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domenica 15 marzo 2015

Cristianesimo nella Storia, nella Cultura ed oltre. ---6---

Nel percorso che ci proponiamo di fare nell'antichità e nelle origini cristiane, riteniamo opportuno -talora- insistere su alcuni aspetti. 
Va sempre sottolineato, per esempio, che Gesù ed i suoi compagni erano e rimasero sempre ebrei. La vicenda di Gesù si svolse per intero nel contesto della cultura e della società del suo tempo.
E' difficile capire il Cristianesimo se non lo si cala in quelle che erano le attese giudaiche.

Il Cristianesimo delle origini è puramente ed essenzialmente
una setta dell'antico ebraismo
Gesù iniziò la sua missione pubblica predicando l'imminenza del Regno. Il Regno, che Egli lascia intendere, in un certo senso è già presente: consiste nella Signoria (sovranità) di Dio sul mondo che si manifesta nelle parole e nei comportamenti dello stesso Gesù.
Questo tipo di annuncio del Regno è squisitamente teologico, religioso, e in quanto tale non coincide con le attese della gran parte della società giudaica del tempo che attendeva la restaurazione politica e nazionale del Regno di Davide. Un regno quello di Davide scompaginatosi parecchi secoli prima in due stati, poi entrambi crollati sotto l'incalzare dei potentissimi imperi limitrofi.

Vero è che il simbolo dell'unità ebraica, il Tempio, era stato precedentemente ai tempi di Gesù ricostruito ma la sopravvivenza dell'unità nazionale si era via via definitivamente appannata sempre più  e, alla luce della Storia, possiamo sostenere che essa è divenuta realtà solamente nel 1948 (settanta anni fà).

Gesù creando un filone religioso e comunitario attorno a sè, fra i discepoli ne scelse dodici, il numero delle antiche tribù di Israele prima della divisione statuale: essi saranno gli apostoli, gli "inviati" a restaurare l'antica casa d'Israele non in termini politico-etnico-nazionale ma come realtà religiosa. Simbolicamente essi dovevano riportare ad unità  (le pecore perdute della casa d'Israele).

In un periodo temporale di circa tre anni Gesù con i suoi discepoli si spostò per le campagne ed i piccoli centri della Galilea e della Giudea, ricevendo accoglienza ed ospitalità presso famiglie di simpatizzanti.
Raramente il gruppo entrò in centri urbani fra i più popolosi e verosimilmente esso si esprimeva in lingua aramaica e talora in greco, la lingua franca dell'intero Mediterraneo.

La comitiva per il suo modo di vivere e di operare non doveva apparire "ordinaria", ossia comune nel contesto socio-ambientale dell'epoca. 
John Meier, uno storico cattolico americano, sulla cui opera "Un ebreo marginale" dovremo in prosieguo soffermarci, mette in evidenza proprio la marginalità sia della comitiva che del leader, marginalità inevitabile per un uomo che proviene dalla Galilea rurale e che ha abbandonato una condizione di artigiano 'borghese' seppure non agiato, per una condizione di 'sottoproletario' e che infine viene condannato a morte come criminale. 
Eppure quel leader era uomo di grande impatto; impatto che manifestava mediante il carisma e il modo tutto suo di predicare. Usava espressioni brevi ma cariche di significato (in greco sono i lòghia) e si lasciava capire mediante racconti istruttivi (le parabole). 
Egli era sempre alla ricerca di ascoltatori privilegiati a cui annunciare il Regno; si trattava dei poveri, degli umili, dei sofferenti, degli affamati e degli assetati di giustizia. A tutti costoro li chiamava "beati", non perchè felici del modo in cui il mondo si presentava a loro, ma in quanto destinatari di quella che definiva la "salvezza".

La comitiva di persone che, insieme ai "discepoli", era rimasta affascinata dalla sua personalità e che lo seguiva in ogni dove dovette subire  uno scacco terribile quando udì dalle Autorità religiose prima e poi da quelle civili la di lui condanna a morte.