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mercoledì 5 luglio 2017

L'Italia in affanno. Non sono solamente i crudi dati economici che preoccupano

Secondo la Fondazione "Giuseppe Di Vittorio", il grado di benessere e di crescita di una società oltre che col reddito si misura dal grado di interesse e di partecipazione alla vita civile e comunitaria dei cittadini. Nel rapporto curato dagli studiosi per conto della Fondazione possiamo leggere:

CAPITALE SOCIALE
La qualità dello sviluppo si misura anche nella rete di relazioni e in quella “spinta a partecipare” alla vita civile, sociale e politica, che trova riscontro nel tempo dedicato agli amici, nell’attenzione e nella cura verso il prossimo, nell’interesse nei confronti della politica.
 E’ questo che viene definito “capitale sociale”
Il 66% frequenta gli amici almeno una volta a settimana (era il 67% nel 2015), il 18% ha ascoltato un dibattito politico (era il 20% l’anno scorso), il 4% ha partecipato a un’iniziativa politica (5% un anno fa), l’1% ha svolto attività politica gratuita per un partito. Non va meglio sul fronte tipicamente sociale e dei diritti: il 2% ha partecipato a riunioni in associazioni ambientaliste e per i diritti civili, il 9% in associazioni culturali e ricreative (ma in queste rientrano anche i concerti e le esibizioni sportive e artistiche a scopo benefico). Va meglio per quanto riguarda le attività gratuite in associazioni di volontariato (11%) che si fanno, però, più sporadiche e meno strutturate. L’indice scende da 100 a 94 punti e peggiora in tutte le aree del Paese: nel nord-ovest passa da 101 a 96, nel nord-est da 112 a 103, nel centro da 104 a 96 e nel mezzogiorno da 89 a 86. Al primo posto si colloca il Trentino A.A. (164 punti), seguito da Basilicata (123) e Valle d’Aosta (120).
CAPITALE CULTURALE
La quantità e la qualità di beni architettonici, artistici e storici fanno dell’Italia il Paese più importante del mondo. Un patrimonio straordinario, non sempre valorizzato al meglio ma che potrebbe rappresentare un grande volano di crescita economica. Ciò si accompagna a un sistema meritocratico poco premiante dei talenti, a bassi tassi di scolarizzazione ed eccessivi abbandoni lungo il percorso formativo, fattori che rendono il Paese meno competitivo rispetto alle altre grandi economie e nel lungo termine destinato a perdere posizioni importanti, a favore anche delle economie emergenti. 
Il miglioramento generale rispetto all’anno scorso deriva prevalentemente da un miglior e più diffuso uso delle tecnologie informatiche, elemento che rappresenta un miglioramento quantitativo ma non necessariamente qualitativo. 
L’indice generale sale da 100 a 103, con il centro in prima posizione con 113 punti (110 nel 2015), seguito dal nord-ovest con 111 punti (107), il nord-est con 108 (erano 106) e il mezzogiorno con 89 (86). Al primo posto si colloca il Lazio (119), poi la Lombardia (114), seguita dal Trentino A.A. (113).
INFRASTRUTTURE ECONOMICHE
Rispetto al 2015 cresce il numero d’imprese. Rimangono molto bassi, però, gli investimenti in ricerca e sviluppo (circa l’1% del Pil), e le imprese innovatrici rappresentano appena il 34%. Al contempo, pur stabilizzandosi gli occupati intorno ai 22,7 milioni, diminuisce la percezione di stabilità del posto di lavoro, che diventa più discontinuo e precario. Scende ulteriormente la redditività media delle imprese e il valore aggiunto al costo dei fattori. L’insieme di questi elementi ci restituisce un sistema economico che migliora leggermente le sue dotazioni quantitative e le sue performance ma non rallenta il deterioramento qualitativo del sistema nel suo complesso. Un deterioramento che si rispecchia anche nel peggioramento complessivo della qualità del lavoro. L’indice generale sale da 100 a 101, con il nord-est al primo posto a 126 punti (era 124), seguito dal nord-ovest stabile a 114 punti, dal centro con 108 punti (106) e in ultima posizione il mezzogiorno con 74 (73 nel 2015). In testa alla classifica c’è il Trentino A.A. (140 punti), seguito da Veneto (131) e Toscana (129).