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venerdì 6 maggio 2016

Il Premio Internazionale Carlo Magno di Aquisgrana-Per l'Unita' dell'Europa a Papa Francesco

Nella Sala Regia, in Vaticano, si è svolta oggi la cerimonia per il conferimento a Papa Francesco del Premio Carlo Magno per “il suo straordinario impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori” .
Erano presenti il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il premier italiano Matteo Renzi. 

Questo il testo integrale del discorso del Papa:
Illustri Ospiti, vi porgo il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono grato in particolare ai Signori Marcel Philipp, Jürgen Linden, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk per le loro cortesi parole. Desidero ribadire la mia intenzione di offrire il prestigioso Premio, di cui vengo onorato, per l’Europa: non compiamo infatti un gesto celebrativo; cogliamo piuttosto l’occasione per auspicare insieme uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente.
La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa.
Questa «famiglia di popoli (1), lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità» (2).
Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli Eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223).
Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?
Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. E’ necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108), ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana» (ibid., 224).
A tal fine ci farà bene evocare i Padri fondatori dell’Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi ebbero l’audacia non solo di sognare l’idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni.
Robert Schuman, in quello che molti riconoscono come l’atto di nascita della prima comunità europea, disse: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto»(3). Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché – proseguiva Schuman – «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano»(4). I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate;  come affermava Alcide De Gasperi, «tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa», ricominciare, senza paura un «lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione»(5).
Questa trasfusione della memoria ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare.
Capacità di integrare
Erich Przywara, nella sua magnifica opera L’idea di Europa, ci sfida a pensare la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli. Egli conosceva quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale. La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità.
Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.
L’attività politica sa di avere tra le mani questo lavoro fondamentale e non rinviabile. Sappiamo che «il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma», per cui si dovrà sempre lavorare per «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 235). Siamo invitati a promuovere un’integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia. Una solidarietà che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale.
In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure. Senza questa capacità di integrazione le parole pronunciate da Konrad Adenauer nel passato risuoneranno oggi come profezia di futuro: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io». (6)
Capacità di dialogo
Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. E’ urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione.
Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflittidiverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro.
Capacità di generare
Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale.
In questo senso i nostri giovani hanno un ruolo preponderante. Essi non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo. Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambiamento e di trasformazione. Non possiamo immaginare l’Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno.
Ultimamente ho riflettuto su questo aspetto e mi sono chiesto: come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori?
«La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. E’ un dovere morale». (7). Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani.
Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso ad esempio all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei Predecessori (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all’Ambasciatore della R.F. di Germania, 8 novembre 1990). Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione.
Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un’economia socialeche garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco «molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti" (8)» (Enc. Laudato si’, 127).
Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione: «quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale». (9) Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è stata culla e sorgente.
Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).
Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia» (10). Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia.

Hanno detto ... ...

GAD LERNER, giornalista
Dice la Camera che i vitalizi dei parlamentari non gravano sull'Inps. Ma se oltrepassano i contributi versati restano ingiusti

ROSY BINDI, presidente Commissione Antimafia
Troppa gente vuol fare carriera e diventare famosa usando la medaglia antimafia".

ANTONIO POLITO, editorialista del Corriere della Sera
Il sindaco di Lodi è accusato per un appalto da 4000 euro, ma il segretario del Pd sardo è condannato per un'evasione fiscale da 2,6 milioni

 PAOLO FLORES D’ARCAIS filosofo, pubblicista e ricercatore universitario, direttore della rivista MicroMega.


In un regime capitalistico serio, diciamo weberiano (anziché "legibus solutus"), la turbativa d'asta è un peccato capitale poiché distrugge la libera concorrenza, assoggettando la capacità imprenditoriale alle "virtù" corruttive e criminali dei soggetti economici. 
Le imprese del sindaco Pd di Lodi, perciò, in termini capitalistici costituiscono un peccato capitale da manuale. Eppure, il consigliere del CSM avvocato Fanfani, ovviamente democristiano di vocazione, ma anche ex avvocato della Banca Etruria, eletto in quota Pd per benedizione di Renzi, con spudorata violazione dell'ordinamento (che inibisce al CSM di intervenire nel merito dei provvedimenti penali) si è premurato di chiedere all'organo costituzionalmente preposto a garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura di “bastonare” il magistrato che ha disposto l'arresto del suddetto sindaco, succeduto all’attuale vicesegretario del Pd Guerini, di cui fu eminente assessore e che lo ha fortissimamente voluto come suo successore, poiché, bontà sua (di Fanfani), giudica l'arresto di Simone Uggetti "ingiustificato".

