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mercoledì 10 luglio 2019

La Storia serve. Il Blog di essa si occupa

Tutti i libri di Storia, anche se trattano un'età molto antica, hanno un rapporto con il presente.
(Jacques Le Goff, 
storico e accademico francese, studioso 
della storia e della sociologia del Medioevo).
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Studiare la storia? 
Essa ci aiuta a comprendere il passato, ed è un monito per il presente. I romani dicevano che la storia è “magistra”, ossia insegna.
Perchè il mondo attuale ha questa configurazione ? Perchè l'Italia ha ministri che pensano in termini "sovranisti" come Salvini ? 
Dobbiamo sempre (per ogni domanda che ci facciamo) rivolgerci alla storia. Un proverbio sostiene -peraltro- che “la storia ripete sempre sé stessa". La verità vera è però che la costante della Storia è l'uomo. E' l'uomo a ripetersi, è l'uomo l'attore della Storia.
La Storia ha -ancora- una notevle valenza culturale: insegna le origini delle società e delle culture; ci fa conoscere le radici della nostra e delle altre contemporanee società umane. 
Da sempre su questo Blog abbiamo tenuto in notevole considerazione la Storia.
Continueremo, con frequenti e brevi flash periodici, a scavare nella Storia, quella universale e quella locale.

Cultura e politica. Correnti di pensiero dell'Occidente: il Positivismo

E ... nacque il laicismo

La scorsa volta ci siamo intrattenuti sul fenomeno culturale, post-rivoluzione francese e post-era napoleonica, che va sotto il nome di "Positivismo" (leggi piggiando qui: n. 1- Positivismo).
Quando ormai il vecchio mondo feudale/culturale dell'alleanza del Trono (=il Potere dei forti) con l'Altare (=che fino ad allora era stato usato per tenere buone le masse diseredate) era in disfacimento, Saint-Simon guardava alla appena sorgente industria e alla logica di fare degli industriali per immaginare una nuva base culturale della società, mentre Comte guardava agli scienziati che riescono a suscitare un nuovo credo e una nuova visione del futuro degli uomini.

Lo schema che sembrò venire fuori dalla combinazione del pensiero dei due studiosi post-illuministi era che ai primi, agli industriali, competeva grazie alle loro attitudini di crescita del benessere il potere temporale (=la guida della società) e agli scienziati competeva grazie alle loro autorevoli, indiscutibili e dimostrabili rivelazioni sulle cose del mondo il potere spirituale.
Nel nuovo assetto "positivista", quello delle origini, in materia politico-sociale
1) non devono esserci nè capi nè sudditi,
2) le decisioni non vanno prese a maggioranza,
3) non c'è posto per il "libero arbitrio",
in quanto il disaccordo sulle rivelazioni della scienza è impossibile.

Uno schema quello sinteticamente ora riportato che tuttavia vale solamente per le scienze "mature". Infatti, nell'originaria impostazione positivista, sussistono due stadi:
1- Lo stadio "teologico" o fittizio in cui i fenomeni vanno spiegati facendo ricorso a "idee soprannaturali", immaginarie e mitologiche;
2 - Lo stadio "metafisico"  astratto, quando la ragione prende il posto della fantasia come facoltà dominante. Si tratta di un progresso rispetto alla fase precedente in quanto si offre una spiegazione razionale fondata sull'accertamento delle connessioni tra i fenomeni, in vista della costruzione di un "sistema". 
Certo, i fatti continuano ancora ad essere spiegati con "idee" non più sopranaturali e tuttavia non ancora "naturali". Si trattava, per i primi positivisti, di uno stadio ancora "ibrido" destinato ad essere superato da un terzo stadio finale e "positivo".
3) Nel terzo stadio devono avere largo spazio l'osservazione che condizionerà la "ragione". Condizionamento del tipo "connessione certa e invariabile tra fatti e non di causa ed effetti".

Sostanzialmente lo "spirito dei positivisti" rinuncia a porsi domande che non possono avere risposte:  "la vana ricerca delle cause" lascia il posto alla ricerca-accertamento delle leggi che sono "l'enunciazione delle relazioni". La realtà esiste indipendentemente dalla mente, ma non è conoscibile nella sua interezza, poichè "la conoscenza è sempre relativa alla nostra organizzazione e alla nostra situazione", cioè alle possibilità umane e alle condizioni storiche.

I tre stadi, proposti da Comte, danno una concezione della Storia che già gli illuministi avevano scandito in fasi: il progresso della ragione e della società che va dalle barbarie alla civiltà. Come già per gli illuministi il processo appare spontaneo e inarrestabile. Ciascun essere umano è "teologo" nell'infanzia, "metafisico" nella giovinezza e "scienziato" nella maturità.

