26/09/2015
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sabato 26 settembre 2015
Contessa Entellina. Giovani artisti contessioti espongono nei locali della Biblioteca Comunale
Tanta gente a Contessa è solita sospirare "In questo paese non c'è nulla da fare, mancano le opportunità ed i luoghi di incontri, di relazioni e di confronto".
Così non è, non lo è in senso assoluto; però nell'espressione è racchiuso bene lo stato di insoddisfazione che caratterizza tanti contessioti, e verosimilmente caratterizza in parte lo stato di relativo isolamento geografico e stradale del nostro paese. Caratterizza pure il grave momento socio-economico che la nostra comunità locale attraversa con i giovani che appena ultimato il corso scolastico emigrano in cerca di lavoro e quando riescono a soddisfare il bisogno di disporre altrove di un reddito continuativo chiamano là altri congiunti e spesso pure i genitori già anziani.
Istituzione Preziosa
Da alcuni anni la Biblioteca Comunale intestata a Padre Lorenzo Tardo è situata in Via Palermo accanto all'Edificio delle Scuole Elementari.
Resta aperta dalle 10,oo alle 14,oo e poi dalle 17,oo alle 19,oo (dal Lunedì al Venerdì) e dispone di vasti spazi bene suddivisi per l'allocazione di alcune migliaia di libri e per ospitare Convegni e/o incontri artistici, culturali e pure di promozione del territorio.
Questa antica istituzione contessiota attualmente è animata da Antonella Guzzardo che ha dato finalmente alla Biblioteca il ruolo di Servizio Pubblico regolare e continuo oltre che l'evidente tocco femminile agli ambienti che ospitano i tanti libri, compresi quelli preziosi perchè storici, provenienti dalla Abazia di Santa Maria del Bosco.
Prima dell'arrivo di Antonella tutti gli incaricati dell'Istituzione, dal primo Novecento, erano stati uomini, volontari, che dedicavano un paio di ore la settimana per consentire ai fruitori il "servizio di prestito e restituzione libri".
Il Percorso d'Arte, da visitare dal 24 settembre e per un mese
Il 24 Settembre nei locali della Biblioteca Comunale, all'interno del ciclo L'Angolo dell'Incontro Culturale, è stato inaugurato, grazie all'impegno di Antonella sostenuta per l'occasione dalla ben conosciuta in paese professoressa Mimma Guzzardo, un percorso d'Arte denominato "I Colori della Vita" i cui protagonisti sono tutti giovani artisti locali, contessioti quindi.
Nel testo manoscritto qui sopra riportato è la stessa professoressa Mimma Guzzardo a tratteggiare il "Percorso". Noi ci limitiamo a fornire solamente qualche lineamento col solo fine di stimolare l'interesse dei lettori perchè si rechino in Biblioteca per giudicare di persona le opere dei nostri giovani concittadini.
GABRIELLA D'AGOSTINO
espone alcuni sui quadri di Patch Work su polisterolo
VINCENZO ALONGI
espone opere dai colori graffianti e pure dipinti su tavole
BRUNO VINCENZO
espone dipinti con temi vari, da quelli impegnati sulla Shoah, a quelli religiosi a quelli di personaggi (a noi contessioti facilmente noti)
BRUNO VINCENZO
FOTOGRAFIE DI ESTATICI DELLA NATURA
MONTALEONE CAROLINA
LO CASCIO GIOACCHINO GIOVANNI
CALVACANTE CRISTINA
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Contessa Entellina. Mons. Gallaro celebrerà la Liturgia
Il Vescovo di Piana degli Albanesi nel pomeriggio di oggi sarà a Contessa dove, alle 18,oo, presiederà nella Chiesa Madre una Liturgia solenne a conclusione di una settimana di devozioni dedicate alla Madonna, promosse da Papàs Janni Stassi.
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ATTUALITA'-CRONACA
Hanno detto ... ...