TITO BOERI, presidente INPS
«Oggi  (i vitalizi degi ex parlamentari) valgono quasi il doppio di quanto sarebbe giustificato alla luce dei contributi versati»,
I  2.600 vitalizi erogati ad ex deputati e senatori costano 193 milioni di euro nel 2016. Ma calcolandoli tutti con i criteri in vigore per gli altri lavoratori italiani, cioè con il sistema contributivo, costerebbero 76 milioni l’anno in meno con un risparmio del 40%. Se poi il contributivo si applicasse anche ai consiglieri regionali, ha detto Boeri, il risparmio salirebbe a 200 milioni l’anno, «sufficienti per finanziare l’assegno per la disoccupazione di lunga durata».

giovedì 5 maggio 2016

Dalla Chiesa Universale all'Eparchia: riflessioni di un laico -n. 1-

Introduzione Precedente

Per iniziare:
"Dai a Cesare ciò che è di Cesare,
dai a Dio ciò che è di Dio"
La società secolarizzata
Seguire il mondo della Politica per chi ama ed apprezza i valori del Bene Comune è affascinante e diventa irrinunciabile. Irrinunciabile è seguire la Politica, a prescindere dal frequente disgusto che la quasi totalità della classe politica (odierna) suscita, per chi sin dall'età giovanile ha creduto che il mondo è stato consegnato all'uomo e questi ha il dovere di migliorarlo o, ed esprime lo stesso concetto, di renderlo più umano.  
Occuparsi di politica -più concretamente- significa vivere e desiderare modelli organizzativi del mondo e della società che corrispondano alle proprie aspettative e che meglio però favoriscano la crescita sociale, culturale e psico-fisica di tutti, della intera generalità degli esseri umani.

Chi si occupa ai nostri giorni di politica ha come parametro se stesso e la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. 

Secondo Eugenio Scalfari i principi della libertà eguaglianza e fraternità costituiscono i punti cardinali di orientamento dei politici laici -e prosegue- e questi principi nel loro percorso si intrecciano anche con il cristianesimo e con il socialismo (democratico). 

Il politico laico, che sia credente o meno, ha quindi iscritto nel suo codice etico l'onere di perseguire l'eguaglianza delle condizioni di partenza per ciascuna persona (presupposto del socialismo democratico) al di là di ogni discriminazione di razza, religione, sesso.

Il politico laico e sincero (merce rara ai nostri giorni, in Italia) ha iscritto nel suo codice etico la pulsione verso la solidarietà e l'amore per il prossimo (presupposto di chi si definisce cristiano).

Perchè -viene da chiedere- anche i politici che non si definiscono socialisti e non si definiscono cristiani  hanno -pure essi- iscritti nella loro coscienza i portati del socialismo e del cristianesimo ?

Perchè, lo diceva Benedetto Croce col suo "non possiamo non dirci cristiani", anche l'odierna società secolarizzata ha assunto in sè tutti gli  eventi lontani e meno lontani che hanno contribuito a trasformare la realtà in cui viviamo. 
Oggi, nella nostra società secolarizzata, si continua a parlare di "peccato" però questo è letto alla luce dei "Diritti Fondamentali dell'Uomo". 

Sempre Eugenio Scalfari, il non credente amico di papa Francesco, dice che è grave "peccato" la pulsione contro l'altrui libertà. E' peccato grave l'egoismo dell'io e del noi contro il tu (profugo) e il voi (poveri). 
L'ex direttore di Repubblica continua: è peccato la sopraffazione contro l'altro (straniero) e contro il diverso (islamico  ...).

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Abbiamo voluto cominciare un ... lungo cammino all'interno del mondo cristiano con questa pagina sull'Europa secolarizzata per lasciare intendere che non è per nulla vero che esista una crisi del "religioso", dello "spirito del Bene". 
Ed allora ?  ... Avremo (ci auguriamo) tanto tempo per ... approfondire.    