Quella di Comte viene considerata una filosofia della Storia, oltre che della Scienza, che contiene la speranza quasi religiosa di una rigenerazione dell'umanità.       
(Segue)

martedì 9 luglio 2019

Giornale di Sicilia. Assente dalle edicole per due giorni

Sciopero e licenziamenti, i giorni da incubo del Giornale di Sicilia: incontro con Orlando

Il Giornale di Sicilia oggi e ancora domani non sarà in edicola per lo  sciopero dei poligrafici.
La protesta è conseguenza "della decisione dell'azienda di procedere con la cassa integrazione per 31 dei suoi dipendenti". 
I sindacati intravedono lo spettro dei licenziamenti e provano ad affrontarlo e a combatterlo per allontanarlo.

Le nuove tecnologie, che sono opportunità per le aziende e per l'uomo, non possono e non devono trasformarsi in biglietto di licenziamento bensì di riqualificazione e crescita. Questo è quanto sostengono i sindacati.

10 giugno (1940). L'Italia va in guerra

Abbiamo evidenziato che era il 14 agosto 1939 il giorno in cui Hitler impartì l'ordine di aggredire la Polonia al fine di congiungere la Germania con i territori della Prussia Orientale e con la città libera di Danzica (leggere testo precedente pigiando). Lo Stato Maggiore fissa per il successivo 26 agosto alle 4,15 del mattino l'ora X per l'inizio delle operazioni. 
Lo Stato Maggiore però scopre subito che uno dei punti che Hitler aveva dato per scontato invece si rivela infondato.
L'Italia che nel discorso del Furher veniva annoverata pronta a scendere in campo a fianco della Germania invece fa sapere per via diplomatica, tramite l'Ambasciata a Berlino, che per mancanza di materie prime e di mezzi bellici, l'Italia, al momento non è assolutamente in grado di scendere in campo.
Hitler, colto di sorpresa, scoppia pieno di ira, e rivolto a Goebbels asserisce "Gli italiani si stanno comportando esattamente come fecero nel 1914" e gli ordina di rinviare sia il giorno "Y" che conseguentemente l'ora "x".

Hitler riconsidera il quadro politico corrente dei paesi europei prendendo atto della "inaffidabilità" italiana ma ritiene di poter ugualmente giocare la partita nei confronti dei suoi scontati avversari: Gran Bretagna e Francia. 
Egli individua il punto debole nella Francia a guida socialista, la cui opposizione di destra -sia liberale che nazionalista- porta avanti lo slogan "meglio Hitler che Blum" (Leon Blum fu capo del Governo -ad intermittenza- dal 1936 al 1947; era il dirigente dell'Internazionale socialista). Lo slogan dei filo-tedeschi francesi era "Morire per Danzica è da idioti", il cui senso era di lasciare fare a Hitler senza tentare di bloccarlo.
In Gran Bretagna il governo conservatore non era davvero entusiasta di dover entrare in guerra per bloccare le mire hitleriane. Il governo temeva infatti che destinare risorse per la guerra avrebbe favorito i "laburisti" alle successive elezioni; tuttavia per vie diplomatiche -più o meno informali- fa sapere ai tedeschi di essere immeditamente pronta ad intervenire a difesa della Polonia, giusto i trattati con essa sottoscriitti.
Hitler dopo aver preso atto del quadro politico europeo non perde tempo e il 26 agosto fissa il giorno "Y" al primo settembre 1939. Lo stesso giorno scrive a Mussolini chiedendogli "quali strumenti bellici e quali armi" gli servono per entrare in guerra a fianco della Germania.
La richiesta italiana viene volutamente "gonfiata" (lo scrive il ministro degli esteri, Ciano, sul suo diario) per scoraggiare i tedeschi dal soddisfarle. Contemporaneamente, Mussolini che ammette l'impreparazione dell'Italia, scrive,  ad Hitler nelle vesti poco credibile di "pacifista", proponendogli di cercare una soluzione concordata col governo polacco. 
I pochi giorni che vanno dal 26 agosto al primo settembre sono intessuti da continui e fitti tentativi diplomatici che coinvolgono tutte le cancellerie europee, a cui si aggiungono (nel tentativo di bloccare l'imminente incendio) sia il Vaticano di papa Pacelli che gli Stati Uniti di Roosvelt.
Ma ormai Hitler aveva deciso.