GIOVANNI DE MAURO, direttore de Internazionale
La tecnologia ha introdotto modi di lavorare e consumare che mettono in discussione il sistema economico basato sulla legge della domanda e dell’offerta. Tempo libero, attività in rete e gratuità saranno la moneta di scambio del futuro
PINO CORRIAS. Giornalista e scrittore
”E se fossimo noi a voltare le spalle all’Ungheria? Noi ceto medio viaggiante con biglietti vidimati, titolari di indirizzi autentici, di carte di credito ancora buone e di vite non del tutto a debito. Noi a rifiutarci di oltrepassare i confini della bella e triste Ungheria che da molti mesi guida il fronte del rifiuto della Est Europa, arma i presidi di Horgos e il valico di Roske, innalza l’indecente spettacolo del muro. Lo moltiplica (da ieri) lungo il confine con la Croazia, all’altezza di Gole. Ne fa una formidabile arma offensiva camuffandola da scudo che difende.
Essere noi a imporci per libera scelta di non oltrepassare quei confini fino a quando saranno preclusi in quel modo al passaggio dei migranti che fuggono da guerre, quasi tutte di nostra lungimirante fabbricazione. Opponendo al filo spinato srotolato dal signor Viktor Orbán lungo il perimetro della sua propaganda, il nostro filo, tessuto con una certa affilata fermezza. Anche solo per segnalarci indisponibili ad assecondare quella onda crescente di populismo e frustrazione che in questi anni di crisi economica lo ha incoronato leader di un regime nazionalista, di una società spaventata che ora pretende di chiudersi al mondo che si apre. Farlo per dignità o anche solo buon gusto. Rinunciando – a nome dei migranti respinti con i lacrimogeni, i gas urticanti, i manganelli, i cannoni ad acqua – alla concava Budapest, perla del Danubio, ai suoi caffè ancien régime, al suo castello di incanti,ai suoi ponti di pregevole e multiculturale fattura, alle sue acque termali che scorrendo da gran tempo sanno di quante migrazioni sia frutto quella terra, dai mongoli agli ottomani, agli austriaci dell’impero che l’hanno fatta grande di storia, musica, architetture e poi piegata con il ferro dei carri sovietici nel dopo Yalta.
Essere noi a imporci per libera scelta di non oltrepassare quei confini fino a quando saranno preclusi in quel modo al passaggio dei migranti che fuggono da guerre, quasi tutte di nostra lungimirante fabbricazione. Opponendo al filo spinato srotolato dal signor Viktor Orbán lungo il perimetro della sua propaganda, il nostro filo, tessuto con una certa affilata fermezza. Anche solo per segnalarci indisponibili ad assecondare quella onda crescente di populismo e frustrazione che in questi anni di crisi economica lo ha incoronato leader di un regime nazionalista, di una società spaventata che ora pretende di chiudersi al mondo che si apre. Farlo per dignità o anche solo buon gusto. Rinunciando – a nome dei migranti respinti con i lacrimogeni, i gas urticanti, i manganelli, i cannoni ad acqua – alla concava Budapest, perla del Danubio, ai suoi caffè ancien régime, al suo castello di incanti,ai suoi ponti di pregevole e multiculturale fattura, alle sue acque termali che scorrendo da gran tempo sanno di quante migrazioni sia frutto quella terra, dai mongoli agli ottomani, agli austriaci dell’impero che l’hanno fatta grande di storia, musica, architetture e poi piegata con il ferro dei carri sovietici nel dopo Yalta.
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OPINIONI
venerdì 25 settembre 2015
Enologia. Annata soddisfacente
IL PATRIMONIO
II
boom del turismo enologico in Italia è trainato dai 415 marchi italiani Doc e Docg e da
una produzione annua di 44,4 milioni di ettolitri.
(Dati de Il Sole 24Ore)
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AGRICOLTURA,
ECONOMIA
Dal Giornale di Sicilia
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ATTUALITA'-CRONACA,
ECONOMIA
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3000 i morti negli ultimi 25 anni per incidenti durante
il pellegrinaggio a La Mecca
Gli obblighi fondamentali di ogni musulmano, uomo o donna, in base alla legge religiosa (Sharīʿa) essenziali per compiacere Dio (Allah) che li ha ordinati sono cinque:
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ATTUALITA'-CRONACA
Hanno detto ... ...
