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venerdì 26 maggio 2017

Zef Chiaramonte. Testo dell'intervento a San Martino delle Scale in occasione dell'incontro su "L'Influenza delle religioni del Libro nella Cultura Mediterranea"





CULTURA ETNICA E PRODUZIONE LETTERARIA DEGLI ARBËRESHË DI SICILA

di Zef chiaramonte (testo informale)

Quando si parla di Albanesi in Sicilia, si è soliti partire dal 1448, anno cui risalirebbe il primo passaggio organizzato dai Balcani verso la Sicilia e il sorgere della comunità di Contessa Entellina.
Tra gli autori siciliani, il primo a parlarne è il Fazello nelle sue Decadi.
Avendo avuto, ultimamente, dopo la lunga parentesi ottomana e quella comunista, migliori e più fondate informazioni sulla storia del popolo albanese nell’ultima fase della presenza dell’Impero Bizantino in Sicilia, non si può escludere che la presenza albanese nell’Isola risalga a molto tempo prima.
Prima della conquista araba, infatti, il Tema d’Italia, e la Sicilia in esso, era amministrato proprio dagli Albanesi nell’ambito dell’isopolitia che gli Albanesi condividevano coi Greci nel governo dell’Impero Bizantino, come scrive Anna Comnena. Il greco era, comunque, la lingua ufficiale, ma l’albanese non doveva essere estraneo in bocca a soldati e strateghi, come il Maniace.

Il centro amministrativo e strategico del Tema era Durazzo e pare che in tale periodo faccia la sua prima apparizione tra noi, l’arco ribassato che, appunto, durazzesco si chiama.
Abbiamo ulteriori notizie di durazzini ed epiroti, i quali in periodo federiciano si spostano stagionalmente dall’Albania in Sicilia per attendere alla piantagione delle vigne che giudicano più qualitative se spostate dalla costa in collina.
E’ risaputo che lo Stato multietnico e multireligioso che fa capo all’Impero Romano venne diviso amministrativamente dagli imperatori illirici, a partire da Diocleziano, passando per Costantino il Grande … sino a Giustiniano.
Orbene, gli epigoni degli Illiri sono gli Albanesi che nel Medioevo si chiamavano Arbëreshë, dalla radice arbër del loro primo Despotato (Signoria) autonomo da Bisanzio.
Questo nome viene ancor oggi conservato dagli Albanesi d’Italia.
Come parlare della cultura “etnica” degli Arbëreshë?
Non mi piace l’aggettivo che segue a “cultura”: l’etnos richiama la nazione, spesso una monade da idolatrare, senza la circolarità “trinitaria” che caratterizza, ormai da 6 secoli, gli Arbëreshë d’Italia.Gli Arbëreshë non vivono “in una sorta di chiusura etnica”, come qualcuno ha azzardato senza conoscerli fondo.
Gli Arbëreshë, dei quali oggi parliamo, sono
albanesi per lingua,
bizantini per rito,
italiani per adozione. .
Non siamo in presenza di un etnos, dunque, ma piuttosto di un ethos!
Si tratta di una popolazione originariamente proveniente dalla penisola illirica, dove aveva ricevuto il Cristianesimo direttamente dalla predicazione di San Paolo, elaborandolo poi secondo due acculturazioni: una occidentale con liturgia romana in lingua latina, l’altra orientale con liturgia bizantina in lingua greca.
Non un etnos, ma un ethos, un modo di essere, di pensare, un
costume una tradizione dalle forti radici nel passato, dalla difficile e pur auspicabile conservazione nel presente e nel futuro
Giorni fa, dall’Albania ancora caotica ma dalle pressanti istanze
in campo religioso, il Dr. Lluka Qafoku, un fisico di professione ma operatore culturale per scelta, affidava a fb questa costatazione:

i
Feja e arbërve paleokristianë, i korespondon sot ortodoksisë unite të arbëreshëve, pra ortodoksisë si ritual me Papën kryetar Kishe, gjë që është në përputhje të plotë me Testamentin e Ri.
Inizio modulo
La fede degli albanesi paleocristiani, corrisponde oggi all’ortodossia unita degli arbëreshë d’Italia, cioè all’ortodossia come rituale col Papa - capo della Chiesa, cosa che è perfettamente in sintonia col Nuovo Testamento.
Quando si rompe nella Chiesa Illirica questa situazione, la stessa peraltro che caratterizzava la Sicilia e l’Italia Meridionale (Calabria) sino al 732 ?

