venerdì 4 settembre 2026

L’uso politico della Storia

 e’ propaganda

L’uso politico della storia
smonta la complessità,
seleziona un fotogramma o
una parte di un processo
storico, brandisce la storia
come arma di propaganda.

E’ la
manipolazione del passato da
parte di governi o partiti per
giustificare le proprie idee
nel presente e fare propaganda.
Questo fenomeno trasforma i
fatti storici in strumenti di potere.
La ricerca scientifica degli storici
viene ignorata o distorta per
creare un vantaggio immediato.
-
Si usano documenti o foto fuori
 dal loro vero tempo per dimostrare
tesi false.
-
Si semplifica la realtà, si
cercano certezze assolute e
si punta al consenso immediato.




Amare la Storia, la Storia di tutti i tempi, significa dover sapere a priori che si può imbattere in ricostruzioni e manipolazioni del passato da parte di governi o partiti per giustificare le proprie idee nel presente e fare propaganda. Circostanza questa più che abituale nei paesi dove prevalgono i despoti alla Putin. 

 Questo fenomeno manipolatore trasforma i fatti storici in strumenti di potere. La ricerca scientifica degli storici viene ignorata o distorta per creare un vantaggio immediato a beneficio del gruppo di potere al momento in auge.

La storia vera studia i documenti, accetta la complessità dei fatti e ammette i dubbi. 

L'uso politico della Storia semplifica la realtà, cerca certezze assolute e punta al consenso immediato.

*   *   *

 Nicolas Grimal (Libourne, 13 novembre 1948), un egittologo francese, figlio del latinista Pierre Grimal, della storia dell'antico Egitto fino alla conquista di Alessandro, ricorda che Ramses II, faraone all'epoca della fuga degli ebrei verso la Terra promessa, venne lungamente considerato l'avversario di Mosè e «il simbolo del male». 

Per alcuni secoli, nell'immaginazione degli europei, l'Egitto fu soprattutto una terra biblica, la temporanea prigione degli ebrei nella mappa storica dell'Antico Testamento. Ma verso la fine dell'Ottocento e soprattutto nei testi scolastici della Repubblica araba d'Egitto dopo il colpo di Stato del 1954, il faraone divenne, come osserva lo storico francese, «uno dei simboli dell'unità nazionale araba e, più in generale, della passata grandezza del paese».

Questo è soltanto un esempio dell'uso che molti Stati, fra Ottocento e Novecento, hanno fatto del passato. Per l'inaugurazione del Canale di Suez Giuseppe Verdi ebbe dal Kedivè d'Egitto l'incarico di scrivere un'opera patriottica e romantica che cantava le gesta di Radamès contro l'esercito invasore degli etiopi guidato dal re Amonasro. Il libretto trasse spunto dall'idea di un grande egittologo, Auguste Mariette, e Aida andò in scena al teatro kediviale del Cairo, fra grandi festeggiamenti, il 24 dicembre 1871. 

Le feste di quell'anno divennero il prototipo culturale delle grandi celebrazioni storico politiche del secolo seguente. 


Nell'ottobre del 1971 lo Scià di Persia volle celebrare il 2500° anniversario della fondazione dell'Impero di Ciro e tenne corte a Persepoli per una grande manifestazione a cui invitò i presidenti e i sovrani del mondo. Più tardi, negli anni Ottanta, Saddam Hussein ordinò la ricostruzione di Babilonia e volle che su ogni mattone venisse inciso il suo nome. Quando gli archeologi scoprirono sulla porta della città un'iscrizione in onore del grande Nabucodonosor II, re dal 605 al 562 a.C. e conquistatore  di Gerusalemme, il dittatore iracheno volle che un’altra epigrafe, a fianco  dell’antica celebrasse  i suoi trionfi.


(Segue)

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