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sabato 20 novembre 2010

Il Clientelismo in Sicilia è sempre stato di casa

saggio ripreso dal sito La Repubblica
L'Isola dei carrozzoni

Il clientelismo risale al '500. Lunedì allo Steri si presenta "La zavorra", saggio di Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria su sprechi e privilegi in Sicilia.
Si parte con un precedente del Cinquecento: mentre il regno di Spagna aboliva le guarentigie per i tribunali sacri, a Palermo chi faceva parte del Sant'Uffizio godeva ancora dell'immunità. Cinque secoli più avanti la Corte dei conti accuserà la folla di stipendiati della Regione diventati 144 mila
di ENRICO DEL MERCATO e EMANUELE LAURIA

"Todos los ricos, nobles y los delinquentes". Il 3 novembre del 1577 il nuovo viceré di Sicilia, Marco Antonio Colonna, eroe della battaglia di Lepanto, scrive al sovrano di Spagna, Filippo II, per spiegargli perché nell'Isola è così difficile governare. Parla di nemici, "tutti ricchi, nobili e delinquenti". Ma chi sono? Sono i membri del Sant'Uffizio, nella sede siciliana dell'Inquisizione. E sono tantissimi: almeno 24 mila persone, considerando i 1.572 dipendenti diretti e tutti gli altri "affiliati" che possono beneficiare di privilegi e immunità.
Un bel carrozzone clientelare in stile rinascimentale che l'eroe di Lepanto si era messo in testa di smantellare. O, quantomeno, di ricondurre alle dimensioni che gli uffici dell'Inquisizione avevano nel resto del Regno. E già, perché una tale pletora non era dato trovarla né a Napoli, né in Castiglia, né in Aragona. Anzi. A far saltare la mosca al naso del viceré era stata proprio la lettura degli atti di Concordia firmati qualche anno prima del suo arrivo in Sicilia. In base a quegli accordi, in tutto il Regno di Spagna le strutture dell'Inquisizione erano state riformate: snellite nei loro apparati burocratici e, soprattutto, private di una sostanziosa parte dei privilegi. In particolare, gli appartenenti al Sant'Uffizio erano stati sottratti alla giurisdizione speciale del foro dell'Inquisizione per reati non attinenti alla religione. Significava che, se qualcuno avesse commesso un omicidio o un furto, sarebbe stato giudicato non più da una corte composta da "amici", ma da un normale tribunale.
In quell'anno 1577, in cui l'eroe di Lepanto arrivò a Palermo, tutto questo era la regola nell'intero e vasto Regno guidato da Filippo II. Ovunque, tranne che nella "specialissima" Sicilia. Laggiù, nell'isola, chi faceva parte della mastodontica struttura del Sant'Uffizio poteva ancora farla franca, anche se si fosse macchiato di reati che con la religione non c'entravano nulla. Un bel privilegio, non c'è che dire, che faceva gola a parecchi. "In Sicilia - scriveva Marco Antonio Colonna al re - si fa a gara per entrare nel numero dei dipendenti del Sant'Uffizio, nella convinzione che tale acquisto li liberi da ogni timore di giustizia e li renda sicuri".
Insomma, tutti i ricchi, i nobili e i delinquenti di Sicilia (per stare alle parole del viceré) correvano a garantirsi un posto in quel carrozzone che era diventato il tribunale dell'Inquisizione, non tanto per assolvere alla cieca esigenza di punire apostati, bestemmiatori, giudei e sodomiti, quanto per garantirsi, pragmaticamente, un vastissimo spazio di impunità. Ecco allora "uno strepitoso ampliamento della rete dei familiari e degli ufficiali che operavano al servizio del Sant'Officio. In poco più di un decennio si era avuta una crescita del 300 per cento".
Per contrastare questo andazzo, Marco Antonio Colonna pensò di riformare gli uffici dell'Inquisizione in Sicilia uniformandoli a quelli del resto del Regno. Figurarsi, si rivelò subito una missione impossibile. Aveva messo le mani, l'eroe di Lepanto, su un grumo di interessi protetti, ma soprattutto aveva toccato l'orgoglio siculo, scalfendo uno dei princìpi non scritti sui quali esso si fonda: la Sicilia è una "nazione" a sé, per la quale lo Stato centrale (sia esso il Regno di Spagna o, molto più tardi, la Repubblica italiana) deve prevedere leggi autonome, speciali, riservate solo ai siciliani e non in vigore altrove.
Non a caso, in quella lunga e solo apparentemente non sanguinosa guerra di potere col Colonna, i difensori dei privilegi del Sant'Uffizio siciliano sostennero non solo che l'Inquisizione in genere dovesse avere più poteri ovunque, ma che la struttura siciliana dovesse avere più potere di ogni altro Santo Officio spagnolo. Uno di loro scriveva così a Filippo II: "Che cosa può attendersi mai vostra Maestà da un Regno tanto inquieto e lubrico come la Sicilia, posto in mezzo ai suoi nemici, tanto lontano dalla sua presenza, pieno di eretici e di turchi che, per la molta pratica di navigare in quei mari, vi svernano con la medesima sicurezza come in Levante e se gli eretici non fan lo stesso è per il timore del Sant'Officio?".
Per difendere il loro privilegio autonomista gli inquisitori e i signori loro alleati sparsero veleni e maldicenze sul viceré, agitarono lo spettro della totale distruzione dell'Inquisizione, iniettarono a corte, a Madrid, venefici ragionamenti sul fatto che l'eroe di Lepanto - in quanto italiano - mal conciliasse i propri sentimenti con quelli della Corona spagnola. Alla fine, gli inquisitori siciliani la spuntarono.
Nel 1580 fu firmata una nuova Concordia che regolava i rapporti tra il Sant'Uffizio e la Corona e che, ovviamente, lasciava intatti i privilegi dell'Inquisizione siciliana. Marco Antonio Colonna, sommerso dai veleni e dalle dicerie, cadde in disgrazia presso il sovrano. Venne "commissariato "con l'invio di un osservatore da Madrid e, ben prima che scadesse il suo mandato, fu richiamato in Spagna per discolparsi. Durante il viaggio morì. Resta il sospetto che sia stato avvelenato.
Cinquecento e passa anni dopo, nella Sala delle capriate dello Steri, che fu la sede dell'Inquisizione in Sicilia, il procuratore generale della Corte dei conti Vincenzo Coppola snocciola le cifre del pachidermico bilancio della Regione siciliana. È il 30 giugno del 2010, il giorno in cui - per tradizione - i magistrati contabili passano in rassegna le cifre sulle quali si regge il bilancio dell'ente al quale più di ogni altro i siciliani affidano la propria vita, dalla culla alla bara: la Regione, per l'appunto. È un appuntamento, questo, di routine.
Sotto il tetto dalle volte lignee, a pochi passi dalle stanze nelle quali - ai tempi del viceré Marco Antonio Colonna - venivano torturati eretici, giudei, bestemmiatori, rotolano numeri che raccontano l'annuale miracolo della Regione autonoma siciliana: un bilancio che dovrebbe costringere a portare i libri in tribunale e che, invece, continua ad assistere i siciliani come se fossero gli ultimi superstiti del socialismo reale. Quando il procuratore Coppola arriva al numero di dipendenti che la Regione siciliana ha in organico, però, sembra di rivedere in quelle stanze l'eroe di Lepanto chino a scrivere a Filippo II la lettera sulla pletorica "famiglia" del Sant'Uffizio siciliano.
"Alla data del 31 dicembre - scandisce il magistrato contabile - i dipendenti a tempo indeterminato della Regione hanno raggiunto il numero di 13.528". Ma non sono solo questi gli stipendiati in via diretta dall'amministrazione regionale. A loro si aggiunge quello che il procuratore generale della Corte dei conti chiama "personale esterno a tempo determinato": esattamente 7.114 persone. In questa categoria entrano 1.461 lavoratori utilizzati nelle Spa di cui la Regione controlla l'intero pacchetto azionario e delle quali, dunque, sostiene per intero le spese, i dirigenti e i funzionari a contratto. Tirando le somme, i dipendenti a foglio paga della Regione raggiungono la cifra di 20.642 unità. Ma non basta neppure questo numero a comprendere quale peso abbia sulla società siciliana la Regione.
A quei 20.000 e passa dipendenti diretti, infatti, va aggiunto ancora l'esercito di precari che ogni mese riceve un assegno dalle casse regionali: lavoratori socialmente utili, lavoratori a progetto, forestali, dipendenti delle Asl. Sommandoli agli impiegati si arriva alla cifra di 144.147. È il numero di stipendi che paga ogni mese Mamma Regione siciliana: più del doppio della Fiat, la maggiore industria italiana, oppure l'intera popolazione di una città come Salerno, anziani e neonati compresi. È come se le radici di quell'antico carrozzone denunciato dal viceré Marco Antonio Colonna fossero riemerse producendo un nuovo mostro burocratico dispensatore di assistenza e privilegi.
(20 novembre 2010).