Si rompe con la crisi iconoclasta che, appunto, inizia in quell’anno.
 L’imperatore di Bisanzio, Leone III Isaurico, per punire il Papa di Roma che si era opposto al diktat contro la venerazione delle sacre immagini, stacca le tre province dalla dipendenza romana e le lega a Costantinopoli.
Nonostante la composizione della crisi, avvenuta un secolo dopo, le tre province non tonano alla dipendenza romana e il rito bizantino vi prevalse su quello romano.
Con l’avvento dei Normanni, Sicilia e Calabria tornano all’amministrazione romana, ma a pagarne le spese è la liturgia greca che deve cedere a una latinizzazione forzata.
L’Illirico albanese rimase in bilico tra Oriente e Occidente, ma la mente sempre rivolta all’Occidente come afferma Fan Noli e come è inscritto nelle abitazioni tradizionali: la porta d’ingresso a Occidente !
Fu, poi, il Concilio di Firenze.
L’ unione delle Chiese ivi firmato, rimane in vigore per soli 60 anni. Durante i quali i Turchi ottomani spazzarono via tutto ciò che era rimasto dell’Impero Romano d’Oriente, sostituendovisi.
Ma ecco gli Arbëreshë, gli Albanesi di allora.
Lasciano le loro terre e vengono da noi, nell’Occidente sempre sognato, all’ombra del Papato mai volontariamente abiurato.
Riprendono qui la tradizione paleocristiana: bizantini con Roma.
Confesso che non credevo alle mie orecchie, quando viaggiando per il sud Albania, mesi addietro, mi son sentito dire: <Noi siamo ortodossi con Roma>, mentre altri affermavano: <noi siamo ortodossi con Mosca!>
Nonostante 500 anni di occupazione ottomana e 50 di comunismo ateo, in alcuni non si è spento il ricordo dell’appartenenza romana, in altri il ricordo degli zar che avevano sostituito Bisanzio nella difesa della fede ortodossa.
Ma torniamo agli Arbëreshë.
Dopo il loro impianto in Sicilia e nel regno del Sud, a causa dell’assoluta mancanza di comunicazione con la terra d’origine, sulla loro sventura costruirono un ethos, senza appartarsi dagli altri (vedi la compresenza di latini e greci nelle loro cittadine), e senza subire apartheid.
Dalla tradizione civile e religiosa precedente ereditarono vivo il culto delle libertà personali, dell’autogoverno democratico, dell’aderenza alla cultura mediterranea ispirata alla spiritualità cristiana e bizantina. Coltivarono gli studi classici, la melurgia ecclesiastica, la lingua, i costumi tradizionali.
Nei momenti più alti crearono un Monastero a Mezzojuso, un Collegio e un Oratorio a Piana, un Seminario e un Convitto a Palermo, ottennero un Vescovo Ordinante per il rito greco e, infine, un’Eparchia.
Di tutto questo, molto non esiste più.
Ciò che resta è bisognoso di cura e di amore, in alto e in basso.
Così come ovunque, del resto, anche le istituzioni arbëreshe sono sorte, son cresciute e alcune sono morte.
Ma esse hanno permesso la gestazione e la produzione di una cospicua produzione letteraria che è là a testimoniare come l’ethos arbëresh sia capace di rigenerarsi.
Cos’avranno portato con sé i primi esuli: libri, iconi, oro e argento?
Non ci è dato saperlo.
Qualche libro, forse, che la Biblioteca del Monastero di Mezzojuso e quella del Seminario ancora conservano.
Certamente l’occorrente per la celebrazione della Divina Liturgia: l’Apòstolos. l’Evangeliario, il Salterio...
Il resto l’avranno commissionato all’Archimandritato di Messina, a Venezia, a Roma …
Ecco, però, che un Lek Matranga, nel 1591, dà l’abbrivio a una letteratura arbëreshe: traduce in albanese un catechismo, lo stampa a Roma, lo porta in Sicilia, lo usa nella sua chiesa.
