impresa molto difficile nella società del piacere, dell’edonismo e dell’individualismo. Impresa che riesce solo a figure dalla grandezza immensa quale quella di Maria Teresa di Calcutta e di poche altre. Occorre conquistare infatti agli occhi del mondo la qualità dell’esemplarità.
L’essere esemplari, l’essere Santi, è un “dono” ci dice la Chiesa, un dono che viene dall’Alto. Eppure Giovanni Paolo II ha elevato alla santità tantissime figure quanto nessun altro papa. Suo proposito è stato di segnare tanti “fari” lungo il difficile percorso esistenziale dell’uomo.

lunedì 1 novembre 2010

HALLOWEEN ovvero I PUPI CU U ZUCCARU ?

  HALLOWEEN. Si va consolidando anche fra noi la notte del "dolcetto-scherzetto". Nella tarda serata di ieri tanti ragazzi vestiti come in passato si era uso fare per Carnevale si sono aggirati per il paese per mostrare il segno dei tempi: l'americanismo globalizzante. L'abitudine arrivata dall'America ha tanta forza da stradicare la tradizionale usanza siciliana della notte dei morti che tornano per dare regalini e dolcini ai bambini, in relazione al loro comportamento che si vuole debba essere sempre virtuoso.
  Secondo padre Giorgio, il nuovo Amministratore Parrocchiale della Chiesa della Favara, la nuova "abitudine" non è così innocua come si ritiene. Essa parte da un presupposto antitetico alla concezione Cristiana del Cristo Risorto e che col suo venire fra noi, su volontà del Padre, si propone di salvare l'umanità intera.
  Padre Giorgio, oggi in Chiesa, ha voluto evidenziare che gli uomini delle tenebre che tornano (simboleggiati dai costumi di Halloween) portano con sè il messaggio che Cristo non è Risorto, e se lui non è risorto non risorgeremo nemmeno noi. Da qui l'invito ai genitori di indurre i propri figli alle più rassicuranti tradizioni che affondano le radici nel Cristianesimo.