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mercoledì 12 maggio 2010

"Santa Maria del Bosco vale bene una messa" per taluni uomini della chiesa gerarchica; quella chiesa che si serve per proprio uso, consumo e prestigio della chiesa dei credenti

“Paris vaut bien une messe” (Parigi vale bene una messa): questa frase è stata pronunciata da  Enrico III di Navarra e in seguito Enrico IV di Francia (1553 – 1610) detto il Grande (ma ebbe anche il soprannome di Le Vert Galant: verde per il colore con il quale più amava vestirsi, galante in riferimento alla sua grande passione per le donne).
Era figlio di Antonio di Borbone, duca di Vendôme e di Giovanna III regina di Navarra.
Alla morte del predecessore Enrico III, ultimo membro del ramo dei Valois-Angoulême rimasto privo di eredi, per individuare il legittimo pretendente alla corona di Francia secondo la legge salica si dovette risalire al Luigi IX, il Santo. Attraverso il figlio cadetto di quest'ultimo, Roberto di Clermont si discese fino ad Enrico III di Navarra che, divenendo re di Francia, assunse il nome Enrico IV. Egli fu il primo re francese della dinastia dei Borboni che si protrasse fino a Luigi XVI giustiziato sulla ghigliottina.
Enrico, che era ugonotto, si convertì al cattolicesimo, su suggerimento del Granduca di Toscana Ferdinando I de Medici, per poter salire sul trono di Francia. La sua salita al trono pose fine alle Guerre di religione tra cattolici ed ugonotti (sfociate nel massacro della”NOTTE DI SAN BARTOLOMEO”, nell'aprile 1598 emise il cosiddetto Editto di Nantes, primo esempio su vasta scala di norma di tolleranza religiosa con il quale, a certe condizioni e con certi limiti anche territoriali, veniva concessa la libertà di culto in tutto il territorio francese.
A questo sovrano è stata attribuita la frase, che sarebbe stata pronunciata al momento in cui, offertogli il trono come successore legittimo, gli fu fatto notare che l'essere cattolico era una condizione sine qua non per diventare re di Francia: la frase è rimasta come modo di dire popolare per indicare un sacrificio “morale” che si deve compiere per arrivare ad uno scopo prefissato; Dire “PARIGI VAL BENE UNA MESSA” significa che il sacrificio da fare per ottenere quello che desideriamo è un sacrifico possibile anche se moralmente disdicevole (ovvero abiurare una religione per impadronirsi del trono) ma vale la pena di farlo vista l’importanza personale dello scopo prefisso; diciamo che ogni remora morale cade a fronte di una convenienza personale di una certa rilevanza.
E' ciò quello che è stato ipotizzato al "Contessioto": certi prelati per ...Santa Maria del Bosco si scordano di essere uomini di Chiesa, uomini per servire e non per acquisire stupidi prestigi ..che prima o dopo passano.
Ah, se gli uomini di chiesa fossero uomini di chiesa ! !
Fanno invece concorrenza ai politici per acquisire potere e prestigio, potere e prestigio che peraltro non sanno gestire, a giudicare -ad esempio- da come hanno consentito che venisse ridotta l'antica, storica, Abazia di Santa Maria del Bosco che proprio per irresponsabilità dei prelati (e con la ignorante complicità di qualche servile sindaco del passato) è oggi destinata al disastro finale.
Bastava infatti che l'Arcivescovo di Monreale avesse avuto la diligente e doverosa cura  dell'edificio, per nulla danneggiato dal sisma del 1968, per evitare che la monumentale Chiesa crollasse.
Certi prelati non sazi dei disastri compiuti, si racconta nei bar di Contessa Entellina, continuano ad agitarsi per Santa Maria del Bosco.
Perchè si agitano se hanno ridotta a rudere la Chiesa che dovevano custodire ? Se non degnano quei ruderi nemmeno di una visita annuale ? Se non sanno presumibilmente dove si trova Santa Maria del Bosco ?
Sono per caso interessati a gestire improbabili finanziamenti di recupero ? Sono interessati a stupidi titoli di prestigio ?
Alti prelati, nunzi apostolici e altri similari uomini di potere (non uomini di Chiesa) per Santa Maria del Bosco sono, nonostante il menefreghismo dimostrato per il destino di quel monumento, capaci di mettere in difficoltà il fragile Eparca.
(ovviamente torneremo sul tema)

Conoscere il patrimonio culturale-religioso bizantino - Il vangelo della domenica sul Cieco Nato