Oggi sappiamo che si tratta del secondo libro a stampa della scripta albanese.
E poi Giorgio Guzzetta (1682-1756) che, oltre a fondare il Seminario quale autentica università degli studi per gli Arbëreshë, scrive un De Albanensibus Italiae rite exculendis ut sibi ac totius Ecclesiae prosint.
Paolo Maria Parrino (1710-1765), ci lascia un manoscritto inedito in 3 volumi De perpetua consensione Albanensis Ecclesia cum Romana: un tesoro di notizie sulla storia civile ed ecclesiastica dell’Albania medievale e sulle particolarità del calendario liturgico degli Albanesi di Sicilia a confronto col calendario dei Greci.
L’arciprete Figlia, nel ‘700, raccoglie i canti popolari arbëreshë nel suo Codice Chieutino.
Nicola Camarda, nell’ ‘800 traduce in albanese il vangelo di san Matteo, mentre il fratello Demetrio, Archimandrita a Livorno, produce la prima Grammatologia comparata della lingua albanese.
Giuseppe Schirò senior, nel 1900, raccoglie tutta la tradizione orale ne I Canti tradizionali degli Albanesi di Sicilia che annovera, tra l’altro, una magnifica parafrasi sapienziale ispirata al Siracide, ai Proverbi, ai Salmi, al libro di Giobbe.
Prima di giungere ai tempi nostri, con la straordinaria opera poetica di Zef Schirò Di Maggio, il migliore tra i poeti arbëreshë contemporanei, e la riproposizione critica di tante opere di scrittori arbëreshë del passato da parte di Matteo Mandalà, ricordiamo il poema L’ultimo canto di Bala di Gabriele Dara, Mbi Malin e Truntafilevet di Crispi Glaviano, le opere di Nicolò Keta, ecc.
Un posto a sé merita Mons Paolo Schirò, l’ultimo dei vescovi ordinanti per il Rito greco in Sicila, per aver scoperto il primo libo a stampa della letteratura albanese, il Messale di Gjon Buzuku, 1555.
Tale scoperta suggerì al buon vescovo l’idea di tradurre i passi scritturistici della messe domenicali e festive dal greco in albanese che pubblicò nel settimanale Fjala e t’Yn’ Zoti .
Rompendo gli schemi entro i quali la liturgia degli “ortodossi con Roma” doveva, allora, celebrarsi in greco, come quella dei cattolici doveva esserlo in latino, ne introdusse l’uso nelle parrocchie.
 Quest’uso è rimasto sino ad oggi e non si vede alcun motivo per cambiare.
Una lingua rimane viva finché si parla e usarla nella preghiera pubblica, nella liturgia, significa darle dignità al pari di ogni altra favella umana.
Con Mons. Paolo Schirò partono gli inesausti studi filologici sul Messale di Buzuku, mentre chi vi parla ne ha condotto il primo studio storico liturgico contestualizzandolo nel periodo del Concilio e del post concilio di Trento.

Come è noto, l’ethos arbëresh è stato ed è strettamente legato alla Chiesa.
Se non ci si vorrà pentire, come Sant’Agostino quando lamenta: “amisi utilitatem calamitatis”, si faccia dell’estraneità all’ambiente dell’Eparca venuto da lontano una chance, una opportunità, invece che un fardello da sopportare a fatica.
Sono certo che la buona volontà del Pastore troverà riscontro nella buona volontà della maggior parte del Popolo di Dio.
Concretamente suggerisco;
-l’alfabetizzazione albanese dei papas dell’Eparchia, anche in chiave ecumenica e per un rapporto privilegiato con la terra d’origine;
-l’edizione e l’uso liturgico delle opere lasciate in ciclostilato da Papas Gjrgji Schirò, nipote ed epigono dello zio vescovo;
-la trascrizione e la stampa dell’opera storico-teologica in manoscritto di Paolo Maria Parrino;
-Quant’altro, poi, lo Spirito buono e vivificante vorrà suggerire.

zef.chiaramonte@yahoo.it