MASSIMO GRAMELLINI, girnalista de La Stampa
Ma a voi sembra normale che il capo dimissionario della Volkswagen riceva 31 milioni e rotti di buonuscita? Il rapporto causa-effetto vacilla. Martin Winterkorn non lascia l’Auto del Popolo per meriti acquisiti, ma perché la fabbrica di cui è il manager supremo è stata travolta da uno scandalo senza precedenti e dalle ricadute gigantesche.
Il buonuscente ha già messo le mani e il portafogli avanti, dicendo che il taroccamento dei motori diesel è avvenuto a sua insaputa. Ma non può sottrarsi alle responsabilità, quantomeno di mancato controllo. Perché delle due l’una: o sapeva della truffa e allora come capo è colpevole, o non ne sapeva nulla è allora come capo è scarso. In entrambi i casi i 31 milioni rappresentano un riconoscimento ingiustificato. Ed è stupefacente che proprio i tedeschi, così attenti alle ragioni del merito e così ossessivamente connessi al concetto di colpa, concedano a Winterkorn un compenso che sa di insulto al buonsenso oltre che al buongusto. Ma il contratto lo prevede, si dirà. Di sicuro prevedrà delle eccezioni per i casi in cui il manager abbia arrecato un grave danno all’azienda, che lo pagava così bene anche perché all’occorrenza si assumesse il ruolo di capro espiatorio. Altrimenti uno dovrebbe concludere che per una ristretta categoria di superuomini non valgano le regole applicate ai comuni mortali. Si fa fatica a immaginare che un operaio della Volkswagen licenziato per avere avvitato male un bullone avrebbe ricevuto 31mila o anche solo 31 euro di bonus.
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OPINIONI
giovedì 24 settembre 2015
Papa Francesco ai parlamentari Usa
Papa Francesco ha chiesto al Congresso Usa di 'Abolire la pena di morte a livello globale', 'Fermare il commercio delle armi' e 'Basta minacce a matrimonio e famiglia'.
Questi alcuni passaggi cruciali del suo intervento.
Bergoglio è il primo Pontefice a parlare a Capitol Hill.
Deputati e senatori hanno accolto con una standing ovation il Pontefice appena entrato nell'aula. Oltre tre minuti di applausi.
Papa ha risposto salutando con la mano e, prima di salire sul palco, ha stretto la mano al segretario di stato, John Kerry. In prima fila con Kerry, tra gli altri, il vicepresidente Usa Joe Biden, l'intero gabinetto del presidente Barack Obama, i giudici della Corte Suprema, il segretario al tesoro Jacob Lew.
Ecco i principali passaggi del Pontefice
"Sono grato per il vostro invito a parlare davanti al Congresso della terra della liberta' e la casa del coraggio": cosi', citando un passaggio dell'inno nazionale statunitense, Francesco ha iniziato il suo discorso a Capitol Hill.
Salutato da una seconda standing ovation da parte dei membri del Congresso.
"Imitare l'odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto". E' il monito di papa Francesco. "Questo è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate", ha aggiunto. "La nostra, invece - ha detto ancora il Papa -, dev'essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di giustizia".
"Nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico". Ha continuato il Pontefice . "Questo significa - ha aggiunto - che dobbiamo essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere".
"Fare appello al coraggio e all'intelligenza per risolvere le molte crisi economiche e geopolitiche di oggi". "Perfino in un mondo sviluppato, gli effetti di strutture e azioni ingiuste sono fin troppo evidenti.
I nostri sforzi devono puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei popoli. Dobbiamo andare avanti insieme, come uno solo, in uno spirito rinnovato di fraternità e di solidarietà, collaborando generosamente per il bene comune".
"Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati". "Quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato".
"Il nostro mondo sta fronteggiando una crisi di rifugiati di proporzioni tali che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale".
"Non dobbiamo lasciarci spaventare dal loro numero, ma piuttosto vederli come persone, guardando i loro volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre umano, giusto e fraterno". "Ricordiamo la Regola d'Oro: 'Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te'".