Hanno detto ... ...

BIAGIO MARZO, politico
Il Manifesto da garantista a giustizialismo, 

Repubblica da giustizialismo al garantismo ( speriamo!)



NADIA URBINATI, politologa e giornalista
L’Europa è nata sul diritto di movimento. È stata voluta da ex-nemici mortali che si impegnarono a garantire la libertà di movimento ai loro concittadini, per rendere i confini porosi e infine, con il Trattato di Schengen, aperti agli europei e, seppure con minore certezza, agli immigrati col permesso di soggiorno dei rispettivi Paesi. 
Il Trattato di Roma, di cui si celebrerà il sessantesimo anniversario nel 2017, è il documento con il quale si riconobbe esplicitamente che i confini nazionali sono all’origine delle guerre. 
I Paesi che avevano fatto dell’Europa un mattatoio ricostruirono la pace partendo proprio dal diritto più prossimo alla condizione umana: quello di cui secondo la bella intuizione kantiana ciascuno ha bisogno per poter essere libero di uscire dal proprio stato portando con sé le proprie radici.
Il diritto di visita era per il grande illuminista tedesco una protezione giuridica coerente alla nostra condizione che ci porta per le più svariate ragioni, per sopravvivere o per crescere, a muoverci per il mondo, a decidere di andare altrove. I confini sono artifici che devono poter essere relativizzati e la loro chiusura giustificata — ecco il senso dell’argomento del diritto contro la forza degli stati su cui i trattati europei e gli accordi internazionali per i rifugiati e i richiedenti asilo si fondano.
Le ideologie nazionaliste sono andate di pari passo con la cultura del diritto di movimento, anch’esse nate sull’onda delle Rivoluzioni del Settecento e con il proposito di contenere e rovesciare, se necessario, la logica di quel diritto. 
La religione della nazione ha cercato di far passare come naturale la nazione e tutto quel che ad essa consegue: i caratteri etnici, la religione, la lingua, infine i confini che tutto questo sigillano, celebrati anche come “sacri”.
Dalla radicalizzazione di queste premesse nazionaliste sono nati i mostri del Ventesimo secolo, come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann avevano scritto nel Manifesto di Ventotene: il militarismo, il colonialismo, le guerre europee, le politiche di sterminio nel nome della purezza della razza. Conosciamo questa storia. Ma non la ricordiamo più così bene, a quanto pare, vista la rinascita prepotente dei muri e del filo spinato tra l’Austria e noi, tra l’Ungheria e i Balcani e in altri luoghi ancora. 
Diceva Benedetto Croce che la storia non è maestra di vita.

PETER BROOK, regista teatrale e regista cinematografico 
“L’indifferenza ci seppellirà”. 
Tutto ciò che s’impara va messo in discussione se si vuole andare avanti. 
Sanno che se si combatte anche la vittoria è una sconfitta?

mercoledì 4 maggio 2016

L'Occidente, il post-moderno della dimenticanza, gli altri --n. 25--


70) Filosofi, storici, antropologi, sociologi ed altre figure  si interrogano e ipotizzano sul perchè della vita e della morte delle antiche civiltà. 
Si interrogano sul perchè da cinque secoli (dal Rinascimento) è l'Europa a reggere la fiaccola della civiltà.
Certo, l'attuale civiltà europea in realtà va letta alla luce dell'estensione di popolazione e conoscenze al Nord America e all'Australia con cui è stato forgiato il concetto di "Occidente".  Anche questo tipo di lettura  lascia comunque molti interrogativi:
--che cosa ha fatto crescere la sua potenza, malgrado rivoluzioni e guerre atroci conosciute nei secoli XIX e  XX ?
Che cosa ha fatto regredire le altre civiltà ? Cosa le ha fatto sprofondare nell'immobilismo ?; cosa le ha ossificate di fronte alla dinamica occidentale ?
Eppure alle spalle di tanti popoli "orientali" stanno grandi civiltà:
--La Cina dei mandarini,
--Il Giappone dei Samurai,
--L'Impero Ottomano,
--La gigantesca India delle arti e del fasto che si è piegata ad una isola lontana (la Gran Bretagna), così come l'immenso arcipelago indonesiano si è consegnato alla piccola Olanda.

