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lunedì 10 luglio 2017

Pavel A. Florenskij. Una figura del Cristianesimo del Novecento

Nel culto e mediante il culto l'uomo, che è fra le creature più fragili e vulnerabili della natura, è chiamato a salvare le cose dall'abisso del nulla e della distruzione della memoria.
Secondo Florenskij il cristianesimo, soprattutto quello di matrice bizantina,
    rimane in gran parte fedele a questi archetipi
celesti generati nel grembo della Chiesa antica, interpretando ogni realtà materiale, ogni gesto, ogni simbolo e ogni parola entro lo spazio-tempo liturgico  in una prospettiva  cristologica e trinitaria, ossia nella prospettiva del "Dio noto", che è quella della divino-umanità e dell'agape
In virtù del culto-sacrificio di Cristo, ogni persona è chiamata alla divino-umanità, alla celebrazione del quotidiano, alla santificazione della realtà. 
Natalino Valentini
-curatore dell'edizione italiana-

La Filosofia del culto
Gli anni durante i quali il libro "La filosofia del culto" di Pavel Florenskij viene alla luce, da prima come appunti di una serie di lezioni tenute nell'estate del 1918 presso l'Accademia di Mosca e dopo come testo organico mentre la violenza rivoluzionaria dei bolscevichi, si caratterizzano per le deportazioni e gli arresti di centinaia di miglia di russi.

In quegli anni all'interno della stessa Chiesa russa si vivono tempi di afflizioni per le persecuzioni di massa ai danni del clero e dei fedeli e contemporaneamente di fermento permeati dallo spirito di rinnovamento conseguenti alla fine dell'influenza del potere zarista su di essa e alla volontà di ripristinare -dopo alcuni secoli di assenza- il Patriarcato, cosa che avviene alla conclusione del Concilio 1917-1918. 
La Chiesa punta al ripensamento della propria identità e alla sintesi del proprio patrimonio culturale e cultuale ereditato dalla tradizione cristiano-bizantina proprio quando la Rivoluzione bolscevica comincia a tingersi di rosso, di sangue, ed avvia gli stermini di massa contro ciò che viene definita la "società tradizionale".

Florenskij in questo clima fortemente critico e laicizzato di Mosca dell'estate 2018 tiene le lezioni sul culto e lo fa  in termini di sfida culturale al razionalismo, ma anche in avversione allo spiritualismo vuoto di certo clero, con l'intenzione di recuperare le radici della cultura e della realtà vissuta dagli uomini, di tutti gli uomini. Suo proposito è di puntare sulla formazione umana e scientifica delle coscienze, sull'educazione culturale e spirituale per contrastare la diffusione della "villanocrazia" e del nichilismo. Tutto ciò nel rispetto delle radici e dell'identità della sua Chiesa.
Il suo uditorio è il mondo laico e la sua attività didattica è sempre impostata su basi scientifiche. E' proprio questo modo di presentare "cultura" che inevitabilmente attira l'attenzione del Potere, che ha già scelto la via del sangue da far scorrere abbondantemente per imporre il nuovo ordine sociale comunista. 
Mai tuttavia egli contesta la scelta ideologica e sociale del Potere politico. Punta piuttosto ad evidenziare la portata antropologica della visione cristiana del mondo, senza omettere le implicazioni sociali e politiche di questa visione. Parla di una società e di una Chiesa sinodale e dell'antinomia fra potere spirituale e potere politico,  dell'antinomia fra potere monarchico e collegiale.

Le sue lezioni, certamente fermentative e di apprendimento dinamico verso nuove visioni, su culto e cultura si svolgevano nei locali dell'Accademia teologica a poca distanza dal Cremlino e venivano sia proferite a voce che con scritti. Inevitabilmente quel suo esplorare in termini accuratamente scientifici cultura, cristianesimo, passato, presente, futuro e quel suo intravedere di volta in volta  "entropia" e caos che intaccavano non solo la società attuale ma anche la  Chiesa di Cristo, da molti suoi amici e conoscenti non pote  non essere letto come una "consegna martiriale".  

„Se non comprendiamo che ogni atto di 
cultura è verità, non saremo in grado di 
riconoscergli dignità interiore e vera umanità.“
Florenskij