(Fonte Ansa)
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ATTUALITA'-CRONACA,
DOCUMENTI
Ragionare, Capire e Decidere ............... di Ipazia 24.09.2015
La Filosofia 2:
L'iniziatore, Talete di Mileto
E' tradizione -ne riferisce pure Cicerone nelle Tusculanae- attribuire a Pitagora l'introduzione della parola filosofia.
Pitagora paragonava la vita degli uomini alle grandi feste di Olimpia dove alcuni si recavano per affari, altri per partecipare alle gare, altri per divertirsi e altri ancora per vedere che avveniva. Questi ultimi, per Pitagora, erano i filosofi.
In tal modo si evidenzia il distacco tra contemplazione disinteressata propria dei filosofi e l'affaccendamento degli altri uomini.
Nella realtà qualsiasi uomo trova in sè i molti momenti di "contemplazione" che in greco prende il nome di theoria.
^*^*^*^*
Oltre alla filosofia, anche il mito era nato per appagare la "meraviglia" o, se si vuole il primo bisogno di "sapere". Tanto è vero che Aristotele può dire che "anche l'amante del mito è in qualche modo filosofo".
Non v'è tuttavia dubbio che filosofia e mito si distinguono; il discrimine sta nella qualità dello sguardo.
Il mito si disperde nella molteplicità dei fenomeni naturali descritti in maniera fantastica.
La filosofia va alla ricerca dell'unità da cui la molteplicità si dispiega.
La tradizione attribuisce a Talete le prime riflessioni sul principio di tutte le cose. Egli è stato il primo filosofo proprio perchè nel suo modo di guardare le cose si era colto un mutamento radicale rispetto al modo con cui le guardavano i poeti.
Con Talete, greco di Mileto -in Asia Minore-, nasce l'indagine intorno alla "natura", indagine non più solamente descrittiva, ma esplicativa sulla molteplicità della realtà al fine di trovarvi un principio unitario.
Secondo quanto scrive Aristotele "Talete, iniziatore della filosofia, afferma che il principio, ossia la causa di tutte le cose che sono, è l'acqua, desumendo questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cse è umido, che persino il caldo si genera dall'umido e vive nell'umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che tutti i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è il principio della natura delle cose umide". (Metafisica, A 3, 983 b 20-27)
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RIFLESSIONI
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Francia, Gran Bretagna Germania
ri-escludono l'Italia dalle discussioni
sulla Libia.
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ATTUALITA'-CRONACA
Nga durimi ndaj kulturës së të lafosurit - Dalla tolleranza alla cultura del dialogo ... di Paolo Borgia
“Continuate a vivere il messaggio della pace, continuate a vivere lo spirito di Assisi!”
Sono le parole di Giovanni Paolo II rivolte ad una moltitudine di appartenenti alle più diverse professioni religiose.
A diciannove anni da allora c’è chi vorrebbe rinchiudere nel segreto dell’anima la spiritualità religiosa, tacciata di essere responsabile delle guerre.
Nga durimi ndaj kulturës së të lafosurit
‘Lufta ngë ë’ kurrë e shejte, përkundër ‘lufta ë’ mosfeja’.
Me gjithë këtë, ajo çë ësht’e shkatërron qetësìnë e Botës së Vjetër ka të bëjë,
në dukjë, me qëndrime çë përshkojnë ndërgjegjen njerëzore, si ato fetare. Për
këtë arsye ndonjerì thotë se roli i fesë kërcënon bashkëjetesën civile dhe merr
pjesë për të gorromisur (destabilizuar) paqen. Te kjo arenë gjakderdhëse ka
kush parashtron një ‘të l(/ll)afosur të volitshëm’, të aftë të prijë historìnë
ndaj ‘njëi njerëzimi më të bashkuam dhe solidar’ dhe të stisë ‘një qytetërim të
besëlidhjes’. Bëhet fjalë për të shkuar mbatanë parimit asimetrik të durimit(/tollerancës),
qartësisht të pamjaftueshëm t’i rrijë prapa ndërrimevet të turbullt në veprim
te zona evro-mesdhetare dhe lindore e mesme, fryt kryesisht i shk(/ar)lakimit e
të pazotësìsë organizative për të bërë të përparojë integrimi kushtetues të
Bashkimit Evropian. BE katandisur nanimë si i thjeshtë zotim të kontratës,
ashtu si dolli jashta në krahasim të Greqìsë (dhe të Italìsë).