Cose da capire. Il Nord del Paese è stanco di trasferire risorse al Sud

Lombardia, Veneto ed Emilia-Rmagna rivendicano l'autonomia regionale differenziata,  esplicitamente finalizzate ad ottenere, sotto forma di quote di gettito dei tributi che vengono trattenute, risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle oggi spese dallo Stato a loro favore.. Si tratta delle regioni più ricche del Paese che non intendono ulteriormente sostenere la crescita (o il parassitismo: si tratta di punti di vista) delle regioni svantaggiate del Paese.
Quello delle risorse è quindi il tema dominante delle regioni più sviluppate del Paese e somiglia tanto a quella ricca Catalogna (in Spagna) che mira alla secessione per non continuare a sostenere le aree più svantagiate della penisola iberica.
Da noi il paradosso però è che nel mezzogiorno la Lega, la forza politica che fa fretta sull'autonomia differenziata delle regioni ricche, miete successi elettorali. La gente del Sud in effetti mai ha vorato secondo i propri interessi; ha sempre votato i demagoghi  e mai chi le spiega come funzina una società moderna.
La Lega intende capitalizzare subito i risultati elettorali e assecondare le ricche regioni che le hanno dato i natali. Nulla conta se per sostenere l'autonomia differenziata a pagare saranno le regiioni più svantaggiate del Paese.
In Spagna, nel resto dell'Europa, l'opinione pubblica sa fare di conto, da noi, in Sicilia, nel Meridione, tutti corriamo, persino nei piccoli comuni, ad iscriverci alla Lega per schierarci contro gli interessi dei nostri territori. Eppure non è difficile capire che con risorse pubbliche nazionali disponibili date (e che da un decennio decrescono) questo significa spostarne una quota maggiore di esse a favore delle regioni più ricche, conseguentemente riducendole per i cittadini delle altre regioni italiane. Alcuni osservatori configurano in quest quadro ora descritto una vera e propria “secessione dei ricchi”, le regioni a più alto reddito trattengono una parte maggiore delle tasse raccolte nel proprio territorio, sottraendola alla fiscalità nazionale.
Certo: il Sud fa di tutto per apparire parassitario. La Regione Sicilia ha tanti dipendenti quanti ne hanno assieme le altre 19 regioni. Altrove gli uffici pubblici lavorano, da noi gli assessorati servono per erogare stipendi a gente che timbra la mattina, sparisce e poi torna alle 14,00 per timbrare l'uscita.
Quest'immagine non aiuta per esigere parità di trattamenti fra le regioni.

lunedì 8 luglio 2019

Elezioni greche. Nuova democrazia (destra) aveva prodotto il crak: adesso è primo partito

Con poco meno del 40% Nuova Democrazia ha ottenuto anche il premio di maggioranza e con 158 seggi avrà la maggioranza assoluta del Parlamento e potrà governare. Syriza guidata dal Premier uscente Alexis Tsipras con il 31,5% conquista 86 parlamentari. Più staccato il Pasok con circa l’8 % e ancora di più il partito comunista con poco più del 5 %.

 Tsipras, dopo il tracollo fiinanziario del paese prodotto dal governo di centro-destra,  è riuscito negli ultimi quattro anni 
-a riportare la Grecia fuori dal commissariamento dell’ Europa, a rimettere in moto l’economia e 
-a risolvere sul piano interno e internazionale, con l’accordo di Prespa, il nodo del nome della Macedonia, 
-ha comportato una serie di sacrifici per il popolo greco, come i tagli all’impiego pubblico, la perdita del potere d’acquisto della moneta, l’aumento dei prezzi che hanno pesato negativamente sul voto degli elettori,
ha pagato quindi per il risanamento dei conti.

Tsipras con nuovo quadro politico, con i socialisti e le altre forze della sinistra, non starà sicuramente a guardare per impedire che la Grecia ritorni a un passato di restaurazione, ad un governo guidato dalle storiche famiglie che hanno sempre governato nella cura degli interessi di parte..

Rino Formica. "La prigione di Moro ? Lo Stato non l'ha voluta trovare"

L’ex ministro: «Noi socialisti incontravamo persone che avevano contatti con i brigatisti: di questo avevamo informato il Quirinale. 

