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lunedì 4 luglio 2016

Dipendenti Pubblici. Quanto è facile ... ... evitare di fare "i furbetti del cartellino"

Il decreto legislativo 20 giugno 2016, n. 116 reca norme in materia di licenziamento disciplinare nella pubblica amministrazione (c.d. decreto contro “furbetti del cartellino".
Il decreto consta di 3 articoli, di cui solo il primo reca norme di carattere sostanziale.
Il Consiglio di Stato aveva suggerito come testo di “falsa attestazione della presenza in servizio”: “Costituisce falsa attestazione della presenza, oltre a quella realizzata mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza, qualunque modalità fraudolenta posta in essere…”. Il Governo non l'ha però accolta.
ll nuovo comma 3-bis introduce un nuovo procedimento disciplinare, una sorta di procedimento “accelerato” giustificato solamente dal fatto di cogliere il soggetto in flagranza di reato e/o dell’esistenza di riprese video.
Ad oggi i procedimenti disciplinari nel pubblico impiego sono quindi di tre tipi:
1)procedimento disciplinare ordinario, che si conclude in 60 gg e per cui si hanno 20 gg per la contestazione di addebito;
2)procedimento disciplinare “lungo”, nelle ipotesi più gravi, che si deve concludere in 120 gg e prevede 40 gg per la contestazione dell’addebito;
3)procedimento disciplinare “accelerato”, nei casi di “furbetti del cartellino”, che si deve concludere in 30 gg e prevede 48 ore per la contestazione dell’addebito.
Nella versione pubblicata, è lo stesso Responsabile della struttura che contesta l’addebito entro 48 ore a sospendere il dipendente e trasmettere all’UPD gli atti di un procedimento già avviato.
La differenza non è di poco conto, soprattutto per quelle strutture che potrebbero non avere le competenze per una corretta contestazione sotto il profilo tecnico-giuridico.
Il novello comma 3-quater dell’art. 55-quater, prevede che la denuncia al pubblico ministero e la segnalazione alla competente procura regionale della Corte dei conti avvengano entro 15 gg dall’avvio del procedimento disciplinare. Ciò può dar luogo a situazioni paradossali, in cui il Responsabile della struttura trasmette una notizia di reato e una notizia di danno erariale entro 15 gg, e poi si accorge, leggendo le difese del dipendente dopo 16 gg, che vi era una giustificazione alla mancata timbratura.
La denuncia al Pubblico Ministero determina, ex se, la necessità di farsi assistere da un legale, con tutte le spese del caso.
Infine, il nuovo comma 3-quater pone un limite minimo inderogabile all’ammontare del risarcimento conseguente all’eventuale condanna per danno erariale (sei mensilità dell’ultimo stipendio in godimento, oltre interessi e spese di giustizia).

Contessa Entelliina. Da domani i rifiuti saranno conferiti a Bellolampo


Il dipartimento regionale dell'Acqua e dei Rifiuti ha emanato oggi una disposizione che prevede il conferimento dei rifiuti a Bellolampo, a partire da domani, per 28 comuni: Altavilla Milicia, Altofonte, Balestrate, Bolognetta, Borgetto, Campofiorito, Camporeale, Capaci, Cinisi, Contessa Entellina, Corleone, Giardinello, Isola delle Femmine, Lercara Friddi, Marineo, Marsala, Misilmeri, Monreale, Montelepre, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi, Prizzi, San Cipirello, San Giuseppe Jato, Santa Cristina Gela, Terrasini, Torretta e Vicari. La disposizione rimarrà in vigore fino al 31 luglio per Marsala e fino a nuova disposizione per gli altri comuni.
Bagheria, Carini e Partinico continueranno a conferire presso nell'impianto di Lentini (Sr).
"Avremmo voluto far partire il conferimento a Bellolampo già dallo scorso primo luglio, ma la decisione della Rap e del Comune di Palermo di chiudere i cancelli dell'impianto, nonostante l'ordinanza regionale, ci ha costretti a far slittare il provvedimento di qualche giorno - spiega l'assessore regionale Vania Contrafatto - purtroppo la Rap non ha il personale e i mezzi necessari a far fronte anche ai rifiuti di altri comuni e ci ha chiesto qualche giorno di tempo per organizzarsi a ricevere 200 tonnellate di rifiuti in più al giorno. Speriamo che nelle prossime settimane la discarica sia disponibile ad accogliere anche gli altri comuni, consentendo agli enti locali di ammortizzare i costi di trasporto. Questo però dimostra l'infondatezza di certe accuse che volevano la Regione interessata a inviare i rifiuti presso impianti privati anziché presso quelli pubblici: la verità è che sapevamo bene delle difficoltà di Bellolampo che speriamo possano essere superate in tempi brevissimi". 
(ANSA).