Dymbëdhjetë
milionë të vdekurish, fshatra dhe horë të shkatërruam, zi buke dhe tridhjetë vjet
luftërash ‘për fenë’ te zona e ish Hjerueshmës Perandorì Romake shkaktuan si resultat
të duhurit të zglidhej durimi ndër të ndryshmet përvijime të krishterë. Borgjezìa
mes-evropiane në rritje pati kështù mundësìnë të bëjë fitimet e saj,
marrëdhëniet ndër Shtet dhe nënshtetas klenë disiplinuar dhe Shtetet vanë tue
marrë përherë më shumë pushtet mbi nënshtetasit. Edhé sot pushteti sovran vetëcakton
parësìnë e dobishme për të mbajtur të bashkuam nënshtetasit të çdo besimi o
morali. Shteti i drejtësìsë vetëcakton detyrën e të vendosur vegle(/a)t për të rregulluar
lidhjet ndër individët, tue i organizuar atyre bashkëjetesën, ku nganjerì është
i lirë në të njëjtën masë të ndërsjellë me të tjerët. Te shoqërìtë shumë-etnike
durimi qëndron parimi i rregullimit për ndryshimet kulturore. Nga këtù mospërfillja me të cilën institucionet
shoqërore merren me qytetarët me vizione të ndryshme të Botës, të njëjtësìsë, të
gluhëvet o vetëm të ndjeshmërìsë së ndryshme ndaj cipës (turpit për kurmin).
Durimi, i lerë si
vegle(/ël) për të rregulluar marrëdhëniet shoqërore ndër vetat, tue ndajtur
ndër atë çë ë’ e ligjshme të bëhet te sh’pìa e vet dhe atë çë ka të bëhet
jashta pragut, sot de(/o)jë të kish për ndonjerì ngjer’edhé pretendimin të
mbyllë brënda fshehtësìsë së ndërgjegjes vetjake prirjen etike o fetare të
njeriut. Ndoshta mënd të bëjmë më mirë e më shumë nëse drejtojmë vëmendjen tënë
themelevet të bashkëjetesës shoqërore, tue ditur se bëhet fjalë për lidhje ndër
njëjtësì, të cilat te gjendja operative rrezikojnë përherë, si mirë e dimë, të
shkojnë kufirin në një sfidë bashkëlidhore. Dhe është kjo arsyeja për të vënë
në vatër(/fokus) të tilla themele të bashkëjetesës, sepse janë pikërisht
ndryshimet njëjtësìe ndër individë, grupe, popuj çë her’e herë mënd të vënë
fitilin në mekanizma përjashtimi, margjinalizimi o persekutimi. Te ky fjalim
ngë ka vend durimi, sepse kënaqet të caktojë llargësìtë e drejta ndër individët
mbartës vizionesh të ndryshme të Botës dhe merr parasysh në mënyrë të përfshirë
natyrën konfliktuale të çfarëdo besë fetare. Përkundërt duhet marrë parasysh se
fetë monoteiste, ndryshe nga të njëfishtat besime primitive të kufizuame rreth
fshatit, themelojnë një etik universale nga e cila mënd të mblidhet lidhja
ekzistuese ndër suksesi i fevet dhe kultura e paqes së përgjithshme. Bëhet
fjalë prandaj për të nxitur përpjekjen(/takimin) dhe të lafosurit ndër veta me
besime të ndryshme, pa klënë më detyruar të fshehin besën e vet te privati i
ndërgjegjes së vet.