Per ragioni indipendenti dalla volontà  di chi collabora al blog domenica scorsa non è stato pubblicato il commento sull'Evangelo riguardante il Cieco Nato.
Ci scusiamo con i lettori e con Giuseppe Caruso, a cui rivolgiamo i complimenti per l'accurato ed interessante commento.
a cura di Giuseppe Caruso
La domenica odierna è chiamata dalla lettura evangelica “Domenica del cieco nato”. Il brano è tratto dal Vangelo di Giovanni al capitolo 9. Fin dai primi tempi della chiesa, il racconto del cieco nato viene proposto nel periodo Pasquale. La ragione è facile da intuire: nella storia del cieco nato ogni cristiano può facilmente riconoscere la propria storia. Prima di incontrare Cristo era un cieco, poi il Maestro gli ha donato la vista, lo ha illuminato nell'acqua del fonte battesimale. Quando, dopo Costantino, si cominciarono a costruire i primi battisteri, si diede loro il nome di photistéria: luoghi dell'illuminazione.
Nel brano di oggi, Giovanni prende spunto da un episodio della vita di Gesù e se ne serve per sviluppare il tema centrale del messaggio cristiano: la salvezza donata da Cristo. Il linguaggio che impiega è quello biblico: la contrapposizione tenebre-luce. Nella Bibbia le tenebre hanno sempre una connotazione negativa, sono il simbolo del potere oscuro del male, della morte, della perdizione; la luce invece rappresenta l'orientamento verso Dio, la scelta del bene e della vita. La guarigione del cieco nato è collocata nel contesto della festa delle Capanne, la più popolare di tutte le feste giudaiche, tanto da essere chiamata semplicemente «la festa». Durava una settimana ed era caratterizzata da un'esplosione di gioia e dalle liturgie della luce e dell'acqua. Per cogliere la densità del messaggio del vangelo di oggi va tenuto presente questo contesto festivo e i riferimenti alla luce e all'acqua. Il cieco giungerà a vedere la luce soltanto dopo essersi lavato con l'acqua dell'Inviato.
Divideremo il brano in sette parti, come se si trattasse di sette scene di un'opera teatrale.
La prima scena (vv. 1-5) si apre con un dialogo fra Gesù e i discepoli. Il loro intervento è chiaramente un artificio letterario, mediante il quale si offre a Gesù l'opportunità di dare la chiave di lettura dell'episodio. La domanda dei discepoli è forse anche la nostra: «Come mai quest'uomo è nato cieco? Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?» Al tempo di Gesù si riteneva che, nella sua infinita giustizia, Dio premiasse i buoni e punisse i malvagi già in questo mondo, in proporzione alle loro opere. Le disgrazie, le malattie, le sofferenze erano ritenute un castigo per i peccati. La posizione che Gesù prende su questo argomento è chiara e illuminante: «Né il cieco, né il suoi genitori hanno peccato». È una bestemmia parlare di castighi di Dio, è un modo pagano di immaginarlo. Quando la Bibbia parla dei «castighi di Dio» impiega un linguaggio arcaico che non è più il nostro e con esso intende denunciare i disastri provocati dal peccato, non da Dio. Di fronte al male non ha senso chiedersi di chi è la colpa, l'unica cosa da fare è impegnarsi per eliminarlo, come Gesù ha fatto. Il cieco non ha colpa di essere nato così. Qui fa la sua comparsa il simbolismo giovanneo: la cecità è la condizione nella quale l'uomo nasce. Non è colpa sua né degli altri. È cieco e non ha nemmeno l'idea di che cosa sia la luce, tanto è vero che non gli passa neppure per la mente di chiedere a Gesù di essere curato, è Gesù che prende l'iniziativa di guarirlo e, con il suo gesto, mostra che la sua salvezza (la sua luce) è un dono completamente gratuito. Dove c'è lui, c'è la luce, è giorno. Dove lui è assente, è notte fonda.
Nella seconda scena (vv. 6-7) viene riferita, in modo estremamente sintetico, la guarigione del cieco. Il metodo impiegato ci risulta piuttosto strano: il fango, la saliva... Gesù si adegua alla mentalità della gente del suo tempo che riteneva la saliva un concentrato dell'alito, dello spirito, della forza di una persona. In questo gesto c'è forse un riferimento alla creazione dell'uomo raccontata nel libro della Genesi (Gn 2,7). L'evangelista vorrebbe cioè insinuare l'idea che dall'alito, dallo Spirito di Gesù nasce l'uomo nuovo, illuminato.
Il cieco non ricupera immediatamente la vista, deve andare a lavarsi all'acqua di Siloe e Giovanni rileva che questo nome significa Inviato. Il riferimento a Gesù l'inviato del Padre è esplicito: è la sua acqua, quella promessa alla samaritana, che cura la cecità dell'uomo.
La terza scena introduce il primo degli interrogatori fatti al cieco (vv. 8-12). Illuminato da Gesù, è divenuto irriconoscibile, è cambiato completamente, tanto che i vicini, che per anni gli sono vissuti accanto, si chiedono: «Ma è lui o non è lui?». Il cammino del discepolo verso la luce piena è però lungo e faticoso. L'evangelista lo presenta con l'immagine del cieco che comincia il suo percorso nel momento in cui incontra l'uomo Gesù. «Quell'uomo che si chiama Gesù - dice - ha fatto del fango» e a chi gli chiede: «Dov'è questo tale?», risponde: «Non lo so». Confessa la propria ignoranza, riconosce di non sapere ancora nulla di lui.
Il punto di partenza del cammino spirituale del discepolo è la presa di coscienza di non conoscere Cristo e di sentire il bisogno di sapere qualcosa di più.
Nella quarta scena (vv. 13-17) intervengono le autorità religiose che sottopongono il cieco a un secondo interrogatorio. Non si preoccupano di verificare ciò che è accaduto. Hanno già deciso che devono condannare Gesù perché non corrisponde all'idea di uomo religioso che hanno in mente. Arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio, lo classificano fra i malvagi, fra i nemici del Signore in base a norme e a criteri da loro stabiliti. Il cieco, che è cosciente di «non sapere», muove invece un secondo passo. Ai farisei che gli chiedono: «Tu cosa dici di lui?», risponde: «È un profeta». Prima pensava che fosse un semplice uomo, ora ha capito che è qualcosa di più, che è un gradino sopra: è un profeta.
La quinta scena (vv. 18-23) racconta un nuovo interrogatorio. Questa volta le autorità chiamano in causa i genitori del cieco. Detengono il potere e non possono tollerare che qualcuno metta in causa le loro convinzioni e il loro prestigio. Chi osa opporsi deve essere tolto di mezzo. Sono così potenti che perfino i genitori hanno paura di prendere posizione in favore del figlio. È sempre difficile e rischioso schierarsi dalla parte della verità: la paura di alienarsi l'amicizia della gente che conta o le simpatie di chi detiene il potere, induce spesso a omettere di intervenire quando si dovrebbe, provoca reticenze e silenzi colpevoli.
Nella sesta scena (vv. 24-34) le autorità religiose chiamano di nuovo in causa il cieco. Nelle sue risposte, nel suo atteggiamento si possono cogliere le caratteristiche che contraddistinguono chi è illuminato da Cristo. È anzitutto libero: non vende la propria testa a nessuno, dice quello che pensa. «È un profeta» - afferma, riferendosi a Gesù - e quando gli obiettano: «Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore», si permette addirittura di fare dell'ironia: «Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: che prima ero cieco e ora ci vedo» e, subito dopo, ancor più graffiante, soggiunge: «È davvero strano che voi non sappiate di dove sia...».
È coraggioso: rifiuta ogni forma di servilismo, non si lascia intimidire da coloro che, abusando del loro potere, insultano, minacciano, ricorrono alla violenza.
È sincero: non rinuncia a dire la verità anche quando questa è scomoda o sgradita a chi sta in alto, a chi è abituato a ricevere solo approvazioni e applausi dagli adulatori.
È semplice come una colomba, ma anche prudente. Le autorità tentano di intrappolarlo, costringendolo ad ammettere che si è schierato dalla parte di chi «non osserva il sabato», ma egli, con abilità, si sottrae alla trappola: «Ve l'ho già detto, perché volete udirlo di nuovo?» e assesta una nuova stoccata ironica: «Non è che per caso volete diventare suoi discepoli?» Si mantiene in un costante atteggiamento di ricerca: sa di avere intravisto qualcosa, di aver colto una parte della verità, ma è cosciente che molte cose ancora gli sfuggono. Le autorità sono invece convinte di vedere già chiaro, pensano di sapere tutto: «Noi sappiamo che quest'uomo non viene da Dio; «noi sappiamo che è un peccatore»; «noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio». Colui che era cieco ha invece sempre riconosciuto il proprio limite: «Di dove sia quest'uomo, non lo so»; «se sia un peccatore, non lo so». Quando Gesù gli chiederà se crede nel Figlio dell'uomo, egli risponderà: «Chi è?», riconoscendo, ancora una volta, la propria ignoranza.
Infine resiste alle pressioni e alla paura. Subisce violenza, ma non rinuncia alla luce ricevuta. Piuttosto che andare contro coscienza, preferisce essere cacciato fuori dell'istituzione.
Nell'ultima scena (vv. 35-41) ricompare Gesù. Tutto si è svolto come se egli non esistesse. Non è più intervenuto, ha lasciato che il cieco si destreggiasse da solo in mezzo alle difficoltà e ai conflitti.
Il discepolo illuminato non ha bisogno della presenza fisica del Maestro, gli basta la forza della sua luce per mantenersi saldo nella fede e fare scelte coerenti.
Si noti come è stato chiamato Gesù lungo il racconto: per le autorità - per i «vedenti» - egli è «quel tale», «quell'uomo», «costui»; i capi non si degnano nemmeno di chiamarlo per nome; hanno occhi, ma non vogliono vedere chi egli sia.
Il cieco fa un percorso di fede che corrisponde a quello di ogni discepolo: all'inizio Gesù è per lui un semplice «uomo»; poi diviene un «profeta»; in seguito è un «uomo di Dio»; alla fine è il «Signore». Quest'ultimo titolo è il più importante, è quello con cui i cristiani proclamavano la loro fede. Prima di venire immerso nell'acqua del photistérion, durante la solenne cerimonia della notte di Pasqua, ogni catecumeno dichiarava, davanti a tutta la comunità: «Credo che Gesù è il Signore». Da quel momento era accolto fra «gli illuminati».