Hanno detto ... ...

PAOLO FANTAUZZI, giornalista de L'Espresso

CASTE: Quanto ci costi cappellano; ecco gli stipendi d'oro dei preti militari
Papa Francesco la sua opinione l’ha fatta conoscere da tempo: per assistere spiritualmente i soldati, in caserma e nelle missioni all’estero, non servono sacerdoti coi gradi. Anche il buonsenso del pontefice, però, rischia di infrangersi davanti a una questione che si trascina da anni fra resistenze fortissime: l’equiparazione dei cappellani militari a ufficiali delle Forze armate in virtù di una legge del 1961 . 
Sacerdoti-colonnello, tenente o capitano che possono aspirare a diventare generali e hanno diritto a retribuzioni dorate, indennità di ogni tipo, avanzamenti automatici di carriera e una serie di benefit assai lontani dall’idea della Chiesa povera tanto cara al papa venuto dalla fine del mondo. Un assoluto centro di comando “anfibio”, metà religioso e metà temporale, che fa parte a tutti gli effetti dello Stato italiano, ha rapporti diretti col Quirinale (che nomina per decreto i cappellani), il ministro della Difesa e il potere politico e che alla consolidata felpatezza vaticana unisce il rigore proprio della gerarchia militare. Un universo che è un viatico per fulgide carriere, come mostra il caso del cardinale Angelo Bagnasco, divenuto noto con la celebrazione dei funerali dei solati caduti in Afghanistan e Iraq e approdato dopo appena tre anni al vertice della Cei.

CARO CURATO
Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i 205 cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima. E chissà che direbbe il Papa, che puntualmente tuona contro l’arricchimento del clero, se sapesse che l’arcivescovo Santo Marcianò, che lui stesso ha nominato ordinario nel 2013, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno.
Il ruolo di vicario generale, assimilabile a generale di divisione, ne garantisce 108mila, mentre gli ispettori (generali di brigata) arrivano a 6mila al mese. Altri due milioni costa il funzionamento della diocesi, ovvero l’ Ordinariato , che ha sede a Monti, alla salita del Grillo, in uno stupendo complesso con vista sui Fori, e dispone pure di un seminario equiparato ad accademia nella cittadella militare della Cecchignola. Cifre alle quali aggiungere almeno 7 milioni per pagare le pensioni, che grazie ai cospicui contributi previdenziali si aggirano in media attorno ai 3mila euro al mese. Impossibile però conoscere cifre esatte per questi dipendenti pubblici: l’Inpdap non è in grado di fornire un dato preciso.
Nel complesso, dunque, l’assistenza spirituale alle Forze armate costa alle casse pubbliche circa 20 milioni: tutti soldi, si badi bene, aggiuntivi rispetto al miliardo di euro che già annualmente entra nelle casse della Cei ed è usato in gran parte proprio per il sostentamento del clero. Ma se lo stipendio di un prete è sui mille euro, un cappellano come tenente parte dal doppio e a fine carriera, da colonnello, può superare i 5mila.
Senza contare gli innumerevoli bonus. Se il sacerdote dei parà si butta col paracadute (in passato uno è stato perfino istruttore) ha diritto all’indennità di lancio; quello della marina, se non è a terra, all’indennità di imbarco. E poi, fra le tante, quella di trasferimento, il rimborso per il trasporto del bagaglio personale e dei mobili, l’indennizzo chilometrico per gli spostamenti. «E siccome l’orario è quello d’ufficio, una celebrazione dopo le 16,30 viene considerata straordinario», spiega un cappellano che chiede l’anonimato. Benefit già difficili da accettare per i graduati, figurarsi per un ecclesiastico. Che quando va in missione internazionale gode pure della relativa lievitazione della busta paga. Forse anche per questo è sempre una stessa ristretta cerchia a prendervi parte.