Çë nga përherë – mendoj I. Kant dhe të tijën
‘Paqe të përjetshme’ – pyesim, tue kërkuar të mbledhim rrethanat mbi të cilat
mënd të vëmë bazat për një sistem bashkëlidhjesh paqësore dhe të rregullta, te
nomadizmi i ditëvet tona. Dhe gjithë mendimtarët e të sprasmet qëronje arrunë
te konkluzioni se ndaj sfidavet të sotme mosgjë të jetë më të aftë se të
lafosurit: sepse siell me vete kushtet paraprake e reciprocitetit. Të lafosim me koherencë dhe me njëjtësìnë e
vet, ahierna, ë’ çë nga nanì një gol ndaj paqësimit të njëi bashkësìe. Te të
lafosurit kërkohen, bëhen të ditur pozita paraprake kundër luftës dhe dhunës,
thuren ndërveprime të bashkërenditura dhe strukturohen forma jetese, stiset dhe lidhet njeri me tjetrin.
Ëj! Me të lafosurit fetar dhe kulturor, ti e shkon qëròin me frytëzim, tij të
mbushet jeta me gëzim, të zgjerohet vizioni i Kozmit tue i hequr dretë lashta.
Te gjitonia ime, çë ë’ si një oborr ku ngë
shkojnë automjete por vetëm veta më këmbë, ka ca qërò çë erdhi të rrijë një
familje magrebine me tre bij. Pa lafe bashkëjetesa ngë eshtë përherë e lehtë.
Mësuar te paqja ime më absolute, nani duhet të durojë gjëra çë më shqetësojnë.
Por dal’e dalë me pajtime të ndërsjellë jem’e mësohemi të ndëlgohemi: më shumë
me të bijtë çë nanì më flasin arbërisht, kurse prindërvet i përgjegjen arabisht
dhe te skolla flasin italisht.
Dalla tolleranza alla cultura del dialogo
Dodici milioni di morti, villaggi e paesi
devastati, la carestia e trent’anni di guerre ‘di religione’ nell’area dell’ex
Sacro Romano Impero produssero come risultato la necessità di adottare la
tolleranza tra le varie professioni cristiane. La nascente borghesia
mitteleuropea potè così realizzare i suoi utili, i rapporti tra Stato e sudditi
furono disciplinati e gli Stati andarono assumendo sempre più potere sui
sudditi. Ancora oggi il potere sovrano si attribuisce il primato utile a tenere
uniti i sudditi di qualunque credo o morale. Lo Stato di diritto si attribuisce
il compito di stabilire gli strumenti per regolare le relazioni fra gli
individui, organizzandone la convivenza, dove ognuno è libero nella stessa
misura reciproca degli altri. Nelle società multietniche la tolleranza resta il
principio di regolazione delle differenze culturali. Di qui l’indifferenza con
cui le istituzioni sociali trattano i cittadini con visioni diverse del mondo,
delle identità, delle lingue o soltanto della diversa sensibilità verso il
pudore.
La tolleranza, nata come strumento per
regolare i rapporti sociali tra le persone, distinguendo tra ciò che è lecito
fare a casa propria e ciò che si deve fare fuori della soglia, oggi avrebbe
addirittura per taluni la pretesa di rinchiudere dentro il segreto della
coscienza individuale l’orientamento etico o religioso dell’individuo. Potremo
forse fare meglio e di più se rivolgiamo la nostra attenzione ai fondamenti
della convivenza sociale, sapendo che di tratta di relazioni tra identità, le
quali nel loro operativo svolgimento rischiano sempre, come sappiamo, di
sconfinare in una sfida relazionale. Ed è questa la ragione per mettere a fuoco
tali fondamenti della convivenza, perché sono proprio le differenze di identità
fra individui, gruppi, popoli che talvolta possono innescare meccanismi di
esclusione, emarginazione o persecuzione. Non ha spazio in questo discorso la
tolleranza, perché si accontenta di stabilire le giuste distanze fra gli
individui portatori di visioni diverse del mondo e considera in modo implicito
la natura conflittuale di qualsiasi fede religiosa. Al contrario va considerato
che le religioni monoteiste, a differenza delle singole credenze primitive
limitate intorno al villaggio, fondano una etica universale da cui cogliere il
nesso esistente tra l’affermazione delle religioni e la cultura della pace
universale. Si tratta dunque di favorire l’incontro e il dialogo fra persone di
fedi diverse, non costrette più a celare la propria fede nel privato della
propria coscienza.