La riflessione di Gjovalin ... 04.07.2016

Individualismo si coniuga con successo;
Successo non sempre si coniuga con responsabilità sociale

Ai nostri giorni giudichiamo valide quelle persone che mostrano e si atteggiano  ambiziose, che mostrano progetti di vita al di là dell'ordinario, e quelle che -indipendentemente dal come- raggiungono il successo.

Se una persona ha successo è meritevole di pubblica considerazione, dato che -ai nostri giorni- rilevanza e consenso sono affini sino ad equivalersi.

Agire “Al di là del bene e del male", ai nostri giorni non conta nulla. E' importante raggiungere il successo.
Anche il giudizio morale, superati ormai i criteri tradizionali del conformismo o della pace interiore,  si riduce oggi al favore generale ottenuto.
.
Siamo al punto che chi vince ha sempre ragione, anche quando sta dalla parte sbagliata, e chi perde ha sempre torto, anche quando sta dalla parte giusta. Conta non l'onestà, non la sincerità, non la dritta via, conta solamente ed esclusivamente il successo.
    
Le persone di successo godono di ampi margini di elasticità di giudizio prima di cadere in disgrazia, mentre al contrario le persone comuni, ritenute mediocri, son costrette a viaggiare su un crinale molto più stretto per non cadere nella pubblica condanna.

La Storia più vicina. Significato di ...

Il Terzo Mondo

L'espressione venne usata inizialmente da un giornalista francese e non indicava, come dopo diventerà abitudine, l'arretratezza e la miseria degli Stati avviati faticosamente ad uscire dalla colonizzazione europea per intraprendere la via della modernizzazione.
La dizione "Terzo Mondo" voleva echeggiare il "Terzo Stato", una realtà senza diritti, capace, però, di svolgere un ruolo rivoluzionario destinato a influenzare la Storia intera.

Si era nel secondo dopo-guerra e i mezzi di comunicazione parlavano dei due mondi, dei due modi di vedere il vivere sul pianeta: il capitalismo da un lato ed il blocco comunista dall'altro.  Due visioni culturali e di vita che si fronteggiavano e che in certe fasi sembravano pronti per una guerra fra loro ed in altre fasi pronti a coesistere.

Il giornalista descriveva la situazione poco tranquilla di quel dopo-guerra e metteva in evidenza come la geografia del pianeta non finisse e non si limitasse ai due "blocchi" contrapposti ma esistesse un terzo polo... il più importante, ed in fondo il primo per cronologia. E' l'insieme d quello che chiamiamo, con il linguaggio delle Nazioni Unite, Paesi sottosviluppati, (...) e infine questo Terzo Mondo ignorato, sfruttato, disprezzato come il Terzo Stato, vuole, anche lui, essere qualcosa d'altro. (1)

Le nazioni del Terzo Mondo si riunirono per la prima volta  a Bandung, nell'aprile 1955, su iniziativa del presidente indonesiano  Sukarno, in accordo col premier indiano Nehru, lo jugoslavo Tito e l'egiziano Nasser.
Parteciparono a quel primo incontro 29 paesi che si auto-proclamarono "non-allineati" in termini di alleanze militari rispetto al Primo Mondo (Occidente= Nato) e al Secondo Mondo (Blocco comunista = Patto di Varsavia). 
In quella riunione, rimasta storca, si determinò di rafforzare il processo di de-colonizzazione in Asia ed in Africa.
Da quella conferenza in Indonesia e dalla successiva crisi di Suez iniziò la fase di "cllasso" del colonialismo "anglo-francese" nel mondo.

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(1) "Questa espressione l'ho creata e usata per la prima volta nel settimanale francese 'L'Observateur' del 14 agost 1952"; Alfred Sauvy, Note sur l'origine de l'expressin 'Tiers Mnde'. 

L'incolmabile divario di civiltà. Se non andiamo alle origini del divario sarà stupido il nostro volerci chiudere nella fortezza dell'Occidente e magari ... continuare a sfruttarli

Quello con le popolazioni islamiche non è un confronto di religione. 
La religione, il Dio monoteista che per ebrei-cristiani ed islamici è lo stesso non ha nulla a che fare con il fanatismo ed il fondamentalismo dei folli che ammazzano esseri umani.

Se di confronto si deve parlare esso va fatto fra due civiltà.
La civiltà occidentale che ha fatto propri, dopo l'illuminismo, i “diritti dell’uomo” e la civiltà “altra” dei fondamentalisti che ignora ad oggi il valore dell’essere umano, il valore non solo di chi la pensa come loro, ma anche di chi la pensa molto diversamente da loro.