Caro Sindaco, ti scrivo per ...

Caro Sindaco, ti scrivo ...
  Curiamo quest'appuntamento settimanale sul Blog -con cui segnaliamo disfunzioni e carenze che spiccano all'interno del nostro vivere quotidiano- senza polemiche e/o addebiti. E'  implicito che ci piacerebbe una maggiore solerzia nel prevenire quanto poi saremo costretti a evidenziare.

Via Albania (imbocco del collegamento con via Tessaglia)
A)  E' da mesi che la pavimentazione, di giorno in giorno, va dissolvendosi. Le mattonelle non pressandosi l'un con l'altra, al passaggio di ogni autoveicolo si scostano. Intervenire quando il danno non è ancora notevole (meno di €. 100,oo) comporterà costi ridotti per le casse comunali, se però nessuno pone rimedio i costi (progettazione, appalto, esecuzione etc.) diventeranno significativi.
La Via Albania è una arteria molto trafficata, peraltro.

Via Bruno
B) Anche in questo caso il piano stradale mostra il segno del disfacimento. Intervenire subito dimostrerebbe sensibilità ma anche prevenzioni ai potenziali alti costi dei rifacimenti. E' inutile sottolineare che sulla Via Bruno grava parte del traffico automobilistico in uscita dal vecchio centro storico e proveniente dalla parte alta dell'abitato.

Palo Enel adiacente alla strada provinciale Roccella-Kautaliu
C) A breve distanza dal ponte sul Belice Sinistro un palo Enel è prossimo a poggiarsi sul fondo stradale o, comunque, in sua vicinanza. L'immagine fa il paio con quell'altra già pubblicata (dell'alta tensione) in prossimità del borgo Piano Cavaliere. Anche se la competenza ad intervenire è dell'Enel il Comune ha competenza generale su tutto ciò che attiene al proprio territorio. Anche in questo tratto di strada, è inutile evidenziarlo, il traffico automobilistico è abbastanza denso.

La tradizione delle bande musicali in Sicilia

Il Museo delle bande musicali di Ramacca

di Nicola Graffagnini

Ramacca, un piccolo paesino del Catanese, ospita un grande museo della musica, frutto di una lunga e nobile tradizione locale.
Ramacca, è una delle poche cittadine dell’Isola, ad avere una lunga tradizione bandistica di cui vantarsi ed una scuola di musica.
Il Museo inaugurato nell’Agosto del 2009 è dedicato al Maestro Bruno Castronovo. Espone cimeli preziosi, documenti costitutivi delle Associazioni bandistiche, partiture di grandi opere liriche e frammenti di repertori musicali, costumi, vecchie divise -dall’800 al periodo fascista– di vari colori e fogge .
Il percorso espositivo trasmette piacevoli emozioni, le colonne sonore delle feste patronali, delle ricorrenze civili, delle parate militari. La banda era fino ad un certo periodo, familiare presenza a matrimoni, processioni, funerali.
In Italia, si calcola che siano circa 4500 le bande musicali di cui solo 160 in Sicilia, scomparse in certi paesini per la notevole emigrazione che ha falcidiato le classi giovanili lasciando solo donne e bambini. Non è episodico il fatto che anche in USA elementi delle bande musicali dei nostri paesini abbiano ottenuto un grande successo ad esempio a New Orleans, trasformando una giovanile passione in una grande leva per il successo personale nel mondo del jazz storico, ma ritornerò sul punto con altri particolari.
Dicevo in Sicilia sono censite almeno 160 Bande musicali, godono di buona salute ma di scarsa attenzione da parte degli Enti Pubblici.
Forse sarebbe necessario rivalutare l’importanza educativa, sia per l’impegno di apprendimento della materia che per il momento di socializzazione.
Come i gruppi folcloristici o le corali, consentono a bambini, adolescenti o adulti di apprendere insieme la buona musica e rappresenta un investimento di buona educazione e di tradizione sulle nuove generazioni di musicisti.
Ricordo ancora, come se fosse ieri, i pezzi d’opera della nostra Banda musicale sul palco costruito accanto alla Chiesa della Madonna della Favara e il maestro Ferrara e tutti i musicanti prodigarsi per tutta la serata, al massimo dell’impegno. Ricordo distintamente il ragazzo che ogni volta cambiava il titolo del pezzo, incorniciato in una bacheca issata sul palco e l’attenzione degli spettatori, in specie di quelli più anziani che a volte, a noi bambini ci riprendevano severamente con delle occhiate eloquenti . .
Ancora oggi tornando in paese ogni anno per la Festa, resto colpito positivamente dal fatto che la tradizione del concerto in piazza resiste ancora e va migliorando sempre di più, seguita da numerosi spettatori e dai molti genitori, che mandano i figli alla scuola di musica della banda, allontanandoli dal tempo passivo delle varie TV commerciali.
Nicola Graffagnini

venerdì 19 novembre 2010

Se il sindaco non muove i necessari passi politici, rinnovando la sua compagine, è da prevedere che per altri due anni e mezzo l'inerzia amministrativa sarà sempre attuale

  Entro fine mese i comuni dovranno approvare,in consiglio, le eventuali variazioni al proprio bilancio finanziario 2010. A Contessa Entellina il Bilancio è stato varato col solo apporto dei consiglieri vicini al sindaco; consiglieri che nel corso del tempo hanno perso aderenti ed oggi non sono più in condizione di approvare, da soli, alcun atto.
  D'altronde i consiglieri di opposizione non sono stati a suo tempo coinvolti nell'elaborazione del Bilancio e non si capisce per quale ragione dovrebbero ora dare una mano al Sindaco, che come si sa persegue obiettivi non condivisi dall'opposizione (ndr: vorrebbe aggiungere altri precari alle decine di cui già dispone).
  Ad oggi comunque non risulta convocata la sessione consiliare dell'ipotetica "Variazione di Bilancio".
  Che il sindaco faccia i passi "politici" in direzione dell'Opposizione azzerando la Giunta è circostanza che ad oggi non pare sia sul tavolo delle discussioni.

Lo spirito del nostro tempo si caratterizza perchè su tutto si pongono domande: Nulla più viene accolto per "vero", da qui discende il 'relativismo'