Da sempre – penso ad I. Kant e alla sua ‘Pace
perpetua’ – ci si interroga, cercando di cogliere le circostanze su cui poter
impostare un sistema di relazioni pacifiche e ordinate, nell'odierno nomadismo.
E tutti i pensatori contemporanei sono giunti alla conclusione che rispetto
alle sfide attuali nulla sia più adeguato del dialogo: perché porta con sè i
presupposti della reciprocità. Dialogare con coerenza e con la propria
identità, allora, è già un gol verso la pacificazione di una comunità. Nel
dialogo si postulano, si dichiarano preliminari posizioni contrarie alla guerra
e alla violenza, s’intrecciano interazioni coordinate e si strutturano forme di
vita, si costruisce e ci si vincola. Sì! Col dialogo religioso e culturale e la
sua poesia trascorri fruttuosamente il tuo tempo, ti si riempie la vita di
gioia, ti si allarga la visione del Cosmo alienandone le antiche paure.
Nel mio vicinato, che è un po’ un cortile dove
non passano automezzi ma solo persone a piedi, da qualche tempo è venuta ad
abitare una famiglia magrebina con tre figli. Certo la convivenza non è sempre
facile. Abituato nella mia più assoluta pace, ora devo sopportare cose che mi
infastidiscono ma lentamente con reciproci accomodamenti stiamo imparando a
capirci: specie con i figli che ora mi parlano in albanese, mentre ai genitori
rispondono in arabo e a scuola in italiano.
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CULTURA E SOCIETA',
IL PIANETA E' DI TUTTI,
PAOLO BORGIA
mercoledì 23 settembre 2015
La riflessione di Gjovalin ... 23.09.2015
L’egoismo, l’indifferenza, l’alienazione, l’isolamento odierno delle persone, le ha progressivamente slegate le une dalle altre, illudendole che la costante crescita dei redditi e dei diritti personali non avrebbe mai conosciuto soste o repentini cambi di direzione.
Abbiamo
pensato, sotto l’induzione artificiale personalistica ed egocentrica tipica del
nostro tempo, di poter fare a meno degli altri e della condivisione dei loro
destini, ci siamo illusi che la solidarietà possa essere solo il più sdolcinato
slogan di utopie superate.
Il
passaggio infausto dalla centralità del “noi” a quella dell’”io” è avvenuta
sotto la spinta economica capitalistica, imprescindibile del resto dallo stesso
concetto di democrazia e civiltà moderna.
Il capitalismo non si è mai potuto accontentare di soddisfare i bisogni primari e le virtù dei cittadini, ha piuttosto sempre avuto il bisogno di alimentare i loro vizi, la loro bramosia di crescita ed i sentimenti di invidia verso gli altri. Quando la maggior parte delle persone era povera e le seduzioni del mercato ancora sconosciute, le cose andavano diversamente.
Solo settanta anni fa, quando la civiltà contadina rappresentava ancora l’ultima propaggine dei valori medievali, nelle nostre campagne la reciproca assistenza e la solidarietà economica, surrogavano lo stato e consentivano la sopravvivenza.
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RIFLESSIONI
Hanno detto ... ...
MARCO BASCETTA, giornalista de Il Manifesto
Le centraline truccate della Germania
Alla borsa dell’immagine, in questo travagliato 2015, la Germania balla senza sosta.
Prima esibisce il volto spietato del rigore contabile e dell’austerità, poi quello umanitario dell’accoglienza e della solidarietà, infine quello truffaldino della spregiudicatezza commerciale.
Proporsi all’Europa come modello ed esempio è una pretesa che comporta qualche inconveniente. Cosicché lo scandalo delle emissioni truccate nelle auto smerciate dalla Volkswagen sul mercato americano, e chissà su quanti altri, assume un significato e una dimensione ben più vasta di una frode commerciale, sia pure commessa ed ammessa da uno “specchiato” gigante dell’industria mondiale.