Quanto racconta Atta Wehabrebi, trafficante di migranti ora divenuto collaboratore di giustizia, è espressivo del ritardo di civiltà, nient’altro. Ed il ritardo di civiltà non ha nulla a che fare con la religione: "Queste persone che non possono pagare le traversate in mare vengono consegnate a degli egiziani che li uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli al Cairo per una somma di circa 15.000 dollari. 
In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l’organo e trasportarlo in borse termiche”.
                               Preoccupa -ancora- e deve far riflettere

Lascia a pensare il silenzio dei leaders islamici, dei capi di governo e di stato (dal Marocco all'Indonesia), sulla strage di Dacca. 
Il nostro mondo, quello occidentale, si attenderebbe una condanna irrevocabile dei tagliagole e dei fondamentalisti. Invece nulla.
Tutto questo non ha nulla a che fare con la religione,  con le religioni.
Il vero confronto è fra due civiltà. Quella cristiana-laicizzata e secolarizzata dell’occidente e quella islamica-fondamentalista ancora imbrigliata all’epoca, che da noi esistette, delle crociate. 
Pure allora -nel periodo delle crociate- i “cristiani” erano tagliagole e ogni volte che compivano stragi di non cristiani gridavano "Dio lo vuole". 
L'Occidente, Giovanni Paolo II, di quel modo di essere "uomini" e di essere "cristiani" si sono ravveduti, non perchè i testi religiosi sono cambiati, ma perchè la civiltà, il modo di vedere e leggere il mondo -da noi- è cambiato. 
I testi religiosi, da noi, sono rimasti quelli di quando pure noi eravamo tagliagole, non solo contro gli islamici ma contro i cristiani, i più cristiani di noi (cfr. guerre di religione fra cristiani, assalto alla città di Costantinopoli etc. etc.)

Ecco perché le religioni non hanno nulla a che fare con i fatti di Dacca. Quelli non sono modi di essere e di volere religiosi. 
Bisogna che noi aiutiamo gli sfruttati (da noi) del mondo a superare il divario di civiltà.

Il mondo strano. Chi raggiunge il benessere si annoia


«Il comando di Dacca era composto da ragazzi di famiglie abbienti, usciti da scuole prestigiose, e allora? 
Di che vi stupite? Anche i terroristi dell’11 settembre non erano poveri. 
E negli anni 70 nelle file delle Brigate Rosse non erano forse giovani della classe media a condurre la lotta armata “in difesa dei poveri?”». 
Vali Nasr, studioso americano di origine iraniana, 
rettore della Scuola di studi politici internazionali 
della John Hopkins University di Washington,

Con le immagini ... ... è più facile

M5S a Roma: 
Prima ancora di cominciare, già si parla di dimissioni

E' il nuovo che avanza !!!
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domenica 3 luglio 2016

Eugenio Scalfari. Si può o meno essere d'accordo con lui; ma è pur sempre stimolante



MENTRE scrivo queste righe la nostra Nazionale di calcio sta giocando a Bordeaux contro la Germania con il lutto al braccio per i nove italiani torturati e poi uccisi dai terroristi dell’Is in un ristorante di Dacca, capitale del Bangladesh. Una guerra dall’altra parte del mondo. Non è rabbia e terrore provati dalle periferie del mondo. All’Is, al Califfato, interessa anche il terrore delle periferie, ma Dacca non è una periferia e il Bangladesh non è una periferia: è uno degli Stati dell’Asia con maggioranza religiosa di musulmani moderati. Quindi l’Is è a suo modo uno Stato, con una capitale, un esercito “regolare”, un Capo e il suo stato maggiore, più le periferie sparse dovunque.


Naturalmente ha molti nemici; alcuni sono alleati tra loro, altri combattono il Califfato da soli. Insomma c’è una guerra che ha generato parecchie guerre: la guerra in Siria, la guerra in Turchia, la guerra in Iraq, la guerra in Kurdistan, la guerra in Libia e in Tunisia. E la “mezza guerra” con l’Egitto, con l’Iran e con l’Arabia Saudita. La guerra, come spesso avviene, diventa in certe fasi della storia una sorta di normalità: il potere lotta per consolidarsi ed estendersi. Poi arriva la pace, ma dura poco. Spiace dirlo ma guerra e pace (come magistralmente raccontò Tolstoj) si succedono l'una all'altra ma purtroppo lo stato normale è la guerra e il potere; la pace è un intervallo, un necessario riposo che presto scompare.
***
Accanto alle guerre contro l'Is ce ne sono altre che per fortuna non contengono efferatezze e spargimenti di sangue (qualche volta accade ma più per caso che per libera volontà). Una, la più recente e tuttora in corso, è il cosiddetto Brexit, cioè l'uscita (non ancora ratificata ma comunque già irrevocabilmente avvenuta) dell'Inghilterra dall'Unione europea. Si discute in tutta Europa se sia un grave danno per il nostro continente oppure un problema facilmente risolvibile e un vantaggio o un gravissimo errore per quella che ancora si chiama Gran Bretagna (Regno Unito non più per via della Scozia europeista e dell'Irlanda del Nord).