Dissi a Craxi di non andarsene dall’Italia, poi non l’ho più sentito»                                       di Walter Veltroni

CORRIERE DELLA SERA di oggi

Rino Formica, cominciamo con te, autorevole dirigente socialista, una serie di incontri per ricostruire la fine della prima Repubblica, assai più certa della nascita della seconda. Cos’ era la prima Repubblica?
«L’Italia è stato un Paese di frontiera, ma di più frontiere. Frontiera Est-Ovest e poi Nord-Sud. È stato luogo di scambio tra due imperi, quello sovietico e quello americano. E aveva una frontiera in più, quella dello Stato del Vaticano. Infine vi era una frontiera tutta interna del sistema politico: quella tra forze politiche che dovevano stare insieme necessariamente per ragioni costituzionali, ma erano divise per appartenenza a due campi ideologici diversi. Come hanno risolto i problemi della frontiera le classi dirigenti della prima Repubblica? Con un miracolo di equilibrismo in tutti i campi. Sulla frontiera Est-Ovest sono stati un Paese fedele all’alleanza, ma contemporaneamente coltivavano aperture al dialogo con il campo dell’Est. Poi c’erano ragioni commerciali. Insomma era un miracolo di equilibrio: un po’ di Helsinki, un po’ di Tangeri».
E sul fronte interno?
«La frontiera interna era tra i partiti del campo occidentale ed il Partito Comunista, che aveva un legame ideologico con l’Est. Lo regolava con il patto costituzionale e con la grande intuizione del partito di massa del Partito Comunista, un partito che si doveva non isolare come partito minoritario di avanguardia, ma doveva entrare all’interno della società nelle aree più ramificabili dall’influenza politica. Si saldava così un legame costituzionale. Il legame del compromesso patriottico. Nessuna forza politica del campo occidentale avrebbe messo fuori legge il Partito Comunista e il Partito Comunista non sarebbe mai stato un partito falange armata in caso di attacco all’Italia dei Paesi dell’Est».
Quel patto muore con la morte di Moro e tutto il sistema comincia uno squilibrio che esploderà con la caduta del muro? Che idea ti sei fatto di quel grumo di anni che c’è tra il golpe in Cile, il rapimento Moro volto a far saltare il compromesso storico, l’assassinio di Falcone?
«Tra il 1948 e il 1989, quaranta anni, in un Paese di frontiera come l’Italia, si è combattuta una guerra fredda. I due campi ideologici non erano in condizione di poter dialogare senza misurarsi costantemente sul piano della forza. Ma non più la forza militare. Ogni volta che si stava per arrivare al punto dello scontro, del passaggio dalla guerra fredda alla guerra calda, i due imperi frenavano. Questa guerra di aggiustamento delle condizioni di squilibrio che si andavano a creare nelle due aree non poteva non avvenire che con mezzi occulti, coperti, non visibili. Ho letto un tuo articolo sulla strage di Brescia. Ti sembra possibile che in un Paese di frontiera non si sappia cosa c’era nell’uso del terrorismo di destra e di sinistra? Noi pensiamo: il terrorismo di sinistra ha una base ideologica. E quindi ha un retroterra anche idealistico, pazzoide, quello che vuoi, ma c’era idealismo, sporco di sangue. Il terrorismo di destra non aveva nulla di ideologico, è stato strumentalizzato ed utilizzato a fini di manovalanza. Non esisteva una centrale del fascismo che utilizzava il terrorismo di destra per ragioni ideologiche, c’era una centrale di farabutti che dovevano dare una veste ideologica allo stragismo. Il terrorismo di destra è assimilabile alle bande criminali della mafiosità. Perché è roba da criminali, da mafiosi».Cos’era Gladio? Tu sapevi che esisteva?
«Gladio, nella sua manifestazione plateale, appare nel ‘90-91 con le dichiarazioni di Andreotti. Delle organizzazioni parallele fuori dell’ordinamento costituzionale, parla lo stesso Andreotti in un articolo sul Sifar pubblicato sul giornale Concretezza nel febbraio del ’68. “Ma di che cosa si sta parlando qui? Qui è tutto noto, tutti sanno. I rapporti, anche le forme clandestine”. Fa accenno esplicito ad organizzazioni, all’interno del nostro sistema di sicurezza e del nostro sistema di alleanze, non costituzionalmente rispettabili, o compatibili costituzionalmente. Andreotti era uno che non si faceva coinvolgere nei problemi, ma era informato. Lui non si immischiava. Sapeva e tesaurizzava. Quando, nell’84, feci l’intervista sulla questione dell’attentato al treno...».
La strage del rapido 904, diciassette morti all’antivigilia di Natale.
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una Renault a via Caetani a Roma. Era il 9 maggio 1978 (Ansa).
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro
 in una Renault a via Caetani
 a Roma. Era il 9 maggio 1978 (Ansa)