IL BUON SOLDATO
Tanti privilegi favoriscono il rampantismo e rischiano di distogliere dalla missione evangelica. Come pure i ricorrenti casi di cronaca, l’ultimo dei quali risalente ai giorni scorsi: un cappellano dell’Aeronautica indagato dalla Procura di Pisa per stalking verso un giovane aviere al quale chiedeva prestazioni sessuali. Del resto della vita militare questo mondo dorato ha solo i vantaggi: un concorso di accesso non c’è, le visite di idoneità non sono affatto inflessibili e il sovrappeso, teoricamente motivo di congedo forzato, non rappresenta un problema.
Ma c’è pure chi vive con fastidio tanti benefit, perché compito di un religioso è essere un buon pastore d’anime. O al massimo un soldato sì, ma di Gesù, come ricorda nel nome il trimestrale dell’Ordinariato “Bonus miles Christi”. Solo che la rivista, spedita gratis alle istituzioni e pagata dal ministero della Difesa, più che a un bollettino informativo assomiglia a una tribuna dell’arcivescovo Marcianò. Con una sovraesposizione, anche fotografica, che fra omelie, interviste e prefazioni supera non solo gli spazi minimi relativi alle attività pastorali, ma pure quello riservato ai discorsi del pontefice. D’altronde si tratta pur sempre di un generale di corpo d’armata, per quanto in abito talare.

martedì 3 maggio 2016

Discussione aperta sulla crisi finanziaria del Comune

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

A seguito dell’articolo pubblicato su questo blog, in merito alla delibera consiliare n. 14 sul controllo degli equilibri di bilancio, è doveroso  chiarire alcune posizioni derivate dal Consiglio Comunale in questione.
La delibera non riporta nessuna analisi del Consiglio Comunale riguardo l’argomento in oggetto ma il dibattito tuttavia c’è stato. È giusto evidenziare,  a ragion del vero, che  il dibattito non è stato prettamente politico perché  protagonisti  ne  sono stati il sottoscritto, in rappresentanza del gruppo consiliare Adesso Contessa,  ed il Segretario Comunale. Nessun intervento da parte dell’Amministrazione  ( Sindaco assente) e dal gruppo di maggioranza, come sempre accade quando si affrontano le questioni di natura economica.
A testimonianza di ciò vi è anche il voto contrario del gruppo Consiliare da me rappresentato all’approvazione del  verbale ( delibera C.C. n. 19). Il Segretario ha successivamente chiarito in Consiglio Comunale che essendo lui stesso impegnato nella conversazione non ha potuto trascrivere nessuna sintesi di quanto dibattuto.
Entrando nel merito dell’argomento , il gruppo Adesso Contessa ha sempre affrontato l’aspetto economico- finanziario del Comune con estrema razio e spesso con posizioni politiche dure rispetto all’ evanescente operato dell’Amministrazione ( delibera C.C. 84 del 29/12/2015)
Nel Consiglio Comunale del 19 aprile 2016, considerata per giunta l’assenza del Sindaco, abbiamo evidenziato due aspetti importanti e:
·         la precaria condizione di salute dell’ente e quindi  l’incapacità di programmare
·         l’utilizzo delle somme vincolate per il pagamento di spese correnti  che alla data del 31/12/2015 si attestava a  -206.899,73 Euro.
Sul secondo punto abbiamo collegato l’argomento con il mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti e come questi abbiano perso il bonus IRPEF di 80 euro in busta paga. Difatti nell’anno 2015 la maggior parte dei dipendenti sono scesi sotto la soglia minima di retribuzione ( 8000 Euro) per cui non hanno potuto usufruire del suddetto bonus e addirittura hanno dovuto ricompensare gli importi già ricevuti nelle prime paghe dell’anno. Abbiamo evidenziato anche come il pagamento di una ulteriore mensilità non avrebbe esposto i dipendenti a questa perdita economica, considerato che l’utilizzo delle somme vincolate può elevarsi fino ai 3/12 delle entrate accertate nel penultimo anno precedente ( art. 222 TUEL) e quindi per il Comune di Contessa ad una cifra intorno a 600.000,00 Euro. Il tutto ha causato una perdita economica di circa 30.000,00 Euro ai dipendenti che per riflesso si ripercuote sulla loro capacita di spesa e quindi sull’economia locale.
Il Segretario ha relazionato,  tra le altre cose, che l’utilizzo di ulteriori  somme vincolate avrebbe comportato il pagamento di quote di interessi e che la tesoreria era già chiusa per cui diventava difficile eseguire pagamenti. Ha inoltre richiamato l’applicazione dell’IMU Agricola come deficit di entrata avuto dall’ente e  le entrate tributarie ( TARI, TASI ecc.) che andavano a scadere a metà di dicembre per cui non era facile avere contezza della reale situazione di cassa in tempi celeri.
Quanto riportato sopra rispecchia il dibattito svoltosi in Consiglio Comunale. È da evidenziare la carenza strutturale dell’Amministrazione e del gruppo Consiliare di maggioranza che non ha preso parte al dibattito seppure fosse presente l’assessore al Bilancio.
La discussione del Bilancio Consuntivo 2015 , già approvato dalla Giunta ed in pubblicazione, ci permetterà di affrontare la situazione economico - finanziaria dell’Ente in maniera più approfondita sui diversi aspetti che essa comporta: dal Patto di Stabilità, al disavanzo creatosi attraverso  il riaccertamento straordinario dei residui e soprattutto l’ incapacità  dell’Amministrazione di investire in azioni di sviluppo , più volte evidenziata dal gruppo Adesso Contessa .