La risposta che un'attenta analisi suggerisce è la seguente: per l'Unione europea è una prova capitale: può rafforzarsi e fare passi avanti significativi verso uno Stato federale oppure sfasciarsi in molte parti sotto la spinta dei movimenti populisti antieuropei e antieuro. Per la Gran Bretagna è la fine. Una fine lunga almeno una decina d'anni, ma non revocabile in una società globale. Un'Inghilterra isolata. La cui influenza sul resto del suo impero d'un tempo e degli Stati Uniti d'America, è ormai prossima allo zero. A meno che una nuova maggioranza di inglesi non trovi il modo di sostituire la maggioranza che ha votato per il Brexit. È possibile che risanino l'errore ma non hanno molto tempo: un anno o al massimo due ma non di più.
***
Brexit a parte, resta da risolvere la questione europea che si compone di tre elementi: le elezioni tedesche che avverranno tra un anno e mezzo e che vedono la Merkel e i suoi alleati socialisti in difficoltà; il "sovranismo" francese che non è soltanto rappresentato dalla Le Pen, ma dal gollismo dove gran parte della classe dirigente di quel Paese ha ancora le sue radici; gli Stati dell'Europa dell'Est e del Nordest, come la Polonia, l'Ungheria, la Bulgaria, la Repubblica Ceca, ma anche la Danimarca e la Svezia. Questi Paesi, ai quali va aggiunta l'Ucraina a mezza strada tra la Ue e la Russia, che hanno conservato le proprie monete, vogliono uscire dall'Ue e vivere in proprio.



Come si muoveranno i Paesi che ancora credono nell'Unione e sanno che per sopravvivere e progredire l'Ue deve rafforzare le proprie istituzioni e puntare sull'obiettivo d'una federazione che lasci però ai singoli Stati un'ampia autonomia sia pure nel quadro generale? E qual è la parte dell'Italia in questo momento storico di particolare importanza? L'Italia di fatto fa ormai parte di un triumvirato insieme alla Germania e alla Francia. Quel triumvirato non sempre trova l'accordo sui problemi in questione, ma rappresenta comunque la punta di vertice, le tre gambe che reggono il tavolo attorno al quale sono seduti i rappresentanti delle istituzioni europee: la Commissione, il Parlamento, le Corti di giustizia. E i capi dei 27 Stati ancora teoricamente membri dell'Unione. Ma se alcuni di essi dovessero uscirne, come abbiamo già ipotizzato, i 27 si restringerebbero ai 19 dell'Eurozona e forse nemmeno a tutti di essi.



I problemi che hanno sul tavolo sono i seguenti: 1. La guerra all'Is. 2. Il rapporto con gli Stati Uniti d'America soprattutto dal prossimo novembre quando Obama sarà sostituito. 3. Il rapporto con Putin. E poi i temi socio-economici: il rafforzamento dell'occupazione, il miglioramento delle condizioni sociali, del sistema bancario, del debito pubblico, del bilancio dell'Unione europea e del suo debito pubblico, gli investimenti e la scelta politica che deve guidarli. Infine e soprattutto il tema dell'immigrazione, che comporta anche quello delle periferie e quello della libertà religiosa.