Cosa caratterizza i tempi moderni rispetto alle epoche precedenti ? epoche caratterizzate, come è noto, da una estesa, assoluta, invadente, riflessione teologica e conseguentemente dall’influenza nella vita civile dei soli ceti ecclesiastici ed aristocratici ?
Certamente oggi, anzi dall’Illuminismo in poi, sono divenuti elementi fondanti del nostro vivere
-il pensiero filosofico,
-la scienza sperimentale,
-ma anche la cultura di base diffusa.
Per cultura diffusa intendiamo lo spirito della nostra epoca, quello che spinge ciascuno a porre domande e a formulare risposte. Non è stato sempre così: porre domande e formulare risposte in secoli “bui” implicava l’essere sottoposto al giudizio di “eresia”, con tutto quanto ne conseguiva.
Lo Spirito dell’epoca lo cogliamo attraverso personaggi a noi vicini o meno, attraverso le passioni del tempo, le ossessioni e le avventure appunto del nostro tempo. Tutte queste espressioni incidono sui costumi, sulle abitudini, indirizzano il sentimento morale, creano modelli di felicità, dei sogni collettivi, ma anche modelli del dolore e delle sofferenze.
Le domande che il nostro tempo pone e le risposte che sgorgano oggi non vengono più, come un tempo, dagli uomini di Chiesa, quella Chiesa onnipresente nella vita di ciascuno nel Medioevo, anzi oggi le domande hanno come bersaglio il senso comune, la verità appiattita sul senso comune, quella che ci è sempre stata asseverata dalla tradizione e dagli interessi che producono e sorreggono il senso comune.
Il conformismo oggi non è più un riferimento assoluto; è vero ! nessuno riesce a mandarlo a pezzi; però oggi sprizzano da più parti, da più angolature ventagli di scintille che riescono ad illuminare i passi dell’uomo contemporaneo.
Oggi, è pure vero, col relativismo (quel modo di pensare che è tanto in odio al papa teologo), con la fantasia ironica viene messa in derisione ogni precedente verità assoluta. Ma ciò non è altro che la conseguenza del fatto che ciascuno di noi vive la propria afflizione, insegue i propri desideri, ricorda il proprio passato, esprime la voglia di vivere; in questo contesto ciascuno oggi porta con sé la propria verità, che inevitabilmente contrasta con quella degli altri.
Modernità significa, quindi, porre domande sul valore, sulla invadenza del senso comune, significa non accogliere nulla e darlo subito per scontato. E’ pure vero che il senso comune non si arrende mai, rinasce continuamente come la gramigna sul campo, esprime l’invincibile conformismo dei tanti.
Il senso comune cambia veste, colore, apparenza, ma la sostanza è sempre la stessa: la gran parte della gente si conforma sempre all’idea dominante (per rimanere al secolo scorso, il Novecento: tutti fascisti, tutti democristiani, tutti craxiani, tutti berlusconiani …).
Le idee nuove lottano contro le resistenze conservatrici del senso comune, ma se riescono alla fine a trionfare e a plasmare una società nuova, con lo scorrere del tempo la novità diventerà consuetudine, il conformismo del senso comune l’avvolgerà con la sua rete in attesa di altre idee, altri colori, altre novità.
Il senso comune è dunque sinonimo di assuefazione ed esprime lo spirito conservatore quale che sia il colore della bandiera che lo ricopre.
Quando un mondo è ormai logoro, incartapecorito, vecchio, si riduce a vuota liturgia, contro di esso vengono lanciate “risate”. Saranno le risate dissacranti che alla fine seppelliranno il vecchio mondo.
Il discorso da noi seguito si presta a varie analisi in ogni campo del vivere civile. Tenteremo di applicarle nei filoni più significativi della società. Nel lungo termine, però.

giovedì 18 novembre 2010

Appuntamento al 14 Dicembre nelle aule del Parlamento

La settimana politica
di Nicola Graffagnini


Dopo due settimane dalla mia ultima nota , oggi non posso evitare di ripartire dal dilemma odierno, posto dalla politica all’attenzione della Nazione, elezioni sì ed elezioni no.
Purtroppo il vizio degli Italiani e specialmente di quelli che ogni mattina …..troviamo seduti ai tavoli dei vari TG pronti ad essere ascoltati di prima mattina … ….è la perdita della memoria …
Infatti tutti parlano della Germania e del modello tedesco per il superamento della crisi, ma mai nessun giornalista sembra voler approfondire l’argomento adducendo la scusa dei tempi televisivi …!. Diversamente si dovrebbe riandare all’indomani del voto .. in Germania, due anni fa, allorquando la Presidente Merkel non ottiene il risultato utile per un governo autonomo e immediatamente si pone, con grande modestia, alla ricerca di un confronto costruttivo con le altre forze politiche e nasce per il bene del paese, la “ gross coalition “ con tutte le conseguenze positive del clima di pacificazione, così raggiunto..
In questi giorni, per la verità, qualche accenno alla gross coalition l’ho sentito, ma molto di sfuggita, perché il vizio dei nuovi salotti televisivi, molto lontani dalle vecchie e solenni …..tribune politiche dirette da Iader Iacobelli, è quello di accennare di sfuggita ai problemi, e mai di affrontarli uno per uno, in modo serio e completo.
Dunque dicevo, il modello tedesco di un governo per i bisogni della nazione e quindi della gente ha messo intorno ad un tavolo, tutti, forze politiche contrapposte e forze sociali per studiare le strategie di uscita dalla crisi ed ottenere un minor danno dai tagli ed un maggior risultato, con maggiori investimenti nella scuola, nell’Università, nella ricerca, nei brevetti industriali, nel sostegno alle industrie ….tutto l’opposto di quel che succede in Italia, con i tagli lineari uguali per tutti i Ministeri e senza una visione di Paese in testa.
Tutto il contrario di quel che avviene nel 2008 in Italia, alla caduta del governo Prodi, dopo le dimissioni del Ministro di Giustizia … di Caserta seguito all’arresto della moglie, Presidente del Consiglio Regionale della Campania.
Infatti ad ogni proposta di intese parlamentari su provvedimenti anticrisi, avanzate dai Sindacati o dalle forze politiche di opposizione dall’UDC fino all’IDV passando per il PD, Berlusconi va avanti senza neppure replicare con cortesia, come il galateo delle buone maniere invece suggerisce ad ogni interlocutore.
Silvio, l’uomo Silvio, ha invece necessità di far prevalere il suo piccolo interesse personale a quello ben più grande della Nazione, e inizia, anzi continua da dove era stata interrotta nel 2006, l’azione di disturbo e di diffamazione della Magistratura e del Consiglio Superiore, come si sa organi autonomi dello Stato, per far avanzare le leggi ad personam, per superare le crisi private dei processi, mentre la crisi quotidiana della gente, viene ripresa dalle TV di Stato e commerciali, sol quando, le manifestazioni pubbliche diventano così grosse e numerose che non si possono nascondere, edulcorando i TG serali di notizie all’acqua di rosa, vedi il TG1 … che ogni sera riprende la numerosa scorta di pretoriani del capo, da ogni lato.
La differenza tra le due nazioni, se vogliamo, sta proprio in queste due maniere di approcciare i problemi di una delle crisi globali più laceranti e più pesanti mai viste, che cambierà la geografia politica delle Nazioni e della stessa ONU, in poco meno di venti anni e nessuno che sia in buona fede, può ipotizzare chiudendosi a riccio di poterla superare, in specie con la qualità della nostra piccola e media industria manifatturiera proiettata verso le esportazioni.
Per ritornare ai giorni nostri, seguendo il filo logico del ragionamento iniziale, non posso non accennare al passaggio di testimone nella Segreteria del più grosso Sindacato italiano, tra Epifani e l’entrante Camusso, ex operaia e responsabile della Sezione Auto in FIOM, che nella giornata del suo insediamento, ricorda alcuni punti problematici posti di fronte alla nazione, quali i tagli lineari nella scuola, nella ricerca e nell’università e conclude richiamando tutti ad un diverso e maggiore senso della realtà di ogni giorno, molto diversa da quella che compare dai salotti TV, col gossip di giornata, ben lontane dalle cifre della banca d’Italia, ove si parla dell’11 % di disoccupazione, col 26 % toccato dall’area giovanile del SUD, e della forza lavoro attualmente in cassa integrazione ordinaria, o in deroga o speciale, oppure dei 200 tavoli di crisi aziendale aperti al Ministero delle attività produttive,
A tal proposito sembrano significativi ed importanti gli apprezzamenti nel merito e le frasi concilianti sull’unità sindacale pronunciate da Bonnanni della CISL, presente alla cerimonia di insediamento.
Anche il Segretario del PD Bersani nello stesso tempo pensa di occupare le scene televisive e mediatiche, già allarmate dalle dichiarazioni del Sindaco Renzi sul raduno di Firenze, indicendo un grande raduno di 2000 Segretari di sezione di tutta Italia, per avviare il “porta a porta” e spiegare ai cittadini italiani che c’è bisogno di rimboccarsi le maniche per rilanciare l’Azienda Italia con una nuova governance alternativa chiamata: partito democratico.
Marcegaglia, Presidente di Confindustria, approfittando della platea dei giovani industriali, sferra l’ultima botta di fuoco amico al governo, pronunciando parole dure dopo quelle pesanti della “….pazienza ormai finita” e parla della velocità del mondo globale, “il mondo corre e non possiamo restare fermi ….” e poi … per ritornare al tema del lavoro, sembra voler riprendere l’analisi della situazione del lavoro, per rispondere alla Camusso e rilanciare sul tema e continua citando i numeri al 12% dell’occupazione irregolare in Italia, principalmente del lavoro giovanile, e sferra l’affondo finale, “se non si stabilizza il capitale rappresentato dalle risorse umane dei giovani in azienda, questo paese non crescerà, perché i giovani rappresentano i maggiori attori del cambiamento e un investimento sul loro futuro ….”.
A Bastia Umbra vicino Perugia, Sabato e Domenica dell’altra settimana, centinaia di reti televisive giunte da tutto il mondo trasmettono il “de profundis” all’era berlusconiana pronunciato da Fini che tiene a battesimo il Manifesto di Futuro e Libertà, con alcuni temi significativi: Etica pubblica, legalità, sussidiarietà, nazione, sviluppo, ambiente.
Fini chiude la collaborazione col governo anticipando le dimissioni della delegazione al governo, rilanciando la palla al centro, infatti rilancia la proposta di un nuovo governo per un nuovo centro-destra che riparta dai problemi urgenti del lavoro, e cioè dal “Patto per la crescita” già sottoscritto da Confindustria e da tutti i Sindacati, perché non si esce dalla crisi senza uno scatto di orgoglio di tutte le forze sane del Paese per imitare …al meglio la Germania e inseguirla.
Qui si chiude il cerchio del mio ragionamento, staremo a vedere, se sono rose fioriranno, nell’interesse della nazione. Appuntamento al 14 Dicembre nelle aule del Parlamento .
Nicola Graffagnini

