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giovedì 10 agosto 2017

Flash sulla nostra Storia

Riflettiamo sulla vita nei paesi 
feudali della Sicilia settecentesca
(quindi su Contessa)
Su questa rubrica "Flash sulla nostra Storia" abbiamo sempre trattato su momenti, avvenimenti, vita e frangenti di Contessa Entellina, ora estrapolati dalla Storia più ampia ed ora integrati nella Storia più ampia.

 La storia locale è praticata spesso in chiave nostalgico-erudita, per costruire e celebrare identità municipali e comunitarie; ma si presenta anche come un'alternativa alla logica delle storie nazionali o generali, che non sempre riescono ad assegnare il rilievo necessario alle differenze interne ai singoli paesi o alle modalità diverse in cui si presenta localmente un fenomeno storico di importanza generale. 
Nella comunità locale a cui più frequentemente facciamo riferimento per il periodo XV-XX secolo, ossia Contessa, le storie locali più diffuse generalmente sono state costruite nell'ottica dei potentati. 
Sul blog l'ottica che abbiamo seguito è invece rovesciata, perché proviamo a descrivere le conseguenze e le ricadute sulle fasce sociali più fragili che quasi mai -purtroppo- hanno ottenuto spazio e voce, se non nella pubblicistica del secondo Novecento di ispirazione sindacal-socialista. 

Continueremo su questo solco, provando a non allontanarci mai dalle fonti della STORIA, ma -quando serve- a dare il punto di vista dei perdenti, che ovviamente sono sempre, e saranno sempre, le minoranze etniche, linguistiche, religiose e gli "utilizzati" cioè le classi sociali subalterne. Come dire che a Garibaldi, eroe nazionale, lo tratteremo sempre come tale, ma non nasconderemo le stragi commesse a Bronte (il 9 agosto del 1860) e non solo lì dai suoi luogotenenti e dai suoi uomini contro gli affamati e contro coloro che avevano creduto oltre che al riscatto nazionale anche a quello sociale.   
Nel narrare la Storia non abbiamo proceduto e non procederemo quindi dal lato dei più forti. 

Nel narrare la Storia degli arbëreshe di Contessa non riteniamo corretto pertanto procedere dal lato dei Cardona, dei Gioeni e dei Colonna, ma dal lato dei coloni, dei senza terra (che tali resteranno fino alla metà del Novecento). 
Tutto ciò che esiste finora in termini di libri, pubblicistica etc. sul nostro paese è scritto nell'ottica del potere locale, dei civili, dei gabellotti, dei baroni.

Ecco perché interveniamo in contrasto sul blog con frequenti "Flash".

Per qualche tempo tenteremo di tracciare il profilo socio-economico delle figure economico-professionali di fine Settecento, col feudalesimo fiorente in tutta la Sicilia. Utilizzeremo descrizioni di autori vari che ci potranno aiutare nel nostro intento.

I campieri
A fine Settecento viaggiare ovvero spostarsi per le trazzere dell'isola da un paese all'altro era assolutamente rischioso. In quel periodo i rappresentanti della baronia si muovevano armati da capo a piedi e con buone cavalcature (il fucile di traverso) e sempre seguiti, a piedi, da qualcuno di fiducia.
Foto dell'archivio dell'antropologo
prof. Anton Blok, scattata in territorio di
Contessa Entellina nei primi anni
sessanta del Novecento. 
I baroni disponevano di propri campieri, ma di muoversi da Palermo non ci pensavano assolutamente. Pitrè riporta in un suo libro "La vita in Palermo" la dichiarazione del castaldo (=amministratore di una casa baronale) dei Marchesi di Santa Croce che gestiva il Palazzo di Mongerbino: "questi palazzi non hanno mai visti i loro proprietari: vi sono baroni, morti senza aver mai visitati i loro beni". Proprio come accaduto a Contessa dai Gioeni ai Colonna.

Nel 1791 il Governo istituì per la sicurezza delle trazzere i campieri (o Compagnia d'Armi) per garantire i cittadini stranieri in giro per l'isola. Essi accompagnarono Goethe nei suoi viaggi in Sicilia.
I 200 campieri per l'intera isola furono strutturati su tre compagnie, una per ciascun Vallo (Val di Mazara, Val di Noto, Val Demone).

Secondo Giuseppe Pitrè i 200 arruolati "si dice che fossero ladri matricolati, i quali però si facevano mallevadori delle persone che prendevano sotto la loro custodia. Si dice che fossero schiuma di ribaldi, dei quali però il Governo servitasi per tenere a freno color che avessero  le intenzioni di disturbare i viandanti. Si dice ... e si dicono tante cose, che codesti campieri, a traverso le lenti paurose dei viaggiatori d'oltralpe, sono diventati tanti orchi meravigliosamente terribili.    
La verità poi è questa: che, traendo o no origine sinistramente oscura, essi mantenevano quella che si dice sicurezza pubblica, e consegnavano incolume al posto, a cui s'indirizzavano, il passeggero senza che gli fosse tolto un capello, anzi, senza che nessun osasse guardarlo  in faccia. Avevano bensì certe loro teorie  intorno a quello che si chiama punto d'onore, ma rispettavano e si facevano rispettare". 

Sostanzialmente  i "campieri" in Sicilia (sia quelli dipendenti dai Baroni che quelli del Regno assunti per la sicurezza dei viaggiatori stranieri nelle trazzere) erano uomini violenti, risoluti, dall’aspetto minaccioso e poco rassicurante (probabilmente non in perfetta regola con la giustizia).