«Sì. Dissi: “Ci hanno mandato un avvertimento”. Dissi che c’erano forze che volevano ledere la nostra sovranità. Spadolini fece un casino. C’era il governo Craxi, voleva fare una crisi per la mia intervista. Craxi mi telefonò: “Vieni ad una riunione a Palazzo Chigi”. Vado, ci sono Craxi, Forlani, Andreotti ministro degli Esteri, Spadolini ministro della Difesa e Amato che stava lì come sottosegretario ai Servizi. Spadolini fa uno sproloquio: “Tu vuoi rovinare questo governo tu, così come hai fatto cadere il mio governo, vuoi far cadere anche il governo di Craxi!”. Io dissi: “No, io ho semplicemente espresso il mio pensiero. Non voglio far cadere nessun governo”. Andreotti, che ce l’aveva con Spadolini e che voleva darmi una dritta, dice col suo modo: “La sovranità limitata è un problema sempre aperto, un problema antico. La sovranità limitata con l’America noi l’abbiamo sancita con un atto amministrativo, la circolare Trabucchi”. Silenzio. Mette lì queste cose: circolare Trabucchi, sovranità limitata, atto amministrativo. Spadolini non capisce perché è disorientato da questa cosa. Forlani guarda l’orologio e dice: “Ho un appuntamento”, si alza e se ne va. Due minuti dopo Amato dice a Craxi che ha un impegno e se ne va. Restiamo Spadolini, Andreotti, io e Craxi. Craxi vede l’imbarazzo generale e dice: “Va bene, ci siamo chiariti”. Andreotti mi stringe la mano come per dire: approfondisci. E in effetti Trabucchi nel giugno 1960, durante i fatti di Genova con il governo Tambroni, accettò una richiesta degli americani, evidentemente molto preoccupati, che ottennero, con una circolare del ministro delle Finanze, che negli uffici doganali delle basi americane venissero sostituiti i doganieri italiani con quelli statunitensi. Di lì passò tutto l’armamento in Italia. Passò attraverso le basi militari americane. Entrava ed usciva. E la circolare Trabucchi non fu mai abolita».
C’è stato un momento in cui Moro stava per essere liberato?
«Io credo di sì. Noi socialisti, gli amici di Moro e persone spinte da una preoccupazione umanitaria, come Vassalli, cercammo di spingere per la liberazione del presidente dc. La nostra azione era alla luce del sole e gli incontri con le persone che pensavamo potessero essere tramite con le Br avvenivano all’aperto. Insomma ti pare possibile che Pace, esponente dell’estrema sinistra che dialogava con le Br attraverso Morucci, si incontra con i socialisti alla luce del sole, si vede più volte nei bar con Morucci e Faranda... E tutti questi non sono controllati? Non sono ascoltati? Seguendo lui sarebbero arrivati alla prigione».
Ci si è sempre chiesti se voi informaste il governo dell’epoca...
«Non è vero che non informavamo, tutti erano informati, Cossiga era informato, il Quirinale era informato, il Quirinale e chi stava al Quirinale oltre il Presidente, erano informati, tutti erano informati. Ora come è possibile che ci sia stata tanta voluta trascuratezza? A mio modo di vedere il covo era conosciuto. Se poi metti in connessione che oramai è quasi certo il fatto che Mennini il prete, andò a confessarlo e poi andò via dall’Italia, fu mandato lontano dalla Chiesa...».
Chi è che voleva Moro morto?
«Questa è una domanda che non va fatta perché non otterrai mai la risposta. Devi fare un’altra domanda. Chi non lo voleva operante? I comandi militari della guerra fredda. Perché lui stava innovando le regole del passato. Sapeva che, nella guerra fredda, non potevano stare nei governi nazionali del campo occidentale quelli che erano considerati i nemici internazionali. Ma Moro, negli anni settanta, fece un ragionamento inedito. Stava nascendo un nuovo rapporto Est-Ovest, andava avanti una politica di distensione, di dialogo tra le grandi potenze. Questo, pensava, permetteva un superamento, sul piano nazionale, della logica derivata dalla guerra fredda. Non per fare governi tra Dc e Pci, ma per realizzare una legittimazione di governo delle masse popolari anti-Stato in Italia. Che erano i cattolici, i socialisti e i comunisti. E la legittimazione avviene attraverso il governo del Paese. Dei cattolici è avvenuto, dei socialisti anche, doveva avvenire pure dei comunisti».
In Italia c’è stato il rischio di un colpo di Stato negli anni ’70? 
«In Italia dal 1948 in poi hanno convissuto due tendenze di fondo. La tendenza alla soluzione autoritaria dei problemi difficili a risolversi e la scelta difficile, faticosa, della via democratica. Questo nasce dal fatto che non è stato risolto in via definitiva l’appartenenza toto corde delle masse alle ragioni dello stato democratico. La maturazione democratica delle masse in Italia è stato un processo sempre interrotto. È continuato sempre, ma ha avuto sempre delle interruzioni perché , anche nell’opinione pubblica, talvolta ha prevalso la suggestione della semplificazione. Tanto è vero che oggi la vera questione non è rievocare regimi passati o rischi di regimi passati, il problema sempre aperto in Italia è quello della opzione tra la soluzione autoritaria e quella democratica».
La prima Repubblica si spegne per sempre con l’attentato a Falcone, nei giorni di Tangentopoli e con il parlamento che non riesce a eleggere il Capo dello Stato...
«Falcone aveva accumulato nella sua vita tante ostilità perché aveva saputo agire sempre senza domandarsi: “Mi giova o non mi giova?”. Ad un certo momento c’è un vuoto politico e istituzionale che apre spazio ad uno o a più di quelli che sono stati colpiti da quell’agire indipendente. La responsabilità, quando avviene qualcosa di questo genere, è sì di chi ha colpito, è sì di chi ha fornito l’arma, ma è anche di coloro, e possono essere moltissimi, che sapevano e si sono voltati dall’altra parte. Che Falcone andasse incontro a qualcosa di terribile c’era più di uno che lo sapeva. E si è voltato».