Ancora non siamo in regime di "Federalismo" ed i prelievi fiscali sono pesanti. Cosa accadrà dopo ?

Tarsu 2008
Sono da qualche tempo in distribuzione a cura della Serit Sicilia SpA i solleciti di pagamento dell’importo Tarsu (tassa rifiuti solidi urbani 2008) indirizzati a quei duecento cittadini che hanno proposto ricorso presso la Commissione Tributaria Provinciale a cagione dell’incremento del +160% disposto dall’allora sindaco. In relazione a detti solleciti la Camera del Lavoro, che assieme alla Federconsumatori Regionale, ha prestato i propri servigi per la presentazione dei ricorsi invita i contribuenti a pagare gli importi richiesti e di conservare le relative ricevute. Come era stato infatti illustrato nelle Assemblee con i contribuenti ed alla presenza dell’avv. J. Licausi dette ricevute saranno utili quando la Commissione Tributaria emetterà la decisione sul ricorso, che ovviamente viene auspicato che debba essere favorevole ai contribuenti. Allora infatti il Comune di Contessa Entellina dovrà curare il rimborso di quanto adesso viene “sollecitato” sulla base della documentazione di avvenuto pagamento.
Indicativamente si ritiene che la decisione della Commissione Tributaria verrà emessa dopo almeno due anni dalla data della presentazione del ricorso.

Tarsu 2009
Le cartelle recentemente notificate, dal momento che non viene ipotizzata la presentazione di un ulteriore ricorso, è corretto che vengano pagate nei tempi prescritti.

Tarsu 2010
Sono pervenuti di recente ai contribuenti anche gli "avvisi di pagamento" della Tarsu 2010. E' il caso di ricordare che gli "AVVISI" non sono strumenti coercitivi, motivo percui, se lo si vuole, si può ancora attendere ache arrivino (fra un anno) le relative "CARTELLE" con l'aggravio di soli €. 5,60.

mercoledì 17 novembre 2010

Mario Bellanca si limitava a respingere fuori dal portone i greco-cattolici, ma nel mondo la situazione di tanti credenti è molto più grave

Torniamo su un argomento già affrontato e che merita maggiore attenzione da parte delle coscienze sensibili del mondo cosiddetto civilizzato.
I Cristiani oggi costituiscono sul pianeta la comunità religiosa più impunemente perseguitata.
-In Pakistan possono essere condannati all’impiccagione in virtù della legge anti-blasfemia, se dovessero pregare in luogo pubblico.
-In Iran è in assoluto vietato professare il proprio culto, nonostante i diversi avvisi dichiarati dal governo.
-In Palestina, a Gaza, si può essere arrestati per avere pubblicato su un blog critiche alle pratiche religiose islamiche.
-In Sudan da decenni è in corso una guerra da parte delle popolazioni del Nord contro quelle del Sud, ree di essere cristiane.
-In Eritrea da tempo è in corso la caccia ai cristiano-evangelici.
-Nella Repubblica democratica del Congo i militari sparano, senza subire conseguenze, sui fedeli che dovessero soffermarsi all’uscita della chiesa.
-In India sono abbastanza frequenti gli assalti induisti alle popolazioni cristiane.
-A Cuba, nella Corea del Nord ed in Cina i fedeli finiscono regolarmente in prigione o vengono mandati in campi di concentramento.
-In Algeria, a breve distanza da noi, la sorte dei cristiani non è fra le più felici. E’ possibile infatti imporre alle ragazze cristiane il matrimonio con un mussulmano al fine di evitare che la prole aderisca alla fede cristiana.
-In Egitto l’Islam è religione di Stato ed i copti cristiani non possono occupare posti di rilievo nella vita pubblica né è facile loro poter trovare occupazione.
-In Iraq è in corso la campagna terroristica ai danni delle chiese e dei quartieri cristiani con lo scopo di indurre la gente ad emigrare e lasciare il paese.
Si potrebbe ancora continuare. E’ comunque da evidenziare che molti dei paesi elencati sono sul piano politico-economico-militare “amici” dell’Occidente.

Ancora sul significato di "amico" usato su Facebook

Un articolo sulla medesima problematica è stato pubblicato il 10.11.2010
In questi giorni è partita dagli Stati Uniti una campagna intesa a ridare il suo vero significato al termine "friends" -amici- che il socialnetwork Facebook avrebbe, con la propria incidenza su ben quattrocentomilioni di aderenti di tutto il mondo, distorto con l'ansia che riesce a sottendere ad ogni utente di assommare quanti più amici possibili.
Nella "declaration of Indefrienndence" viene proposto agli utenti di Facebook di scrivere sul proprio profilo: "sto per traslocare ed ho bisogno di aiuto". Solo quelli che risponderanno sono i veri amici, tutti gli altri invece no.
La drastica impostazione suggerita da quel documento avrà veritiere ragioni nel vasto mondo urbanizzato delle grandi città americane, ma essa è meno vera, meno fondata, nelle piccole realtà del nostro mondo di Sicilia dove il concetto di "conoscente", anche fra gli abitanti di vasti quartieri cittadini, è spesso assorbente di quello di "amico".
 Certo non tutte le "amicizie" sono equivalenti. Secondo un noto antropologo (Robin Bunbar)
-cinque soltanto sono i veri amici di ciascuna persona (amici per la pelle);
-dieci gli amici fraterni;
-trentacinque quelli che fanno parte della propria "cerchia";
-tutti gli altri sono per ciascuno di noi delle "persone simpatiche".

martedì 16 novembre 2010

Che rapporto c'è fra la "pastorale" e la "burocrazia" ?

