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martedì 27 giugno 2017

Flash sulla nostra Storia

Storia agraria sulla 
fondazione di Contessa
Domenica scorsa 25 giugno nel corso dell'interessante convegno che ha fatto da cornice al gemellaggio Contessa E./Enna, uno dei relatori -Carmine Ampolo- ha citato il nostro Blog che, giusto il giorno precedente a quell'evento culturale e di civiltà rievocativo dell'incontro e dell'amicizia di popoli diversi, riportava un'estratto delle ormai più che consolidate ricerche storiche (nel caso specifico curate dal prof. Orazio Cancilia)  secondo cui la realizzazione di nuovi centri abitati all'interno della Sicilia -a decorrere dal XV e fino al XVIII secolo- non dipendeva da "irenica" volontà d'animo dei baroni siciliani nei confronti delle popolazioni spesso affamate, bensì dalla necessità di valorizzare produttivamente le vaste e disabitate campagne dell'isola. Isola il cui reddito e la cui ricchezza patrimoniale erano drasticamente crollati rispetto ai secoli di splendore dell'epoca bizantina, araba, normanna e federiciana.


Volendo apprezzare ancora le ricerche del Prof. Orazio Cancilla, ci piace completare la sua riflessione avviata il 24 giugno scorso e che -ancora- riprendiamo dalla prefazione al suo libro "Baroni e Popolo nella Sicilia del grano".

"Il basso livello tecnico complessivo era la conseguenza della struttura della proprietà terriera, concentrata, sin dalla conquista normanna dell'isla, nelle mani di una ristretta cerchia di feudatari  laici ed ecclesiastici, che con la lor presenza avevano tagliato fuori la Sicilia e il meridione d'Italia da quel meraviglioso processo di sviluppo che caratterizzò  le region settentrionali della penisola  tra l'undicesimo e il quindicesimo secolo, e ne fecero, già negli ultimi secoli del medio evo, una grande campagna  nelle mani di mercanti stranieri (catalani, veneziani, pisani, fiorentini, genovesi, lucchesi etc.), che ne intercettavano le produzioni a basso prezzo  e la rifornivano di prodotti finiti a caro prezzo.
Quando comincia l'espansione agraria del Cinquecento  i giochi appaiono già fatti: Firenze e le città del Nord Italia avevano i mezzi per acquistare i grano  siciliano e potevano riservare il proprio territorio  a colture più remunerative (vigneto, uliveti, ecc.); la Sicilia e il meridione avevano invece  feudatari indebitati, che non potevano addossarsi l'onere  delle trasformazioni colturali, e mercanti stranieri che chiedevano quantitativi di grano sempre maggiori. Ciò che favoriva nel sud il perpetuarsi dii una organizzazione del territorio e di rapporti di produzione che non agevolavano certamente le trasformazioni agrarie e soprattutto non offrivano ai produttori grandi possibilità di accumulazione.

In un paese cn tale struttura socio-economica, il maggior valore prodotto dalla innegabile crescita cinquecentesca della produzione agraria globale, sia fisica che monetaria, finiva cl creare  uno sviluppo distorto, perchè non si ripartiva in modo equilibrato tra i vari strati della popolazione e accentuava ancor più le distanze sociali.

Certo, ad avvantaggiarsi dell'espansione agraria del Cinquecento non fu soltanto la feudalità, la cui crisi finanziaria per altro si aggravò: a parte i mercanti stranieri che furono i più grandi beneficiari, i membri più intraprendenti del patriziato urbano e talora anche del mondo rurale trovarono la possibilità di emergere e dii affermarsi, ma non furono in grado di porsi, nè lo vollero mai, in una posizione di indipendenza nei confronti del mondo feudale, col quale anzi cercavano di integrarsi, assumendone valori e codici di comportamento.
Pagavano, invece, e duramente, i ceti subalterni con l'impoverimento e la conseguente perdita di peso politico; i coltivatori sempre ad un passo dalla degradazione sociale, perchè il prelievo padronale in ascesa riduceva sensibilmente iil surplus commercializzabile a loro disposizione e non consentiva di trarre   vantaggio dall'aumento dei prezzi; gli artigiani delle città  e i salariati in genere costretti a fare i conti con salari reali in diminuzione ; i prestatori d'pera indipendenti remunerati a basso prezzo, perchè l'incremento demografico  aveva fatto crescere il numero degli aspiranti lavoratori assai più delle stesse possibilità di impiego; i tanti lavoratori che vivevano ai margini dell'indigenza e che la minima impennata  dei prezzi del grano riduceva alla miseria e trasformava in vagabondi e briganti. 
Per loro il Seicento era già cominciato".
O.C.