La fase finale di Cossiga, le picconate e il resto... Come la spieghi?
«È un dramma shakespeariano. Cossiga era uno che ha rappresentato veramente il dramma politico italiano nel suo unicum, cioè il dilemma tra autoritarismo e democrazia. Quello è stato ed è il dramma vero. Soluzione autoritaria o soluzione democratica».
Cossiga le aveva tutte e due dentro? 
«Sì».
Ed è per questo che dopo la vicenda Andreotti perde il controllo?
«Sì».
1956. Cosa sarebbe stata la sinistra italiana se allora il Pci avesse avuto il coraggio di una secca condanna?
«Nel ’56 Togliatti sferra un attacco violento contro il revisionismo. È rivolto a Nenni che pone il problema dei socialisti e alla dissidenza interna, quella di intellettuali come Giolitti, Fabrizio Onofri che poi rompono con il Partito. Pongono il problema che non è una crisi nel sistema, ma è una crisi del sistema. Il socialismo reale è lo Stato che diventa Stato del partito. Il revisionismo rompe questo assunto. Il partito politico non può essere Stato, perché, se diventa Stato, ha dentro di sé gli elementi della oppressione. Se nel ‘56 il Pci avesse condannato la repressione ungherese cosa sarebbe successo? Sarebbe stato lacerato da una scissione. E avrebbero prevalso i filosovietici. Ecco perché insisto sul tema dell’assenza di cultura istituzionale da parte della Sinistra. La Sinistra e i cattolici, la stragrande maggioranza delle masse italiane nascono anti-Stato. I cattolici per la questione vaticana, i socialisti e i comunisti per ragioni sociali, economiche, ideologiche».
Neanche dopo il 1989 la sinistra riesce a unirsi.
«Dopo il 1989 Craxi va a Praga. Su un muro trova scritto “viva il Comunismo”. Allora lui cancella e scrive “abbasso il Comunismo, viva il Socialismo”. Passa un giovane ceco, legge e gli dice, facendogli il segno del taglio della testa, “Socialismo Kaputt”. Comunismo e Socialismo, nell’immaginario generale, erano identificate. Craxi dopo l’89 doveva compiere una grande operazione politica: chiedere, dopo la Bolognina, che Partito Comunista e Partito Socialista si sciogliessero e riunificassero superando la scissione di Livorno del 1921. Ma non andando a prima di Livorno, andando più avanti. Si doveva sapere che si sarebbe aperta nelle nuove generazioni una crisi di rigetto nei confronti anche della socialdemocrazia e di ogni forma di socialismo. Realizzato o realizzabile. Bisognava andare oltre. Craxi invece fa una sola operazione distensiva, nei confronti del Pci. Dice: vi do tempo, cioè non vado alle elezioni anticipate sulla vostra crisi, vi do tempo per riorganizzarvi e riconvertirvi. Ora secondo me questa era una linea totalmente sbagliata perché la riconversione affidata semplicemente all’iniziativa interna del Partito Comunista avrebbe avuto tempi lunghi, e abbiamo visto che, ancora oggi, in aree del Partito Comunista, dopo trent’anni, non è maturata ancora questa consapevolezza».
Qual è l’ultima volta che hai sentito Craxi?
«Prima che partisse».
Dopo non lo hai più sentito?
«Non l’ho più sentito. Io ebbi con lui un dissenso finale. Ho sempre ritenuto che, andando via, sbagliasse. Un errore forse inevitabile per le ragioni di un profondo dolore . Al culmine del suo dramma personale e politico, alla fine della legislatura nel ‘94, io gli dissi: «Non andare all’estero, noi abbiamo tutti il dovere di stare qui. All’inizio sarà dura, sarà difficile, tutto sarà pieno di amarezze e di sofferenze, ma il tempo fa maturare le ragioni, si spengono le passioni più aspre. Le passioni sono naturalmente ingovernabili solo in due casi: quando il soggetto è ancora sul piedistallo e quando il soggetto è scappato». Quando tu scendi dal piedistallo e non scappi, la ragione ti arriva non dico subito, ma in tempi ragionevoli».
E lui questo non lo accettò?
«Non lo accettò perché sentiva forte l’ingiustizia, l’offesa ricevuta, l’inaccettabilità della selezione per decimazione. Credo che ci fosse anche una ragione di sofferenza fisica, morale, personale. Temeva di non farcela».
Delle persone che hanno fatto politica con te chi ti manca di più?
«Matteo Matteotti. Era una persona splendida: aveva un profondo distacco dal suo dramma umano e la ragione della sua lotta politica era sicuramente l’incarnazione di un ideale e di una sofferenza. La sinistra non esiste senza la sofferenza. Io ricordo sempre una frase che la Kuliscioff aveva pronunciato nel 1926 , intervistata da Giovanni Ansaldo allora ancora antifascista, che le chiese: “Ma dove avete sbagliato?” Una domanda che si può, si deve, fare sempre quando un grande patrimonio viene improvvisamente distrutto. Si può fare anche oggi, a chi lo ha distrutto. Lei rispose: “Non vi esercitate in grandi elucubrazioni, cercate di capire una cosa: alla base di una sconfitta vi è sempre una dirigenza che non ha sofferto”».