Abbiamo altre volte detto che uno degli attori principali dell'intera vicenda europea è Mario Draghi. Lo è sempre di più, man mano che la vicenda generale si aggrava. Tutte le questioni economiche, che sono una moltitudine, lo impegnano direttamente, a cominciare dal rafforzamento del sistema bancario, del debito europeo che deve assumere le caratteristiche di un debito sovrano rispetto a quello dei singoli Paesi e infine la lotta con la deflazione che sta particolarmente penalizzando l'Italia. Draghi preme per l'istituzione di un ministro delle Finanze unico dell'Eurozona e anche Renzi preme in quel senso. Ed ecco l'altro attore della vicenda europea e italiana: Matteo Renzi. Sui problemi europei l'abbiamo già visto come "triumviro", ma sullo scacchiere italiano?
***
Era molto popolare nel 2013 e lo è stato fino al 2015. Adesso ha perso peso, in parte per l'andamento delle amministrative in alcune città fondamentali come Roma, Torino, Napoli. In parte perché la gente non sente benefici, anzi avverte un aggravarsi dei sacrifici da sopportare. In parte è la realtà, in parte è un modo di sentire. Il risultato è che Renzi e il suo partito hanno perso l'appoggio di una quota rilevante della pubblica opinione. Due anni fa erano al 40 per cento, oggi (per quel che valgono) i sondaggi lo danno tra il 32 e il 34 per cento. La destra è del tutto sfasciata tra Salvini-Meloni e Forza Italia; ma se la destra fosse unita supererebbe anch'essa il 30 per cento. Quanto ai 5Stelle anch'essi sono su quella quota.



In sostanza è una struttura tripolare, pessima situazione per la governabilità democratica d'un Paese, specie in vista d'un referendum confermativo che avrà luogo ai primi del prossimo ottobre e al cui risultato Renzi, credendo con ciò di rafforzarsi, ha legato la propria sorte politica. Non starò qui a ripetere ciò che penso di quel referendum. Non mi piace l'abolizione del Senato, ma per il resto il contenuto di quel referendum è accettabile. Non è accettabile però la legge elettorale che aggancia il sistema monocamerale ad una legge maggioritaria che può avere due risultati: una vittoria del Pd renziano che dà all'Esecutivo (cioè a lui) pieni poteri di governo; oppure dà la vittoria ai 5Stelle mettendo il Paese nelle mani di un movimento praticamente populista (non a caso nel Parlamento europeo i suoi membri hanno votato con Farage, l'inglese che rivendica il merito del Brexit).



Queste due prospettive - o Renzi o i 5Stelle - fanno rabbrividire un buon democratico europeista. Perciò Renzi deve cambiare sostanzialmente la legge elettorale, avendo ben presente la fase degasperiana e post-degasperiana della Dc, che governò con i suoi alleati per dodici anni avendo il 40 per cento di voti propri e un 9 per cento dei suoi alleati (liberali, repubblicani, socialdemocratici). Questo deve fare Renzi per l'Italia, altrimenti il rischio è che al referendum vincano i "no", con quel che ne seguirebbe, anche con contraccolpi negativi della presenza italiana in Europa.

Hanno detto ... ...

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata…” 

Elie Wiesel

ENZO BIANCHI, priore di Bose
È morto Elie Wiesel: ci ha fatto conoscere 
-la notte oscura dell'umanità 
-e a dire non: Dio dove sei? ma, Uomo dove sei?

GIANFRANCO PASQUINO,
politolgo

Elie Wiesel: in memoriam, l'ostinazione e l'impegno di una vita da "giusto".

ROBERTO SAVANO, scrittore

Elie Wiesel, narratore dell’abisso umano, si è spento. Leggete La Notte, regalate La Notte, tenetelo con voi.

ELENA LOEWENTHL, scrittrice, collaboratrice de "La stampa"

Nel 1944 lui, tutta la sua famiglia e la comunità ebraica erano stati rinchiusi nel ghetto. Anticamera di quello sterminio che da un campo all’altro, da una forca all’altra si portò via tutto il suo mondo. Dopo la guerra Wiesel cominciò a peregrinare: da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, da una solitudine all’altra. Incominciò a scrivere, come giornalista e traduttore. Studiò il francese. Nel 1955 si trasferì a New York, ma in fondo ha continuato per tutta la vita a viaggiare fra le sue diverse esistenze, fra le sue lingue - yiddish, romeno, inglese, francese, ebraico -, a muoversi dentro il proprio passato, ad abitarlo con le parole, raccontarlo nello strazio, riviverlo nella consapevolezza che trasmettere la storia di quel male fosse una missione imprescindibile. Un dettato: non divino ma umano. 

Ci mise però molti anni a raccontare. Diversamente da Primo Levi che, appena tornato a casa da Auschwitz sentì impellente il bisogno di scagliare sulla pagina quella esperienza, come unica strada per provare a ricominciare a vivere, Wiesel tacque per almeno dieci anni: non voleva né scrivere né parlare di quello che aveva attraversato durante la Shoah. Ma quando cominciò fu un fiume in piena, in yiddish, Un di velt hot geshiving (E il mondo tacque, una specie di immensa bozza di autobiografia sulla quale sarebbe poi tornato varie volte, affinando la scrittura, rendendo tutto via via più lucido. Da quelle originarie 900 pagine fu tratto La notte, uscito nel 1992 nella meritoria traduzione italiana di Daniel Vogelmann per La Giuntina editrice. 