Leonardo Spera 

Eparchia. Oggi a Piana degli Albanesi si riunisce il clero

Da qualche parte mi è capitato di leggere che la Chiesa non è il Tempio, non è il Clero e ancor meno è la Gerarchia; non è la comunità che ciascuno di noi frequenta e non è nemmeno l'insieme di regole contenute nel Codice di diritto canonico. 
Se non è tutte queste espressioni (che probabilmente concorrono a formarne l'essenza), cosa è la Chiesa ?
In più tempi, in più riflessioni,
 proveremo a capire.

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L'odierno "ritiro", così viene chiamato l'incontro che periodicamente il clero eparchiale tiene a Piana degli Albanesi, ci suggerisce -al Blog- di tornare a scandagliare il mondo dei credenti, di coloro che hanno ben chiaro il perchè della vita rispetto ai tanti dubbiosi che l'odierna società europea, proprio questa più di altre, mostra ed accresce in via di fatto senza che nessuno fornisca spiegazioni. 
Nel nostro continente -in verità- l'indifferenza, più ancora del dubbio, è il carattere prevalente nei confronti del mondo religioso.



La Cultura ? In Italia è in minoranza. Essere intelligenti non paga

30APR/160

Intervista a Philippe Daverio di Alberto Mattioli 
(La Stampa 30.04.2016)
““Funzionano soltanto architetti e designer. E, a sorpresa, quegli eroi degli scienziati””

