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giovedì 23 maggio 2019

Grandi Uomini. Se tutti credessimo nella capacità di riscatto della Sicilia e nella fierezza della sua millenaria Storia ...

23 maggio 1992: a Palermo Cosa Nostra 
uccide il giudice antimafia e la sua scorta


Sono trascorsi  27 anni dal 23 maggio 1992 e finora  sono stati celebrati quattro processi, con più di venti mafiosi condannati all’ergastolo. Ma a volere la morte di Falcone sono state solamente menti riconosciute mafiose ?

In cosa si era distinto il giudice palermitano ? Assieme a Paolo Borsellino aveva istruito il primo maxiprocesso a Cosa Nostra, sintetizzato in
-centoventi faldoni contenenti quattrocentomila fogli processuali, 
-quattrocentosettantacinque imputati 
-e quattrocentotrentotto capi di imputazione: dall’associazione per delinquere di tipo mafioso  a tutti i reati contestati ai componenti criminali collegati a Cosa Nostra (estorsioni, rapine, traffico di stupefacenti e centoventi omicidi). 
Occorsero trecentoquarantanove udienze e milletrecentoquattordici interrogatori per arrivare l’11 Dicembre 1986 alla sentenza (circa 7.000 pagine), redatta dall'allora giovane giudice a latere Pietro Grasso.
Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma le centinaia di condanne del maxiprocesso istruito -appunto- negli anni Ottanta da Falcone.

“Chi era Giovanni Falcone?”, secondo l'ex Presidente del Senato Pietro Grasso, era: 
-la straordinaria capacità lavorativa, 
-il dettaglio, 
-la morbosità, 
-la visione prospettica, 
-l’anticipazione di ogni possibile mossa, 
-l’instancabile voglia di lottare.

Il Maxiprocesso è certamente il fiore all’occhiello schiusosi -in via definitiva- nel ’92 e con esso si sostanziano le intuizioni del "pool" sulle connessioni della mafia con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria.
Di Falcone non va dimenticata anche l’inchiesta giudiziaria ‘Pizza connection’ che svolge negli Stati Uniti d’America con indagini sui traffici internazionali di eroina e cocaina che investono la Thailandia, la Sicilia nonché la Svizzera per il riciclaggio di denaro. 
Falcone -nel suo metodo lavorativo- spulcia ogni singolo movimento bancario e qualunque rapporto di “comparatico”, si sposta dovunque ce ne sia bisogno e tesse la sua trama pronto a disfarla in caso di errori. 
Era un uomo scrupoloso.

Il ministro socialista di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, nel clima di veleni che il giudice viveva nella Palermo di quegli anni, lo accoglie a Roma e lo nomina dirigente dell’ufficio affari penali, dove Falcone chiama a lavorare con sé pure Pietro Grasso. A Roma compie il prezioso lavoro per organizzare a livello nazionale la lotta alla mafia, creando 
--la DNA (Direzione Nazionale Antimafia, con relativa banca dati), 
--le DDA (Direzioni Distrettuali Antimafia) 
--e la DIA (una specie di FBI italiana antimafia). 

Viene accusato -da suoi colleghi- di mirare a contrarre l’autonomia della magistratura e di essere in combutta con il potere politico. Le calunnie e il sabotaggio iniziano -in realtà- nell’88 con la sua mancata nomina alla successione di Caponnetto, assegnata invece a Meli sulla base dell’obsoleto criterio dell’anzianità anzicchè sulla base della professionalità.

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