Da questo libro in poi, Elie Wiesel è diventato uno dei grandi cantori di quell’orrore. Ma è stato anche molto altro. Intellettuale militante, sempre pienamente coinvolto nell’attualità, sempre in dialogo con le grandi questioni del presente. E quando parlava, la sua voce aveva sempre uno spessore tutto particolare, fatto di impegno e pacatezza, di profonda partecipazione alla vita. Non a caso non vinse mai il Nobel per la Letteratura, ma nel 1986 ebbe quello per la Pace. Undici anni dopo gli fu offerta la carica di Presidente dello Stato d’Israele, ma declinò, cedendo così il passo a Shimon Peres. 

Eppure Elie Wiesel è stato tutt’altro che un’icona, una figura «statica» dall’aura spirituale carica di sacralità. La sua vera cifra, come uomo e come scrittore, è l’umanità nel senso più pieno e anche più contraddittorio. Ricco di quelle contraddizioni che raccontano una complessità ricca di sfumature, capace di sfuggire sempre alle semplificazioni. Lui che era nato in un mondo ebraico così conservatore, così ai margini storici e geografici, divenne un ebreo cosmopolita, capace di abitare lingue e spazi diversi: un cittadino del mondo. Si era formato in un ebraismo tradizionale, era cresciuto dentro la Torah e dentro il pietismo chasidico cui era rimasto in un certo senso fedele per tutta la vita, come testimoniano i suoi tanti scritti dedicati a quel mondo scomparso, da Il Golem. Storia di una leggenda alle Celebrazioni chasidiche. Aveva scritto anche tanto di Bibbia e Talmud, aveva una intimità profonda e spontanea al tempo stesso con tutta la tradizione d’Israele.  

Eppure come pochi altri intellettuali aveva sfidato la fede, aveva sfidato Dio. Vuoi quando lo vede con rabbia e rassegnazione e un dolore indicibile appeso alla forca nel corpo di un bambino impiccato che lancia al mondo i suoi ultimi palpiti. Vuoi quando scrive Il processo di Shamgorod: un testo bellissimo e terribile sull’assenza di Dio, sull’ingiustizia del mondo, dove, a differenza del biblico Giobbe, all’uomo non resta rassegnazione ma solo un’interrogazione senza risposta. E uno sgomento muto di fronte al male, alla sua presenza così incomprensibilmente invadente. 
Elie Wiesel è stato un grande testimone, un grande scrittore, uno straordinario uomo di spirito, e anche di azione. Ma è stato soprattutto una figura dalla complessità straordinaria, mai arreso di fronte all’incomprensibile, mai stanco di interrogare e interrogarci. Ci mancherà la sua parola. Ci mancherà la sua notte. Ci mancherà quel silenzio abissale che stava sempre lì, tra una riga e l’altra di testo. 

sabato 2 luglio 2016

L'economia di mercato. Deutsche Bank sta male, ma il nostro sistema bancario ... ...

Le banche: Cosa riusciamo a capire dalla lettura dei giornali;
cosa ricordiamo dell'esame di Tecnica bancaria
Il sistema bancario italiano, questo è noto a tutti, soffre perchè una grande massa di "crediti" (appostati nella parte attiva del Patrimonio) sono "deteriorati", ossia di difficile (o impossibile) riscossione. Il Patrimonio è quindi intaccato, non è realistico. Questo gli speculatori lo sanno e si buttano sulla preda vedendola sofferente. 
Il governo, che istituzionalmente deve garantire la funzionalità del sistema produttivo italiano, di cui le banche sono un asse rilevante, ha ottenuto da Bruxelles uno strumento di protezione del sistema bancario, ossia una garanzia pubblica da 150 miliardi per la liquidità agli istituti, una cifra equivalente all'8% del Pil.
Non è però detto che questo piano salva-banche sia convincente, sia sufficientemente idoneo ad intimorire gli speculatori che, purtroppo, riescono a guadagnare anche, e soprattutto, quando i mercati scendono.
La garanzia dei 150 miliardi, più che altro uno scudo, andrebbe attivata -si fa sapere- solo in caso di emergenza, non è quindi nè un aiuto di stato (tradizionale nell'Italia del secondo dopoguerra), nè una iniezioni di denaro pubblico nel sistema bancario. 
Rappresenta una sorta di paracadute contro la speculazione. 