Il terremoto del 1968 nei ricordi di Nicola Graffagnini: il duro processo della ricostruzione

La vertenza Sicilia del 10 Luglio 1973
Una giornata di lotta che i lavoratori e i cittadini di Contessa e della Valle del Belice non potranno dimenticare è quella del 10 Luglio 1973, naturale conseguenza delle lotte territoriali dei numerosi Comitati intercomunali di sviluppo presenti in ogni area provinciale, venne chiamata  "Vertenza Sicilia"; e inaugura una nuova fase della battaglia meridionalista per garantire sviluppo e posti di lavoro al Sud, cui partecipano i Segretari nazionali confederali, tra cui Trentin della CGIL per garantire l’unità dei lavoratori del Nord e del Sud.
L’ORA titola: "La grande giornata di Palermo, con la fiducia di essere forti inizia una battaglia nazionale" e sotto il titolo riporta una foto del corteo ripreso in Via Maqueda e in primo piano si può riconoscere la delegazione di Contessa composta da operai edili e forestali e dal sottoscritto che allora davo una mano alla Camera del Lavoro; nella pagina successiva, la stessa nostra foto ingrandita occupa quasi l’intera pagina.
I ritagli del 1973 registrano dei fatti negativi avvenuti nei Cantieri di lavoro in paese che ci confermano oggi, a posteriori, la lentezza burocratica dell’Ispettorato Zone terremotate competente per ogni atto amministrativo e in special modo per la liquidazione degli stadi di avanzamento delle Imprese esecutrici di opere.
Ricordo che nell’Agosto del ’73 si perviene perfino alla proclamazione di uno sciopero al Cantiere della Cooperativa bolognese Edilter degli 80 alloggi, infatti il delegato Mulè del Consiglio dei delegati di Cantiere che richiede il rispetto della scadenza per la paga mensile, viene aggredito dal Capo Cantiere, successivamente nell’incontro avuto con i dirigenti venuti a dirimere la vertenza, apprendiamo che l’Ispettorato Zone Terremotate rallenta sistematicamente il pagamento degli stadi d’avanzamento, provocando l’effetto domino in tutte le Imprese.
Anche nel cantiere dell’Impresa romana Focanti, delle opere di urbanizzazione primaria, si registrano rallentamenti nei pagamenti e addirittura il 5 Novembre del 1973 vengono notificati 17 licenziamenti di operai per “riduzione di lavoro”, mentre da parte del Sindacato e dell’Amministrazione comunale si contesta la pretestuosità del provvedimento perché sono ancora da ultimare.
Per restare in tema, nell’Ottobre del 1974 leggiamo un altro titolo simile: "30 operai licenziati occupano il Cantiere Focanti"; che non intende richiedere la Cassa Integrazione per “mancanza di fondi”, l’Impresa infatti dichiara di vantare crediti per centinaia di milioni dall’Ispettorato Zone Terremotate e dal Comune di Contessa.
Nel corpo dell’articolo, commentavo così la notizia: "Un altro grave ritardo viene a bloccare la ricostruzione, mentre è indispensabile ultimare i lotti dei terreni su cui i privati dovranno ricostruire le abitazioni a carico dello Stato e le altre opere connesse, vedi scuole e servizi ammontanti a circa tre miliardi .. ." I ragazzi di Contessa continueranno quindi a prendere i reumatismi nella vecchia ed umida baracca del ’68 chiamata Scuola …. a 6 anni dal terremoto …" "IlSindaco Di Martino dichiara che il Comune pur essendo stazione appaltante non ha alcun ruolo nel pagamento degli acconti di competenza esclusiva dell’Ispettorato, cui gli Uffici comunali trasmettono gli atti di competenza con la massima sollecitudine. …per cui il ritardo lamentato è la conseguenza del farraginoso sistema procedurale previsto dalla Legge 241 del 1968".

martedì 11 maggio 2010

Giovanni Lala, Vito Lala ed Enzo Monteleone fanno un gruppo consiliare per seguire il sindaco Sergio nel suo peregrinare da una "cantunera" all'altra. E' il gioco di chi ha le idee chiare sulla vita civile odierna.

