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lunedì 11 dicembre 2017

Giovani laureati. Nel 2015, dato Istat, sono stati 23 mila quelli emigrati

«Nelle precedenti emigrazioni chi partiva erano gli 
scarsamente acculturati e preparati che non trovavano più lavoro
in Italia, ora parte la meglio gioventù, un capitale umano molto elevato
Antonio Schizzerotto
professore di sociologia a Trento 
autore di «Generazioni disuguali»

E, a Contessa ?
Sono di mese in mese sempre più numerose le stanze e le case di quella che un tempo era Hora e Kuntisës vuote, lasciate libere da un figlio o da una figlia  che va a studiare a Palermo o molto più lontano, per prepararsi un futuro che qui non avrà e che pertanto non tornerà che per brevissime visite; e sono ancora di più le stanze e le case lasciate da giovani che all’estero o comunque altrove si sono stabiliti definitivamente per lavoro, e non per scelta. Costoro non torneranno mai più.
Il paese ricostruito col sostegno
dello Stato nel dopo-terremoto
inutilmente.
Una abitazione su otto (dati Istat)
risulta abitata (prevalentemente da
pensionati).
 Quelle stanze, quelle case abbandonate pesano sulla nostra generazione di padri e di madri. Molti di noi siamo cresciuti nell’era del posto fisso e garantito, e non hanno mai dovuto porsi il problema di andare lontano o lontanissimo per vivere. Lontano ci erano andati  i nonni e soprattutto i bisnonni, a New Orleans, poi i genitori in Germania, da poveri migranti e senza un titolo di studio; ma che i figli, avendo studiato, se ne debbano comunque andare, ha un sapore amaro.
 La nostra generazione che ha goduto il più ampio benessere nella storia italiana, e le maggiori tutele sindacali, si lascia dietro dei figli che il mondo del lavoro sembra non attendere né cercare. E quante case di Contessa  e della Sicilia non verranno occupate,  da giovani coppie, quanti figli non nasceranno qui, ma altrove, e parleranno un’altra lingua, dimenticando nel tempo  adagio adagio  non solo l'arbëreshë ma pure l'italiano.
 Osservare le strade deserte di Contessa  (come pure quelle di Bisacquino, Chiusa Sclafani etc.) sa di collettivo declino, dentro al più ampio quadro della crisi demografica che ci affligge, questo andarsene di figli, una “fuga” che è forse da parte loro prova di coraggio. 
Le case e le stanze vuote forse possono  consolarci per il fatto che i nostri ragazzi comunque hanno spiccato il volo: non hanno avuto paura di andare lontano né di sentirsi soli, in Paesi  altri e magari lontani. In un modo più duro di quanto sarebbe normale, hanno fatto o stanno facendo il loro mestiere di figli: che è andarsene, e costruirsi una vita loro. 
Non sarebbe forse peggio avere tutte le stanze di casa occupate, da ragazzi però che si abituano o si rassegnano a farsi mantenere, come non raramente accade, e in questa dipendenza si adagiano, mentre passano gli anni? 
Il mestiere dei figli, che emigrino oppure no, è andare, e vivere la propria vita. E il mestiere dei genitori è prepararli e lasciarli partire; il che non è così semplice. 
Lasciarli andare, restando in case ora troppo grandi, in cui il silenzio, nella sera della vita, si fa denso. 
Abbiamo sempre saputo che i figli non sono nostri, ma ci sono solo affidati; che strappo però nell’ora in cui com’è giusto, autonomi, vanno. 

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