Con le immagini ... ... è più facle

Vogliamo approfittare della stagione estiva
per attrarre turisti.

I politici del terzo millennio hanno sempre una giustificazione per la loro inconcludenza.

PALERMO
in pieno Luglio





















 L’Assessore all’Ambiente, Giusto Catania, ha incontrato l’Amministratore di RAP, Giuseppe Norata, per fare il punto sul lavoro di recupero dei rifiuti non ritirati dopo il rallentamento del TMB di Bellolampo per le note vicende dell’incendio e del sovraccarico per il conferimento dai comuni della provincia.

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R-O-M-A in pieno Luglio
























Oltre mille netturbini «inabili al servizio di raccolta» e trecento tonnellate di spazzatura che dovrebbero essere raccolte ogni giorno e invece vengono lasciate, da settimane, a marcire in terra perché l’Ama non sa dove portarle. 
Per schivare il rischio dell’emergenza sanitaria, la municipalizzata dei rifiuti, che corre per ripulire Roma rispettando il cronoprogramma fissato dall’ordinanza della Regione, ha chiesto uno sforzo a tutti gli impianti del Lazio che già accolgono la spazzatura della Capitale: 650 tonnellate al giorno per tornare a condizioni accettabili, ovvero le 300 del quantitativo ordinario più le 350 tonnellate che servono a smaltire l’accumulo.

Alla raccolta devono pensare 4.000 netturbini dell’Ama (su 7.560 dipendenti) organizzati ogni giorno in quattro turni da mille (un po’ meno la domenica quando lavorano 1.750 dipendenti). Ma ora che c’è la crisi si tenta di andare a pieno regime, per quanto è possibile. 
I vertici dell’azienda, appena insediati dopo l’azzeramento del vecchio cda a febbraio, lamentano carenze nel personale visto che negli ultimi giorni sono arrivati almeno mille certificati medici per problemi cutanei legati alla raccolta a terra o respiratori per i miasmi della putrefazione. 
E gravi lacune anche nel parco mezzi: 350 compattatori su 700 sono fermi e circolano appena 800 dei 1900 autoveicoli in dotazione per il ritiro a domicilio. Del resto il parco è vetusto (età media 10 anni), e il tasso di indisponibilità tra guasti e mancate manutenzioni raggiunge il 55%.

domenica 7 luglio 2019

Sovranismo e isolamento. L'Italia immersa in una politica che non le fa conseguire nulla


L’Italia risulta completamente isolata in Europa. La politica estera non è più, come dovrebbe essere, gestita dal Ministero degli Affari Esteri ma direttamente da Salvini, ministro degli affari interni, i cui alleati esteri sono i governi dei paesi sovranisti del patto di Visegrad; proprio quelli che rifiutano categoricamente il riparto degli immigrati fra tutti i paesi dell’U.E..