scadenze dei prossimi mesi: 
1) le banche italiane hanno in portafoglio obbligazioni, una delle loro fonti di sostentamento, per ben 120 miliardi di euro, che nei prossimi mesi scadranno e dovranno essere rinnovate. Il rinnovo lo si ottiene quando si è  affidabili.
2) Entro luglio le principali 53 banche europee (comprese le italiane) affronteranno i periodici stress test (= accertamento della solidità di un istituto di credito, effettuato mediante la simulazione di diversi scenari economici e finanziari e la valutazione del loro impatto sul bilancio e sul capitale dell'istituto). 
3) La borsa finora pare non abbia preso atto dell'iniziativa governativa dei 150 miliardi da eventualmente usare come scudo. Forse perchè non si conoscono ancora i dettagli sul tipo di intervento e quindi non si riesce a dare una valutazione tecnico-giuridica. 
Il mercato vuole capire.
4) Se i crediti inesigibili rendono opachi i bilanci delle banche, è ovvio ed è urgente che si torni alla trasparenza. 
Il governo al fine di offrire percorsi di smaltimento dei crediti di difficile esazione sta operando con uno strumento in via di definizione, il cosiddetto fondo Atlante 2. Con una disponibilità iniziale di  5 miliardi, il "sistema" proverà a comprare i crediti in sofferenza a un prezzo maggiore rispetto a quello, molto basso, offerto dal mercato. Il denaro del fondo Atlante non è pubblico ma raccolto all'interno del sistema bancario medesimo. Dovrebbe servire a smaltire i crediti deteriorati, con risorse via via crescenti.
Si vuole puntare -sostanzialmente- a creare un mercato delle sofferenze, ossia dei crediti di difficile esazione. Ma, i 5 miliardi sono davvero pochi.
5) L'Europa dei nostri giorni, in economia, è liberista e pertanto non ammette l'intervento diretto degli stati nei sistemi produttivi. Eppure, sui giornali circolano ipotesi su un intervento diretto dello Stato sulla ricapitalizzazioni degli istituti in difficoltà.
Se l'ipotesi fosse attendibile, si  tratterebbe di prestare alle banche alcuni miliardi (sottoscrivendo azioni ?) di euro che poi tornerebbero nel bilancio pubblico grazie anche al maggior valore che acquisterebbero una volta risanati gli Istituti. Certo, convincere i partner europei ad allentare un po’ i vincoli sugli aiuti di Stato alle banche, come accadde nel 2008, dopo la crisi della Lehman, non sarà affatto facile.

Per chiudere
Ha problemi solamente l'Italia ?
No.  Deutshe Bank sta molto male; dovrebbe già stare in ospedale. 
Questa Banca tedesca ha una esposizione ai derivati pari a circa quindici volte il Pil tedesco e risulta essere  la maggiore fonte potenziale al mondo di shock esterni per il sistema finanziario.

Hanno detto ... ...

L'Italia in lutto per le vittime di Dacca
ENRICO MENTANA, direttore del Tg La7
Noi piangiamo i nostri morti e poi volgiamo lo sguardo verso i cani rabbiosi che li hanno ammazzati. E la domanda è sempre la stessa.
Che senso umano ha? Fare irruzione in un ristorante per uccidere qualcuno solo perché non è islamico, al grido di "Dio è grande", e poi morire.
Una sola cosa è più inspiegabile delle scelte dei kamikaze islamisti: la mancata sollevazione di massa contro le loro nefandezze da parte delle comunità musulmane nel mondo. In ogni civiltà si creano gli anticorpi contro le degenerazioni ideologiche o culturali o sociali. Invece il terrorismo jihadista strage dopo strage sta schiacciando l'Islam moderato, che esiste ma è senza voce, per timore di ritrovarsi la bestia in casa. 
Il risultato è quello peggiore, e rischia di tagliare il mondo in due aprendo sterminate praterie ai tagliagole di Al Baghdadi

SERGIO MATTARELLA, Presidente della Repubblica

«È veramente una sensazione di orrore senza confini. Una barbarie che riguarda tutto il mondo»,
«Proprio perchè è una barbarie senza confini occorre una risposta comune». Questa volta si tratta «davvero di un prezzo molto alto per l'Italia», è la strage di italiani più pesante dopo quella di Nassiriya, ha sottolineato ancora il presidente, 
«Tutta l'Italia si stringe intorno ai familiari delle vittime di Dacca, con grande solidarietà. Per esprimere questo dolore ho deciso di rientrare a Roma per rendere omaggio alle salme»