E' proprio vero ! Il movimento progressista (il socialismo) si è affermato nei decenni passati sulla convinzione che l'avvenire (il sol dell'avvenire) sarebbe stato sempre più radioso. In pratica sulla convinzione filosofica del Positivismo secondo cui la società sarebbe -sempre e comunque- migliorata grazie alla Scienza per raggiungere mete soddisfacenti per ciascun uomo.
Da qualche tempo notiamo una corsa all'indietro. Stavamo discretamente ieri e oggi non sentiamo parlare di altro che di recessione, crisi, svalutazioni, disoccupazioni, ruberie a non finire (soprattutto nei piani alti della politica). Cose peraltro esistite in ogni tempo ed in ogni latitudine.
La crisi dell'idea stupenda di una società migliore (quella del socialismo democratico) effettivamente viene adesso soppiantata -giorno dietro giorno- da un individualismo, un egoismo senza limiti. Da una corsa individuale a chi può 'arruffonare' di più ai danni dell'altro.
Fino qui abbiamo parlato dei cicli della Storia sociali, civile e collettiva.

Vediamo un pò come i nostri amici Calogero e Nenè ci descrivono il regresso odierno dell'uomo che una volta preferiva morire piuttosto che tradire i suoi amici. Dell'uomo che, nella nostra Contessa Entellina, avrebbe perso l'onore se avesse tradito la parola data (quella che i nostri antenati arbërëshe chiamavano besa). 

Calogero: Hai visto come il nostro sindaco, questo giovane, abbia messo nel sacco tutti i suoi sostenitori elettorali?
Nenè: Si, si, è un giovane in gamba! Si è sbarazzato di tutti i 'candarani' del suo partito, dei vecchi sindaci Nino Lala, Beppe Musacchia, e gli altri saccenti che volevano insegnargli il mestiere di sindaco.
Calogero: Veramente non si è sbarazzato di questi vecchi sindaci 'ingombranti'; ha lasciato la vecchia casa ormai ridotta in rottami nonostante l'apporto ricostituente di Messina, colui che a secondo degli interlocutori che si trova davanti ha il grande vantaggio di poter dire di essere stato Ds ai progressisti ovvero Udc ai conservatori. E' quel tipo che in politica si innamora, in primavera, guardando negli occhi il Sergio di passaggio.
Nenè: La puoi mettere come vuoi, ma il nostro sindaco va ammirato per il gioco intelligente che ha fatto: si è accorto di avere raccimolato appena appena il 37% dei consensi ed ha, pertanto, puntato dritto dritto verso alcun consiglieri dell'opposizione in modo da raggiiungere il 72% dei consensi (37 + 35). Si è trattato di una ispirazione che solo i geni hanno. Non è colpa sua se nel tragitto, durante la manovra, ha perso il 37% senza nemmeno guadagnare il 35%. E' stata la sfortuna a perseguitarlo.
Ma resta la genialità dell'idea. Ora comunque è dedito a coltivare l'orticello del 10% dei consensi cittadini rimastigli, che sono il frutto di due consiglieri 'fedelissimi' (Enzo Monteleone e Giovanni Lala) e di un neo acquisto (Vito Lala). Inoltre può contare, grazie alla pensionicina (indennità di carica) che può dare mese dietro mese, sul voto in Consiglio Comunale di qualche parente e/o amico dei pensionati.
Resta comunque la genialità del nostro sindaco. Egli si muove in vista di grandi ideali e grandi progetti ! Era un idealista Pd nel Pd ed è un pensatore in grande Pdl nel Pdl.
Figurati in due anni è riuscito a organizzare tre o quattro mangiate di 'vastedda' e ha sbloccato il progetto della palestra che era rimasto inceppato per anni a causa di quell'incompetente dell'assessore ai lavori pubblici Sergio Parrino.
E' bravo il nostro sindaco Sergio Parrino, lo dice pure il Giornale di Sicilia, grazie ai tanti euro deliberati dall'Unione del Corleonese in favore di un addetto stampa che ha il compito di incensare.
E' bravo! Ha le idee chiare: usare i "candarani" per poi buttarli.
E' moderno il nostro sindaco. 

I ricordi del terremoto 1968 di Nicola Graffagnini: il sindaco Di Martino evidenzia le capacità di leader della comunità

Il mio terremoto - Parte seconda

Premessa
Nella prima parte, ho raccontato il terremoto del ’68 nel mio paese giorno per giorno, così come ora ricordo dopo tanti anni quei fatti del primo periodo; non penso di avere degli appunti scritti, infatti a volte non avevo nemmeno il tempo di scrivere e dettavo direttamente al telefono al giornale ….

Forse nelle carte … che ho lasciato in paese ……..avrò qualche taccuino ...che un giorno mi aiuterà a ordinare meglio i mie ricordi …. insieme ai pochi ritagli che ho del Giornale L’ORA …e degli altri Giornali che in quei giorni io non ricevevo e non leggevo ….
Dopo tanti anni ho provato a dare un ordine scritto alle cose che ho fatto, per ricordare nel contempo una figura che per il nostro paese è stata di fondamentale importanza, Francesco Di Martino, il Sindaco che io definisco “della svolta”, il Sindaco che in quelle ore drammatiche per il paese divenne il motore trainante di tutte le attività e il leader riconosciuto della comunità.
Infatti seppe guardare oltre il presente drammatico ……. dando speranza, fiducia, concretezza a tutti, riuscendo con determinazione a inserire il paese tra i Comuni più danneggiati della Valle del Belìce, diventando fin dai primi giorni del sisma uno tra i più attivi del Comitato dei Sindaci.