È l’intera strategia di marketing economico e politico perseguita da Berlino a rischiare di disfarsi. Nel paese dalla più sviluppata sensibilità ecologica e dalle più severe norme ambientali, il primo gruppo industriale, il fiore all’occhiello del successo tedesco, si ingegna nell’eludere l’una e le altre.
A poco vale allora mettersi alla caccia di responsabilità individuali, sostenere che i test, quando non rappresentino una farsa, non sono certo un impeccabile esempio di “neutralità della scienza”, ricordare che gli Stati Uniti d’America, nonostante le aspirazioni verdi di Obama, restano un formidabile inquinatore planetario.
Il danno è compiuto e non saranno le multe salatissime o le dimissioni dell’amministratore delegato della casa di Wolfsburg, Martin Winterkorn a poterlo riparare.
Il fatto è che i tre volti del Modell Deutschland, sono in realtà uno solo. La politica di austerità, i bassi salari e le restrizioni del Welfare, imposti all’interno così come agli altri paesi dell’Unione europea, il bisogno di mano d’opera straniera, sia pure forzato nei suoi tempi e nei suoi modi da una pressione migratoria senza precedenti (non dal buon cuore di Angela Merkel) e l’aggressiva politica di sostegno all’export, costituiscono un insieme piuttosto coerente anche se non proprio “esemplare”. E per nulla al riparo da catastrofici incidenti di percorso.
Solo pochi giorni fa la Cancelliera aveva invitato le industrie automobilistiche tedesche ad assumere un alto numero di rifugiati. C’è da scommettere che a Wolfsburg (dove sono stati accantonati 6,5 miliardi, più della cifra complessiva stanziata da Berlino per l’emergenza migranti, allo scopo di far fronte a una parte delle multe che pioveranno su Volkswagen) prevalgano tutt’altre preoccupazioni. Le “spalle larghe” della Germania, sbandierate quotidianamente da Berlino, non sono certo il risultato di una virtuosa etica protestante, ma di una politica di protezione a oltranza delle banche e delle rendite tedesche, nonché di un’accumulazione di surplus commerciale a spese degli altri membri dell’eurozona che, come abbiamo visto, non è quel frutto immacolato dell’eccellenza produttiva teutonica che volevano farci credere. A meno di voler riconoscere anche alla tecnologia della frode una sua qualità di eccellenza.
Beninteso, è assai improbabile che il grande gruppo tedesco, sia stato il solo ad aggirare in un modo o nell’altro gli standard ambientali stabiliti. Solo l’idea, alimentata dall’autocelebrazione del liberismo, che la competitività sia un meccanismo “pulito”, una questione di “merito” e di efficienza, di capacità e di rigore, può farci accogliere con sorpresa lo “scandalo” Volkswagen.
Le centraline truccate sono un evidente strumento di competizione sul mercato. Le stesse regole, come talune normative comunitarie apparentemente generate dal delirio di qualche euroburocrate, nascondono in realtà piccole e grandi guerre commerciali. Altrettanti tentativi di spostare il terreno della concorrenza a favore di determinati produttori. In questo gioco di sponda tra standard normativi e competizione sul mercato possono crearsi cortocircuiti e “danni collaterali” come quelli in cui sono incappati gli strateghi di Wolfsburg, anche se, per il momento, solo oltre Atlantico.
Ma per la Germania il cui governo diffonde senza sosta una idea “morale” e virtuosa della competitività, rimproverando i partner europei di non dedicarvi sufficienti energie e “riforme”, il guasto è davvero spaventoso. Chi considera il mercato come lo spazio deregolamentato di una concorrenza senza esclusione di colpi (i Repubblicani Usa, per esempio) non troverà in questa vicenda particolare motivo di stupore, stigmatizzando, semmai, più la frode come turbativa degli scambi che l’inquinamento come danno per la società. Ma per chi sostiene che il mercato rappresenta un “ordine” razionale e la competitività una disciplina che si esercita al suo interno secondo regole certe non sarà facile superare il trauma provocato dalla truffa ad alta tecnologia escogitata dalla Volkswagen e le sue probabili conseguenze commerciali.
Di tanto in tanto quell’“ordine” si rivela, infatti, per quello che è: un rapporto di forza.”
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