Palazzo eparchiale - Piana degli Albanesi
Nei giorni scorsi abbiamo cercato di porre attenzione sul ruolo e sulle responsabilità dei “prelati”, di Mons. Sotir Ferrara e Mons. Pio Francesco Tamburrino, nel destino non roseo dell’Eparchia di Piana degli Albanesi.
I Vescosi, è noto, hanno il compito di condurre, con la collaborazione dei loro sacerdoti, la pastorale fra i fedeli, di insegnare il corretto approccio e lo svolgimento della corretta vita di fede cristiana. Hanno il dovere di mettere nelle migliori condizioni di svolgimento della missione i sacerdoti, intervenendo con energia, se necessario, per prevenire le difficoltà insorgenti e con sostegno paterno in tutte le circostanze di angustie che potrebbero insorgere nel districarsi all'interno delle comunità loro assegnate.
Noi che abbiamo da qualche tempo seguito, certo dall’esterno e senza disporre di molti elementi valutativi, la situazione eparchiale dopo la nomina del “delegato pontificio” (visitatore apostolico dal maggio 2009) ci siamo formati la convinzione che questa nomina e questa funzione si siano risolte in un puro e semplice “atto burocratico”, e peggio ancora, siano semplicemente servite per complicare le già difficili problematiche preesistenti all’interno dei greco-bizantini di Sicilia.
Mezzojuso
A) Il Vescovo Ordinario, è vero, per anni non è stato in condizione di nominare un parroco nella chiesa bizantina di Mezzojuso. Le ragioni generalmente vengono individuate nella scarsa autorevolezza con cui si è dovuto misurare con i sacerdoti-collaboratori. Nell’agosto 2010 il Delegato Pontificio ed il Vescovo Ordinario hanno individuato in papas Pietro Lascari, sacerdote del luogo, la figura del nuovo parroco.
Viene da chiederci (ma lo faremo pure per quanto è stato operato a Palazzo Adriano ed a Contessa Entellina) a distanza di un poco di tempo, a fase di avvio conclusa: “Mons. Tamburrino si è posto il problema di chiedere a papas Pietro come procede la sua missione ? Mons. Tamburrino si è posto il problema di verificare con i fedeli, con la comunità, come sta procedendo il frutto del suo atto burocratico ?”. Non vorremmo che spetti solo a papas Pietro adoperarsi nella missione, che per ipotesi, potrebbe esaurirsi nel navigare a vista. Chi si sta incaricando di supportare il di certo non facile procedere del nuovo parroco ? La comunità greco-bizantina di Mezzojuso ed il parroco necessitano di essere coadiuvate nel nuovo cammino intrapreso ?
Palazzo Adriano
B) A Palazzo Adriano sono stati rimossi, sempre con spirito ed atto burocratico, sia il parroco bizantino che quello romano. Pare che la loro missione avesse, fino ad allora, sortito positivi effetti ed i fedeli di entrambe le comunità fossero soddisfatti. A subentrare a papas Sepa e a padre Giorgio sono stati chiamati papas Nicola Cuccia e padre Ruffino, il primo proveniente da Contessa Entellina, con l’evidente intimazione di fargli trascorrere un periodo di “punizione” per avere commesso “non si conosce cosa”. Questa è stata la ferma volontà di Mons. Tamburrino, le cui competenze nella conoscenza dell’Eparchia consistono nell’essere venuto in Sicilia alcune volte, nell’essere da sedici anni delegato pontificio a Grottaferrata, e nel disporre di montagne di carte. Padre Ruffino è invece proveniente dall’incarico di Vice parroco a Mezzojuso.
Entrambi, papas Nicola e padre Ruffino, da due/tre mesi stanno adoperandosi per immettersi nelle rispettive comunità, di cui poco conoscevano come storia, come natura socio-religiosa e come attese. Ci chiediamo: Mons. Tamburrino, il burocrate inviato dal Vaticano, si è in questi due/tre mesi preoccupato, si è interrogato, su quali siano state le conseguenze dell’atto amministrativo da lui disposto per le comunità di Palazzo Adriano, per i sacerdoti inviati, per le loro famiglie ?; in particolare si è interrogato se papas Nicola ha fatto le scelte appropriate perché la moglie, la figlia non abbiano a risentire pure loro della “punizione” inflittagli a causa “del non si sa per quale ragione” al loro congiunto ? Ci chiediamo ancora: Chissà se Mons. Tamburrino, monaco benedettino, e quindi persona digiuna sul modo di condurre una famiglia composta da marito-moglie-figlia abbia mai pensato che le “sanzioni” canoniche –ammesso che abbiano una ragione per essere applicate- vanno inflitte solamente al “punito” (nel caso specifico a papas Nicola) e non di certo alla moglie ed alla figlia. Chissà se Mons. Tamburrino, che ovviamente nega che papas Nicola sia stato “punito”, abbia sufficientemente riflettuto sulla circostanza che le decisioni all’interno della Chiesa non vanno prese in veste diplomatica, ossia, non vanno prese nel senso che dovendo rimuovere l’autore della “Teologia delle porte chiuse” occorreva dare il contentino ai “fedelissimi” per potergli dire che anche papas Nicola era stato rimosso. Questo tipo di diplomazia sa di politichese da basso impero, sa di ragionamento da quattro soldi e non ha nulla a che fare con la “verità”. Questo modo di operare ci ricorda il gioco da ragazzini che veniva fatto con i soldatini di piombo. Questo modo di operare non necessitava di un “delegato pontificio” fatto venire da Roma; sarebbe bastato l’inserviente delle pulizie del palazzo eparchiale.
Chissà se padre Ruffino è stato invitato dal “delegato pontificio” per riferire sulle problematiche trovate, insorte, affrontate, irrisolvibili e risolvibili in cui si è imbattuto. Siamo certi che nessuno gli è stato e gli starà vicino. Anche lui dovrà arrangiarsi. I prelati sanno solo usare la penna stilografica da burocrate.
C) continueremo prossimamente nell’esaminare la situazione dei sacerdoti “comandati” a subire la situazione contessiota. Situazione non certo rosea per i nuovi arrivati. Però questa situazione ci è in buona misura nota se è vero che il Blog è sorto al seguito degli avvenimenti ecclesiali di questa località.

lunedì 15 novembre 2010

"Basta morti sulla Palermo-Sciacca", fiaccolata di protesta ieri nel saccense

dal sito gds
Tre vittime in due giorni. Ieri sera nel centro saccense i promotori del corteo hanno sfilato per protestare e chiedere maggiore sicurezza. Presenti sindaci dell'agrigentino e parenti delle vittime


SCIACCA. “Sono la prossima vittima delle strade siciliane”. Con questa scritta stampata sulle magliette un gruppo di giovani ha sfilato, nel centro di Sciacca, durante la fiaccolata organizzata per protestare contro le inadeguatezze della Palermo-Sciacca. In soli due giorni su quella strada hanno perso la vita tre persone. Presenti molti parenti di vittime della strada per ricordare Angelo Pacifico, l'insegnante saccense di 35 anni, morto sulla Fondovalle Sciacca-Palermo; Valeria Bonomo, contrattista della Protezione civile di Casteltermini, 34 anni, che ha perso la vita sulla 189 e Valeria Di Simone, infermiera di Canicattì di 37 anni, morta sulla 640. «E' stata l'occasione per gridare la nostra indignazione verso una classe politica che dovrebbe occuparsi maggiormente della sicurezza delle strade», dice Bernardo Indelicato, uno dei promotori della manifestazione.
Alle 20, in Piazza Scandaliato, è stato proiettato un filmato su Angelo Pacifico e poi la fiaccolata ha attraversato il centro storico. «Non è possibile morire per andare a lavorare – afferma Marcello Pacifico, fratello dell'insegnante – e dovere attraversare strade pericolosissime ogni giorno come faceva mio fratello».
I promotori della fiaccolata non sono più disposti ad accettare questa situazione. «Ogni giorno quando mi reco a Palermo per andare a scuola – dice Gaspare Giorelando, insegnante di un istituto alberghiero – spero solo che non piova. Quando c'è la piogggia è una giornata bruttissima perchè avverto il pericolo che possa accadermi qualcosa in quella Fondovalle che è una strada pericolosa».
Tra la folla anche Mariangela Croce. Sua sorella Antonella, è sopravvissuta all'incidente stradale dello scorso agosto in cui ha perso la vita il cognato, il vice questore aggiunto della Polizia stradale, Giovanni Messina. «Mi sarei aspettata una partecipazione maggiore da parte dei giovani – afferma - ed è un peccato perchè se arriva una spinta forte dalle nuove generazioni, qualcosa si può ottenere».
Alla fiaccolata erano presenti anche Vito Buono, sindaco di Sciacca, Marzo Zambuto, sindaco di Agrigento e Alfonso Sapia, sindaco di Casteltermini. «Non è possibile che si muoia ancora per le strade non sicure – dichiara Zambuto – e questo avviene nella provincia di Agrigento che non ha una rete autostradale. Questa situazione testimonia una disattenzione che c'è stata e continua ad esserci verso la nostra provincia».