Ricordare quei giorni e raccontarli, nell’anno decennale della prematura scomparsa del Sindaco Di Martino, mi sembra un atto doveroso di ricordo dell’Amministratore Comunale e del compagno di lotte e un atto altrettanto doveroso di…. testimonianza …. per le giovani generazioni che ne hanno sentito parlare e non lo hanno conosciuto e per gli uomini e per le donne che in quei giorni, così speciali, hanno lottato per un futuro migliore con orgoglio delle loro origini e della dignità derivante dal loro sentirsi cittadini di questo Stato e non sudditi.
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< Ricostruzione e lavoro… qui..>

Provo a continuare il racconto, senza pretese di completezza e dal mio punto di vista ...

Nella prima riunione dei Sindaci svoltasi a Contessa nell’Albergo Aurora, si gettano le basi durature per il Comitato dei Sindaci del Belice e del famoso Piano coordinato di sviluppo della Valle, seguito successivamente dal < Progetto Pilota > e dal < Piano di sviluppo integrato per la CEE > .
Cominciano a circolare per la Valle due parole d’ordine : < Ricostruzione e lavoro qui.>, per alzare una diga urgente all’emigrazione, proposta col biglietto di “ sola andata “ oltre Oceano oppure verso l’Italia del Nord o il Nord Europa.

Il disegno governativo “iniziale” si delinea di fronte ai nostri occhi con la sua drammatica realtà, almeno un centinaio di Contessioti provano l’esperienza temporale del Nord proposta dalla Prefettura.

Contro questo disegno “ Franco”, il Sindaco ….come eravamo tutti abituati a chiamarlo familiarmente, lotta con ogni mezzo fin dalle prime battute e in primo luogo…. con le sue parole e con l’abitudine democratica di riunire spesso l’Assemblea cittadina al baraccone di Via Palermo , orientandola verso traguardi comuni agli altri paesi della Valle, combattivi ed unitari perché provenienti già da esperienze collaborative tra loro, come il “ Comitato Intercomunale” .
Nelle Assemblee cittadine, il Sindaco illustrava punto per punto le varie provvidenze legislative approvate o in via di approvazione, con grande chiarezza e trasparenza di obiettivi, chiunque se interessato poteva intervenire.

A tal proposito, per dare l’idea voglio citare solo alcune date di Convegni intercomunali: Roccamena del 29.4.72, S.Ninfa del Giugno 1972, Sambuca del Dicembre 1975 e 1976 che prepararono la Marcia del Belice per il Piano di Rinascita dal 6 all’11 Marzo 1977).
Su “Pianificazione Siciliana”, il Giornale del Comitato Intecomunale della valle del Belice, leggo in prima pagina di un Convegno tenutosi a Corleone il 30 Luglio del 1967 presenti 16 Sindaci da Corleone fino a Campobello di Mazara il cui appello finale di protesta contro Stato e Regione dimentichi degli Enti locali , per chiedere opere pubbliche, riforme, industrie …è firmato da un Comitato promotore composto da cinque Sindaci : Cannella di Prizzi, Culicchia di Partanna, Di Martino di Contessa Entellina, Ridulfo di Corleone , Riela di Campofiorito.

L’inserimento di Contessa nel contesto di lotta dei paesi di Prima categoria sismica, in paese provoca da un lato aspre polemiche dal fronte conservatore e dall’altro una maggiore presa di coscienza dei danni che avrebbe potuto provocare quel sisma nel nostro paese, se solo superiore di mezzo punto della Scala Mercalli, vedi Montevago.
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L'acqua : A Contessa Entellina l'uso in agricoltura avviene come cinquecento anni fà - L'invaso Garcia ad uso irriguo per le zone limitrofe è un sogno che nemmeno il sindaco Sergio, esperto nei giri di valzer dal Pd al Pdl, immagina che possa finanziarsi con i fondi Comunitari-Cipe, amministrati anche dal suo ultimo amore politico, l'on.le Miccichè

domenica 9 maggio 2010

Memoria storica: nell'ordine della loro elezione l'elenco dei sindaci di Contessa Entellina dal dopoguerra

Primo sindaco nel dopoguerra: Guglielmo Inglese



Secondo sindaco (anni cinquanta): LoIacono Giuseppe
Terzo sindaco (anni cinquanta): Pia Schirò