MATTEO RENZI, premier
"L'Italia non arretra davanti alla follia di chi vuole disintegrare la nostra vita quotidiana. Gli italiani sono colpiti ma non piegati, siamo un popolo tenace".
"Davanti all'ennesima tragedia dell'estremismo radicale di radice islamica che continua a colpire tante parti del mondo, credo che sia il momento in cui l'Italia tutta unita dia un messaggio di dolore e compassione, ma dia anche un senso di grande determinazione, forza e decisione".
"Abbiamo il dovere di rispondere con ancora più decisione e determinazione in difesa dei nostri valori di cui siamo orgogliosi. I nostri valori sono più forti delle loro fobie. Dobbiamo averne consapevolezza in questo momento per onorare la memoria di questi nostri fratelli d'Italia che sono caduti. Non abbiamo nessuna intenzione di darla vinta a chi pensa che la distruzione dei nostri valori sia l'obiettivo per il quale consacrare la propria esistenza. Continueremo la nostra lotta perché tutti uniti possiamo affermare un'idea di civiltà diversa da quella vista in azione in Bangladesh"

venerdì 1 luglio 2016

Canone Rai. Da oggi occhio alla bolletta Enel (o diverso gestore)

Da quest'anno il canone della tv pubblica costa meno - 100 euro tondi - ed è molto dilazionato: in teoria dovrebbe essere pagato in 10 rate mensili da 10 euro ciascuna, in pratica, eccezionalmente, con la bolletta di luglio ci troveremo un addebito di 70 euro (corrispondente alle rate dei primi sette mesi dell'anno), mentre le tre rate mancanti verranno incluse nelle bollette dei tre mesi successivi. 

Federconsumatori ricorda agli utenti enel: il canone "deve essere addebitato sulle sole utenze elettriche residenziali (tariffa D1, D2 e D3) ed è dovuto una sola volta per ciascuna famiglia anagrafica, quindi i proprietari di seconde case non dovranno pagare ulteriormente". 
Pertanto, se due o più utenze residenziali fossero intestate a uno stesso utente, il canone viene comunque addebitato una sola volta. In questi casi, comunque, andrà modificato quanto prima in 'non residenziali' le forniture di luoghi non adibiti a propria residenza o dimora, comunicando la variazione all'azienda che eroga l'energia".
Il termine per presentare la dichiarazione di non detenzione della televisione (che è annuale) è scaduto il 16 maggio scorso. "Inviando la dichiarazione stessa dal 17 maggio al 30 giugno si potrà  essere esentati dal pagamento solo per il secondo semestre del 2016, mentre chi presenterà  il modulo a partire da oggi fino al 31 gennaio del prossimo anno usufruirà  dell'esenzione per l'intero 2017".

Hanno detto ... ...

ANTONIO POLITO, editorialista del Corriere della Sera
Il miglior aiuto che Berlusconi può dare a Renzi è non dargli alcun aiuto

LORENZO CODOGNO, ex direttore generale del Tesoro
«Quando la Gran Bretagna starnutisce, l’Italia si prende il raffreddore. E’ l’anello più debole della catena europea», 
«C’è bisogno di una sospensione delle regole riguardanti il bail-in e le norme sugli aiuti di Stato, altrimenti non vedo come possiamo andare avanti»


MAURIZIO BALISTRERI, collaboratore della Fondazione Pietro Nenni
La riforma costituzionale Renzi-Boschi rappresenta efficacemente la parabola della democrazia in questo XXI secolo in Italia, secondo il mainstream imposto dalle élites della globalizzazione tra il 1975, anno in cui Trilateral Commission presentò il documento sulla “Crisi della democrazia”, e il 2008, in cui dopo il crollo di Lehmann Brothers si afferma il capitalismo collateralizzato. Parabola riassumibile nel primato del mercato sulla politica, ridotta a gestore di istituzioni in cui gli spazi di partecipazione vengono chiusi, nel nome dell’efficienza economicistica e della velocità della decisione, che è arrivata, in questi giorni, a contestare il risultato democratico del Brexit, in nome di uno “stato di eccezione” di diretta discendenza dalle teorie di Carl Schmitt, con la sospensione della fondamentale regola democratica della sovranità popolare e, quindi, dello Stato di diritto.
In Italia, e nel resto del mondo occidentale, è al capolinea l’idea che la democrazia sia, nell’interpretazione di Leibniz ripresa da Voltaire, “il migliore dei mondi possibili”, con l’affermazione, di converso, della post-democrazia, in cui i tecnici, dell’economia e del diritto, sostituiscono la politica e con eletti in numero ridotto, con uno spostamento dell’esercizio della sovranità dalle assemblee elettive ai governi, a sua volta fortemente compressa dal primato di decisioni assunte da organismi tecnocratici internazionali.
GIULIO MEOTTI, giornalista

Le democrazie sono depositarie di un tesoro fragile: la libertà di espressione; la cosa migliore che ci offre la cultura occidentale