E' proibito celebrare la Santa Messa nelle case private

riceviamo e pubblichiamo
Le Sante Messe vengono celebrate solo nelle chiese.
Secondo le disposizioni ecclesiastiche, è proibito celebrare la Santa Messa nelle case private ed in qualsiasi altra comunità privata sul territorio in cui è istituita la parrocchia.
I raduni di preghiera nel territorio della parrocchia possono essere organizzati previa autorizzazione del parroco.
Il Vescovo può permettere ai sacerdoti di celebrare la Messa fuori del luogo sacro, purché si tratti di un luogo decoroso e dignitoso, mai in camera, sopra la pietra sacra, in casi singoli per giusta causa e abitualmente solo per motivi di maggiore gravità.
La Santa Messa nelle case private è stata ammessa sotto i regimi liberticidi quali erano quelli dell'Unione Sovietica, del III Reich ed è quello filoamericano dell'Arabia Saudita. E' lecito celebrarla nelle case private della Turchia e nei paesi islamici dove il culto ufficiale, pubblico, imbatta in notevoli difficoltà.
Paolo

Frottole, verità, chiarimenti mai dati. Ma i "pastori" devono stare fra i fedeli per constatare le conseguenze di ciò che dispongono o nei palazzi ?

Perché a Contessa Entellina le frottole hanno più successo della verità ?
Pigliamo ad esempio- la dichiarazione resa il 17 ottobre, nel comizio di chiusura della sua permanenza ufficiale a Contessa Entellina di Mario Bellanca. In quell’occasione (definita da noi del “discorso ai farabbuti”, antitesi del ben più noto “Discorso della montagna” proferito da ben altro oratore duemila anni fà) fu sostenuto che -fino a sentenza pronunciata sul ricorso- egli restava il “parroco”, anche se non avrebbe potuto esercitare. Una menzogna pari ad una montagna, eppure tanti amici, muniti di diploma di scuola media superiore, addirittura qualcuno di laurea, continuano a sostenere la tesi del presunto “parroco” ed ad avallare la menzogna.
Perché Contessa Entellina nel 2010 presenta queste zone d’ombra ?
Abbiamo pubblicato sul Blog il decreto con cui i prelati (l’Ordinario ed il Delegato pontificio) hanno dichiarato “sede vacante” la Chiesa della Favara, ossia hanno azzerato tutti gli organismi, in primis, il ruolo di parroco ed al seguito di questo, per esempio, quello del Consiglio Pastorale.
Non serve davvero il dottorato in diritto canonico per capire che Mario Bellanca è dal 16 ottobre il signor nessuno, o meglio semplicemente il responsabile dell’Azione Cattolica diocesana che peraltro, stando al decreto, dovrebbe svolgere dalla Curia di Piana degli Albanesi.
Inoltre, con un decreto successivo all’avvenuta dichiarazione della “sede vacante” è stato nominato il nuovo Amministratore Parrocchiale della chiesa della Favara nella persona di padre Giorgio Ilardi, ossia quella figura che ha –né più né meno- gli stessi poteri del Parroco. Ci vuole molto a capire che non possono esistere due rappresentanti legali in una parrocchia ?
Semmai, a sentenza avvenuta, è da prevedere che l’attuale Amministratore Parrocchiale verrà investito del ruolo di Parroco, nel senso che avrà con quest'ultimo ruolo dinnanzi a sé un orizzonte abbastanza ampio per programmare –assieme al nuovo Consiglio Pastorale ed altri organismi- in maniera più estesa la sua permanenza. Certo, se la sentenza dovesse essere favorevole al Bellanca dovrebbe essere emesso un decreto di reimissione, ma si tratta di una nuova nomina e della revoca dell'Amministratore Parrocchiale.
Escluso quindi che possano esistere due rappresentanti legali contemporaneamente è inoltre palese che la “casa canonica” va di diritto all’Amministratore Parrocchiale in carica e non ad un ex-parroco. Ma sappiamo che il Bellanca non ha alcuna intenzione di rispettare spontaneamente la norma canonica e si avvale di proroghe dal dubbio sapore che gli vengono concesse dal vescovo verbalmente ed in violazione (da parte del vescovo) delle norme.

Eppure ..

Il Bellanca nell’ultimo suo discorso lo ha detto col microfono in mano che egli resta il “parroco” ed i fedelissimi lo vanno ripetendo per diffondere il messaggio.
In questo brodo di “illuminazione” era fatale che qui da noi, a Contessa Entellina, dovesse nascere sia la Teologia delle Porte Chiuse che il “discorso ai farabbuti”.
In questo contesto da colabrodo che scaturisce dall’assenza di iniziativa dei prelati si vorrebbe evidentemente alimentare la confusione fra i fedeli. Confusione che non investe invece il buon senso della gente che ha le idee chiarissime: la Chiesa della Favara è oggi in assoluto la chiesa più frequentata dai contessioti. Tutte le domeniche la gente accorre e riempie quell’edificio di culto, nella stessa misura in cui quattro mesi fa accorreva a riempire in assoluto la chiesa dell’Annunziata, retta da papas Nicola Cuccia.
Ma qui forse dovremmo addentrarci su altre conseguenze prodotte dai “prelati”, ossia gli anziani vescovi che ritengono di risolvere i problemi solo con i “decreti” senza valutarne gli impatti sui fedeli e vivendo chiusi -uno nel palazzo di Piana degli Albanesi e l'altro in quello di Foggia-.
Pastori da palazzo che non cercano le pecore che sempre più si imbattono in occasioni di smarrimento. Nessuno dei due prelati ha infatti ancora spiegato, per esempio, per quale ragione papas Nicola Cuccia è stato "punito". Per loro punire o mantenere la "casa canonica" a chi non ha diritto è la stessa cosa.
Su questo probabilmente torneremo in seguito.

domenica 14 novembre 2010

Un incontro con Nadia Neri presso la Comunità Trinità della Pace

Comunità Trinità della Pace
b.go Pizzillo di Contessa Entellina

Martedì 30 Novembre 2010
ore 16,oo

Inaugurazione
Passaggio della Consolazione
Etty Hillesum

Si terrà nell'occasione un incontro su Etty Hillesum con Nadia Neri
psicanalista j. autrice del libro
"UN'ESTREMA COMPASSIONE"
________