Quarto sindaco: Antonino Musacchia

Quinto sindaco: Francesco Di Martino


Sesto sindaco: Nicola Cuccia

Settimo Sindaco: Giuseppe Musacchia

Ottavo sindaco: Antonino Lala



Nono sindaco: Pietro Cuccia


Decimo sindaco: Sergio Parrino 

sabato 8 maggio 2010

Quando l'arcivescovo di Palermo era bizantino

La Sicilia bizantina
Col 476, con la deposizione del sedicente Romolo Augustolo, cessò di esistere, secondo la tradizione, l’Impero Romano d’Occidente. L’Impero Romano d’Oriente continuò ad esistere per ulteriori mille anni (fino al 1453) quando cessò con la conquista turca di Costantinopoli.
La divisione in due parti dell’Impero era stata decisa da Diocleziano, l’ultimo che esercitò la giurisdizione in tutta l’estensione unitaria. Dopo Diocleziano vi erano stati due imperatori romani, uno con sede a Roma (e poi a Milano e a Ravenna), l’altro con sede a Costantinopoli, la “Nuova Roma”, come l’aveva chiamata l’imperatore Costantino che ne era stato il fondatore. Ad avere una reale autorità imperiale era stato però soltanto l’imperatore d’Oriente.
La destituzione di Romolo Augustolo (figlio di un generale barbaro) fu recepita dai contemporanei non come un passaggio da una fase storica all’altra, bensì come conclusione di un conflitto fra due opposte fazioni barbare. Ma a segnare la differenza rispetto alle precedenti destituzioni fu la decisione del barbaro Odoacre, il quale, deposto Romolo Augustolo, non si proclamò, a sua volta, e non si fece proclamare imperatore, ma, assunte le veci di re dei Goti, inviò le insegne imperiali a Costantinopoli, sperando di ottenere dall’imperatore Zenone la nomina a patrizio dell’impero.
L’invio a Costantinopoli delle insegne imperiali non fu solo un atto di cortesia diplomatica, ma anche il riconoscimento –seppure formale- che la continuità dell’Impero Romano aveva la sua efficacia nell’ormai unico impero romano d’Oriente.
Nel 477 il barbaro Odoacre nella qualità di re dei Goti e di governatore di Roma, impegnandosi a pagare un tributo, ottenne dai Vandali del Nord Africa che la Sicilia da dipendenza africana divenisse dipendenza italiana senza che vi fosse il versamento di una sola goccia di sangue. La Sicilia è stata dominio Vandalo dal 440 (Genserico) al 477; dominio goto dal 477 al 535; dominio bizantino dal 535 all’830; dominio musulmano dall’830 al 1030; dominio normanno dal 1030 al 1194.
L’Imperatore Giustiniano volle riaffermare la continuità dell’Impero Romano disponendo la raccolta nel Corpus Iuris Civilis di tutte le disposizioni dell’ordinamento giuridico romano classico e provvedendo alla restaurazione dell’autorità imperiale romana in Italia, in Sicilia e in altri paesi dell’Europa Occidentale, usurpati dai barbari con i regni cosiddetti romano-barbari. Ai Normanni toccherà respingere dall’Italia le residue influenze religiose e politiche bizantine che ancora continuavano a sussistere nella parte meridionale della penisola.
Passata la corona d’Italia da Odoacre a Teodorico, la Sicilia continuò ad essere una dipendenza gota negli stessi termini decisi da Odoacre. Ma Teodorico era personaggio più notevole di Odoacre e il suo regno ebbe una sufficiente durata, dal 482 al 531. Teodorico ebbe l’esplicito sostegno dell’Imperatore d’Oriente, dal quale era stato nominato patrizio, ma poggiava il suo potere sulla forza armata del suo popolo.
Nel 553 con la fine della guerra l'Italia intera venne annessa all'Impero romano d'Oriente. La Sicilia non entrò a far parte della Prefettura del pretorio d'Italia, che nel 584 con la riforma degli esarcati di Maurizio divenne un Esarcato; essa costituì una provincia indipendente dall'esarca di Ravenna. La provincia romano-orientale di Sicilia era governata da un governatore civile che dipendeva direttamente dal Quaestor Sacri Palatii, mentre l'esercito era comandato da un dux; successivamente i poteri civili e militari vennero accentrati nelle mani dello strategos, il comandante civile e militare delle province bizantine da Eraclio in poi.
A metà-fine del VII secolo la Sicilia diventò un thema, ossia una circoscrizioni del rinnovato assetto amministrativo e territoriale di tutto l'impero, inteso a creare le condizioni per l’autodifesa di ciascun territorio dell’Impero medesimo.
Nel 663 Costante II, pose la residenza imperiale a Siracusa, che divenne dunque la città più importante dell'impero;
Successivamente, dopo l’assassinio di Costante II, la sede imperiale venne spostata di nuovo a Costantinopoli.
Fino all'arrivo del Normanni in Sicilia (dopo quindi l'anno mille) e per tutto il periodo musulmano compreso tutti i vescovi di Sicilia erano di rito bizantino.
 Nella zona dell'odierna Contessa, proprio nell'ottica dell'autodifesa del territorio, nel periodo bizantino è stato costruito il Castello, che successivamente i saraceni chiameranno di Calatamauro.

mercoledì 5 maggio 2010

1968: Le rilevazioni sismiche sul territorio di Contessa Entellina

Elenco degli eventi sismici che hanno interessato l'area del Belice dal 14 Gennaio.

Data h m s Int. ML Prof. Epicentro14-1-68 13:12:28 VI-VII 4.7 39 Monte Pietroso
• 14-1-68 13:41:15 IV- V 3.7 3 M. Bruca
• 14-1-68 13:44:0 V 3.7 M. Pietroso
• 14-1-68 14:15:40 VI 4.9 28 Contessa Entellina1
• 4-1-68 16:48:31 VII 4.9 44 Contessa Entellina
• 15-1-68 00:19:20 V- VI 3.9 3 Monte Bruca
• 15-1-68 02:33:02 VIII * 5.6 48 Monte Bruca
• 15-1-68 02:46:14 V-VI 4.0 3 Monte Bruca
• 15-1-68 03:01:09 X 5.9* 44 Valle del Belice
• 15-1-68 03:09:54 V 4.1 Contessa Entellina
• 15-1-68 03:18:32 IV 3.5 Contessa Entellina
• 15-1-68 03:22:15 V 3.5 3 Contessa Entellina
• 15-1-68 03:34:45 IV-V 3.3 Contessa Entellina
• 15-1-68 04:02:13 V- VI 3.7 3 Contessa Entellina
• 15-1-68 04:14:20 V 4.0 3 Contessa Entellina
• 15-1-68 04:18:40 VII-VIII 5.0 46 Monte BrucaEstratto dal "CATALOGO DEI TERREMOTI ITALIANI DALL'ANNO 1000 1980" Editore D.PostpischI Bologna 1985.
* : nel catalogo l'intensità macrosisimica viene indicata in VIII/IX e la Ms in 6.0, diversamente dai dati ufficiali.
• L'attività sismica riprende alle ore 10 del giorno 15 Gennaio e si protrae per concludersi nel Febbraio del 1969.