In quanto italiani ci siamo ormai allontanati dall’Europa grazie ad una dose di  incompetenza degli attuali reggitori della cosa pubblica:
1) un giorno combiniamo guasti diplomatici con la Francia incontrando i Jillet gialli;
2) un altro giorno attacchiamo la Germania perché la Merkel sfrutta la povera Italia;
3) un altro giorno ci infatuiamo della Russia di Putin che viene a comunicarci che ormai la democrazia liberale è superata.

L’Italia di Salvini (di Di Maio nessun conosce cosa faccia) ormai fa comunella con i paesi illiberali. Da illiberale –il leader leghista- aveva deciso che la “Capitana” della Sea Whatch era colpevole di tanti reati connessi all'approdo a Lampedusa. Adesso che il Gip ha scaglionata la giovane tedesca, egli inveisce contro la Magistratura.

L’Italia ha perso la Bce, e questo era già messo in conto, ma non ha acquisito nulla dal momento che la presidenza dell’Europarlamento affidata a Sassoli era già prima appannaggio dell’italiano Tajani.

Hanno detto ... ...

Intorno all’una di questa notte l’ultimo migrante 
a bordo del veliero Alex ha messo piede a terra nel porto di Lampedusa. 
Dopo un tira e molla a distanza con il Viminale, quindi, le persone soccorse 
nei giorni scorsi a largo della Libia hanno potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo ed essere trasferito nell’hotspot dell’isola. 
La Guardia di finanza ha messo sotto sequestro l’imbarcazione a vela della Ong italiana Mediterranea Saving Humans, ma non è stata confermata la notizia che vedrebbe l’intero equipaggio indagato.

GENNARO CAROTENUTO, storico, scrittore, giornalista
L'Italia di inizio XXI secolo sarà ricordata per sempre come quel paese nel quale il governo combatté una battaglia campale, promulgando leggi per impedire che si salvassero vite umane in mare. E la perse, affondando nell'infamia.

SERGIO SCANDURA, giornalista d Radi Radicale
Viminale: Alex sequestrata, equipaggio indagato. Sbarco dei migranti a Lampedusa.
La procura Agrigento valuterà l'esposto presentato da Mediterranea all'ufficio retto dal procuratore Patronaggio.

IL MANIFESTO, giornale
TERRIFICANTE: Mediterranea con 46 naufraghi rompe il divieto e attracca a Lampedusa.
Il cinismo di Salvini non ha freni. Bloccati sotto il sole fino a notte ai migranti è vietato scendere a terra.
«È sequestro». Lite con la ministra Trenta

GREGORIO DE FALCO, senatore, già ufficiale di Marina
Non dobbiamo accoglierli tutti, ma provare a salvarli tutti si, senza voltarci, con indifferenza, dall'altra parte o coprendoci gli occhi.
Salvare ed accogliere sono entrambi nobili gesti, ma sono differenti.
La responsabilità dell'accoglienza non può ricadere tutta sul nostro Paese, sarebbe ingiusto e forse impossibile. 

Il nostro Governo dovrebbe pretendere una riforma del Trattato di Dublino, instaurando un rapporto costruttivo con le Istituzioni europee, ma occorrerebbe prima abbandonare il metodo controproducente dell'insulto come lingua ufficiale del rozzo dialogo instaurato con gli altri Stati.

Ma sarebbe necessaria una qualità che il nostro Governo pare non possedere, il rispetto.
"... Il mare inghiotte vite umane allo stesso modo delle camere a gas. E chi fa finta di non capire questa semplice verità non è meno colpevole di uno scafista o di un carnefice." 
(Marina Liberti)

GIULIANO FERRARA, giornalista
Gentile ministro Salvini, può impegnarsi affinché la magistratura multi, confischi, faccia quello che lei ritiene idoneo a fronteggiare una provocazione, ma impedire lo sbarco di 45 passeggeri di una barca di 18 metri è assurdo. Lei ha perso la testa.

TOMMASO STELLA, capitano della barca a vela di Mediterranea
Qualche agente, di nascosto, mi ha ringraziato.
Uno di loro si è anche messo a piangere mentre contrllava i nostri documenti.