Etty Hillesum, specchio di umanità femminile tra spiritualità, psicologia ed erotismo
Nadia Neri, nel suo ultimo libro “Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del lager” (Mondadori) tratta dell’influenza junghiana presente nel pensiero di Etty mettendo in rilievo la compresenza in lei dei due piani – spirituale e psicologico – ed anche inserendo in questo discorso la sottolineatura dell’aspetto femminile del Diario. A questi temi va indissolubilmente aggiunto il complesso rapporto di Etty con Julius Spier.
Spiritualità ed erotismo
L’esistenza di Etty Hillesum è stata piena di paradossi – scrive N. Neri -; ha avuto un’intensa vita di amori con gli uomini e un’altrettanto intensa vita spirituale. Nel periodo della sua ‘impazienza’ Etty – rileva Sylvie Germain (Etty Hillesum, una coscienza ispirata, Ed. Lavoro) era “infiammata da molteplici cotte non prive di sofferenza, sopraffatta da un temperamento troppo sensuale, troppo possessivo che non le lasciava ammirare o amare qualcuno senza volersene immediatamente appropriare” ; ed aggiunge: l’ardore in ogni cosa e un totale spirito di libertà sono state due caratteristiche e due costanti della personalità di Etty. Sicché Etty sentì di doversi imporre una disciplina, per reprimere l’impazienza e l’intemperanza che rischiavano di dissipare le sue energie interiori e di distoglierla da una necessaria ricerca di senso.
C’è in Etty Hillesum un interessante e prezioso miscuglio di erotismo e religiosità; un miscuglio indifferenziabile per P. H. Schrijvers, il quale sottolinea che “pregare è per Etty fare l’amore con Dio, qualcosa di ancora più intimo della sessualità”. Etty “cerca con molta difficoltà di trovare un equilibrio tra la sua sete spirituale, di leggere, di conoscere, di scrivere, di esprimersi, di pregare ed il suo desiderio di vivere un rapporto d’amore con un uomo”.
Il suo rapporto con Spier nasce in veste psicoterapeutica ma si carica subito di una forte carica erotica. Questa relazione con un uomo più anziano, dalla forte personalità carismatica ed in veste di psicoterapeuta, nasce ovviamente sbilanciata e pian piano si consolida, ma non si chiarisce, restando un punto fermo nella vita di Etty. Già divisa tra l’analisi, la riflessione e l’azione, Etty lo è anche tra ragione e sensualità immediata, compreso il desiderio di possesso dell’altro. Ma non si affretta a negare questo sentimento, a forzarlo dalla terra nella quale si trova ai voli alti di una spiritualizzazione forzata, col rischio cioè di sovrapporre un falso assoluto: “Bisogna lasciare le cose così come sono, invece di volerle innalzare ad altezze impossibili, lasciandole essere come sono mostreranno il loro vero valore. Partire da un assoluto che non esiste e che, per di più, non si desidera veramente, vuol dire impedirsi di vivere la vita nelle sue autentiche dimensioni”.
E’ con la sua pratica di “guardare le cose nella loro nuda realtà” che Etty si porta progressivamente ai piani più alti.
Il lavoro psicologico condotto da Spier – sottolinea N. Neri, “una particolare forma di psicoterapia, a cui non era estranea un’intimità erotica”, rese più alto e profondo il cammino spirituale di Etty. “Proprio così, forse, Etty ha evitato il rischio di convogliare tutti i suoi problemi personali verso la sublimazione religiosa. Anche sotto questo profilo la vita della Hillesum è particolarmente interessante perché è un esempio, sano e non patologico, della conciliabilità tra il percorso psicoterapeutico e quello spirituale”.
Etty, sottolinea P. Dreyer, si affranca dalla sua dipendenza da Spier con la progressiva consapevolezza che il potere che un altro fuori di noi ha su di noi non è reale ma è creato dal nostro atteggiamento psicologico, il quale sarà senz’altro negativo se parte dal rifiuto di riconoscere obiettivamente ciò che viviamo. E’ il tema della proiezione, o anche della rappresentazione del dolore e sulla necessità di interrompere questa rappresentazione, che Etty applica all’atteggiamento degli ebrei di fronte ai nazisti.
Etty fu attirata anche dal richiamo continuo e forte, esistente in tutti gli scritti junghiani, alla responsabilità individuale, all’importanza del singolo rispetto alla massa, al coraggio di assumere se necessario posizioni controcorrente” (N. Neri). Il richiamo alla responsabilità individuale diventa una linea- guida dell’esistenza di Etty, premessa alla sua affermazione che il male vada guardato innanzitutto dentro di sé.
“Se le grandi cose vanno male – scrive Jung – è solo perché i singoli vanno male, perché io stesso vado male. Perciò (…) dovrò cominciare col giudicare me stesso. E poiché l’autorità non mi dice più nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle più specifiche e intime radici del mio essere soggettivo, per poter porre le mie basi sui fatti esterni dell’anima umana”.
“In una condizione limite – scrive N. Neri - Etty disegna un ponte ideale tra l’intimità più segreta e la realtà esterna. E traccia un percorso di meditazione (…). Predica, in definitiva, l’introspezione, il guardarsi dentro, e ammonisce i lettori intorno alla dinamica che si denomina correntemente ‘proiezione’, il mettere fuori”.

L’ influenza junghiana in Etty
Carl Gustav Jung è uno degli autori che più Etty ha letto e studiato, del quale e col quale mostra una conoscenza ed una consonanza profonda. Etty era stata avviata alla lettura diretta delle sue opere da Julius Spier, che lo aveva personalmente conosciuto. Sia Etty che Spier – precisa la Neri – furono istintivamente attratti dalla visione non riduttiva della psiche che lo psichiatra zurighese aveva proposto ed in particolare la sua apertura alla spiritualità.
Una sottolineatura importante ripresa da Etty in Jung è infatti proprio quella dell’importanza di non trascurare la dimensione spirituale; non è compito della psicologia dare risposte definitive a questioni metafisiche, bensì è un dovere, scrive Jung, “sapere come vadano spiegate psicologicamente le cose”. Jung non vede come Freud nella manifestazioni spirituali una sublimazione; i percorsi delle tre dimensioni di cui egli postula l’esistenza – quella psichica, quella fisica e quella spirituale – restano ben distinti.
Rispetto a Freud, Jung propone una concezione della psicoanalisi tesa non a delineare una psicopatologia, bensì la ricerca delle sorgenti simboliche, dotate potenzialmente di un senso profondo che travalica il soggetto stesso. La dimensione archetipica offre un respiro più ampio alla visione della realtà e alla spiegazione dei problemi individuali e collettivi.
Questa è una delle citazioni che Etty fa di Jung: “Non siamo mai più vicini all’eccelso mistero di tutte le origini che quando conosciamo il nostro Io, che ci illudiamo di avere sempre conosciuto”.
Ed ancora, ella ricopia un brano in cui Jung sottolinea un tema che sarà molto ricorrente negli scritti di Etty, ed in cui si afferma che “l’esagerato razionalismo della coscienza (…) si isola dalla natura e così strappa l’uomo dalla sua naturale storia e lo trapianta in un presente razionalmente limitato (…). Questa limitazione genera un senso di accidentalità e d’insensatezza che ci impedisce di vivere la vita con quella ricchezza di significati che essa richiede per essere completamente vissuta”.
Jung, ripreso dalle sottolineature di Etty e poi ancora particolarmente presente in questo nella personale rielaborazione del pensiero di lei, denuncia altresì la limitazione derivante dalla tendenza a supporre che ogni conoscenza derivi sempre, in ultima analisi, dall'esterno.
Da qui uno dei più preziosi messaggi che Etty ha lasciato in eredità sia psicologico - spirituale, “cercare in se stessi, non altrove”; “ascoltare quello che c’è dentro di noi”.
Scrive Nadia Neri: “Il percorso spirituale può offrire un fondamento più solido all’introspezione psichica e alle certezze che si raggiungono per questa via. La spiritualità non deve necessariamente sovrapporsi alla dimensione psichica con il rischio di annullarla, come purtroppo spesso accade; è auspicabile, invece, che vi sia un continuo processo di reciproco arricchimento, che sarà tanto più fecondo quanto più si riuscirà a mantenere una chiara distinzione tra i due campi”.
Etty procede su due piani paralleli che si intersecheranno sempre di più, quello dell’introspezione psicologica personale e quello di un cammino spirituale altrettanto intenso e difficile. Ella testimonia la possibilità di percorrere queste due vie contemporaneamente.
E lungo questa strada, in consonanza con Jung, afferma un’esperienza di Dio nel tempo storico, piuttosto che una sua teorizzazione. “L’esperienza – aveva scritto Jung – è l’unica realtà che non si possa annullare con le discussioni”; anche ‘Dio’ può diventare una teoria, una forma di rappresentazione, un’immagine costruita dallo spirito umano. N. Neri sottolinea dunque la coincidenza con Jung nella modalità di approccio a Dio, un Dio che può coincidere con la ricerca della nostra essenza interna più profonda. La profondità e l’intensità della fede di Etty – sottolinea sempre la Neri – “non hanno portato ad un’eccessiva e unilaterale spiritualizzazione, perché lei vive anzi con lo stesso coraggio e la stessa intensità il complesso mondo degli affetti”.
La dimensione psichica e spirituale insieme – tenere accesa questa speciale luce interiore - appare fondamentale per costruire un mondo pacificato. Etty tiene accesa questa luce, la fiaccola del cuore pensante.
Maria Giovanna Noccelli