domenica 2 maggio 2010

8 maggio - Tanto tempo fà si svolgeva a Contessa Entellina la fiera-bestiame

Tempo fà, prima che venisse meno la cosiddetta 'civiltà contadina' l'8 maggio a Contessa Entellina si svolgeva la prima di una serie di "fiere mercato" che fino a settembre avrebbero interessato l'hinterland della Sicilia. La fiera dell'8 maggio era significativa, in un certo senso importante, per il mondo contadino di allora perchè dalle contrattazioni che in essa si svolgevano i contadini percepivano l'andamento dei prezzi del bestiame per l'intera annata.
A Contessa Entellina arrivavano, per partecipare, alla fiera allevatori da tantissimi paesi dell'agrigentino, del trapanese ed ovviamente del palermitano. Per partecipare alla fiera di Contessa (ma la situazione non cambiava per le fiere che si sarebbero svolte a Bisacquino, Chiusa Sclafani, Giuliana, Campofiorito, Camporeale, Santa Margherita Belice, Menfi etc.) i contadini lasciavano il paese di provenienza la sera antecedente la manifestazione per spingere il bestiame da portare alla contrattazione durante la notte ed essere qui, nel nostro paese, nella mattinata dell'8 maggio.
Arrivavano centinaia e centinaia di capi di bestiame (bovini, ovini, equini, capre, maiali, pollame) e venivano disposti in un'area che da valle di Giarrusso arrivava su nelle 'Brignat' ben oltre la strada che conduce all'Odigitria, in certe annate fino alla vetta di Brjgnat. Era la giornata dei sensali, figure importanti e indispensabili nell'economia contadina. Era tramite loro che i contadini riuscivano a trovare il venditore o l'acquirente della giumenta, del mulo, dell'asino, della vacca e cosi via. Essi, i sensali, avevano il termometro dei prezzi correnti nel mercato del bestiame sia per la giornata della fiera che per il ciclo più ampio della stagione. Di essi i contadini si fidavano e traevano incoraggiamento sia per acquistare che per vendere. I nomi che ci piace ricordare sono Benone Manale, Vito Schilleci, Cocò Lo Iacono (villusa); di altri ci sfugge il nome ma erano personaggi intraprendenti, curiosi ed intelligenti.
La fiera dell'8 di maggio non era solo la fiera del bestiame, era anche la fiera degli attrezzi agricoli (falci, zappe, aratri, sacchi, cordami e cosi via) e degli battrezzi domestici (pentole, scale, vasellame etc.).

Oggi l'8 maggio, la fiera come ancora viene chiamata, è tutt'altra cosa. E' un momento del mercatino quindicinale che regolarmente si svolge nel corso dell'anno. E' una occasione per l'approvigionamento alimentare e vestiario della famiglia. Un modo come un altro per incanalare la spesa familiare. La fiera mercato bestiame, di tanti anni fà, non era occasione di consumo (se non marginalmente) era occasione di investimento dei magri risparmi per il successivo decennio, occasione per scegliere una opportunità di sopravvivenva per le famiglie. Acquistare una vacca, una giumenta, era la svolta che si riteneva di dare alla conduzione familiare per gli anni a venire. Un pò come oggi acquistare trattore, mototrebia e così via nelle famiglie degli odierni agricoltori.
Tutto, nella memoria di chi scrive, ha subito una svolta in direzione della cosiddetta modernità con gli anni sessanta, con la grande emigrazione verso la Svizzera e la Germania, e poi col sisma del gennaio 1968. In seguito a questi due fenomeni cessò la 'civiltà contadina' e iniziò lentamente l'odierna società dei consumi, con le mille derivazioni. Un mondo completamente diverso.

Conoscere il patrimonio culturale-religioso bizantino - Il vangelo della domenica della Samaritanas

a cura di Giuseppe Caruso
Il brano evangelico di questa settimana da cui la domenica prende il nome (Domenica della Samaritana) ci propone, con un racconto denso di particolari e stilisticamente molto curato, l’incontro tra Gesù e una donna della Samaria, che diventa simbolo dell’incontro e della relazione tra Dio e l’uomo. Vuole essere una sosta, un bivacco presso il pozzo di Giacobbe, dove il Signore ci attende assetato della nostra sete. Gesù si presenta come colui che ha pazienza, infatti è già accanto al pozzo e aspetta che la donna venga ad attingere l’acqua, scegliendo per l’incontro un momento che appartiene alla quotidianità della donna alle sue azioni abituali. Si presenta anche come colui che chiede, il suo “dammi da bere”, è lo spunto per aprire un dialogo con l’uomo, non si impone. La richiesta di acqua e la scena dell’incontro accanto al pozzo appartengono ad una tema ricorrente nella letteratura patriarcale dell’Antico Testamento ma qui si caricano di nuovi elementi: Gesù rispetta i tempi dell’uomo, non ha fretta, è bisognoso, come un viandante stanco, e cerca l’incontro con l’uomo, con ogni uomo. E’ sorprendente come questo colloquio si riallacci alla situazione dell’incontro e rimanga sempre legato alla reale situazione della donna: ella viene per attingere acqua. “Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samarìa ad attingere acqua…”, con la sua storia personale, in quanto samaritana. Gesù comincia col chiedere: “Dammi da bere...”. Gesù ha parlato; forse il suo accento della Galilea lo tradisce: è un Giudeo. “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono un donna Samaritana?”. L’evangelista non lo dice perché è occupato a spiegare lo stupore della donna: “I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani”. E’ stata più volte notata l’esattezza psicologica del dialogo e l’abilità pedagogica di Gesù. Aveva ragione la donna di notare la stranezza di quel Giudeo che chiede da bere a una Samaritana. Gesù non la biasima; le rimprovera soltanto di fermarsi troppo presto. “Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: dammi da bere!...”. Il mistero è più profondo di quanto lei creda. Il paradosso di un Giudeo che mendica un poco d’acqua da una Samaritana non è niente. Il vero paradosso sta nel fatto che lui e non lei abbia chiesto. Lui infatti è il possessore della sorgente. Poco dopo infatti la situazione si capovolge “...Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua!”. E’ lei a chiedere a Gesù il quale spossato dal cammino, non ha un recipiente per attingere e apparentemente dipende da lei per placare la sua sete. La donna viene al pozzo e deve tornarvi sempre di nuovo; in ciò si rivela un tratto caratteristico della sua situazione e di quella di ogni uomo. Per poter vivere dobbiamo ricorrere all’acqua: senz’acqua non c’è vita. A partire da questa situazione, Gesù afferma di avere qualcos’altro da dare, il dono di Dio, e motiva questo dono con l’identità ancora sconosciuta della propria persona: “Se tu conoscessi il dono di Dio...”. Si tratta qui delle due grandi realtà che diventeranno sempre più chiare in seguito: ciò che Gesù ha da dare e chi egli è. Solo Gesù dipende dalla sua identità e alla fine i samaritani riconosceranno che è il “salvatore del mondo” , che il dono di Dio giunge per suo tramite. Gesù chiama il suo dono “acqua viva”, “sorgente zampillante”, la cui forza supera di gran lunga quella dell’acqua naturale, perché può estinguere la sete una volta per tutte e dare la vita eterna. Come per la vita terrena dipendiamo dall’acqua naturale, così per la vita eterna dipendiamo dal dono di Gesù.
La Samaritana comincia a intuire che Gesù è il Messia, atteso anche dai samaritani. E’ scossa soprattutto dal fatto che Gesù conosce la sua vita; questa è una realtà che ella può toccare con mano. “Le disse Gesù: “Sono io, che ti parlo”. Nel frattempo, i discepoli tornano con le provviste e la donna, lasciata là la brocca di cui non sa più che fare, “andò in città e disse alla gente: Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”. Il compito che ancora ha davanti è comprendere più precisamente la persona e il dono di Gesù. La Samaritana si comporta come i primi discepoli quando hanno incontrato per la prima volta Gesù. Evidentemente ella non pensa più al motivo per cui è venuta alla fonte: lascia la sua brocca, va al villaggio e richiama l’attenzione dei compaesani su Gesù. Comunica quanto le è accaduto nell’incontro con lui e diventa una specie di apostola, conducendo altre persone a Gesù.