“”Philippe Daverio è il conversatore più brillante di cui disponga un Paese dove purtroppo piacciono più le urla.  Ed è anche uno dei pochi che possano discorrere davvero di tutto: il problema non è farlo parlare, semmai farlo smettere. Riceve in accappatoio a righe e pantofole rosse modello Ratzinger («Lo adoravo») nella sua labirintica bellissima casa di Milano, un intrico inestricabile di libri, quadri e cani.
Che cosa fa, adesso?
«Molte conferenze. E insegno a Palermo, purtroppo».
Purtroppo per l’insegnamento o per Palermo?
«Per Palermo. La Sicilia è affascinante soltanto se non devi lavorarci».
Cosa insegna?
«Se riuscissi a capirlo sarei felice. Sono ad Architettura, ma ho una cattedra di Design. Dopo le riforme di quella che non sapeva nemmeno cosa sia un’università non si capisce più nulla».
Intende la Gelmini?
«Sì, lei».
Lei era la star di quei cinque milioni di italiani, uno su 12, che leggono libri e giornali, vanno alle mostre e a teatro, insomma la minoranza silenziosa. Perché è sparito dalla tivù?
«Perché la Rai delega sempre di più a produttori esterni. E il fatturato della mia piccola bottega era troppo piccolo per renderla appetibile. La cosa buffa è che continuano a replicare le mie vecchie puntate, che fanno sempre buoni ascolti».
Perché in Italia la cultura è in minoranza?
«Perché ha vinto la Controriforma: san Carlo Borromeo è stato il più grande politico italiano di tutti i tempi. Leggere è pericoloso, perché poi si pensa con la propria testa e magari si diventa eretici. Quindi, viva l’analfabetismo. C’è anche il rovescio della medaglia, però».
Quale?
«Architettura, pittura e scultura se ne sono giovate. E abbiamo inventato l’opera».
Venendo a politici più vicini a noi, chi le piace?
«Direi nessuno».
Nemmeno Renzi?
«È un incrocio fra Berlusconi e Benigni. Di Berlusconi ha il protagonismo e la voglia di fare, di Benigni l’apparente simpatia e l’accento. In ogni caso, è sveglio».
Pericoloso o promettente?
«Direi preoccupante, essendo del tutto privo di una visione del futuro. Gli interessa solo inseguire il consenso. Io preferivo Bersani».
Bersani?
«È l’unico politico a darmi l’impressione di credere a quel che dice. Poi magari dice un sacco di sciocchezze, ma almeno le dice in buonafede. Il dramma dell’Italia è la mancanza di quella che i tedeschi chiamano “Prominenz”».
Traduca.
«Una classe di notabili che guidi il Paese. Noi l’abbiamo avuta dopo al Seconda guerra mondiale; dopo Tangentopoli, non l’abbiamo più. Non mi riferisco solo alla politica. Gli intellettuali sono spenti e frustrati. Sopravvivono gli scienziati. Non so perché: date le condizioni della ricerca, devono essere degli eroi. Però ci sono».
E le arti?
«Vanno bene l’architettura e il design».
Perché?
«Perché sono le uniche ad avere rapporti con il mercato e con il mondo vero».
Chi è stato il peggior ministro dei Beni culturali?
«Che domande! La Bono Parrino. Me la ricordo a Londra, a un ricevimento della Royal Academy alla presenza del Principe Carlo. Leccò il coltello della torta. Che vergogna».
E il migliore?
«A pari merito, Alberto Ronchey e Antonio Paolucci».
E Franceschini?
«È lì da troppo poco tempo. Finora, direi, nella media».
Veniamo a lei. Perché un signorino alsaziano, cresciuto nel crocevia dell’Europa, si è stabilito a Milano?
«Perché mio padre era di origini lombarde e perché mi avevano sbattuto fuori dal collegio a Strasburgo. Mi iscrissi alla Bocconi, Economia: un errore di programmazione. Infatti non la finii mai. Sono l’unico professore ordinario senza laurea. Però ho fatto il Sessantotto, nel Movimento».
Daverio con l’eskimo!
«No, con il papillon. Esiste ancora nell’archivio del Corriere una foto mia e di mio fratello in corteo dietro uno striscione con i nostri bei cravattini. L’altro fratello, invece, fa il colonnello del Sesto Dragoni, a Saumur».
Nel ’93, assessore alla Cultura a Milano, con Formentini. Scandalo: Daverio che governa con i leghisti con le corna in testa…
«In realtà Formentini è un uomo coltissimo, ma pigro. Quindi il nostro libro su Tacito non lo finiremo mai».
Come valuta quell’esperienza?
«Non sta a me dirlo. Ma la Milano di oggi, con il complesso del Palazzo Reale, la nuova Scala, il Castello sistemato, il piano urbanistico, fu concepita allora».
La ripeterebbe?
«Mia moglie non me lo permetterebbe. Chiudendo la galleria, ci ho rimesso un sacco di soldi».
A proposito: Sala o Parisi?
«Alla fine, meglio Sala. Ma senza entusiasmo. Nessuno dei due ha la minima idea di come dovrebbe diventare Milano fra vent’anni».
Tre persone che salverebbe oggi in Italia.
«Faccio fatica. Mi consola il fatto che non le salverei nemmeno in Francia. No: a ben pensarci, in Italia qualcuno c’è».
Chi?
«Giorgio Napolitano. Me lo ricordo a New York, in una casa amica, ministro degli esteri del Pci in tournée americana. A Capalbio, da pensionato, in spiaggia con le ciabatte e l’ombrellone. E infine al Quirinale. In tutti e tre i casi, sembrava l’uomo giusto al posto giusto. Come in un racconto di Somerset Maugham».
Ammette di essere un po’ snob?
«Credo che lo snobismo sia un valore positivo. Forse per questo non esiste più. Oggi è più importante il dandysmo».
Perché?
«Perché è l’unica forma possibile di distinzione».
Per questo si veste nel suo modo pazzesco?
«Ma no, è un caso. I vestiti sono come i libri: mi sono cresciuti addosso».”"