NADIA NERI, Un'estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del lager , Mondadori, Milano1999
Questo libretto agile e piacevolissimo da leggere è strutturato come una vera e propria guida alla lettura di Etty Hillesum. E' questo è forse il suo merito principale, proprio perché presuppone, per la sua stessa destinazione, che la Hillesum non sia solo, nonostante il titolo un po' limitativo, testimone e vittima; Etty merita di essere letta per il singolare personaggio che è stata, anche aldilà della sua vita e morte ad Auschwitz (da cui comunque è impossibile prescindere per capirla).
Il titolo non rende giustizia neppure al contenuto del libro, che rivela la personalità intellettuale della Hillesum attraverso le lettere e i diari pubblicato in Italia da Adelphi (in appendice è presente una buona bibliografia di quanto Etty ha scritto e di quanto è stato scritto su di lei). Rivela però in particolare un altro elemento portante della sua figura: la Hillesum fu donna curiosa, aperta alla conoscenza del nuovo, edotta nella psichiatria e nella cultura europea. Fu femminista, si interrogò sulla non violenza, sul perché della religione, ma non amò mai essere identificata come ebrea, perché, come la Arendt (ben altra statura, per carità) scrisse a Gershom Scholem, anche Etty "amava i suoi amici, non gli ebrei perché tali", né se ne sentiva obbligata. La Hillesum, interrogandosi sulla religione, cercava di andare oltre le religioni istituzionali
Ma fu anche, soprattutto, una analista della storia che le scorreva davanti, in grado di dare lucidissimi giudizi sul nazismo, e soprattutto, capace di assorbire e comprendere il dolore e il "sangue d'Europa". La Hillesum, laicamente, scelse di morire ad Auschwitz, pur potendo fuggire, perché doveva capire, voleva capire fino n fondo e sentirsi fra la sua gente, pur essendo profondamente laica. Seppe e volle vivere sulla propria pelle l'inferno di Westerborck e poi di Auschwitz, per capire fino a che punto potessero giungere l'aberrazione della modernità, la tecnologia e la catena di montaggio applicate allo sterminio e alla sua pianificazione; volle vedere il cuore del mostro. E per fare questo si riappropriò se non della propria religione, della propria identità ebraica.
Bene ha fatto la Neri ad usare nel titolo l'espressione un'estrema compassione. La parola si attaglia bene ad una testimone del proprio tempo quale fu la Hillesum, una testimone che aveva al centro delle proprie riflessioni la empatia con il mondo, che scriveva "spesso penso che dovremmo caricarci il nostro zaino sulle spalle e salire su un treno di deportati". Qualcosa di simile lo fece un'altra ebrea che non si sentiva solo ebrea (e che aveva certo ben più strumenti intellettuali a disposizione), Simone Weil, il cui treno di deportati fu la vita di fabbrica volontariamente scelta, dopo un carriera di filosofa. l'anoressia come sconfitta di fronte all'inanità dello sforzo, la morte per consunzione.
E altrettanto bene ha fatto, l'autrice, ad evidenziare in un capitolo, il rapporto di Etty con la scrittura, da cui riesce a intravedersi tra le righe, proprio la riflessione della Hillesum sull'essere donna, colta, ebrea.
In una guida al pensiero della Hillesum mancano però due aspetti che per me sono inscindibili dalla sua figura: da un lato la straordinaria analogia delle sue riflessioni (anche quando si tratta di appunti sparsi) con le riflessioni di Hans Jonas dopo Auschwitz: la Hillesum ammetteva con laicità che di fronte alla tragedia dio non era onnipotente, né poteva esser più quello di prima, "La parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo dio". Dopo Auschwitz, la Hillesum sapeva che avrebbe avuto un compito, quello di porsi ancora e ancora le domande che già stava ponendosi a Westerbrock, sulla fallibilità del dio. E' lei stessa a dire, in un altro frammento "Sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremmo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: anch'io vorrei dire una piccola parolina."
Etty si era quindi candidata al ruolo di testimone, ma non le è stato concesso da Auschwitz, come non fu concesso a Bonhoffer. Se ciò fosse stato, Primo levi avrebbe forse percepito di meno la solitudine di un fardello; Etty avrebbe mantenuto la promessa di continuare a capire e ricordare.
Se la parola testimone possa bastare attenersi alla figura della Hillesum è però argomento arduo da sciogliere in una recensione; Etty è testimone non del lager, ma della storia europea e del nazismo: testimone è termine denso di significato, come rileva Giorgio Agamben nella sua lunga ricognizione sull'impossibilità della testimonianza, o un ruolo che ha avuto difficoltà ad acquisire cittadinanza nella cultura europea, come sostiene la Wiewiorka; ma la precocità con cui la Hillesum capì che testimoniare sarebbe stato necessario la rendono soprattutto la madre dei testimoni, perché testimoni erano coloro che, loro malgrado, dopo Auschwitz, sarebbero sopravvissuti.

sabato 13 novembre 2010

I decreti vistati da Mons. Tamburrino valgono quanto le grida di manzoniana memoria

Casa Canonica della Chiesa della Favara
Il delegato pontificio firma e poi lascia l'applicazione alla buona volontà di Mario Bellanca 
 I lettori del Blog ci rimproverano di avere abbandonato la problematica del "settarismo"(*) di Mario Bellanca troppo presto. In pratica il Blog avrebbe dichiarato chiuso un dossier il cui contenuto e le cui manifestazioni sono invece ancora in corso di svolgimento e -peggio ancora- senza che ancora se ne conosca l'esito definitivo.
   Vediamo come stanno le cose:
--Il Blog ha seguito la singolare pastorale per l'evangelizzazione di Contessa Entellina, ad opera di Mario Bellanca, dalla seconda metà di agosto 2009 fino al discorso conclusivo da lui rivolto ai "Farabuti" del 17 Ottobre scorso; in effetti il Blog ha ritenuto -allora- che un decreto a firma di Mons. Tamburrino e di Mons. Sotir Ferrara fosse un decreto e che in quanto tale aveva l'efficacia di chiudere definitivamente con  l'annosa vicenda insorta in seguito all'applicazione sul nostro territorio della Teologia delle porte chiuse
   I lettori invece segnalano che Mario Bellanca i decreti del Vescovo (e del Delegato Pontificio) li sa sterilizzare, nel senso che non li fa applicare integralmente. Il decreto di nomina a rappresentante unico dell'Azione Cattolica eparchiale (quello che i fedelissimi non hanno voluto che si leggesse in Chiesa quel 17 ottobre: la domenica dei Farabuti) prevedeva non solo che Egli lasciasse la guida della Chiesa della Favara ma anche che lasciasse la "casa canonica" al nuovo responsabile nominato a dirigere la parrocchia.
   Mario Bellanca a cui il decreto è stato notificato alla fine di settembre aveva a disposizione, in effetti, più di quindici giorni per traslocare e consegnare i locali in buona efficenza. Invece avendo egli molti beni personali dentro quella casa non è riuscito, nei quindici giorni, a trovare una impresa di trasporto con tanti mezzi pesanti (Tir) ed ha chiesto una proroga di venti giorni, prontamente concessigli dai due prelati che avevano, evidentemente, errato nel ritenere congrui, per un sacerdote celibe, quindici giorni per il trasloco. Ma anche gli ulteriori venti giorni si sono rivelati insufficenti per la marea di cose da trasferire, cosicchè Mario Bellanca ha chiesto ulteriori venti giorni per traslocare.
   La cosa simpatica della questione è che i prelati (il prelato ?) concede la proroga verbalmente con una facilità da non dirsi. Si è scordato, il prelato, che Mario Bellanca fino a qualche mese fà conferiva con lui mediante avvocato.
   Noi tuttavia abbiamo la sensazione di non trovarci davanti ad un prelato caritatevole, di animo sensibile, bensì ad un prelato a cui fa comodo non accorgersi che Mario Bellanca sta creando difficoltà immotivate al sacerdote chiamato a sostituirlo nella conduzione della Chiesa della Favara. Non liberando la casa canonica Mario Bellanca costringe il successore nella guida della parrocchia a viaggiare giornalmente da Piana degli Albanesi a Contessa Entellina e viceversa, e fa ciò per evitare che lo stesso inizi la piena attività pastorale fra i fedeli.
   I prelati, ossia coloro che non  conoscono, non vogliono conoscere, le conseguenze di ciò che combinano oggettivamente stanno facendo il gioco di Mario Bellanca (e dell'avvocato ?).

* è chiaro il riferimento al divieto imposto -per quindici giorni- nell'agosto 2009 ai greco-bizantini di pregare all'interno della Chiesa della Favara