sabato 1 maggio 2010

Andreotti diceva (per la verità continua a dire): a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca - .. E se padre Mario non è altro che l'esecutore di un piano messo in atto da certi alti prelati ?

NOI CONTINUIAMO A RIDERCI SOPRA. PADRE MARIO COSTRUISCA PURE IL MURO ALTO 3 METRI ATTORNO ALLA SUA CHIESA. FACCIA PURE, NEL 2010, UNA BELFAST A CONTESSA ENTELLINA
Calogero: Sai che padre Mario Bellanca ogni giorno compra i giornali ?. E' interessato, come Berlusconi, a che passi immediatamente la legge sulle intercettazioni telefoniche.
Nenè: A lui cosa può interessare questa legge?  Berlusconi vuole inserito l'emendamento D'Addauro, ma lui ?
Calogero: Non vuole che prima o dopo, noi greci, ci rovesciamo addosso quei contatti con l'avvocato e con quell'Arcivescovo di ...
Nenè: Perchè ha il sospetto che noi sappiamo di S.E. .... ?
Calogero: Non lo sò. Certo è che questi prelati che, come padre Mario hanno perso il vangelo e trovato il codice di diritto canonico, se non attuano al più presto, in tempi brevi, il loro piano di smembrare l'Eparchia rischiano di venire scoperti nelle loro "fraterne" ed "ecumeniche" intenzioni. E potrebbero fare la figura degli ipocriti che abbracciano Sotir e poi ...gli impongono isole (enclave) all'interno della sua giurisdizione.
Nenè: Ma che dici ? Questo a Contessa ormai l'hanno capito tutti, non è un segreto !
Che padre Mario ha le spalle non coperte, ma corazzate, lo sanno tutti.
L'altro giorno, figurati !, pure il fruttivendolo diceva che quando un prete di paese della volontà del suo vescovo ne fa un "baffo" è segno che dietro c'è ...
Calogero: Noi lo sappiamo benissimo grazie alla telefonata che per combinazione ha ascoltato Fofò mentre doveva chiamare a ....
Però noi dobbiamo continuare a stare al gioco e dobbiamo continuare a pensare che padre Mario è in contatto solo con l'avvocato e che l'avvocato è in contatto solo con padre Mario.
Nenè: Sappiamo pure che padre Mario ha imposto il silenzio ai suoi; ha chiesto a tutti di non parlare del piano di attacco che coltiva. Tanto è che su Fb i greci si accapigliano fra di loro -o quasi-, senza che nessun latino difenda padre Mario.
Calogero: Lui è un semplice prete, ma possiede tutti i requisiti per diventare alto prelato, come quelli a cui ci riferiamo che predicano bene su "fraternità" ed "ecumenismo" , e razzolano male "se vedi un lupo ed un greco, lascia il lupo e spara al greco".
Nenè: Ci scommetto che a cose fatte, dopo lo smembramento dell'Eparchia, padre Mario lo vedremo vescovo di Agrigento.
Calogero: Si, probabile, in fondo sta facendo un buon lavoro nell'interesse di S.E. ...

Ecco chi è il buon sacerdote

Riceviamo da Liliana Schilleci e volentieri pubblichiamo
"Il sacerdote è l'amore del Cuore di Gesù. Quando vedete un prete pensate a nostro Signore Gesù. Là dove non esiste più un prete, non c'è più religione. Lasciate una parrocchia 20 anni senza prete: vi si adoreranno le bestie. Il prete non è prete per sè. Egli non si dà l'assoluzione, non si amministra i sacramenti. Egli è per gli altri. Quando vedete un prete dite: Ecco colui che mi ha fatto figlio di Dio ... colui che mi ha purificato dai miei peccati, che ha nutrito l'anima mia. Non parlate male dei preti. Esercitate su di lui, che è padre delle vostre anime, una maternità e una paternità affettuosa. E lui, che per amore è crocifisso con Gesù, si sentirà meno solo".
Dal diario di San Giovanni Maria Vianney, curato d'Ars (1786-1859)

1° Maggio 2010: La Sicilia con il 42,9% è tra le dieci regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione giovanile. Lo dice Eurostat, l’ufficio europeo di statistica, in un rapporto sulla situazione occupazionale nelle regioni dell’Ue-25

Il primo maggio, festa del lavoro, è da sempre occasione per ricordare le battaglie condotte dalle fascie deboli della società per il conseguimento di diritti ed elevazione della dignità di ciascun essere umano. La festa, originata da manifestazioni svoltesi negli Stati Uniti d'America a seguito di gravi incidenti accaduti all'inizio di maggio 1886 (Chicago), fu ufficializzata in molti paesi europei dai delegati socialisti alla seconda internazionale, riunita a Parigi nel 1889.
In Italia la festa fu istituita due anni dopo, nel 1891.
Durante il regime fascista la festa venne soppressa.
Nel 1947 a Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi) mentre i lavoratori erano riuniti, come accadeva dai tempi di Nicolò Barbato, avvenne la strage -ad opera di Salvatore Giuliano- con l'uccisione di 11 persone ed il ferimento di altre cinquanta.

Si è spenta il 30.04.2010 all'età di 101 anni e mezzo la nonnina di Contessa Entellina - I funerali di Chisesi Antonina si svolgeranno oggi alle 10,oo nella Chiesa Madre.